domenica 11 agosto 2013

Domani quale Europa? (Tahir de la Nive)

Intervento di Tahir de la Nive, del Consiglio Islamico di Difesa Europea, autore de : « Les Croisés de l’Oncle Sam » Animatore di «Centurio» il 29 giugno 2003 a Parigi, Sale « Les Berthelots »  

Invitato da Thierry a farvi partecipi del mio pensiero su quale sarà o potrebbe essere l’Europa di domani, accade che io abbia appena riordinato un testo da conferenza in vista di stamparlo : Guénon, Clausewitz e la dottrina islamica del Tawhid, dimostrando le convergenze della dottrine clausewitziane e guénoniane con quella dell’Unità trascendentale o, meglio, come le prime due si integrino nella terza. Il colonnello Trinquier ha scritto che Clausewitz era il meno letto degli autori più spesso citati – allo stesso modo si potrebbe dire che il Corano è, tra tutti i libri sovente citati, quello che ha subito più falsificazioni, come ne ho dato dimostrazione nella mia opera « Les Croisés de l’Oncle Sam ».



Bonapartista e adepto della concezione di Euroislamismo : è dunque ad un’analisi sia guénoniana che clausewitziana della Storia e del nostro Continente, ad una visione di quella che sarà o potrebbe essere l’Europa di domani, che voglio dedicarmi, qui, questa sera.

L’uomo di Destra viene considerato pessimista, l’uomo di Sinistra ottimista. Parafrasando Georges Valois, direi di non essere né l’uno né l’altro, ma di andare oltre. È un versetto 13/11 del Corano che amo citare : L’Unico non cambia niente in un popolo, che non sia già cambiato in se stesso. Questo versetto parla dunque del “popolo”, mettendo l’accento sulla natura eminentemente collettiva, popolare e nazionale del fatto islamico. Sta dunque ad ogni popolo operare la propria rivoluzione, nel senso etimologico di compimento del proprio ciclo storico, operare il proprio raddrizzamento. Certi popoli giungono a compiere questa rivoluzione, a riciclarsi nel senso proprio del termine. Altri non ne sono capaci e scompaiono. Questo versetto del Corano pone dunque l’accento sull’aiuto divino al popolo che dà prova di coraggio nell’operare la rivoluzione totale, interiore, culturale prima che politica e sociale.

La questione che si pone davanti a noi, Europei, è dunque quella di sapere se abbiamo ancora la forza, il coraggio di una tale rivoluzione. Se, al di fuori dei facili slogan, noi abbiamo ancora la volontà di sopravvivere e, direi pure, il diritto di sopravvivere. Perché il diritto di sopravvivere di un popolo è legato alla sua missione storica. Un popolo incosciente della propria missione storica deperisce, cessa di credere al proprio avvenire e, da questo, cessa di avere un avvenire.

Sarò dunque, anch’io, tentato dal pessimismo generale. Infatti, vi darò queste tre visioni dell’Europa di domani, la pessimista, l’ottimista, la realista. È oggi opinione generale, particolarmente in Francia, che le cose non possano continuare a lungo in questo modo, che i nostri dirigenti conducano i nostri paesi d’Europa dritti contro il muro. Questo per quanto riguarda i problemi economici e sociali immediati, accessibili a chi fa parte della massa. E inoltre, vi sono dei problemi molto più vasti, dei pericoli molto più radicali, dalle origini molto più profonde. I primi derivano in realtà dai secondi. Oggi dunque noi giungiamo alla fine di un ciclo per i nostri popoli europei con, come dicevo, un’alternativa radicale: o noi Europei saremo capaci di riciclarci oppure spariremo. Si parla molto, attualmente, del “dovere di memoria” dei popoli. Un popolo, per pretendere un avvenire, dovrebbe essere consapevole del suo passato. È giusto, ma bisogna inoltre che esso sia in grado di analizzare questo passato e di analizzarlo prendendo come criteri i principi permanenti, tradizionali nel senso che Jiulius Evola e René Guénon diedero a questo termine. La quarantina di minuti che mi ha concesso Thierry non mi permette un’analisi che comprenderebbe parecchi volumi e che i due autori citati hanno d’altronde fatto assai meglio di quello che saprei fare io.

Prenderò anche delle scorciatoie, facendo risalire il processo di decadenza dei popoli europei all’epoca in cui, stando a Cicerone, due auguri non potevano incontrarsi sul foro di Roma senza ridere l’uno dell’altro. Entriamo nella fase di declino della spiritualità e della Teocrazia europea. Nella fase in cui i popoli europei possono essere colonizzati. Si tratta qui del discredito della casta sacerdotale, dei Brahmana, se si fa riferimento, come Guénon, al sistema delle caste dell'induismo. In questo stadio, è rotta l’unità tra la volontà divina e quella dello Stato. I depositari della funzione pontificale che costituisce il legame tra le sfere celesti e la città terrestre – vedi il legame etimologico che esiste in latino tra « orbs » e « urbs » - i Brahamana, dunque non lo sono più se non nel tentativo, per mezzo di oracoli sempre più fasulli, di indovinare – vedi il legame etimologico tra « indovino » e « divino » - di indovinare la volontà divina al fine di farla conoscere alla casta degli Kshatrya, la casta reale, sia militare che politica. Per quanto riguarda, noi popoli europei, è importante riconoscere che la nostra possibilità di essere colonizzati coincide con il momento in cui abbiamo negato la nostra spiritualità, rifiutato i nostri Druidi e i nostri magi per sottometterci ad una religione straniera importata ed imposta con il ferro ed il fuoco, con l’ascesa al trono di Cesare di un falso pontefice che pretendeva bisognasse ormai rendere a Cesare ciò che andava a Cesare e a Dio ciò che andava a Dio, negando il carattere divino dell’Autorità imperiale. È in questa famosa frase che va ritrovata l’origine della doppia dicotomia che affligge tutto l’Occidente. E, disgraziatamente, il processo di decadenza dei nostri popoli europei. Una dicotomia interna, quella tra lo spirituale e il temporale da una parte, con in un secondo tempo la divisione della Nazione, del Popolo, dello Stato, dell’Esercito. Quando si ruppe il legame della trascendenza che univa questi quattro elementi, essi non poterono che rotolare ciascuno lungo la propria china, cadere dalla sacralità originaria, nell’ateismo. Oggi, in Europa, lo Stato è di chi ingannerà meglio. Le persone ne sono fiere e quelli che ne danno l’esempio sono i suoi primi servitori ! Ci sono anche in Francia delle persone la cui attività è quella di conoscere tutte le astuzie per pagare il meno possibile di tasse.

Una dicotomia interna dunque, contemporanea ad una spaccatura esterna tra l’Europa divenuta l’Occidente ideologico ed il resto del mondo, le altre civiltà dell’Africa, dell’Asia rimaste fedeli ai fondamenti tradizionali di cui ho parlato, nella misura in cui esse stesse non sono state occidentalizzate.

Il concetto di colonizzabilità è stato sviluppato da uno dei più grandi pensatori algerini, Malek Bennabi: egli descrive lo stato di un popolo che ha perduto la fede in se stesso, nella sua missione, che è pronto ad accettare il giogo politico dello straniero, perché ha già accettato i suoi valori culturali. Uno dei suoi compatrioti, Sahli, ci ha lasciato una sentenza da meditare: è più facile liberare il territorio che liberare lo spirito. Oggi, il polo dell’Occidente ideologico è passato dal Vaticano a Wall Street ed i capi di stati europei non devono più, come Federico Barbarossa, andare a Canossa, ma a Washington per implorare la clemenza del loro padrone. L’impopolarità yankee ha ormai sostituito l’impopolarità papale e si può dire che tra il 1792 e il 2001, l’Europa abbia conosciuto diversi tentativi, diverse possibilità di uscire per sempre da questa dittatura su scala universale dell’Occidente ideologico; che questi tentativi sono falliti, che queste speranze sono andate sprecate e che, di conseguenza, la società europea del dopo 2001 è caduta in ciò che era prima del 1792, vale a dire nel feudalità.

Perché questi due anni : 1792 e 2001? Perché essi segnano nella Storia di Francia l’instaurazione e la fine della coscrizione militare. In realtà è nel febbraio 1793 che il Comitato di salute Pubblica decreta la leva in massa di 300.000 uomini, circa sei mesi dopo la caduta della monarchia e di ciò che restava della feudalità. Tra un istante vedrete tutta l’importanza di questo fenomeno. Sfortunatamente, la grande maggioranza dei nostri compatrioti non ha colto il significato profondo della fine della coscrizione, vedendoci semplicemente una misura di adattamento, di riorganizzazione delle nostre forze armate, mentre si tratta di un fattore sociologico determinante, di un’autentica rottura. Come dimostra Clausewitz, vi è una stretta interdipendenza tra società civile e natura dell’esercito. È una delle cose sulle quali mi piacerebbe questa sera attirare la vostra attenzione.

Ho parlato di feudalità. Che cos’è, in effetti, la feudalità ? E’ precisamente la rottura della società in caste chiuse. Ma mentre la feudalità di prima del 1792 aveva qualche giustificazione storica, discendendo in origine la nobiltà dalla cavalleria medievale, la nuova feudalità, quella in cui entriamo attualmente, non si fonda che sul più basso materialismo e sulla ricchezza ammassata dall’Usurocrazia.

Si è parlato molto dei famosi filosofi ed enciclopedisti come degli affossatori dell’antica feudalità o, se si preferisce, come fossero gli ideologi della Rivoluzione francese. Si ignora, generalmente, il ruolo dell’Esercito in questa rimessa in questione. Paradossalmente, diranno certi, furono degli ufficiali nobili – allora bisognava essere nobili per essere ufficiali – che lanciarono il movimento. In Francia, un nome s’impone: quello di Guibert. Ce ne sono molti altri. Penso, in particolare, alla magnifica opera del Cavaliere d’Arcq : La nobiltà militare o il Patriota francese. Come sanno quelli che tra voi mi conoscono, le questioni militari mi stanno particolarmente a cuore; non ve lo farò pesare qui stasera, ma tratto questi argomenti nella pubblicazione Centurio e in certi scritti come quello che ho menzionato: Guénon, Clausewitz e la dottrina islamica del Tawhid. Anche dei generali così attaccati alla monarchia come Folard, Puységur, ed il maresciallo de Broglie devono ammettere, negli anni 1780, il malessere dell’Esercito, cercando a livello tattico una rivoluzione nella condotta di guerra che non potrebbe venire che da una rivoluzione della società, come vedranno Guibert, Servan, ministro della guerra nel 1792, e tanti altri. In Germania, questo è accertato con un certo ritardo, quello della durata delle guerre dal 1792 al 1815, da Clausewitz e la scuola degli ufficiali riformatori, Scharnhorst, Gneisenau, etc. Due opere compaiono, d’altronde, nella stessa epoca verso il 1830 : il Vom Kriege di Clausewitz e Servitude et Grandeur militaires di Alfred de Vigny, due libri così differenti, ma complementari!

Due opere che potremmo riprendere oggi quasi parola per parola, nell’ora in cui in tutta Europa si assiste ad un nuovo malessere dell’Esercito, malessere che altro non è, come nel 1788, che il rifiuto della feudalità, più precisamente del mercenariato. Ma mentre nel 1788 ci si preparava ad uscirne, nell’anno 2001 vi si è ripiombati. Secondo Clausewitz è dunque importante osservare il legame diretto che c’è tra tale tipo di esercito, tale tipo di guerra e tale tipo di società. L’esercito di mestiere, l’esercito mercenario, è l’esercito della guerra limitata, quella a cui prima della Rivoluzione si dedicavano i principi, nel loro solo interesse e non in quello della Nazione. Del resto, il concetto di Nazione all’epoca praticamente non esisteva. O era considerato, allora, come altamente sovversivo. Ricordiamo che nell’agosto del 1790, ebbe luogo a Nancy un ammutinamento e che uno degli ammutinati, uno Svizzero, morì al supplizio della ruota al grido di Viva la Nazione! Il Nazionalismo era allora considerato come un’idea di sinistra, un’idea sovversiva. In questo quadro, gli stessi militari sono dei puri tecnici che offrono il loro servizio al principe che li paga meglio. Poco importa loro lo scopo della guerra che essi conducono. Essi non hanno alcun legame con il popolo, il quale non si riconosce in alcun modo nell’esercito e nella politica che ne esce. La guerra ha d’altronde un carattere del tutto artificiale, quello di un duello tra due eserciti che si fronteggiano, incapaci e del resto poco desiderosi di giungere a un autentico confronto avendo le armi di distruzione di massa il risultato di fissare i fronti e di impedire una soluzione militare del conflitto. È il tipo di guerra che avvantaggia unicamente i capitalisti, i mercanti di cannoni e gli usurai. È dunque nell’interesse di questi ultimi che vi siano più guerre possibili e che questi conflitti siano interminabili, perché più essi durano più questi ne traggono un profitto.

Ora, è precisamente questo che vediamo oggi, con la soppressione della coscrizione, il ritorno agli eserciti professionali. Basta dare un’occhiata agli attuali manifesti di reclutamento dell’Esercito. Essi sono redatti nello stile del XVIII secolo, vi si vanta la buona paga e la vita avventurosa. Non vi si vedono più, come per esempio agli inizi del XX secolo, delle bandiere ed altri simboli del patriottismo. Poco importa contro chi si va a combattere, poco importano le considerazioni morali e ideologiche, dal momento che lo stipendio è buono, che ci saranno dei premi e che vi sono poco probabilità di restarci. Perché, naturalmente, è tutta la nozione di sacrificio che viene eliminata dalla funzione militare. Non ci si va a « sacrificare » per lo zio Bush, per la democrazia, per il petrolio, come ci si sacrificherebbe per la Patria, per il diritto a prosperare del Popolo. Ricordo l’etimologia di « sacrificio »: portare al sacro, rendere la propria vita sacra portandola davanti all’altare della Patria. Qui non c’è niente di simile. Nel suo libro sulla guerra moderna, il generale Salvan raccontava che la madre di un soldato ai suoi ordini rimasto ucciso, l’aveva insultato. In effetti, è duro per una madre avere il proprio figlio ucciso per una causa della quale essa non comprende nulla, come nel caso dell’intervento francese in Libano nel 1983. Si può paragonare ciò con la fierezza dei genitori i cui figli erano caduti da eroi a Jemmapes, a Wagram o, in tempi a noi più vicini, a Verdun, in una guerra da cui dipendeva la grandezza o la stessa sopravvivenza della Nazione. Come ha potuto scrivere lo storico Jacques Castelnau, comparando gli eserciti del 1793 a quelli della defunta feudalità, i primi fanno la guerra, i secondi il mestiere della guerra.

Ciò che voglio dire in questa sede, è che l’Europa di domani sarà dunque quella del mercenariato legato intrinsecamente alla feudalità. E se noi osserviamo la società che ci attornia, assistiamo a questo ritorno alla feudalità. Ma alla feudalità senza i trovatori e i cavalieri. Vediamo crollare il sistema sociale che faceva la panacea dell’Occidente preteso progressista. Vediamo generalizzarsi il pauperismo, la mendicità, la precarietà, l’insicurezza. Vediamo comparire di nuovo epidemie incurabili, ma anche formarsi delle fortune colossali, crearsi una nuova casta di esattori e di amministratori disonesti. Abbiamo una nuova Inquisizione, una nuova Bastiglia, nuove leggi liberticide mentre certuni vorrebbero far ripiombare la Francia e l’Europa in nuove guerre di religione dove i Musulmani prenderebbero il posto degli Ugonotti di un tempo – devo dire che qui fanno un calcolo sbagliato, perché l’Islam non insegna a porgere l’altra guancia, ma che la guerra vale di più dell’oppressione. Vediamo soprattutto il legame, come dicevo un attimo fa, tra l’ascesa dell’Usurocrazia e la schiavitù più abietta ma anche più totale di cui sono vittime tanto i popoli quanto gli individui.

Ed ecco un punto estremamente importante sul quale vorrei attirare la vostra attenzione. La totale spoliazione dell’individuo. Prendiamo il caso dell’Inghilterra in cui si è molto diffuso il fenomeno del mutuo. Voi volete acquistare una casa. Molto bene, dice la banca, lei ha un buon salario, nessun problema! Lei dovrà pagarla in 25 o 35 anni, ma pagarla 4, 5, 6 volte il prezzo reale! È un furto, ma evidentemente tutti trovano questo normale. Se per una ragione o per un’altra, voi non potete più continuare a pagare, la vostra casa vi viene tolta. Voi l’avete forse già pagata 2 o 3 volte il prezzo, ma questo non serve a nulla. Finché non avrete finito di pagarla le 5 o 6 volte il prezzo, voi non ne siete proprietari. Ecco un metodo da racket, da mafia, ma è perfettamente legale. Si tratta qui del campo privato. Ancora più grave è quando si tratta di nazioni. Prendiamo il caso dell’indebitamento di paesi sottosviluppati, dell’Africa per esempio, alla mercé dell’Occidente capitalista con tutto ciò che comporta in termini di miseria – miseria alla quale questi popoli tentano di sfuggire con l’emigrazione.

Parallelamente, sono viste svilupparsi le grandi paure di un tempo. Il miglior modo di prendere il controllo delle masse è di spaventarle. Se, ad esempio, si osserva lo svolgersi della Rivoluzione Francese, ci si rende conto che in molteplici occasioni il popolo fu manipolato in modo occulto, specialmente dalla famosa "grande paura" dell’estate 1789. Oggi, la grande paura si chiama terrorismo. E si può prevedere che questo fenomeno non andrà che a crescere nella misura in cui serve a giustificare la trasformazione dei paesi s’Europa in Stati di polizia. Basta vedere come si è perquisito, filmato, schedato, seguito dappertutto, con il pretesto della lotta contro il terrorismo. E anche contro la droga, perché del resto è evidente che i due fenomeni sono collegati. Ho parlato piuttosto a lungo, credo, del fenomeno del terrorismo nel mio libro «Les croisés de l’Oncle Sam», dimostrando in termini razionali, clausewitziani, l’impossibilità stessa dell’esistenza del famoso terrorismo islamico con il quale ci martellano le orecchie e che non è che una montatura dei media e dei servizi speciali occidentali nei quali bisogna naturalmente includere quelli di certi paesi del Vicino Oriente, infeudati all’America e che agiscono per suo conto. Ho dimostrato peraltro in quale modo dei gruppi terroristici appaiano e scompaiano come conigli da un cappello, a seconda del bisogno di una certa geopolitica internazionale… e certamente, come dicevo, nel quadro della costruzione dello stato di polizia in cui tutto il paese sarà messo sotto esame, schedato, informatizzato, etc. Segnalo che a Menworth Hill in Inghilterra, gli yankees hanno un centro d’ascolto di tutte le comunicazioni telefoniche del mondo, protetto dai soldati, dai mercenari di Sua Maestà!

Si può dunque così riassumere ciò che sarà l’Europa di domani nel quadro del mondialismo, nel caso in cui gli Europei non abbiano la volontà né il coraggio di fare la Rivoluzione totale radicale menzionata nel Corano. Il ritorno dei nostri popoli alla feudalità, con Washington come nuovo Vaticano, la scomparsa dei nostri paesi divenuti delle banana-republics, in qualche modo delle Puerto-Rico… con tutti i mali che ho descritto, la schiavitù dell’Usurocrazia ed, infine, la scomparsa dell’Europeo sia come bene culturale che biologico. Nel medesimo libro del generale Salvan, l’autore fornisce d’altronde delle previsioni assai preoccupanti sulla demografia dell’Europa. Aggiungerò a queste, il disastro ecologico che si sta preparando, per cui verso il 2015 la siccità colpirà tutto il perimetro dell’Europa, comportando un autentico genocidio e, di conseguenza, delle ondate migratorie di cui oggi non si ha la minima idea e che faranno sì che ciò che ancora rimarrà degli Europei viventi, sia completamente sommerso. Saranno i famosi Boat-People moltiplicati per milioni.

Dunque, in effetti, se non si produrrà alcun cambiamento radicale nel Mondo e in Europa in particolare, se i nostri popoli europei non saranno capaci, entro i prossimi 15-20 anni, di operare la Rivoluzione totale, il cambiamento essenziale ed interno di cui parla il Corano, allora si può presagire la loro scomparsa totale e definitiva, scomparsa tanto politica che culturale e biologica. È la legge naturale che vuole che il debole scompaia per lasciare il posto ad un altro più forte, più giovane, più vigoroso e soprattutto che non abbia subito 2.000 anni di teologie devirilizzanti, che non abbia tutti i complessi di colpa che sono stati inoculati da secoli all’Europeo…

Ora sarò ottimista, estremamente ottimista, e presumerò che gli Europei si siano risvegliati, che abbiano colto il messaggio del Corano e optato per la rivoluzione che Esso propone e che tenterò di definire con il concetto di Euroislamismo. Sono pienamente cosciente di tutta la difficoltà che ciò rappresenta, anche qui di fronte a voi, tenuto conto dei clichés, delle imbecillità veicolate da 14 secoli sull’Islam qui in Europa e di cui tutti noi, me compreso, ci siamo nutriti. Il fanatismo dell’Islam, la sua intolleranza, etc… Siamo stati tutti, in Europa, immersi in questa atmosfera. Oggi più che mai, questa propaganda è scatenata nella misura in cui si assiste al risveglio dell’Islam e in cui conviene, di conseguenza, mantenere gli Europei nella paura e nell’odio verso l’islam, presentare loro come un pericolo quella che potrebbe essere la via del loro risanamento e della loro sopravvivenza. Sono infatti quattordici secoli che i propagandisti dell’Occidente ideologico, ieri cristiano oggi capitalista, sono obbligati a mantenere gli Europei nell’ossessione, nel panico verso l’Oriente in generale. Il mito dell’Oriente malefico e pericoloso, quello degli Unni, dei Tartari, dei Mongoli, dei Saraceni, dei Mori, etc. E ciascun popolo d’Europa ha un vicino ancora più orientale di lui, se in una certa epoca per i Francesi, il Tedesco era l’Unno, mentre per il Tedesco, il Russo rappresentava l’eterno Gengis-Khan! Io vi chiedo di riflettere su questo, di valutare la montatura psicologica di cui gli Europei sono le vittime da due millenni! Questo in conseguenza della rottura di cui vi ho parlato, dell’aspetto esterno della dicotomia di cui ho parlato in apertura.

Oggi più che mai, la stessa propaganda si è di nuovo scatenata, da poco contro la razza gialla. Oggi contro l’Islam. Perché contro l’Islam è facile da capire, in quanto l’Islam non può in alcun modo transigere con l’Occidente capitalista. Il grande mistico indiano Mohammed Iqbal ha potuto scrivere: Che cos’è il Corano? E’ una sentenza di morte per il Capitalismo. In questo non vi è alcuna esagerazione, perché è Dio stesso che nel Corano dichiara guerra a chi si nutre di Usura. Non esiste dunque alcun terreno d’intesa, alcuna tregua possibile tra l’Islam e il capitalismo che, come ho detto, è basato sull’Usura, sulla schiavitù, tanto dei popoli quanto degli individui. Qui vi è qualcosa di essenziale. Chi non avrà costantemente qui la sua memoria, non potrà capire niente dei grandi avvenimenti di domani. Lo si può dire, gi anni a venire vedranno la lotta fino alla fine tra l’Islam e il Capitalismo, tra l’Islam e la macchina per schiacciare i popoli, le culture e gli individui, rappresentata dal Capitalismo. Allora, di nuovo, gli agenti dell’Occidente tenteranno di accecare gli Europei facendo ricorso ai clichés bi-millenari della difesa dell’Occidente cristiano e civilizzato contro l’Oriente barbarico. Ci verrà detto, già ci viene detto, che noi dobbiamo essere solidali con l’America, perché dopotutto gli Americani sono bianchi come noi, leggono la Bibbia, hanno, sembra, gli stessi valori. Sono un po’ brutali quando bombardano Dresda e Tokyo con il fosforo, quando radono al suolo Rouen e Le Havre con il pretesto che vi sono ripiegati i blindati della Waffen SS. Quando attaccano Hiroshima con l’atomica con il pretesto che questo è il solo modo per farla finita con i soldati del Sol Levante. Vi è anche un numero di Life, apparso subito dopo, la cui copertina mostra il sole barrato da una croce. Cogliamo tutto il simbolismo, il senso profondo di questa immagine del Sol Victus e dell’oscurantismo di Wall Street che si diffonde sul Pianeta. Sono un po’ brutali dunque, ma sono anche persone come noi… o quasi… mentre l’Islam, sono gli Arabi, i Turchi, i Persiani, genti bizzarre, straniere e che hanno sempre voluto invaderci, che oggi lo fanno con l’immigrazione. Ora, ho già dimostrato nel mio libro la stupidità di questa tesi collegata a quella del famoso terrorismo islamico che non esiste se non nell’immaginazione dei media e nella manipolazione dei servizi speciali. L’ho dimostrato in modo razionale, direi scientifico, basandomi sulla logica clausewitziana.

Non mi dilungherò qui sull’Islam in quanto ideologia o teologia. Qui dirò semplicemente che l’Islam non è in alcun modo come quello rappresentato, la « religione degli Arabi ». Se fosse il caso, io che non sono arabo non sarei musulmano. Il Corano è in effetti scritto in Arabo – bisogna pure che Esso lo sia in una lingua particolare – quella dell’uomo, effettivamente un Arabo, che ne è stato il ricettacolo, poi il Messaggero. Ma il Corano insiste sul fatto che Mohammed non è che cronologicamente l’ultimo dei Messaggeri dell’Unico, i quali prima di lui furono parecchie centinaia e che tutti insegnarono una sola e medesima dottrina, nella lingua del loro popolo. Esso insegna pure che non c’è alcun popolo sulla terra che non abbia ricevuto uno o più di questi messaggi divini di cui il Corano non è che l’ultimo in ordine di tempo, anche se esso ha, in verità, un carattere correttivo e riepilogativo. Ciò implica dunque l’esistenza di un Islam indoeuropeo ante-coranico. Così dunque l’Islam s’identifica con ciò che Guénon, Evola e altri grandi esoterici chiamano la Tradizione Primordiale. È l’Ordine con il quale l’Essere Supremo costruisce l’Universo e questo anche prima della comparsa dell’Uomo, così si può ben dire che l’Islam, lungi dall’essere la religione di una razza in particolare, non è a favore di una specie vivente particolare, ma abbraccia tutto ciò che vive, dal microcosmo al macrocosmo, dal minerale agli esseri invisibili e sottili, che tutti vivono e prosperano animati dallo spirito divino. Io penso che gli amici pagani presenti in questa sala avranno la sensazione di sentir parlare uno di loro! Essi riconosceranno semplicemente il fatto che l’Islam, parola araba tradotta in Greco: Teocrazia, non è una dottrina straniera, di popoli semiti, del deserto, etc.… com’è stato detto, ma quella dei nostri lontani antenati indoeuropei nell’età dell’oro della loro spiritualità.

Non andrò dunque oltre senza precisare anche quanto sarebbe inutile oppormi argomenti del genere : guardate che cosa accade oggi in quel paese arabo, la situazione della donna afghana, l’intolleranza dei Sauditi… etc., etc. e citarmi i Wahabiti come esempio islamico. Mentre essi sono esattamente l’inverso, una setta creata e poi favorita dall’Occidente per minare l’Islam dall’interno e fornirne la caricatura più repellente all’esterno. Non solo io non ho strettamente niente a vedere con tutto ciò, ma in più lo combatto! Il programma euroislamico è un programma europeo, per gli Europei, per degli Europei da parte di Europei che hanno del Corano un’applicazione essenzialmente europea.

Cercherò di utilizzare il poco tempo che mi resta per abbozzare l’impero euroislamico di domani. Esso in primo luogo si basa sul fatto nazionale. La Nazione non è frutto del caso, ma la simbiosi di elementi divini che sono il suolo e il popolo. Ricordo il versetto 49/13 del Corano sull’origina divina dei popoli. Dirò semplicemente questo per noi Francesi: tutti i popoli hanno dei grandi re e dei geni. Noi Francesi abbiamo dato in una certa epoca della nostra Storia il nostro sangue senza fare calcoli, dalle Piramidi al Cremlino, per unificare e liberare il continente grand-europeo, con le sue proiezioni eurasiatiche ed eurafricane. Questo fu, secondo le parole del generale Spillmann, il genio particolare della Francia, incarnato dalla politica islamica dell’Imperatore. Un’Europa che riconobbe anche le particolarità regionali ed etniche. Come mi ricordo di averlo detto nella mia intervista alla rivista Vouloir, noi Europei apparteniamo a diverse nazioni, ma alle stesse tribù ! Un’Europa dunque identitaria, identitaria all’interno come all’esterno; in grado dunque, di valorizzare e di riconoscere le identità dei suoi popoli vicini. Se esiste un imperativo assoluto, è quello di liberare per sempre gli Europei da tutti i complessi, sia di superiorità che d’inferiorità, in particolare da quello di colpa, nei confronti dei popoli suoi vicini. Qui non è più questione di colonialismo o di anti-colonialismo. Tutto ciò appartiene alla Storia. Oggi è questione di ristabilire l’armonia Nord-Sud e di abbattere per sempre il muro tra Oriente e Occidente. Bisogna in effetti che crepi l’Occidente perché riviva l’Europa, che l’europeo esca da questo incubo bi-millenario durante il quale gli è stato inculcato che deve civilizzare il resto del mondo che diffida di lui. La vera civiltà europea non è né migliore né peggiore delle altre, in realtà è come quella della Cina o dell’Arabia, dell’antico Egitto o degli Amerindi, composta della medesima essenza: la Tradizione Primordiale.

L’armonia con gli altri popoli e le altre civiltà, specialmente il ripristino dell’equilibrio Nord-Sud, avranno l’effetto di creare nei paesi in via di sviluppo delle condizioni di vita onorevoli per i loro popoli e dunque di mettere fine ai flussi migratori. Converrà in particolare mettere in vigore il sistema monetario, economico e sociale islamico che esclude totalmente l’usura ed il prestito a interesse, ma che funziona secondo i principi di solidarietà, di co-prosperità e di condivisione dei rischi quanto dei guadagni. Così abbatteremo per sempre il sistema capitalista basato sul profitto in spregio alle persone, alle nazioni e alle leggi naturali. Si tratterà allora di dare a tutti l’assoluta eguaglianza di possibilità in materia di educazione, di sanità, di sviluppo e di accesso alla cultura.

In materia di Difesa, creare un’autentica forza europea, non solo liberata, ma rivolta contro l’Atlantismo. Secondo la definizione clausewitziana, il nemico è chi vuole costringerci alla sua volontà. Oggi, questo nemico non è né la Cina, né l’Iran, né il Perù, che non hanno né la volontà né i mezzi di un tale progetto, né chissà quale pericolo giallo o qualche altra stupidaggine; ma il potere di Oltre Atlantico che intende oggi confiscare il monopolio mondiale della potenza. Chiunque si ammanti in Europa di geopolitica, di strategia e rifiuti di vedere questa evidenza è un cieco o un traditore. Noi ristabiliremo dunque il primato della funzione militare. Certo, la coscrizione quale recentemente l’avevano conosciuta era finita in una caricatura. Ma noi rifiutiamo sistematicamente il mercenariato, l’esercito separato dal popolo, peggio, l’esercito contro il popolo. Noi ci facciamo promotori di un esercito a tre livelli: un esercito di mestiere, mantenuto costantemente sul piede di guerra, formato da unità d’élite sul modello britannico, che fornisce nello stesso tempo l’addestramento al gradino seguente. Il gradino seguente è la Guardia nazionale, l’esercito popolare sul modello svizzero. È il soldato cittadino, dei reggimenti a reclutamento locale. I lettori di Centurio si ricorderanno senza dubbio delle teorie dell’italiano Marazzi, del tedesco Von der Goltz e naturalmente di Guibert, Servan, etc. tutti sostenitori dell’esercito popolare, dell’esercito cittadino. Non, mi affretto a dire, una milizia qualsiasi di anzianotti con la pancetta che partecipano a pic-nic in uniforme durante i week-end, ma l’espressione del popolo in armi, pronto a difendere la sua terra come le conquiste della rivoluzione che esso avrà compiuto. E poi, viene il terzo livello, in cui la gendarmeria avrà un ruolo primario, un organismo di vigilanza contro le forze della sovversione, informato alle buone teorie del francese Trinquier, dello spagnolo Diaz de Villegas, dello svizzero Dach e di altri teorici della lotta anti-sovversiva. È intollerabile che esista in Europa un dispositivo di destabilizzazione attivabile dall’estero e che sottomette i nostri popoli e i nostri dirigenti ai metodi della mafia. Ricordo o segnalo che nel 1919, un altro generale tedesco, Erich von Ludendorff, nella sua opera Der totale Krieg rovesciò, senza peraltro cambiarne il senso profondo, la massima più conosciuta di Clausewitz scrivendo : La politica è la continuazione della guerra con altri mezzi.

La dottrina islamica del Tawhid ristabilirà l’Unità di Temporale e dello Spirituale, l’Unità principiale di cui parla Guénon e che univa Brahmana e Kshatrya. Non è questione d’imporre agli Europei una particolare ideologia, ma di fornirci un quadro materiale e sociale di autentico risveglio spirituale, che non deriva dalla particolare credenza che per me non ha alcun interesse in senso stretto, ma dall’accesso alla scienza sacra, alla Metafisica. Questo affinché sia le bandiere dei nostri reggimenti che i simboli dello Stato procedano dalla Metafisica della Nazione, mentre il Popolo riprenderà coscienza della sua missione storica. Voi mi direte: io parlo in Musulmano. Certo! Ma i nostri antenati Celti, di cui i Druidi erano sia guide spirituali che guerrieri e capi di guerra, i nostri antenati Romani, le cui Legioni conservavano le loro Insegne nel Tempio di Giano, i Germani ed il loro Walhalla, i Greci che Omero definì i Servitori di Jupiter – il che corrisponde precisamente alla traduzione del verbo musulmano – vivevano dunque tutti secondo i medesimi principi. Il concetto di Euroislamismo non conduce dunque all’adozione di una “religione straniera” che dà un tocco di colore locale, ma è al contrario il compimento di un Ciclo, il ritorno dei nostri popoli alle loro origini più pure. Questo, non all’interno di un folklore qualsiasi, desueto e sterile, ma con tutta la forza dell’Islam che, non ne dubitate, segnerà - già ha segnato – l’alba di questo nuovo millennio.

Vi presenterò dunque, nel pochissimo tempo che mi resta, dopo essere stato di volta in volta pessimista e ottimista, di Destra e di Sinistra, come andare avanti ed essere realisti. Gli eventi di questa primavera, voglio dire l’aggressione yankee contro il popolo iracheno, si sono già risolti con una sconfitta per lo Zio Sam. Che gli yankees avrebbero finito per entrare a Bagdad, questo tutti lo sapevano. Quello che Bush, il macellaio dei popoli non aveva previsto è il coro di protesta mondiale e l’opposizione dei governi francese, tedesco, russo… Si è dunque visto, grazie a Mr Bush, profilarsi l’asse Parigi-Berlino-Mosca che fu quello della politica napoleonica, mentre il viaggio di Jacques Chirac ad Algeri prolungava quest’asse in quella che deve essere la relazione privilegiata tra la Francia e l’Algeria. Si è detto che questa politica francese era stata dettata dal desiderio di compiacere l’elettorato musulmano francese. Personalmente, credo che vi siano delle ragioni più profonde. Ma se fosse vero, questo confermerebbe il peso crescente del fattore islamico in Europa e che questo fattore gioca, oggettivamente, nel senso dell’Europeismo anche se, paradossalmente, la componente etnica di questo fattore è spesso di origine extra-europea. Facendo di nuovo ricorso alla dottrina di Clausewitz, dirò che il nascente movimento euroislamico è destinato a costituire l’elemento politico dell’equazione della condotta politica e della guerra, in altre parole ad essere il partner delle Forze Armate nella difesa del Popolo e della Nazione, del nostro intero continente. Il contrario mostrerebbe solamente sia la carenza ideologica di questo movimento sia il passaggio dei nostri eserciti al mercenariato e dell’insieme della nostra società alla feudalità.

Il colpo di cannone finale di un carro yankee sull’hotel dei giornalisti a Bagdad, fatto deliberatamente, senza alcuna scusa, mette bene in luce tutta l’arroganza dello Zio Sam. Lo sceriffo del Pianeta ha diritto a qualche bravata sterminatrice! Tutti i diritti, ivi compresi soprattutto quello del più forte! Ebbene, i popoli del mondo hanno capito. La maschera dello Zio Sam è caduta per sempre, scoprendo le sue fauci di mostro sanguinario e di mafioso internazionale. Ho parlato per tutto il tempo della sua brutalità, evocato alcuni dei suoi capolavori di civilizzatore. Eppure a Hiroshima, morirono ancora meno persone che a Dresda e a Tokyio per le bombe al fosforo. Gli yankees sapevano che Tokyo era costruita essenzialmente in legno, che la città sarebbe bruciata come una scatola di fiammiferi. Si può parlare sia di sadismo che della Schadenfreude del Dr Freud : non ci sono più porcellane a Dresda, né Buddha in Afghanistan, dopo che i Talebani pagati ed armati da Washington li hanno distrutti con la dinamite, né museo a Bagdad. La dottrina militare yankee si riassume nella formula: If you can’t beat them, bomb them! (Se non può batterli, bombardali !). Se non siete capaci di battervi soldato contro soldato, bombardate al napalm o con l’atomica le loro donne e i loro bambini per costringerli ad arrendersi. In Irak come prima in Somalia, per non parlare naturalmente dell’offensiva sulle Ardenne o delle battaglie sul Pacifico o, ancora, a Cuba nel 1898, si è visto che lo yankee s’ammoscia quando si trova di fronte a gente decisa a vincere o a morire. In Somalia, i patrioti avevano abbattuto due elicotteri: è bastato questo a far fare le valige ai cow-boys!

Concluderò dunque con uno slogan che si sarebbe potuto leggere sui muri di Parigi, all’epoca in cui il popolo francese rivolgeva la sua orazione nazionale all’Essere Supremo.

I Grandi sono tali solo perché noi siamo in ginocchio !

Nel nome dell’Unico, leviamoci! Rivendichiamo davanti a Lui come davanti al resto dell’Umanità il diritto dei popoli d’Europa a vivere, a prosperare e se c’è n’è bisogno a vincere!

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