domenica 11 agosto 2013

Americanisti di tutto il mondo, unitevi! (Claudio Mutti)

A volte mi è venuto da pensare che il povero Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, deve rivoltarsi nella tomba, se in qualche modo è venuto a sapere che quello che fu il glorioso quotidiano del Partito Comunista Italiano, “L’Unità”, è attualmente diretto da Furio Colombo, che negli Stati Uniti i suoi compatrioti d’elezione chiamano “Mister FIAT”...

In realtà, non c’è niente di scandaloso in questa squallida fine del giornale fondato da Antonio Gramsci. Habent sua fata libelli. E anche le gazzette.

In una nota a pié di pagina dell’edizione del 1950 di Americanismo e fordismo (redatta probabilmente dal curatore Felice Platone) si ricorda che il senatore Giovanni Agnelli aveva fatto delle “avances” nei confronti del gruppo di Gramsci e Togliatti, in nome di una pretesa “concordanza di interessi tra gli operai della grande industria e i capitalisti dell’industria stessa”. Nel testo, lo stesso Gramsci parla in maniera sintetica e poco chiara di un “finanziamento di Agnelli” e di “tentativi di Agnelli di assorbire il gruppo dell’’Ordine Nuovo’” (1).



Non c’è nulla di cui stupirsi: è sempre Antonio Gramsci a rivendicare al gruppo comunista dell’”Ordine Nuovo” (da lui fondato nel 1919 con Togliatti e altri) il merito di aver sostenuto una “forma di ‘americanismo’ accetta alle masse operaie”. Per Gramsci esiste infatti un “nemico principale”, ed è, citiamo testualmente, “la tradizione”, la “civiltà europea (…), la vecchia ed anacronistica struttura sociale demografica europea” (2). Bisogna dunque ringraziare, dice, il “vecchio ceto plutocratico”, perché ha cercato di introdurre “una forma modernissima di produzione e di modo di lavorare quale è offerta dal tipo americano più perfezionato, l’industria di Enrico Ford” (3).

E il ceto plutocratico, nella persona del senatore Agnelli, individuò prontamente i propri compagni di strada…

Non è stato comunque Gramsci né il primo né l’unico, tra i marxisti, a vedere nell’America il paesaggio ideale per l’edificazione di una società alternativa a quella europea, che purtroppo è “gravata da questa cappa di piombo” delle “tradizioni storiche e culturali” (4). È infatti lo stesso Gramsci a menzionare esplicitamente l’interesse di “Leone Davidovic” (cioè Lev Davidovic Braunstein, alias Trotzkij) per l’americanismo (5), le sue inchieste sull’American way of life e sulla letteratura nordamericana.

Questo interesse del pensiero marxista per l’americanismo è dovuto, spiega Gramsci, all’importanza e al significato del fenomeno americano, che è, tra l’altro, “il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo” (6). Le realizzazioni dell’americanismo hanno fatto nascere una sorta di complesso d’inferiorità nei marxisti, i quali proclamano per bocca di Gramsci che “l’antiamericanismo è comico, prima di essere stupido” (7).

Di qui alla difesa gramsciana del Rotary Club, “superamento organico della Massoneria (…) tipo di organizzazione essenzialmente moderna” (8), il passo è breve. Molti che vent’anni fa erano comunisti, oggi sono rotariani: si leggano le pp. 63-69 di questo aureo libretto e ci si renderà conto che l’ammirazione marxista per il Rotary Club è di vecchissima data.

Dopo Gramsci, viene Togliatti. Nei discorsi che negli anni della seconda guerra mondiale il Migliore indirizzava da Radio Mosca agli ascoltatori italiani, è frequente una esaltazione degli Stati Uniti che a volte assume veri e propri accenti di misticismo. Ecco una breve ma significativa antologia.

8 agosto 1941. “E in realtà noi dobbiamo essere grati all’America non soltanto di aver dato lavoro per tanti decenni a tanti nostri fratelli, ma per il fatto che a questi uomini, che uscivano dalle tenebre di rapporti sociali quasi medioevali, ha fatto vedere e comprendere che cosa è un regime democratico moderno, che cosa è la libertà. (…) Mussolini e il fascismo (…) vorrebbero far credere al popolo italiano ch’esso ha nel popolo americano un nemico (…). Gli italiani che conoscono l’America dicano ai loro concittadini la verità. Dicano loro che il popolo degli Stati Uniti è amico dell’Italia, ma è nemico acerrimo di ogni tirannide (…) E gli italiani che amano il loro paese, che non sono e non vogliono essere servi di nessun dispotismo, hanno un nuovo motivo di riconoscenza verso il popolo degli Stati Uniti, dal quale viene oggi al popolo italiano non solo un nuovo incitamento a rompere le proprie catene, ma un così potente aiuto concreto” (9).

2 gennaio 1942. “Ma da quella parte ci giunge per l’etere un’altra voce. È la voce del grande popolo americano. Nel suo accento maschio par di sentire il rombo di mille fabbriche che giorno e notte lavorano, senza posa, a forgiare cannoni, tank, aeroplani, munizioni. Un mese fa l’America fabbricava in un mese tanti aeroplani quanti la Germania e i suoi vassalli messi assieme. Tra poco ne fabbricherà due volte tanto. Trenta milioni di operai americani hanno giurato di non allentare il loro sforzo produttivo sino a che non saranno schiacciati i regimi fascisti di terrore, di violenza, di guerra. Buone prospettive, dunque, per l’anno nuovo” (10).

Veniamo da lontano e andiamo lontano, diceva il Migliore. Il punto d’arrivo è stato Walter Veltroni.



Note

(1) Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo, Universale Economica, Milano 1950, p. 18. Le pagine di Gramsci raccolte in questa edizione corrispondono al Quaderno 22 (V) 1934 dei Quaderni del carcere
(2) Op. cit., pp. 20-21.
(3) Op. cit., p. 20.
(4) Op. cit., p. 25.
(5) Op. cit., p. 42.
(6) Op. cit., ibidem.
(7) Op. cit., p. 62.
(8) Op. cit., p. 65.
(9) Mario Correnti (Palmiro Togliatti), Discorsi agli italiani, Società Editrice L'Unità, Roma 1943, pp. 40-42.
(10) Op. cit., p. 93.

1 commento:

  1. Dimitri
    " il punto d'arrivo è stato Walter Veltroni".
    Siete del Bilderberg anche voi ?

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