domenica 11 agosto 2013

Perché la Patria? (Alberto B. Mariantoni)

Parlare di Patria, in un mondo completamente atomizzato, distratto e subornato dall’illusione individualista, dall’invadente e devastante aggressione mondialista e dalle cosiddette ineluttabili esigenze della supremazia del denaro, non è certo cosa facile…

Come spiegare, infatti, alle frastornate ed ignare popolazioni del nostro superficiale ed avvilito presente, cosa voglia veramente dire o propriamente significare, sentirsi legato alla propria famiglia, alla stirpe d’estrazione, alla terra natale, al luogo d’origine, alla lingua, alla cultura, ai principi ed ai valori che da quelle scontate o fortuite contingenze continuano, ogni giorno, incessantemente ad emanare o a scaturire? Come far capire, a coloro che tendono psicologicamente a genuflettersi o fisicamente a mettersi in sottordine nei confronti dei contenuti delle proprie tasche, cosa voglia dire o significare, essere, esistere ed agire in correlazione e conformità con l’ambiente naturale che ci esprime e ci caratterizza? Come far comprendere, a degli uomini che hanno largamente dimenticato il senso della vita e dell’esistenza umana, l’importanza di possedere un nome ed un cognome, una maternità ed una paternità; di conoscere il luogo della propria nascita e l’ora in cui si è venuti al mondo; di rammentare a se stessi la contrada dove si sono compiuti i primi passi, scandite le prime parole, vagheggiati i primi amori, fantasticato le prime utopie, saggiato i primi malintesi, ottenuto i primi successi, sopportato o patito le prime sconfitte?


In altre parole: possedere la prerogativa ed il privilegio di sentirsi legato a quegli elementi naturali che, nel corso dei secoli, permettono inevitabilmente a degli esseri fragili ed indifesi - non solo di prendere coscienza del proprio «ego», del proprio istinto, della propria originalità, del proprio estro, delle proprie qualità e/o capacità, ma - di trasformarsi gradualmente e sicuramente in Popolo, Nazione, Stato, Civiltà e, di conseguenza, in Storia! La Storia tout-court, naturalmente: esperienza di vita ciclica e costante, vivente e palpitante, istruttiva e formativa che - senza passare dai libri di scuola o dalle corpose e documentate ricerche, i circostanziati rendiconti o le particolareggiate cronologie degli studiosi e dei conoscitori - si trasmette invariabilmente ai figli ed ai nipoti, attraverso i frammentari racconti o le dettagliate riflessioni dei nonni, i sofferti o sereni tirocini dei padri, i ragionati o spensierati ragguagli dei parenti o degli amici; senza dimenticare, le consapevolezze acquisite o osservate, le indagini svolte o utilizzate, le sperimentazioni tentate o provate da coloro che ci hanno direttamente preceduto nel contesto del nostro habitat naturale.

«E’ istinto di natura - precisa il Metastasio (pseudonimo di Pietro-Antonio-Domenico Bonaventura Trapassi, 1689-1782) - l’amor del patrio nido. Amano anch’esse le spelonche natìe le fiere istesse» (Temistocle, II, 8).

Come definire, allora, i menefreghisti, i denigratori e/o i negatori della Patria che purtroppo abbondano e spadroneggiano, in mezzo a noi, nel nostro penoso ed affliggente periodo storico: coloro, cioè, che minimizzano, disprezzano o ricusano a priori la terra dei Patres, l’aria che respirano, la terra che calpestano, gli oggetti che palpano, i paesaggi che osservano, le risonanze che intercettano, le effusioni che annusano, i ricordi che assommano? Come inquadrare coloro che, direttamente o indirettamente, esprimono insensibilità, avversione o repulsione nei confronti dei propri genitori, dei propri fratelli e delle proprie sorelle, dei propri figli, della propria famiglia, dei propri antenati? Come interpretare coloro che, formalmente o informalmente, provano insofferenza e disgusto - o, peggio ancora, indifferenza e distacco - per la propria dimora, i propri affetti, i legami naturali della vita e le tombe dei propri cari?

Natura abhorret vacuum (la natura ha orrore del vuoto)… Eppure, al giorno d’oggi, nella vita di ognuno, il vuoto ed il nulla sono dappertutto: nei nostri sguardi ed all’interno dei nostri cuori; sulle strade e le piazze dei nostri percorsi quotidiani; negli spazi esterni e tra le mura di casa nostra; nei luoghi di lavoro o di svago; nel contesto dei nostri interessi, delle nostre aspirazioni, delle nostre relazioni; ed ugualmente, nell’ambito delle nostre passioni, delle nostre propensioni, delle nostre afflizioni o sofferenze, delle nostre gioie o spensieratezze, dei nostri affetti, dei nostri capricci, dei nostri piaceri…

Tutto è comparato e raffrontato al denaro, ai prezzi, ai costi. Al perdere ed al guadagnare… All’interesse immediato. E tutto, naturalmente, è ridotto a contrattazione, mercanteggiamento, patteggiamento e, quindi, a fredda ed inanimata convenzione, formalità, procedura.

All’interno delle nostre società dislocate e nebulizzate, nulla ci lega più a niente: né il sangue della nostra stirpe, né la terra dei nostri avi, né l’espressione formale o sostanziale delle nostre culture, né i miti o i riti delle nostre tradizioni ancestrali, né i fondamenti o i presupposti civili e morali delle nostre ultramillenarie civiltà.

Nel nostro tempo, inoltre, tutto inizia e finisce con noi stessi, con le nostre personali introspezioni ed i nostri individuali psicodrammi.

Mai come ai nostri giorni, infatti, nelle nostre società, si nasce e si muore soli. Si sogna e ci si risveglia soli. Si lavora e ci si affanna soli. Si ha successo o si fallisce soli. Si soffre e si gioisce soli. Il tutto, senza nessuna comunione di spirito o d’intenti con coloro che ci attorniano o ci contornano. Ed ancor più grave: senza il benché minimo sostegno, incitamento, conforto; ossia, condiscendenza o sincera e spassionata complicità da parte di chi agisce, interagisce o opera, come noi, all’interno dello stesso habitat o del medesimo contesto.

Belli o brutti, alti o bassi, grassi o magri, simpatici o antipatici, attraenti o ripugnanti, piacevoli o insopportabili, intelligenti o mediocri, illustri o sconosciuti, affermati o marginali, interessanti o insignificanti, furbi o fessi, benestanti o indigenti, fortunati o scalognati, siamo tutti indistintamente soli… Soli e costantemente infelici. Tristi, angosciati ed invariabilmente scontenti. Scoraggiati, depressi e sistematicamente sconsolati.

Tutto ciò, per la semplice ragione che abbiamo allegramente e sconsideratamente accettato - nella nostra psiche e nell’usuale prassi del nostro vivere quotidiano - di dimenticare o di mettere momentaneamente in sordina, il significato ed il senso della parola «Patria».

La Patria, infatti, non è soltanto un principio ideale. Non è solamente una vacua o formale nozione politica. Non è unicamente l’argomento ad effetto di una semplice o sofisticata enfasi oratoria. Non è, in nessun caso, esclusivamente la manifestazione o l’estrinsecazione dialettica di un’astratta o immateriale retorica…

La Patria, a mio giudizio - senza per questo dover scomodare Omero, Virgilio o Dante, oppure Foscolo, D’Annunzio o Leopardi, o ancora Herder (1744-1803) o Fichte (1762-1814) – è lo spontaneo, vigoroso e prolifico bulbo delle nostre più intime attese e delle nostre più nutrite speranze. E’ il ceppo naturale del nostro essere e del nostro possibile divenire. E’ la radice profonda dalla quale, in qualunque momento e circostanza, possiamo tranquillamente far svettare - se lo vogliamo - i tronchi, i rami e le foglie, nonché i lussureggianti fiori ed i rigogliosi e succulenti frutti della nostra individuale e collettiva esistenza.



Alberto B. Mariantoni

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