domenica 25 agosto 2013

Intervista con Gunter Maschke sulla miseria attuale della Germania

JS: Signor Maschke, in gioventù apparteneste alla sinistra più radicale e foste uno dei maggiori portavoce del ‘68. Secondo lei, attualmente le forze nazionaliste in Germania possono iniziare ad imitare la famosa lunga marcia dei sessantottini attraverso le istituzioni?

GM: Per iniziare vorrei ridimensionare alcuni miti. La forza rivoluzionaria della sinistra all’epoca si esprimeva in una forma estremamente “radical-chic”, e i modesti impulsi nazionalisti che qualche raro esponente del ‘68, come ad esempio Rudi Dutschke o Bernd Rabehl, aveva cercato di introdurre, furono rapidamente dimenticati. In quel periodo, è vero, la sinistra si sviluppò come un movimento critico verso il sistema, ed in particolare verso il sistema dei media, ma non aveva, in ultima istanza, una reale volontà rivoluzionaria; non fu altro che portatore di tendenze edoniste ancorate all’interno della RFA (Repubblica Federale Tedesca). Fu quindi per questa ragione che poté, senza incontrare grandi difficoltà, crescere in vari settori direzionali di molteplici campi. La sinistra del ’68 inoltre, fu trattata con riguardo dalle elites dell’epoca. Gli attivisti venivano allora considerati come dei giovani impazienti che volevano raggiungere più velocemente di altri, i posti di comando. Ma se ci prendessimo la briga di analizzare solo con un po’ più di attenzione le reali forze della potenza rivoluzionaria del ’68, non troveremmo granché. Una “lunga marcia attraverso le istituzioni” delle forze di destra potrebbe avvenire solo se le stesse istituzioni mostrassero una reale volontà in favore di quest’ultime forze e accettassero di creare una coalizione tra le forze del sistema e coloro che da destra insistono per partecipare al potere.
Nella Repubblica di Weimar, ci fu un’alleanza tra le vecchie forze reazionarie di centro-destra e giovani radicali di estrema destra. Uno schema così prefigurato ai giorni nostri è più che impensabile! Se difendessi oggi le posizioni del socialdemocratico Gustav Stresemann, mi ritroverei ben presto citato nei rapporti della sicurezza! (Verfassungschutz).



JS: Quindi, non possiamo che attendere l’affondamento del sistema?

GM: Certo questa è ancora la mia speranza più viva: veder crollare il sistema, sì, ma non sarei così certo che, una volta crollato il sistema, ciò che resta del popolo tedesco elaborerebbe in maniera intelligente il dopo-sistema! Se si arriverà ad una svolta, la situazione potrebbe essere ancor peggiore. Un semplice crollo del sistema a mio avviso non è sufficiente.

JS: Come descrivereste la situazione politica della RFA oggi?

GM: Innanzitutto occorre constatare un curioso miscuglio di politicizzazione totale (Totalpolitisierung) e di depoliticizzazione totale (Entpolitisierung). Tutto può diventare “politico” se lo si interpreta con la distinzione operata da Carl Schmitt tra amico e nemico. Ma simultaneamente, molti temi importanti non possono più essere introdotti nei giochi elettorali, poiché sono stati resi “tabù”. Tutte le tematiche politiche di primo piano, come ad esempio i problemi legati all’immigrazione o all’unificazione europea, sono tenute ai margini del dibattito, cosicché il sovrano in carica, cioè il popolo, non possa pronunciasi su di essi. E’ in seno al sistema che, in modo autoritario o di soppiatto, vengono prese decisioni su tali problemi senza rendere pubblicizzarle e senza trasparenza. Sulla base della storia delle campagne elettorali e dei loro contenuti politici, si può oggi ancor più intuire quali sono i veri problemi che conosce il paese. La morale delle classi dominanti sembra far credere, da un lato che tutto dev’essere permesso, ma dall’altro si reprime sempre più. L’armamentario è vasto: si impedisce di porre domande scottanti si giunge ad impedire che vengano effettuate certe inchieste. Abbiamo quindi a che fare con una società in decadenza, dove in apparenza è sempre più “libera”, ma allo stesso tempo, questa società è sempre più posta sotto sorveglianza, come ai tempi del Blockwärter nazional-socialista; quel che è peggio, l’intelligenza si vede sempre più limitata nelle sue possibilità di espressione. Con ironia, direi che gli ultimi spazi di libertà oggi sono i locali delle fotocopie o le librerie, dove si trovano e si fotocopiano testi prima della grande manipolazione!!

JS: Nell’opinione mediatizzata d’oggigiorno si parla molto del concetto di “democrazia”, monopolizzato dai liberali capitalisti dominanti, strumentalizzata contro chi sviluppa un pensiero politico differente. Cosa possiamo opporre a questo concetto mediatizzato, monopolizzato e strumentalizzato?

GM: Prima di tentare di chiarire questo concetto di democrazia, bisognerebbe esaminare lo stato nel quale oggi vegeta il popolo tedesco. La destra radicale è sempre schiava della stessa menzogna, quando argomentando alla maniera di Rousseau, ritiene che il popolo sia ancora fondamentalmente sano e che solo i manipolatori siano bacati. Ma questo non corrisponde per niente alla realtà, perché il popolo tedesco di oggi è rovinato nel profondo. Non esiste più la “maggioranza silenziosa”, quella stessa maggioranza che è sempre stata un dogma per i seguaci della destra. Se oggi 300 persone si riunissero per una manifestazione, si troverà sempre il sindaco locale che organizzerà una contro manifestazione che allineerà nelle sue file 2000 partecipanti. Sappiamo bene che oggi il buon senso popolare non si trova più nella maggioranza della popolazione, ed anzi peggio, non si trova proprio più!

JS: Quale ruolo può ancora giocare il concetto di Stato?

GM: Da un lato, lo Stato sta per autodissolversi per diventare una specie di agenzia che offre servizi alla società; dall’altro, lo Stato diventa una sorta di sub-entità di un’Europa che non ha ancora nessuna sostanza in materia di diritto nazionale. Lo Stato in quanto assicuratore di ordine e protezione oggi è finito.

JS: Se osserviamo le vicissitudini della società d’oggi, Carl Schmitt è ancora d’attualità?

GM: Sì, perché egli ha ben descritto la decadenza dello Stato, che ha raggiunto oggi un livello che Schmitt non aveva potuto prevedere. Ovviamente non possiamo analizzare i tempi odierni se facciamo riferimento a Schmitt, ma egli ha visto le premesse del problema, ed in questo senso il suo pensiero conserva una certa attualità. Ma quel che mi sembra ancor più attuale, è la sua critica al pluralismo. Ai tempi della Repubblica di Weimar, esisteva un reale pluralismo, come attestato retrospettivamente dalla presenza sulla stessa scacchiera politica di allora molteplici campi ideologici ben mischiati tra loro. Carl Schmitt chiamava tutto questo “totale parcellizzazione”. Esisteva quindi un mondo della social-democrazia accanto ad un mondo comunista, un mondo nazional-conservatore accanto ad un mondo cattolico piuttosto che ad un mondo liberale, e cioè l’espressione del liberalismo delle grandi città. Si trattava di ambienti che possedevano le loro case editrici, i loro giornali, che parlavano linguaggi differenti; e, all’occorrenza, questi mondi erano imbarazzati nel formare delle coalizioni. Questa vera pluralità oggi, non esiste più! Ma lo pseudo neo-pluralismo di oggi nega esso stesso la sua idea di base, che vuole lo Stato come fattore determinante, posto al di sopra dei gruppi sociali. Lo Stato è oggi come oggi diventato esclusivamente un semplice moderatore tra le diverse componenti sociali. Sotto questa prospettiva abbiamo visto, nel quadro di questo neo-pluralismo, quello che era già in accaduto nel pluralismo ai tempi di Weimar.

JS: Cosa possiamo ancora imparare da Carl Schmitt?

GM: La sua importanza come teorico si posizione soprattutto nel campo dei diritti dei popoli e nella politica internazionale, dove concetti come quello del nemico e quello della guerra rivestono un significato di primo piano. Partendo dalle riflessioni di Carl Schmitt, possiamo tracciare una linea che va dal crollo dei diritti dei popoli sancito con il Trattato di Versailles, passando per la criminalizzazione del nemico durante il processo di Norimberga, per finire con l’allargamento della NATO fino all’intervento di questa alleanza sulla sovranità di alcuni Stati (sovranità che sparisce “ipso facto”). In questi campi del pensiero politico, non si può non confrontarsi con le problematiche che Carl Schmitt aveva già trattato a suo tempo.

JS: Quando lei parla di Yugoslavia, a che cosa si riferisce?

GM: Questa guerra non si giustifica: né con la Costituzione della RFA (Repubblica Federale di Germania), né con il diritto internazionale stabilito dall’ONU e neanche con il giuramento che i soldati della Bundeswehr devono prestare (giuramento che si riferisce all’offrire la loro vita per difendere esclusivamente il suolo nazionale tedesco). La RFA ha partecipato a questa guerra d’aggressione, come già aveva partecipato a quella contro l’Irak nel 1990, senza prendere in considerazione i suoi interessi nazionali. Avviamo semplicemente accettato di difendere gli interessi di politica estera di altre potenze. In entrambi i casi, quello della Yugoslavia come quello dell’Irak, l’immagine della Germania ha subito dei grossi danni, soprattutto nel caso della Yugoslavia, dove la popolazione coltivava ancora un risentimento che aveva radici nel passato recente.

JS: Come valuta il fatto che durante la guerra d’aggressione della NATO contro la Yugoslavia, sia gli “estremisti di sinistra” schierati con la PDS neo-comunista, sia gli “estremisti di destra” della NPD (“estremisti” secondo la terminologia del sistema mediatico della RFA!) hanno condannato pesantemente questa azione in contrapposizione alle forze politiche centriste che la giustificavano?

GM: Nel caso del PDS, direi che si tratta soprattutto di un retaggio del suo vecchio orientamento in politica estera. Il PDS è in effetti l’erede della SED tedesco-orientale e attinge gran parte delle proprie tesi politiche da questa ormai defunta forza politica. Inoltre i post-comunisti vogliono, per delle ragioni tattiche, riempire il vuoto lasciato dal pacifismo, ora che i Verdi l’hanno abbandonato poiché sono ormai entrati a far parte della compagine governativa e hanno fatto del bellicismo un loro cavallo di battaglia. Nel caso della NPD, si è senza ombra di dubbio considerato la nozione di interesse nazionale. Sarebbe dunque in nome dell’interesse nazionale che i responsabili della NPD si sono schierati contro l’intervento. In effetti, l’interesse nazionale non è assolutamente preso in considerazione dallo Stato incarnato dalla RFA, anzi, peggio, è da essa stessa combattuto. Posso quindi constatare che gli impulsi di ordine ideologico che hanno spinto sia il PDS che la NPD ad opporsi all’intervento e alla guerra della NATO contro la Yugoslavia, non possono assolutamente essere messi sullo stesso piano.

JS: Allo scoppio del conflitto nei Balcani del 1999, l’UE ha ancora una volta dimostrato la sua incapacità d’azione. Cos’è dunque l’Europa oggi? E cosa dovrebbe diventare?

GM: Bisognerebbe innanzitutto a considerare l’UE come una dittatura burocratica. Non si può valutare l’UE secondo dei criteri politici, poiché questa unione è soprattutto di natura economica. Di conseguenza, noi siamo per prima cosa solo una zona monetaria comune. Per rispondere alla sua domanda “come dovrebbe essere l’Europa?”, dapprima occorrerebbe ricordare una necessità: un’Europa unita dovrebbe distinguere il suo nemico comune, cosa che non è ancora stata fatta finora. Alla fine questa Europa (che sarebbe una vera Europa e non lo spettro tecnocratico dell’eurocrazia di Bruxelles) dovrebbe procedere ad un’esclusione importante dal suo orizzonte politico. La principale esclusione che dovrebbe essere fatta riguarderebbe gli Stati Uniti d’America: converrebbe, da un punto di vista puramente europeo, di lasciare gli USA nella loro orbita occidentalista-atlantica e di opporsi vigorosamente a tutte le ingerenze americane negli affari europei. Nel contesto attuale, una tale esclusione dell’ingerenza americana è impossibile, poiché i tre principali componenti dell’Europa, Gran Bretagna, Francia e Germania non si fidano gli uni degli altri e preferiscono porsi tutti e tre sotto l’ala protettrice degli USA. Inoltre, non riesco proprio ad immaginarmi cosa potrebbe unire un ucraino, che si appresta ad aderire all’UE, ad un finlandese, un portoghese e ad un siciliano.
A mio parere, l’idea europea è morta nel 1963, quando i tedeschi rifiutarono l’alleanza proposta loro da Charles De Gaulle, preferendo citare gli USA come loro partner principale nel preambolo del trattato franco-tedesco. Fu da quel momento che l’unificazione europea venne posta sotto la gerenza, malamente camuffata, degli USA. Questo processo mi piace definirlo come “una latino-americanizzazione di lusso”. Ecco perché l’odierna idea europea serve solo ad americanizzare l’Europa.
Un’ulteriore segno della totale delinquenza del sistema europeo è la maniera nella quale fu trattata l’Austria, soprattutto durante l’anno 2000 nel decimo anniversario dell’unificazione tedesca. Trattare in quel modo i nostri fratelli austriaci, o se preferite, i nostri vicini di casa fu un abomino. Altro esempio: abbiamo investito 13 o 14 miliardi di marchi perché i bombardieri anglo-americani potessero fare 140.000 morti in Irak e successivamente 300.000 bambini letteralmente morti di fame in un paese che non ci ha mai minacciati. Nello stesso periodo il ministro federale delle finanze dichiarava che la riunificazione tedesca non costava nulla, o meglio non avrebbe dovuto costare nulla, poiché non si poteva richiedere un tale sacrificio ai cittadini. Sono questi due esempi che dimostrano fino a quale punto di decadenza morale sia giunto oggi il nostro sistema politico. E ciò che è ancora più significativo è che nessuno si è indignato più di tanto.

JS: Se tutto ciò non indigna ormai più nessuno in seno al nostro popolo, non possiamo non affermare che la posizione di forza che occupa la classe politica attuale è pressoché inespugnabile. Nel quadro di una tale miseria morale, è ancora possibile un’alternativa?

GM: In Germania la questione centrale è la seguente: quella del rapporto che la nazione intrattiene con il suo passato (la famosa Vergangenheitsbewaltigung). Se non estirperemo in maniera radicare questo spirito di autoflagellazione, allora noi non avremo mai più la minima chance di ritornare ad essere un popolo normale tra popoli normali. Voler render perenne nell’animo della popolazione tedesca i crimini commessi durante i dodici anni del Terzo Reich, continuare a praticare sempre questa sorta di autoflagellazione, aver sempre uno zelo accusatorio su sé stessi è una malattia politica che io paragono senza esitazione ad un cancro. Per dirla in maniera umoristica; se volessi scrivere oggi un libro sui trovatori tedeschi del medioevo (Minnesanger), bisognerebbe assolutamente aggiungere sul mio testo degli excursus sulla misoginia e sul sessismo di questi signori. Dicendo questo, voglio dimostrare che gli effetti di questa autoflagellazione dei tedeschi relativamente alla loro storia recente, sorpassa di gran lunga il tabù di Hitler e i dodici anni di dominio nazionalsocialista. Ciò che è accaduto in Germania (ed anche in Occidente) è una grande volontà di distorsione sul piano storico, sociologico e psicologico. E questa volontà non cessa di crescere!

JS: Nel contesto di questa operazione di distorsione storica, vista la recente discussione, ridicolizzata e svuotata di sostanza, sulla cultura-guida germanica (deutsche Leitkultur) viene spontanea una domanda: cosa c’è ancora di realmente germanico?

GM: Il nocciolo identitario dei tedeschi d’oggi, è questo loro continuo senso di colpa. Ripetendo l’errore che implica quest’attitudine, essi continuano a tenersi essi stessi in uno stato permanente di ostaggi. Ai giorni nostri, posso fare arrabbiare e rendere furioso qualsiasi tedesco “normale” dicendogli che lo assolvo dai suoi peccati, dalle sue colpe. Di fatto, possiamo concludere che quello che gli agenti della “correzione della storia” ci hanno ficcato in testa per decenni è pertinente: essere tedesco oggi, vuol dire essere colpevole. In questo contesto dobbiamo dimenticare che quest’idea fissa non è tipica di qualche intellettuale, che di professione modifica e moralizza la storia, ma che il popolo stesso non si riesce a difendersi da queste accuse, e anzi non vuole esso stesso difendersi. E sì! Il nostro popolo ha rinunciato a difendersi contro gli attacchi incessanti al quale è sottoposto dalla rieducazione e dalla disinformazione. Occorre aver del carattere oggi per permettersi il lusso di vaccinarsi contro questa merda! Pochi sono disposti a farlo. Ci sono altre preoccupazioni, capite, per esempio: Come posso procurarmi il carburante a miglior prezzo?
In un tale contesto intellettuale, una sola cosa resta profondamente tedesca: rispettare il bon ton da salotto. Questa fissazione della Leitkultur, della cultura guida, terminologia che si ritrova ancora nella Costituzione della RFA, ha ancora un significato nella misura in cui ci permette di constatare che i Tedeschi, trovandosi in una posizione d’impotenza totale davanti agli Alleati e ai loro collaboratori, hanno dovuto accettare questa costituzione come un diktat. Da questo fatto, secondo il mio parere, lo stato spirituale che deriva da questa legge fondamentale che è la Costituzione non può contribuire a consolidare una Leitkutur tedesca, per il semplice fatto che questa legge fondamentale non è stata creata dal popolo tedesco!

(intervista apparsa sul Staatsbriefe, n. 4/2001 c/o Dr. H.D.Sander, Pf. 14.06.28, D-80, 456 Munchen; http://www.staatsbriefe.de).

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