domenica 11 agosto 2013

Indipendenza e Sovranità (Alberto B. Mariantoni)

La situazione dopo l'aggressione all'Iraq e il bisogno di un fronte comune

Per l’Italia, l’Europa ed il resto dei paesi Mondo

La recente aggressione/invasione/occupazione militare dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, ha direttamente o indirettamente favorito – in Italia, in Europa e nel mondo - la repentina e salutare apparizione di due particolari, antitetici ed inconciliabili schieramenti politici trasversali: quello dei cosiddetti «filoamericani» (estremamente minoritario) e quello dei cosiddetti «antiamericani» (largamente maggioritario).


Intendiamoci: non che, fino al marzo/aprile del 2003, il «filo-americanismo» e «l’antiamericanismo» non fossero mai esistiti o non avessero in qualche modo già avuto un certo numero di consensi e di sostenitori, ma nel senso di tertio non datur… Nel senso, cioè, di assoluta impossibilità, per chiunque - a partire da quella data - di potersi effettivamente dichiarare «neutro» o di disporre di una qualunque libertà di manovra, per potere in qualche modo scegliere o preferire una qualsiasi altra collocazione politica.

In altre parole, con la Terza Guerra del Golfo (2003) ed il dispotico e brutale rifiuto da parte dell’Amministrazione Bush jr. di conformarsi alle norme del Diritto internazionale (che gli USA stessi, fino a quel momento, avevano caparbiamente contribuito ad elaborare, redigere, fare approvare ed imporre al resto dei paesi del mondo!), si è chiaramente delineata una profonda ed irreversibile frattura politica a livello planetario, ed hanno cominciato a prendere corpo e sostanza due nuove «correnti» d’opinione politica, formalmente o informalmente attestate sulla medesima ed opposta linea di attrito e di demarcazione: quella, in particolare, che passa per il «diritto o meno», per l’insieme dei popoli del mondo, «di disporre di loro stessi, delle loro terre, delle loro ricchezze e del loro destino».

Da un lato, dunque, i «filoamericani» e tutti coloro che - a partire da quel conflitto ed in simbiosi (attiva o passiva) con le vedute e la politica di Washington - ritengono ormai desueto o quantomeno discutibile e senz’altro limitabile o sopprimibile (quasi sempre, ad usum delphini e/o a geometria variabile!) quel diritto; dall’altra – con aneliti, bandiere, parole d’ordine, forme di protesta e motivazioni diverse – gli «antiamericani» e tutti coloro che, direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, ragionatamente o istintivamente, rifiutano, criticano o deplorano l’arbitraria ed ingiustificata rimessa in discussione di quel diritto.

Inutile, nell’ambito di questa riflessione, tentare di formulare una qualunque tipologia sociologica dei cosiddetti «filo-americani». Quella tipizzazione concettuale, infatti, indipendentemente dalle specifiche e peculiari collocazioni politiche o partitiche di ognuno, si risolverebbe nella mera e noiosa descrizione di un’avvilente e rattristante scala gerarchica di blandi o indefessi assertori (più o meno illustri o sconosciuti, illuminati o ottusi) della sovranità limitata dei nostri paesi e di piccoli e grandi servi volontari o involontari, consci o inconsci, interessati o gratuiti, dell’imperialismo di turno.

Senza importanza ugualmente, in questo contesto, prendere in conto l’insieme delle sensibilità ideologiche, politiche e pratiche che caratterizzano e compongono il cosiddetto «campo antiamericano». Un «campo» che, a dire il vero, investe, comprende e raccoglie, trasversalmente ed in ordine sparso - dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per il centro - la quasi totalità delle famiglie di pensiero e d’azione dell’intero schieramento ideologico, politico, culturale e religioso nazionale ed internazionale, fino ad oggi conosciuto.

La maggior parte di quelle sensibilità, infatti - nonostante la sincera volontà di coloro che ne sono all’origine o che tendono, in una maniera o in un’altra, ad animarle, promuoverle e/o propugnarle - non posseggono nessuna chance di opporsi efficacemente all’impresa mondialista, voluta dagli Stati Uniti ed applicata quotidianamente - a nostro discapito - dai diversi e variegati coadiutori di quella superpotenza. Tanto meno, di contrastare lo sfrontato e tracotante espansionismo economico e militare dell’imperialismo Yankees. Meno ancora, di contribuire in qualche modo alla rimessa in discussione, sia dell’occupazione militare esercitata de facto dall’invadente, ingombrante ed intrigante presenza delle basi USA e NATO all’interno dei nostri territori che della colonizzazione culturale che – da quasi sessant’anni - assoggetta, soggioga e tiranneggia l’insieme delle coscienze individuali e collettive delle nostre avvilite e calpestate popolazioni.

Quelle sensibilità politiche, in realtà, non hanno nessuna possibilità di contrastare e di far decadere (né di modificare parzialmente) l’attuale status quo uscito dall’esito della Seconda guerra mondiale, per la semplice ragione che le ideologie che le supportano e le vivacizzano, oltre ad essere - con il loro internazionalismo endemico ed assiomatico - in aperta contraddizione con gli scopi che queste ultime pretendono ufficialmente perseguire, facilitano palesemente l’opera d’annichilimento verticale, orizzontale ed obliquo delle nostre società tradizionali, sistematicamente rincorsa e progressivamente attuata dal mondialismo/globalismo statunitense.

Tra le sensibilità politiche del cosiddetto «campo antiamericano», quelle che invece mi sembrano degne di una certa attenzione e/o di un qualunque approfondimento, sono quelle che - a mio giudizio – posseggono realmente in fieri la possibilità di rappresentare una sicura e fidata «trincea di difesa», una risoluta ed attendibile «base di contrattacco» ed una possibile e credibile «speranza di vittoria», per quanti – all’interno delle nostre società – sentono sin da ora (o sentiranno prima o poi) il bisogno esistenziale e politico di ribellarsi alla fatalità della nostra impotenza e di tentare di liberarsi, sia dalla più che demisecolare occupazione militare statunitense che dalla quotidiana ed insopportabile aggressione/vessazione mondialista.

Mi riferisco, naturalmente, agli «indipendentisti» ed ai «sovranisti» in generale: a tutti coloro, cioè, che – al di la delle loro particolari sensibilità ideologiche, politiche, istituzionali, culturali e religiose a livello nazionale – tendono a considerare la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità politica, economica, culturale e militare del loro paese come fondamentali e vitali per l’esistenza e lo sviluppo delle popolazioni alle quali appartengono, nonché il diritto dei popoli a disporre di loro stessi, delle loro terre, delle loro ricchezze e del loro destino come ideologicamente indispensabile, politicamente imprescindibile e praticamente intangibile, inviolabile ed inalienabile, per l’equilibrio e la coesistenza pacifica dell’insieme dei popoli-nazione del mondo.

Gli «indipendentisti» ed i «sovranisti» delle diverse nazioni del mondo, infatti, sono gli unici che - in questo particolare momento della nostra storia - sono in grado di suscitare e di sostenere una lotta all’ultimo sangue nei confronti dell’imperialismo americano e dell’angheria mondialista. Sono gli unici che sono in condizione di rappresentare il più sicuro antidoto alla voluta e programmata dissoluzione delle nostre culture e delle nostre civiltà. Sono gli unici che possono opporre una decisa e coraggiosa resistenza ed, allo stesso tempo, scatenare una credibile ed efficace controffensiva nei confronti dei nemici esterni, nonché dei traditori, dei rinnegati e degli opportunisti dei nostri paesi. Sono gli unici che posseggono i requisiti ideologici, politici e pratici per neutralizzare, sconfiggere e fare scomparire nel nulla, quanti pensano ancora di potere definitivamente trasformare i nostri territori in semplici no men’s lands delle loro rapine economiche, del loro sfruttamento scientifico e della loro artificiale e morbosa dominazione militare; oppure, trasfigurare l’insieme dei nostri popoli, in accecati ed abbrutiti consumatori della loro merda alimentare ed industriale, nonché in atomizzati ed addomesticati oggetti passivi delle loro speculazioni finanziarie, delle loro prevaricazioni giuridico/amministrative e delle loro soffocanti ed opprimenti sperimentazioni sociali e culturali.

Smettiamola, quindi, di continuare a batterci, ognun per sé, contro il comune nemico imperialista e mondialista che ci calpesta e ci opprime tutti, individualmente e collettivamente. Finiamola, una buona volta, con i nostri reciproci settarismi ed i nostri assurdi ed infantili campanilismi. Piantiamola, una volta per tutte, di continuare a farci deridere e beffeggiare a causa della nostra volontaria impotenza, da chi ci vorrebbe tutti, prima o poi, indistintamente e definitivamente cancellare dalla storia!

Non dimentichiamo, infatti, che è solo mettendo intelligentemente e momentaneamente da parte le nostre più intime convinzioni ideologiche, politiche, istituzionali, culturali e religiose, e cercando con ogni mezzo di raggrupparci strategicamente o tatticamente il più possibile intorno ai temi dell’indipendenza e della sovranità dei nostri paesi che saremo, tutti insieme, veramente in condizione di difenderci e di contrattaccare. Alimentando dapprima, in questo senso, un irresistibile movimento d’opinione che, a sua volta, favorirà un irrefrenabile ed incontenibile movimento di popolo che, a sua volta ancora, renderà assolutamente possibile e sicuramente realizzabile una generalizzata, travolgente e vittoriosa lotta di liberazione nazionale, sia per il nostro popolo che l’insieme dei popoli-nazione del mondo.

E da sinistra - per cortesia - non mi si venga ad obiettare che una tale «alleanza» di principio e d’azione - che includerebbe necessariamente, tra le altre fazioni indipendentiste e sovraniste dei nostri paesi, anche i fascisti… - sarebbe impossibile da realizzare a causa dell’ «antifascismo» militante delle loro idee, o che il loro cosiddetto «socialismo» o «comunismo» sarebbe incompatibile o inconciliabile con i concetti di Patria, d’Indipendenza e di Sovranità…

In questo caso, infatti (senza dover necessariamente ricordare Bolivar, Sandino, Pisacane, Mazzini, Corridoni, Castro, Tito, Mao-Tse-Tung, Ho-Chi-Min, ecc.), certi «gaglioffi da operetta» - anche se saltuariamente travestiti da biechi «rivoluzionari», irriducibili «sovvertitori» o zelanti «progressisti» - non potrebbero fare altro che continuare ad indossare (come hanno già fatto una prima volta…, a differenza dei Nicola Bombacci, degli Edmondo Cione, dei Carlo Silvestri, dei Renato Sollazzo, dei Corrado Bonfantini, dei Pulvio Zocchi, dei Gastone Gorrieri, dei Nicoletti, Vatore, Fietta, Janni, Pandolfo, Piacentini e di moltissimi altri), il classico ed indecoroso abbigliamento dei soliti pesmergas d’ogni tempo e d’ogni occasione!



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