domenica 25 agosto 2013

Rivolta contro il mondialismo moderno (Carlo Terracciano)

“E anche se non dovesse verificarsi la catastrofe temuta da alcuni in relazione all’uso delle armi atomiche, al compiersi di tale destino tutta questa civiltà di titani, di metropoli di acciaio, di cristallo e di cemento, di masse pullulanti, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi, dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta”…potrebbe salvare l’occidente soltanto un ritorno allo spirito Tradizionale in una nuova coscienza unitaria europea”.
(Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno)

“E’ allora che anche sul piano dell’azione potrebbe venire in evidenza il lato positivo del superamento dell’idea di patria, sia come mito del periodo romantico borghese, sia come fatto naturalistico quasi irrilevante ad unità di diverso tipo: all’essere di una stessa patria o terra, si contrapporrà l’essere o non essere per una stessa Causa”.
(Julius Evola, Cavalcare la tigre)



“Conosco il mio destino. Un giorno si ricollegherà il mio nome al ricordo di qualcosa di enorme, d’una crisi come mai ce ne furono sulla Terra, del più formidabile urto di coscienze, d’una dichiarazione di guerra a tutto ciò che fino allora era stato creduto e santificato. D’ora in poi il concetto di politica entra in piena fase rivoluzionaria, tutte le formazioni di potenza della vecchia società saltano in aria perché tutte riposano sulla menzogna: ci saranno guerre come mai se ne videro al mondo. DA ME IN POI COMINCIA SULLA TERRA LA GRANDE POLITICA”
(Friedrich Nietzsche, Ecce Homo/Perché sono una fatalità





“Rivolta contro il mondo moderno”, l’opera fondamentale di Julius Evola, uscì in prima edizione italiana nel 1934 e già l’anno successivo veniva pubblicato nella Germania Nazionalsocialista. Un testo rivoluzionario che ha rappresentato, per uomini di luoghi lontani e di diverse generazioni, una vera e propria “folgorazione”, un cambiamento radicale di prospettive ed aspettative, di “Visione del Mondo” nell’epoca del tramonto dell’occidente, alla fine del ciclo epocale, il Kali-yuga della tradizione induista, l’èddico Ragna-Rökkr o l’“Oscuramento degli Dei” delle saghe nordiche.

ANNI “FATALI”
Un anno importante il 1934, in un decennio che rappresentò una svolta nei destini dell’Europa e dell’intero pianeta. In Germania Hitler da poco Cancelliere del Reich si apprestava a gettare le basi di una rinnovata potenza tedesca mitteleuropea, assetata di Lebensraum, che avrebbe incendiato da un capo all’altro il continente, quell’Europa che rappresentava ancora, geopoliticamente parlando, il motore della politica mondiale. In essa infatti risiedevano ancora i centri politico militari, economici ed intellettuali di piccole nazioni in possesso di grandissimi imperi coloniali: la Gran Bretagna, come sempre più rivolta agli oceani aperti che al retroterra continentale, la Francia che preparava nelle proprie scuole ed università quelle élites rivoluzionarie di Asia e d’Africa, le quali nella seconda metà del XX° secolo avrebbero guidato le lotte di liberazione nei rispettivi paesi proprio in nome della Libertè ed Egalitè (per la Fraternitè ci sarà sempre tempo..) degli “Immortali Principi” che avevano fatto potente Parigi e succube il mondo.

L’Italia, per parte sua, sotto il segno del fascio romano, cercava il suo spazio nella geopolitica marittima, alla ricerca di un impero unitario mediterraneo-africano che le aprisse le porte dell’Oceano Indiano e delle grandi rotte commerciali e politiche. Ad Est “l’Uomo d’Acciaio”, Stalin, liquidava, purga dopo purga, i rottami cosmopoliti di una rivoluzione trotskijsta-bolscevica che aveva inteso utilizzare l’impero russo come trampolino del marxismo mondiale, trasformando invece questo nella bandiera dell’espansionismo politico e poi militare della Russia Sovietica in Eurasia e oltre. Nell’acciaio e nel sangue il Piccolo Padre della Santa Russia Rossa aveva gettato le basi della industrializzazione e modernizzazione di un impero che sarebbe diventato la seconda potenza mondiale, in grado di contendere per quasi mezzo secolo il mondo al vero vincitore finale. In estremo oriente era l’Impero Nipponico a levare la bandiera solare in nome dell’unità asiatica antioccidentale, ma anche in antitesi al gigante cinese dilaniato da guerre intestine e occupazioni straniere di grandi parti del territorio nazionale. E già Mao marciava… Ma sarebbe stata alfine la più giovane nazione americana a prevalere su tutti, imponendo al pianeta il dominio della propria potenza militare e politica, della tecnologia, della propria moneta, della lingua inglese, del modello di vita yankee, nonché il controllo mediatico sugli strumenti di comunicazione di massa del globo: in una parola la GLOBALIZZAZIONE. L’America, il mito americano del progresso tecnologico e dell’efficientismo fordista, rappresentava e rappresenta il coronamento di quel processo di modernizzazione contro il quale J. Evola aveva scritto il testo più completo ed esauriente dal punto di vista della visione del mondo Tradizionale. E si tenga presente che “modernizzazione” qui non va intesa solo in senso tecnico-scientifico, nel quale tutto sembra oggi risolversi, bensì come visione “idealtipica” del reale, della Storia e della vita: “Mondo moderno e mondo tradizionale – affermava Evola nell’introduzione – possono venir considerati come due tipi universali, come due categorie aprioriche della Civiltà”. La quale affermazione, per inciso, taglia la testa al toro su tutta la polemica sul rapporto tra uomo e macchina, tra essere uomini della Tradizione e usare la tecnologia più avanzata.

Con l’implosione dell’URSS, ultimo anello di una catena plurisecolare, non solo si sbarazzava il campo da un’ideologia concorrente con pretese di universalismo e scientificità: “Si affermava una nuova filosofia della Storia. L’idea che il cammino dell’umanità abbia un senso. A questo senso fu dato il nome di globalizzazione”.

DETERMINISMO E GLOBALIZZAZIONE
Questa idea di un FATALISMO MONOCENTRICO E UNIDIREZIONALE dei destini di tutti i popoli, in marcia (seppur in ordine sparso su vari livelli di “progresso”), verso un’unica meta di “redenzione che instauri il paradiso in Terra” non è certo nuova. Siamo di fronte all’ennesima riproposizione della concezione biblica linear-progressista di una storia unitariamente intesa, ovviamente sul modello dell’occidente. Essa parte dal creazionismo, si manifesta nella perfezione di un Eden originario, nel quale l’Uomo è la creatura per antonomasia, passando poi ad una caduta (nel peccato d’orgoglio, nella divisione del lavoro, nella rottura del Patto con dio, ecc…), e tramite una redenzione (Cristo, Marx , il Messia…) all’ascesa verso la nuova perfezione, tramite la catarsi purificatrice (dell’Olocausto, della Lotta di Classe, del Giudizio Universale).

Questa ideologia fondamentalista d’impronta giudeo-cristiana ha trovato in America la terra di massimo radicamento, divenendo l’infrastruttura ideologica portante, lo strumento propagandistico indiscusso ed indiscutibile per l’affermazione dell’imperialismo capitalista, dell’espansionismo economico e politico USA, seguendo le direttrici delineate dalla Geopolitica per la più grande potenza talassocratica mai apparsa sull’orbe terracqueo. Il “Destino Manifesto” rende gli americani nientemeno che i portavoce e gli esecutori della volontà di dio in terra. Chi vi si oppone si oppone a dio stesso, quindi più che un criminale è il Male personificato o perlomeno un suo strumento nel mondo che vorrebbe dominare in contrasto con i “predestinati” della Seconda Israele, gli USA appunto. Accusando volta a volta i demonizzati nemici di turno, Hitler o Stalin, Mao o Khomeini, Saddam Hussein o Milosevic (!), fascismo/nazismo, comunismo o islamismo, di voler “conquistare il mondo”, le élites economiche, politiche ed intellettuali statunitensi hanno ottenuto esattamente lo scopo prefissato: appunto…CONQUISTARE IL MONDO!

Credere che la Globalizzazione sia una NECESSITA’ INELUTTABILE della Storia, un processo naturale ed automatico, impersonale ed autogenerantesi sul cammino del Progresso, non soltanto è l’ accettazione senza riflettere un falso ideologico, ma rappresenta già una sconfitta strategica, determinata dall’assunzione acritica della visione del mondo dell’avversario. Chi dà per scontato l’ altrui assioma di partenza, per quanto laicizzato e storicizzato esso si presenti, ha già perso prima di cominciare a lottare. Si introita mentalmente l’impianto ideologico portante impostoci dall’avversario contro il quale si vorrebbe combattere; e ciò in nome di un’utopia egalitaria e assolutamente livellatrice che è esattamente funzionale ai progetti di globalizzazione totale del Capitalismo, al termine del suo processo espansionistico. Processo degenerativo che s’ identifica ogni giorno di più con la distruzione accelerata delle economie subordinate, delle risorse energetiche e del ’ecosistema nel suo complesso: etnocidio e spesso genocidio tout court. Il mito mobilitante di “Progresso” indefinito e necessario, prodottosi nella fase della secolarizzazione e laicizzazione del Pensiero Unico, radicato nel biblismo in specie di matrice protestante-calvinista, all’inizio del suo III millennio si è rovesciato nel suo contrario, ma non ancora nel suo “opposto”.

IL”PROGRESSO” CHE UCCIDE
Biotec, clonazione, mutazioni genetiche animali e vegetali, manipolazioni del DNA con la scusa di migliorare e prolungare la vita, sconvolgimenti climatici e ambientali, scomparsa di specie animali e di culture umane differenziate, ecc… stanno convincendo sempre più persone al mondo che il cosiddetto “progresso”, imposto dall’Occidente al resto del mondo, si è rovesciato nella prospettiva di una catastrofe incontrollata e sempre più incontrollabile nel futuro prossimo. Non un progresso dunque, ma un regresso che ha determinato una perversa disintegrazione di ogni tessuto sociale e comunitario, un cancro devastante che calcifica ogni struttura organica delle società in ogni più remoto anfratto del pianeta, una autofagocitazione della specie umana, avviata in breve a quella che è stata definita la “Sesta Estinzione”, dopo le precedenti delle specie che ci precedettero nel dominio della Terra. Il modernismo, il progresso tecnico, le macchine sono divenute in prospettiva gli elementi distruttori del pianeta; gli scienziati, sempre più folli e incontrollabili, una casta intoccabile di “apprendisti stregoni” della distruzione: “Se questo è il progresso, vogliamo tornare al passato”, dice la vecchia saggia Masai di fronte alla siccità e alla desertificazione causate dai cambiamenti climatici. Il giornalista e scrittore Massimo Fini ha paragonato il mondo globalizzato ad un treno in corsa che, oramai senza più freni, aumenta esponenzialmente la sua velocità, destinato a deragliare e schiantarsi con tutti i suoi occupanti. Per di più carico di esplosivi e veleni tali da annientare la Terra stessa ed ogni altra forma vivente. E già i macchinisti responsabili del disastro futuro preparano le armi per difendersi dalla reazione dei popoli, pensando di preservarsi dalla catastrofe nell’inespugnabile fortezza-continente nordamericana. A tale lenta e confusa presa di coscienza dei pericoli della globalizzazione non corrisponde d’altra parte una chiara cognizione delle cause, prossime e remote, del fenomeno e dei suoi agenti; né tantomeno un progetto realistico di resistenza e riscossa. Al massimo si è contro gli effetti della globalizzazione, ma non opposti ad essa, alle sue vere cause. Al contrario, da parte delle mille realtà genericamente etichettate come “antiglobal” (portatrici peraltro di interessi ed esigenze le più disparate, sconnesse e persino conflittuali tra loro), non si propone altro che una “globalizzazione dal basso”, che tenga conto tutt'al più del miglioramento del tenore di vita della maggioranza povera del pianeta, preservando contemporaneamente l’habitat, che salvi le culture che fanno la ricchezza del mondo abbattendo contemporaneamente i confini e portando a compimento il processo di eliminazione delle differenze nazionali !
Tutto ed il contrario di tutto: cioè il Niente.

IL VOLTO DISUMANO DELLA GLOBALIZZAZIONE
Una “globalizzazione dal volto umano” è un’assurdità che si contraddice nella sua stessa formulazione di base; l’ennesima riformulazione di un riformismo interno al Sistema Globale che ne perpetua le ingiustizie, cercando di convogliare l’istintiva rivolta autodifensiva dei popoli in un vicolo cieco. Banche e istituzioni finanziarie, lobbies industriali e supergoverno mondiale si dimostrano “umani” solo quando ciò coincide con i loro interessi. Un solo esempio: l’annullamento del debito è certamente una causa giustissima, un minimo atto riparatore per paesi depredati da decenni delle proprie ricchezze. Il debito totale delle nazioni in via di…”sottosviluppo” ha largamente superato l’astronomica cifra di 2.500 miliardi di dollari ma.. non è un “dono umanitario” dei governi bensì una necessità vitale delle Banche Mondiali che ne determinano la politica interna ed estera. Il credito vantato sarebbe comunque inesigibile, anche solo negli interessi maturati, date le condizioni disastrose delle economie del Sud del mondo.

Una generale dichiarazione di insolvibilità della maggioranza dei paesi della Terra getterebbe nel panico i mercati e potrebbe persino determinare il crollo di tutto il sistema finanziario, accelerando l’inarrestabile declino del capitalismo, che è sempre più fragile quanto più è globale. L’”umanitario” azzeramento del debito oltre ad evitare scenari apocalittici per l’Alta Finanza Mondiale, ha poi come contropartita l’accettazione da parte degli stati debitori di ulteriori vincoli, anche politici, e l’abbattimento di ogni difesa contro la liberalizzazione dei mercati che è proprio la causa prima che ha determinato la miseria e l’indebitamento. Ricordiamo come Ceausescu fu rovesciato ed ucciso in Romania una settimana dopo aver saldato fino all’ultimo centesimo del debito estero rumeno. Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Stati Uniti e paesi ricchi non permettono a nessun stato di uscire dalla dipendenza finanziaria, la nuova forma schiavistica del capitalismo nel XX e XXI secolo. L’utopia dell’eguaglianza mondiale nel benessere e nell’abbondanza, propria di chi auspica una globalizzazione dal basso, non solo è in sintonia con gli interessi delle multinazionali ad espandere il mercato in verticale, in profondità, ma determinerebbe un livellamento culturale e politico totale, nonché la distruzione dell’ecosistema. Dev’essere ben chiaro al Nord del mondo che una più equa redistribuzione di beni e servizi nel mondo, passa soltanto attraverso un processo rivoluzionario, locale e generale, che rovesci i parametri culturali ed economici di riferimento anche nei paesi ricchi; rivoluzione che li renderebbe meno “ricchi” in termini di Pil e di consumi pro capite, certo più “spartani” nel vivere, ma anche più liberi dai potentati mondiali, in un ritrovato rapporto armonioso con la natura e la propria comunità d’appartenenza. Quello invece auspicato da tutti i cultori della globalizzazione, comunque intesa, sarebbe alla fine un rimedio peggiore del male. La “cura” proposta, se avrà successo…ucciderà il paziente. Non prima però di averlo depredato di tutto. L’astuzia di un sistema globale che proclama di migliorare le condizioni di vita delle classi e dei popoli subalterni è infatti anche quella di renderli tutti comunque produttori-consumatori del sistema capitalista globale, per allargare il mercato unico dei prodotti standardizzati: non solo in senso orizzontale e geografico, ma verticale interclassista, aumentando nei minimi accettabili al Sistema stesso il credito e la disponibilità monetaria per l’acquisto di nuovi beni o servizi. In termini marxiani diminuire la “pauperizzazione assoluta”, per aumentare il profitto espandendo il mercato, e quindi allargare la forbice della “pauperizzazione relativa”. In termini informatici il “Digital Divide”, il gap tecnologico-informatico che allontana strati sociali e popoli che accedono alla realtà virtuale o no. Gli antiglobalizzatori della “sinistra” moderata, (per quanto ancora contino certe definizioni ottocentesche oramai superate), riciclatisi dall’internazionalismo proletario a quello liberista di mercato, sono d’accordo nel volere e/o accettare (cosa che all’atto pratico è la stessa), la globalizzazione. Quella che auspicano costoro è solo una GLOBALIZZAZIONE DI SEGNO CONTRARIO e non il CONTRARIO DELLA GLOBALIZZAZIONE.
In termini politici sono dei riformisti interni al Sistema Globale e non dei rivoluzionari ad esso opposti.

MONDIALISMO E GLOBALIZZAZIONE
La prima battaglia da combattere è quindi quella terminologica, perché essa assume valore sostanziale nelle scelte di una realistica contrapposizione antagonista al Nuovo Ordine Mondiale. La globalizzazione, lungi dall’essere una “fatale necessità”, una tappa irreversibile ed anzi auspicabile sulla “via del progresso”, non è che l’effetto di una causa o, se si vuol essere meno genericamente deterministi, lo strumento di una strategia mondiale condotta, coscientemente e volutamente per decenni se non per secoli. E se di determinismo si deve parlare, è su un piano metapolitico e persino metafisico che si deve spostare l’attenzione, come diremo in seguito trattando della concezione Ciclica della Storia.

La globalizzazione dei mercati non avrebbe potuto realizzarsi senza una preventiva opera preparatoria politica e culturale spesso imposta con l’uso delle armi e l’invasione militare: solo nel secolo scorso ci sono volute due guerre “mondiali” (appunto) e decine e decine di guerre locali, colpi di stato, stragi e genocidi, per realizzare l’One World americanocentrico. Noi definimmo, e non da ora, questo progetto a respiro planetario MONDIALISMO. Una delle più complete esplicazioni di questo termine ce la offre Giuseppe Santoro nel suo “Dominio globale. Liberoscambismo e globalizzazione”, un volumetto di cento pagine che dovrebbe rappresentare il “libretto rosso” di ogni vero rivoluzionario antimondialista. Scrive Santoro: “Il Mondialismo, in sintesi, è un’ideologia (e una prassi culturale, sociale e politica) universalista promossa da istituzioni internazionali politico-militari (ONU, NATO) ed economico finanziarie (Banca Mondiale, Fondo Monetario, WTO, Nafta, ecc…), da associazioni private (Council on Foreign Relations, Trilateral, Bilderberg, massoneria ecc..) [aggiungeremo noi anche religiose: Vaticano con la sua “pupilla”, l’Opus Dei, Consiglio Mondiale ebraico, sette varie protestanti e non] e da una fitta rete di lobbies e di organizzazioni internazionali di “consulenza” politico-sociale-culturale e massmediale (agenzie d’informazione, industria cinematografica ecc…), la cui principale base tattica è costituita dagli Stati Uniti.” Ed ancora: “L’obiettivo del mondialismo è la creazione di un unico governo o amministrazione (il Nuovo Ordine Mondiale), di un unico assetto politico, istituzionale e sociale (il liberalismo), di un unico sistema di valori (l’individualismo-egalitarismo-dottrina dei “Diritti dell’Uomo”), e quindi di un unico insieme di costumi e di stile di vita (il consumismo) estesi a tutta la Terra e funzionali al dominio assoluto da parte delle forze politiche, economiche e culturali che lo incarnano: le élites della finanza mondiale”.
Santoro è anche autore di “Il mito del libero mercato”, approfondito studio sugli “economisti classici”.
E’ evidente da quanto scritto finora che il Mondialismo non è un meccanismo anonimo, senza volto, senza capo né coda, metastaticamente autoriproducentesi; un dato oggettivo scisso dall’intervento di idee, di pochi uomini e ben identificate istituzioni, che in tal caso sarebbero esse stesse oggetto e non soggetto del processo. Chi la pensa così ragiona in termini di un fuorviante determinismo meccanicista che la dice lunga sui devastanti effetti della falsificazione storico-ideologica condotta per secoli: dall’Illuminismo, al liberismo e al marxismo, passando per l’hegelismo di “destra” o di “sinistra”.

RAZZA PADRONA
Del resto, per fare un solo esempio, anche in termini di credito, pochi supercapitalisti posseggono fortune ben superiori a molti stati: gli americani Bill Gates, Larry Hallison, Warren Buffett e Paul Allen sono proprietari di fortune che corrispondono a quelle delle 42 nazioni più povere messe insieme, cioè 600 milioni di uomini, un sesto degli abitanti del pianeta! I “decision makers” della politica mondiale, possessori di tutte le banche, di interi settori industriali e commerciali, delle fonti energetiche e strategiche, i suggeritori più o meno palesi della politica dei governi e delle istituzioni internazionali, appartengono a 13 clan familiari. In ordine alfabetico: Astor, Bundy, Collins, Dupont,, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor.
La “razza padrona mondialista” vive in posti esclusivi, frequenta solo i propri simili, salvo quando deve concedersi a folle osannanti; essa si incrocia tra sé e decide per tutti.

La razza padrona non ha patria, solo passaporti , spesso più d’uno. Sua patria è appunto il mondo. Sono apolidi di lusso, cosmopoliti per vocazione ed interesse, pària che, nell’epoca del rovesciamento delle caste, si trovano ai vertici della piramide politica e sociale. Sono loro i ” padroni di casa” nelle riunioni del Bilderberg, della Trilateral, del CFR. Talvolta guidano direttamente stati e governi, come i Kennedy ed i Windsor. A loro tutto è permesso: dalle guerre alle crisi economiche e finanziarie guidate, fino ai più prosaici omicidi per motivi di corna (chi ricorda il caso Palme?).

Per costoro riservatezza, menzogna e segreto sono strumenti assolutamente indispensabili di dominio. Parlare dell’ineluttabilità “oggettiva” e amorfa del processo di globalizzazione in atto è il loro strumento per nascondere la causa, manifestando l’effetto. Nella più generosa delle ipotesi imporre al mondo i propri parametri di riferimento, la propria visione cosmopolita delle relazioni internazionali. Cattolici, protestanti o ebrei, ma anche mussulmani o confuciani o semplicemente agnostici o atei, sono tutti portatori di una unica visione e stile di vita, che è esattamente quello del “Mondo Moderno” contro il quale Evola scrisse la sua “Rivolta…” Il semiologo ebreo americano Noam Chomsky, teorico antiglobal pur usufruendo della cattedra al MIT (Massachussets Institute of Technology) è da sempre uno dei critici più feroci del capitalismo e imperialismo e definisce i padroni della finanza mondiale un “Senato virtuale”, cui i governanti del mondo devono rendere conto, alla faccia dei cittadini che li hanno eletti: “Il senato virtuale è un gruppo di investitori capaci di governare nazioni tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa e la regolazione dei tassi di interesse. Appena uno stato ipotizza scelte nell’interesse collettivo come il welfare o l’autodeterminazione, loro minacciano di portare all’estero i capitali. Gli USA e tutti i governi più potenti sono fantocci manipolati da questi senatori mascherati. Un tempo c’erano i dittatori, adesso ci sono i tiranni privati. Fanno gli stessi danni, ma non hanno responsabilità pubbliche”. Eccoci finalmente in buona compagnia con un uomo che certo non sarà accusato di “cospirazionismo complottista”, tipo “Savi Anziani…” ecc.. Semmai aggiungeremo che il “Senato Virtuale” ha ben altre armi che quelle finanziarie, per piegare governi e popoli al suo volere: dai media all'informatica, dai moti di piazza ai golpe militari, fino alla guerra dichiarata, con tanto di “armi intelligenti”. In Serbia recentemente è stato usato di tutto: rivolte etniche, guerriglia, guerra dichiarata (anzi..” intervento umanitario”), anche se alla fine l’ha vinta il denaro. E si sono letteralmente venduto il capo!

Ma è ancora una volta il Santoro a offrirci il giudizio più netto sulla pretesa ineluttabilità ed impersonalità del processo storico che stiamo vivendo: “Infatti la cosidetta globalizzazione – economica, politica, culturale e dei costumi di tutti i popoli della Terra – non è in alcun modo un fenomeno ‘naturale’ o necessario o ineluttabile determinato dalle leggi interne di un qualche inarrestabile ‘sviluppo’ del mondo (da un punto di partenza ad uno di arrivo: Nuovo Ordine Mondiale, Fine della Storia, Regno di Dio, Comunismo mondiale o chissà che altro delirio apocalittico); essa non è ‘nella logica delle cose’ (quale logica e quali cose ?); essa non è la condizione oggettiva ed autonoma cui occorre adeguarsi come ad una irrevocabile volontà divina (di quale dio ?); la globalizzazione è solo l’obiettivo pratico e deliberato che uomini concreti, tramite organizzazioni con tanto di nomi e di sede legale, sistemi informativi, massmediali ed editoriali – non forze oscure e imperscrutabili dell’universo – vogliono raggiungere per il proprio tornaconto personale e di gruppo (anche se ciò non esclude, anzi, la presenza di conflitti interni o di resistenze esterne). Tutto qui”. [Giuseppe Santoro, “Banchieri e camerieri. Sovranità monetaria e sovranità politica”]. Semplice, no?…

“DESTRA” e “SINISTRA” NEL MONDO GLOBALIZZATO
Sul piano pratico, dell’azione, la pretesa impersonalità e ineluttabilità del processo di globalizzazione determinano volutamente nelle masse un fatalismo impotente, camuffato negli intellettuali compatibili col Sistema sotto le spoglie accattivanti dell’impegno metapolitico ed intellettualistico fine a se stesso. L’ennesima riproposizione, ma molto meno nobile, dell’apolitìa degli sconfitti e dei falliti che si cercò, falsamente, di attribuire allo stesso Evola di “Cavalcare la tigre” o “L’arco e la clava”. Se una volta militanti di destra e di sinistra puntavano a conquistare il Potere per affermare le loro speranze in un Mondo Nuovo, oggi molto più borghesemente si accontenterebbero del …“podere”! Minimalismo e localizzazione sono diventati l’alibi del disimpegno e del riflusso nel privato, facendolo passare per il massimo dell’impegno possibile contro i poteri forti; quasi che nel mondo moderno fosse possibile ritagliare oasi, isole di un vivere alternativo, alieno alla società circostante ed anzi alternativo ad essa. Chi ricorda le “comuni” dei sessantottini ? Con l’aggravante che questa ennesima esaltazione incapacitante della sconfitta e della fuga dal mondo non più in una “torre d’avorio” ma direttamente in una stalla, viene spacciata per il massimo del “comunitarismo” e dell’impegno: insomma un Comunitarismo senza comunità. Per pochi eletti che hanno capito tutto (?) e fatto niente (!). La sinistra, ma anche buona parte della destra, che pur contestano la globalizzazione dall’alto, ne hanno accettato aprioristicamente la filosofia di fondo, l’ineluttabilità delle tesi, i principi filosofici e le utopie livellatrici; sono all’interno del fenomeno Globalizzazione, seppur criticandone errori ed orrori, e non lo sanno. L’internazionalismo proletario di ieri si chiama oggi “antiglobal”, ma è certo più globale che “anti”. La destra, che aveva avuto ben altri strumenti concettuali di comprensione e opposizione, partendo dagli studi sul Mondialismo, sulla Geopolitica, sulle tradizioni e su tutta l’opera di maestri di pensiero come Evola, Guénon, Nietzsche, Spengler, Sorokin, Lorenz, Sombart, Weber e via elencando, come al solito NON ha capito niente ed è rimasta al palo. Anzi spesso è persino regredita politicamente ed ideologicamente rispetto alle analisi ed all’azione politica anticipatrici degli anni '70 ed '80. Questa serie di considerazioni ci porta ad esprimere un giudizio definitivo e senza appello su tutto un ambiente sub-politico, definito genericamente “area”, forse perché fatto d’aria e di vuote parole al vento, della destra, neo/post/ultra “fascista”.

CONTRO TUTTI I NOSTALGISMI
Il Fascismo, come fenomeno storico e politico europeo è DEFINITIVAMENTE DEFUNTO NEL MAGGIO DEL 1945. Una sconfitta peraltro orgogliosa, con le armi in pugno, a differenza del comunismo marxista europeo crollato meno di mezzo secolo dopo con l’implosione dell’URSS e dei suoi satelliti. E’ comunque un dato di fatto irreversibile che le due forme di modernizzazione e mobilitazione di massa sono uscite sconfitte dallo scontro con l’America. E’ il modello americano che ha trionfato nel XX secolo, dando l’impronta appunto al Mondialismo globalizzatore su tutta la Terra. Geopoliticamente è l’Eurasia (+ Africa ed America Latina) ad uscire, per ora, sconfitta dal confronto-scontro con il “Nuovo mondo”, per un Nuovo Ordine Mondiale. Il cosidetto “neofascismo” o “neonazismo” del secondo dopoguerra è stato tutto un grande equivoco, talvolta tragico, molto spesso comico e farsesco. Alimentato anche dai suoi nemici interessati.

Quella che impropriamente viene definita “estrema destra” non si è mai ripresa dal trauma della sconfitta bellica, dei suoi capi morti e/o massacrati, abbandonati da tutti al ludibrio della feccia, della plebaglia osannante fino al giorno prima. L’immagine di Mussolini e dei gerarchi con i piedi al cielo pesa come un macigno su più di una generazione politica , che non l’ha mai rimossa. Così come l’8 settembre ha rappresentato una svolta epocale, la fine dell’Italia come Nazione per tornare ad essere l’espressione geografica contenente qualche decina di milioni di persone parlanti più o meno la stessa lingua.

La propaganda martellante dei vincitori ha additato i fascismi come il Male personificato; tanto da identificarsi spesso gli stessi seguaci in questo ruolo invertito, come estrema forma di contestazione ed autoriproduzione. Il nostalgismo, la formalità esteriore, la castrante esaltazione della sconfitta, il culto quasi necrofilo del passato, il “ducismo” senza Duce unito ad uno spontaneismo anarcoide (armato o disarmato), sono stati altrettanti fattori di impotenza politica e sociale, mentre il mondo cambiava vorticosamente emarginando sempre più la destra nel ghetto costruito con le proprie mani. Ovviamente il nostalgismo neofascista, comunque riciclato, è la NEGAZIONE STESSA DEL FASCISMO storico, che fu un movimento di mobilitazione rivoluzionaria delle masse, un movimento di giovani rivoluzionari in tutta Europa, basato sullo slancio vitale, sulla giovinezza, indirizzato al futuro, intenzionato a vincere e dominare; proprio come il Comunismo rivoluzionario dei Lenin, dei Trotskij, degli Stalin. Certamente entrambi rapportati al mondo della prima metà del secolo passato. E si consideri che stiamo parlando della parte migliore della destra, di quella minoritaria che non ha accettato tout court di allinearsi al Sistema, di divenire il cane da guardia dell’ordine costituito. Quest’altra destra, che invece ha capito benissimo in che direzione va il mondo, si è semplicemente sbarazzata di ogni bagaglio storico e culturale per passare armi e bagagli nel campo dell’avversario, del liberal-capitalismo, dell’America, del Sionismo, del Mondialismo.

Questi arrivisti di vera destra rappresentano non certo il nemico principale, eppure il più prossimo, essendo la loro massima ambizione di neofiti mercenari quella di dimostrare al nuovo padrone la piena affidabilità del servo da poco acquistato. vesi, l’esaltazione della più bestiale repressione poliziesca (senza neanche più il coraggio di scendere in piazza per un confronto diretto), l’anticomunismo senza più comunisti, l’allinearsi ad ogni iniziativa antipopolare e la perfetta identificazione nella politica estera americana e sionista sono fatti così noti ed evidenti da non dover spendere troppe parole in merito. Nei casi più estremi(sti) si fa pura opera di provocazione nostalgica e integralista da sagrestia, sempre ben nascosti dietro la rassicurante divisa e manganello della polizia di Regime, per rilanciare uno scontro destra-sinistra, rosso contro nero, che sarebbe quanto di più funzionale al Sistema mondialista in ambito nazionale, se non fosse tanto anacronistica da essere inutilizzabile persino per i “servizi” che la gestiscono, dentro e fuori i confini nazionali. Non c’è bisogno di aggiungere che l’antifascismo di certa sinistra di sistema, altrettanto ridicolo e nostalgico, serve da pendant all’anticomunismo becero della destra più o meno estrema. Post-fascismo e neo-comunismo marxista continuano così a combattersi ed elidersi a vicenda, a maggior gloria della razza padrona che traccia i destini dell’Italia, dell’Europa, del mondo intero.
Per i nostalgici dalla “dura cervice” e dal collo torto all’indietro, bianchi, rossi o neri che siano, è quindi evidente e comprovata l’impossibilità di confrontarsi con la realtà del presente e tantomeno con le sfide del futuro. E non è soltanto l’assoluta mancanza di prospettiva storica a renderli impermeabili di fronte alle novità. E’ la concezione stessa del tempo, dello spazio e dell’Eternità che non permette agli uomini del mondo moderno di essere …moderni perché antichi, o più semplicemente Uomini eternamente rinnovantisi nelle vicissitudini della storia. Va da sé che esiste un iato insormontabile tra la “destra” ed il pensiero tradizionale di Evola.

ATTUALITA’ DI JULIUS EVOLA
Abbiamo già ricordato che Julius Evola scrisse “Rivolta contro il mondo moderno” negli anni Trenta. Quando vergava quelle pagine ancora attuali il mondo era ben differente dal nostro all’inizio del nuovo millennio: non esisteva l’energia nucleare prodotta dall’uomo e si iniziavano gli studi per produrre l’arma più devastante, non c’era ancora la TV, il computer e tantomeno internet. L’avventura nello spazio esterno, l’allunaggio, le missioni esplorative su Marte e nel sistema solare erano soltanto frutto della fervida fantasia degli scrittori di fantascienza. Non era stata identificata la mappa del genoma umano, non c’erano biotecnologie e clonazione e ben pochi sapevano cosa fossero etologia ed ecologia. L’era dell’industrializzazione avanzava con passi da gigante solo in America e nell’Europa occidentale, peraltro ancora in gran parte con popolazione agricola e città a misura d’uomo. E sul piano politico era ancora l’Europa il centro del mondo, con i suoi imperi coloniali, la sua cultura, la sua borghesia. La globalizzazione era agli inizi, tenuta a freno proprio dall’esistenza di più poli politici ed economici ancora vitali. L’America era ancora lontana dal realizzare il suo progetto di dominazione mondiale le cui linee erano state tracciate da ideologi e geopolitici già nel XIX secolo. Persino la chiesa, già avviata sulla via di un’inarrestabile decadenza, faceva ancora una certa presa sugli animi e i comportamenti del popolo minuto, mentre la Politica dominava ancora l’economia negli stati “totalitari” più importanti, dalla Germania alla Russia, dall’Impero Nipponico all’Italia di Mussolini. Un mondo lontano da noi 60/70 anni in termini temporali, secoli e secoli per mentalità, organizzazione sociale, tecnologia, rapporto tra economia e politica.

Ciò nonostante se rileggiamo oggi le pagine di Evola rimaniamo colpiti dall’attualità dell’analisi, specie nella seconda parte su “Genesi e volto del mondo moderno”. Le sue conclusioni sul “tramonto dell’Occidente”, come quelle di Spengler, i suoi giudizi sferzanti su Russia ed America e in generale sul ciclo che si chiude, sono tanto esatte da apparire profetiche; tenendo conto che le sue “profezie” non hanno niente di magico in senso banale, ma sono il frutto di una saggezza e Conoscenza che affonda salde radici nella Tradizione, nella concezione ciclica della storia. Per essa il nostro futuro è già scritto nel più remoto passato, il quale non è alle nostre spalle ma DAVANTI a noi, in un a-venire ben più prossimo alla fine che all’inizio del ciclo corrente e la cui conclusione determinerà un nuovo e radicale Inizio. Come sappiamo la Tradizione è “tràdere”, trasmettere dei Valori che sono eterni calandoli ed attualizzandoli nella storia, in forme e manifestazioni diverse ma facilmente identificabili in ogni epoca e in ogni luogo.

TRADIZIONE E RIVOLUZIONE
LA TRADIZIONE E’ RIVOLUZIONE, etimologica e reale. Essa “re-volve” e ritorna alle Origini, ma non prima di aver completato il suo Ciclo, la sua rotazione, la sua astronomica “ri-voluzione” appunto! La vera Tradizione non ha niente da conservare, ma tutto da distruggere, puntando al compimento “rivoluzionario” del ciclo, per arrivare ad un Nuovo inizio, alla nuova “Età dell’Oro”. La Conservazione è il contrario della Tradizione/Rivoluzione, se è intesa non nel senso dei Valori ma in quello del mantenimento, della difesa delle strutture del passato, delle forme oramai superate, ridotte a vacue parvenze, a vuote formule e forme, a scheletri anneriti dal tempo che celano il nulla. E questo vale per le forme politiche e sociali come per le religioni e le culture, oramai residuali e inutili se non al perpetuare vani simulacri e i loro custodi. Ripetiamolo: nel mondo moderno non c’è nulla da conservare, tutto da distruggere.

A cominciare da quanto è rimasto fossilizzato in istituzioni di un passato appena più distante, che non era se non il frutto del modernismo del suo tempo: si pensi al nazionalismo frutto della “Rivoluzione” Francese e degli “Immortali Principi” dell’89, termini presi a prestito dal pensiero tradizionale e rovesciato nel loro opposto. Se la conservazione è il contrario della Tradizione che è rivoluzionaria, la Sovversione, come tutti i fenomeni di ribellismo del mondo moderno, è una rivoluzione di segno contrario, una Contro-rivoluzione, sempre nel senso tradizionale del termine. Essa infatti, nel momento stesso in cui pretende di distruggere le forme del presente (e questo è il suo aspetto più positivo) lo fa nel nome e nel segno della “modernità”, come categoria mentale e spirituale. Il che si traduce non in un’accelerazione verso la fine della decadenza presente e quindi nel raggiungimento del punto catartico che segna il passaggio rivoluzionario ciclico, bensì nel perpetuarsi sotto nuove forme della decadenza stessa, che tende naturalmente a cristallizzarsi in ennesima conservazione, all’avvento di un’ulteriore ondata sovvertitrice. La sovversione tende a ribaltare le forme del passate per conservare l’essenza del presente, cioè il modernismo antitradizionale, cercando così di arrestare il vero processo rivoluzionario che chiuda un ciclo e ne apra uno nuovo. E’ insomma un’altra forma della conservazione. Un serpente che continua a mordersi la coda. Conservazione e Sovversione sono quindi funzionali l’un l’altra nell’attuale fase del ciclo; anche se, da un più elevato punto di vista metastorico, il compimento rivoluzionario dell’ultima fase ciclica è scritto nel Destino: Come sempre “fata volentes ducunt, nolentes trahunt”. Le conseguenze dei due atteggiamenti mentali sono comunque diverse, per chi non vuol essere semplice spettatore passivo degli eventi, ma ha nella sua stessa natura il marchio di un’impersonalità attiva, la fierezza del guerriero della Tradizione che oggi non può che manifestarsi nel combattente politico rivoluzionario. Valori a parte, ripetiamolo per la terza volta: nel mondo moderno non c’è nulla da salvare e tutto da distruggere. Nel mondo moderno, alla fine di un ciclo, ogni distruzione del passato e del presente è propedeutica al compiersi del ciclo storico medesimo.

DUE FRONTI, MOLTE TRINCEE
Sotto questo punto di vista è consequenziale che un vero rivoluzionario veda in ogni giovane contestatore dell’attuale assetto mondiale e nazionale un alleato tattico nell’opera di distruzione delle istituzioni mondialiste, nell’attacco contro i governanti collaborazionisti dell’occupante americano, di “destra” o di “sinistra” poco importa, nella contestazione di ogni loro incontro, nello smascheramento dei loro inganni sulla pelle dei popoli, di TUTTI i popoli. Motivazioni e fini possono essere divergenti, ma il Nemico è unico e supera ogni barriera ideologica o politica; solo chi ragiona così è un vero rivoluzionario, a prescindere dalla rivoluzione che ha in mente. Senza infingimenti, senza commistioni, senza salti di campo per ingraziarsi chi considererà sempre un estraneo anche il neofita convertito. E’ la teorizzazione dei DUE FRONTI E MOLTE TRINCEE. Che ognuno combatta il Mondialismo, la globalizzazione o anche, se ha una visione limitata dei problemi globali, soltanto alcuni aspetti di essa, dal proprio punto di vista ideologico, ideale o esistenziale: dalla propria trincea. Ma avendo almeno ben chiara l’identificazione del Nemico stesso, che è il nemico globale. Sarà certo chi ha più chiari i termini politici e metapolitici dello scontro planetario in atto, quello che avrà anche una più vasta panoramica del campo di battaglia e saprà condurre una lotta più radicale e determinata. Ed il primo passo consiste nel dare un nome ed un volto ad un fenomeno che non è affatto anonimo e figlio di NN come vorrebbero farci credere i soliti teorizzatori del disimpegno politico, della ritirata nel “privato”, tra input metapolitici e più prosaiche vite da piccoli borghesi.

IL NOME DELLA MONDIALIZZAZIONE: AMERIKA
Il Mondialismo moderno è la fase estrema dell’imperialismo capitalista americanocentrico nella sua manifestazione più degenerativa, antitradizionale, conservatrice e sovversiva al tempo stesso. Gli Imperi tradizionali d’Europa, nonostante avessero mitridatizzato il veleno di una religione aliena allo spirito indoeuropeo in forme politico-sociali d’impostazione tradizionale, si trasformarono alla fine del loro ciclo vitale in imperialismi e nazionalismi coloniali, invadendo ed infettando il mondo. Ancora una volta la legge del contrappasso ha voluto che l’Europa sia stata vinta e sottomessa da un frutto venefico del suo seno: l’America ha affrontato e vinto l’Europa (tutta l’Europa, anche quella degli alleati di ieri), l’ha privata del suo potere e delle sue colonie, sostituendovi un neo-imperialismo politico, economico, mediatico. In termini geopolitici il “Mare” ha vinto la “Terra”, e continua ad avanzare al suo interno. L’America infatti si è oggi imposta anche sulla rivale Russia e i confini della NATO si spostano sempre più verso il cuore d’Eurasia, l’Heartland logistico della ex potenza antagonista. Il Mondialismo e la sua manifestazione economica e mentale, la globalizzazione, non potrebbero esistere senza il dominio di una ed una sola superpotenza che ha imposto al mondo il suo predominio militare sulla terra, sopra e sotto i mari, nei cieli e nello spazio esterno. Non esisterebbero senza una moneta unica valida ovunque per i pagamenti internazionali, senza una lingua comune di comunicazione, dalla diplomazia ai computer, senza una pseudocultura accettata o subita da tutti, senza la tv, il cinema, la stampa, internet ecc…tutto facente capo alle lobbies ed alle multinazionali con base negli Stati Uniti d’America; fortezza continentale irraggiungibile, braccio armato mondiale del SIM, il super Stato Imperialista delle Multinazionali. “Gli Stati Uniti sono grandi difensori della globalizzazione e dove essa è stata messa in pratica, come nelle relazioni col Messico, ha portato un gran bene. [agli Stati Uniti- nostra nota]… Penso che gli Stati Uniti siano stati finora i primi a baneficiare della globalizzazione e che si trovino, dal punto di vista della concorrenza, nella posizione più forte rispetto a chiunque altro”; parola di Henry Kissinger, “l’ebreo volante” delle Amministrazioni repubblicane, premio Nobel per la pace (dopo aver favorito la guerra Iran-Iraq con oltre un milione di morti), autore del recente libro “L’America ha bisogno di una politica estera?” e sponsor dell’attuale ministro degli esteri italiano nel governo Berlusconi.

Gli fa eco il confratello,George Soros, ebreo di origine ungherese, speculatore internazionale capace di affondare in una sola operazione borsistica l’economia di interi paesi (nel’92 costò all’Italia una perdita di quarantamila miliardi di lire!) ed attuale co-presidente del World Economic Forum di Salisburgo (“fratello minore estivo di quello di Davos”): “Io penso che la globalizzazione porti grandi benefici ad un gran numero di uomini e donne…La liberalizzazione dei mercati e del movimento dei capitali produce soprattutto benefici privati e ai privati. Ma non si preoccupa né può farlo di per sé, dei benefici collettivi” (da: “La globalizzazione è un bene, i governi imparino a usarla”-“Repubblica”, 3.07.2001).Viva la sincerità! Certo per il sig. Soros e affini la globalizzazione è stata una vera “manna dal cielo”, tipo quella elargita da Javhé ai suoi correligionari. Ma ora ha deciso di lasciare la finanza e dedicarsi ai “problemi della democrazia nell’Europa dell’Est”. Tremate slavi! Del resto è noto che uno degli strumenti che l’America ha per imporre la sua politica economica al mondo, oltre il dollaro, è quello della cosiddetta GLOBALIZZAZIONE ASIMMETRICA, che mentre impone alle economie più deboli, comprese quelle dei partners ricchi del Nord del mondo, il liberismo quasi assoluto negli scambi internazionali, applica al contrario altissime tariffe doganali alle merci straniere più competitive sul mercato interno statunitense, a difesa degli interessi lobbistici dei produttori americani. Una politica economica che applicata ai prodotti del Terzo e Quarto Mondo risulta devastante per le economie più deboli, costrette poi ad indebitarsi per importare prodotti americani sui quali gli USA pretendono di non pagar dazio.

COME L’AMERICA PREPARA LA III GUERRA MONDIALE
Ma c’è anche un nuovo pericolo, accentuatosi con l’avvento dell’attuale Amministrazione repubblicana di Bush Jr.: il rilancio della corsa agli armamenti per creare un gigantesco apparato militar-industriale, inattaccabile da qualsiasi eventuale nemico (scudo stellare) e capace di colpire ovunque in tempi brevissimi (bombardiere spaziale, utilizzo militare del sistema satellitare civile attuale). Questo soprattutto per favorire le lobbies belliche ed il Pentagono, che hanno portato all’elezione di un nuovo Bush con il vecchio staff repubblicano del padre o anche precedente. A prescindere dai rischi evidenti di una tale politica per la pace e la stabilità internazionali, essa rischia di far collassare un’economia già oggi in piena crisi, con la creazione di un arsenale costosissimo e ipertrofico, per di più completamente inutile in un sistema internazionale che vede gli USA già al giorno d’oggi quale unica superpotenza mondiale. E’ questa la tesi di Chalmers Johnson ne “Gli ultimi giorni dell’impero americano”. In questo libro si prospetta infatti una fine degli Stati Uniti molto simile al collasso implosivo dell’ex URSS nel momento in cui fu palese che il suo sforzo militare non era stato compatibile con la tenuta delle strutture economiche interne e si era per di più dimostrato inadatto alla geostrategia contemporanea (sconfitta in Afghanistan, Polonia, Medio Oriente ecc…) Il crollo dell’impero americano non sarebbe certo una perdita per il resto del mondo, ma al contrario l’inizio della rinascita di popoli e nazioni, se non fosse per il fatto che la globalizzazione americanocentrica ha vincolato tutti all’economia e alla politica statunitense. Tanto che la crisi generale del capitalismo USA rappresenterebbe contemporaneamente LA Crisi Mondiale per antonomasia, di fronte alla quale quella del ’29 sarebbe stata una tempesta in un bicchier d’acqua. Inoltre è sicuro che l’America, di fronte alla prospettiva del disastro economico interno (che, in quel tipo di società, rappresenterebbe semplicemente la fine degli Stati Uniti come entità politica unitaria) sarebbero pronti a scatenare un conflitto mondiale sul quale scaricare le tensioni interne e nel quale gettare gli armamenti la cui costruzione avrebbe determinato la crisi stessa. Il libro di Johnson aveva anticipato la crisi con la Cina proprio nell’area del Mare Cinese Meridionale e per la questione cruciale di Taiwan. Ancora una volta l’imperialismo militarista ed interventista è la fase suprema e la valvola di scarico del capitalismo nella sua fase estrema. Con la variante che stavolta è l’Alta Finanza a condurre il gioco ed il teatro è più che mai l’intero pianeta, il quale rischia di essere trascinato nell’olocausto nucleare totale, seguendo il crollo dell’Impero Americano. Se il Mondialismo è dunque frutto degenerato del nazionalismo, dell’imperialismo coloniale rovesciatosi nel suo apparente opposto, ma in realtà tutto interno alla logica mercantilistica anti-tradizionale che presiedette alla nascita ed affermazione degli imperi coloniali europei, la soluzione al problema non può che trovarsi alla radice di partenza: l’Europa.

EUROPA, IMPERO E GEOPOLITICA
Cioè in un IMPERO EUROPEO autocratico, autarchico, armato. Una concezione imperiale, tradizionale, rivoluzionaria e geopolitica come risposta all’imperialismo del mondo unipolare, “modernista”, conservatore dell’assetto globale attuale. Riecheggiano le parole di Evola: “Dopo, gli imperi saranno soppiantati dagli “imperialismi” e non si saprà più nulla dello Stato se non come di una organizzazione temporale particolare, nazionale e poi sociale e plebea”. Un’Europa Unita che ritrovi quindi proprio nelle sue radici più profonde, nelle sue origini polari, nella sua Tradizione la forza per sollevare la bandiera della liberazione continentale e planetaria contro il Mondialismo. E che abbia nella GEOPOLITICA, cioè nella coscienza storica e geografica delle sue élites e dei suoi mille popoli, l’arma con cui combattere le utopie del mondo moderno e le minacce dei potentati mondiali. Una simile Europa certamente non ha niente a che spartire con l’attuale UE, propaggine atlantica della talassocrazia americana; la geopolitica, la storia, l’ideologia dei nostri attuali occupanti sono necessariamente conflittuali ed antagonisti con quelli dell’Europa. In termini geografici, storici e culturali poi l’unità del continente Europa si compenetra con la sua parte orientale, in specie con la Russia, tutta la Federazione Russa attuale, che ne rappresenta il proseguimento nella prospettiva geopolitica, la garanzia in termini militari, la complementarietà nell’aspetto economico e la potenzialità per lo SPAZIO VITALE. L’Europa da Rejkiavik a Vladivostok, dall’Atlantico al Pacifico, da Thule in Groenlandia a Bering, nell’estrema punta orientale della Siberia, con eventuali basi strategiche avanzate oltre lo stretto non è una Utopia, è semplicemente una necessità per l’esistenza stessa. Che poi ci siano ancora popoli europei capaci di una reazione vitale, è tutto da verificare. Certo non a occidente, ma forse è da oriente e dalla Russia stessa che può venire qualche speranza. E d’altra parte la Russia non può fare a meno dell’Europa, pena seguirne la stessa sorte. Se, come dicemmo il Mondialismo oggi s’identifica totalmente con l’imperialismo americano, Mondialismo= Americanismo, la risposta POSSIBILE non può che essere l’Europa Unita e indipendente, sovrana e autarchica nelle necessità primarie. L’One World che ci si prospetta come il migliore dei mondi possibili ha un centro: l’ombelico del mondo unificato è negli USA, in particolare quello finanziario e politico tra New York ed Washington, quello “culturale” tra Los Angeles e San Francisco, mentre il retroterra economico industriale occupa la fascia centrale da Chicago al Texas. Se la minaccia distruttiva della superpotenza USA, quale strumento del piano mondialista di dominio, è globale, altrettanto globale dovrà essere la lotta dei popoli liberi, riuniti in aree geopolitiche e culturali affini.

LA NUOVA TRICONTINENTALE
L’Europa per essere libera dovrà quindi porsi all’avanguardia delle lotte di liberazione del Sud del mondo: dell’America Latina oggi ridotta a “cortile di casa” dell’imperialismo yankee del nord, dell’Africa “nera” sub-sahariana come dell’Asia “gialla” con in testa la Cina, degli aborigeni dell’Oceania, del sub-continente indiano, del mondo iranico nostro naturale alleato come di quello turcofono confinante in Europa ed Asia.

Ed ancora sarà nostra la lotta del popolo Palestinese, arabo e islamico contro la presenza sionista in Palestina e nel Medio Oriente. Israele è il baluardo armato dell’imperialismo talassocratico USA nel cuore della massa continentale eurasiatico-africana, alla confluenza degli stretti dei mari interni e sulle rotte dell’oro nero dell’energia mondiale. La sua stessa presenza rappresenterà sempre un pericolo mortale per l’unità europea, come per quella araba, iranica o africana. L’eliminazione del bastione sionista nel Mediterraneo è e sarà una priorità strategica per ogni governo e stato che voglia combattere contro il Mondialismo, per le unità continentali geopolitiche. Nel mondo globale non si possono ignorare situazione geostrategiche anche agli antipodi del pianeta. Ma le piccole nazioni sette-ottocentesche non possono certo competere con grandi potenze a respiro continentale. Mario Vargas Llosa, peraltro un esegeta della globalizzazione, ha recentemente affermato: “La realtà del nostro tempo è quella di un mondo nel quale le antiche frontiere nazionali si sono gradualmente assottigliate fino a sparire in certi settori – l’economia, la scienza, l’informazione, la cultura, anche se non nel politico e in altre sfere -, stabilendo sempre di più, tra i paesi dei cinque continenti, una interdipendenza che si scontra frontalmente con la vecchia idea dello Stato-nazione e le sue prerogative tradizionali”. (“Quello che resterà del nuovo Sessantotto” – Repubblica, 7/8/2001). Il politicante scrittore peruviano non manca di notare che il sistema democratico (cioè gli USA) hanno sconfitto i grandi regimi totalitari del XX secolo, Fascismo e Comunismo, indicati quindi come gli unici seri tentativi antimondialisti, rispetto alle velleitarie utopie del “popolo di Seattle”, destinato ad essere riassorbito nel Sistema come i contestatori del ’68. Un Sistema del quale si riconoscono già componente interna seppur nel dissenso dei mezzi. Potremmo solo aggiungere che gli stessi “fascismi” e “comunismi” dovettero in parte la loro sconfitta proprio al fatto di non aver compreso a piena la globalità della lotta, le intenzioni della potenza americana nel mondo; finendo per scontrarsi tra loro, permettendo all’imperialismo USA di batterli, in tempi separati, e con diversi strumenti, ma sempre con l’unico obiettivo storico di dominare la Terra. Che le unità geopolitiche e culturali nel futuro della politica mondiale non siano una mera ipotesi di studio, vuoto accademismo politologico o peggio utopia incapacitante, sono gli stessi teorici della supremazia americana a dircelo. Il trilateralista Samuel P. Huntington è il portavoce di varie associazioni americane che tracciano le linee strategiche per il XXI secolo a stelle e striscie. Nell’oramai celeberrimo “Lo scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale”, l’autore disegna il quadro di un mondo futuro diviso per grandi aree geografico-culturali, nell’ambito delle quali dovrebbe valere il principio di “non ingerenza” da parte di una potenza esterna. Scrive Huntington: “Sotto la spinta della modernizzazione, la politica planetaria si sta ristrutturando secondo linee culturali. I popoli e i paesi con culture simili si avvicinano. Le alleanze determinate da motivi ideologici o dai rapporti tra le superpotenze lasciano il campo ad alleanze definite dalle culture e dalle civiltà. I confini politici vengono ridisegnati affinchè coincidano con quelli culturali…Le comunità culturali stanno sostituendo i blocchi della Guerra Fredda e le linee di faglia tra civiltà stanno diventando le linee dei conflitti nella politica globale”. Certamente l’Huntington scrive da americano ed il suo concetto di civiltà poco ha a che vedere con quello della tradizione europea o sino-nipponica o arabo-islamica ecc.. E infatti nella logica geopolitica atlantica dei suoi sponsor l’Europa sarebbe unita agli USA e separata dal suo naturale proseguimento orientale nel mondo slavo-ortodosso. Del resto la scuola geopolitica di un Haushofer aveva già previsto un mondo di unità continentali (nel senso che la geopolitica dà al termine continente, non necessariamente coincidente con la suddivisione scolastica cui siamo stati indottrinati a scuola); ma Huntington, ovviamente, non ne fa parola.

GEOPOLITICA E LOTTA DI LIBERAZIONE
Eppure le unità geopolitiche e culturali di tipo imperiale sono nella realtà della suddivisione planetaria del futuro e rispondono ad una esigenza reale dettata dalla Storia e dalla Geografia. Anche la Geopolitica, criminalizzata per anni come “pseudoscienza nazista” è tornata in auge dopo la fine del bipolarismo USA-URSS e la nascita di nuove nazioni e nuove realtà supernazionali, come l’Islam Rivoluzionario, il risveglio della Cina o la nuova vitalità dell’Induismo. Al momento attuale invece l’Europa, inglobata nella NATO, non è altro che terra di occupazione, “terza sponda” d’oltre oceano della potenza aereo-marittima dominante, fronte avanzato dell’imperialismo nordamericano/atlantico verso il cuore continentale, l’Heartland russo-siberiano. In tale contesto TUTTI gli eserciti e le polizie, i servizi e le strutture politiche delle nazioni europee sono al servizio di Washington, strutturati ed armati in funzione degli interessi strategici d’intervento rapido dell’imperialismo americano in ogni angolo del mondo. Come tali essi devono essere considerati come COLLABORAZIONISTI DEL NEMICO OCCUPANTE, da parte di ogni vero rivoluzionario e patriota europeo: e trattati come tali. In fondo la guerra contro l’Europa non si è mai conclusa, dal secolo scorso ad oggi. E la stessa NATO, lungi da essere una difesa e una garanzia per i sedicenti alleati europei, ha sempre rappresentato lo strumento di dominio americano sull’ Europa; in particolare oggi che non ha neanche più il velo giustificativo del baluardo anticomunista ed antisovietico. L’esperienza delle guerre balcaniche e l’attacco alla Serbia sono solo gli ultimi tragici fatti sotto gli occhi di tutti. E la vergogna del Tribunale Internazionale dell’Aja, che processa i vinti e/o gli alleati scomodi per conto dei veri criminali mondiali, non rappresenta che l’istituzionalizzazione dell’altra vergogna storica, i tribunali di Norimberga e di Tokio. Con la teorizzazione degli “interventi umanitari” gli Stati Uniti si sono autoproclamati poliziotti mondiali, oltre che carcerieri e boia, contro il “criminale” internazionale di turno, scelto sulla base degli interessi correnti della strategia militare e politica del Pentagono: ieri Hitler, Mussolini, Stalin e il Giappone, oggi l’Iran komeinista, la Libia di Gheddafi, la Corea, o più semplicemente Saddam Hussein, Milosevic o Bin Laden!

LA GLOCALIZZAZIONE
Per tornare alla proposizione delle unità geopolitiche autocentrate, noteremo come queste rappresenterebbero anche la risposta al falso problema della dicotomia tra GLOBALIZZAZIONE e LOCALIZZAZIONE. Il mondo moderno sembra tendere verso l’abbattimento di ogni barriera nazionale (internazionalismo, governo unico mondiale), culturale (uniformismo dei costumi, delle mode, della musica, del cibo, internet ecc..) economica (globalizzazione dei mercati, liberismo assoluto), religiosa (sincretismo, fratellanza universale, modello monoteista unico), ecc…; e comunque è in tal senso che spinge il progetto mondialista di una cultura unipolare, modellata sull’american way of life. D’altra parte la naturale resistenza di uomini sani e popoli ancora vitali va nel senso apparentemente opposto: il Localismo, il ritorno ai valori della terra, quando non anche del sangue. Si riscoprono usi e costumi, tradizioni locali o ricette, si riabilita il rapporto armonico con la natura che fu precristiano. Fino alla rivendicazione di autonomia o indipendenza per le “piccole patrie”, con la rinascita delle lingue perdute, la riscoperta della storia occultata e di simboli e bandiere dimenticati.

Un fenomeno certo positivo che però rischia anch’esso di essere strumentalizzato dalle lobbies mondialiste, per essere utilizzato come semplice folklore, come ulteriore indebolimento interno della politica nazionale, quando questa non si pieghi subito e completamente ai voleri e ai valori degli apolidi padroni del mondo. Il teorico più noto di questa tendenza “localista”, insieme ai vari I. Illich, V. Shiva e Bové, è l’ecologista inglese Edward Goldsmith, autore di “Glocalismo”, cioè appunto la tendenza globale al localismo nel mondo. In una recente intervista (“La Stampa”, 15/7/2001) il teorizzatore di comunità stabili, territoriali, tradizionaliste, autoregolate e a crescita zero, afferma: “Si vuole creare un paradiso per le multinazionali, rimuovendo le regole che proteggono i poveri e le comunità locali. Il G8 lo fa sistematicamente… Credo nei doveri verso la famiglia e la comunità, nell’idea di religione e di tradizione. Orribile è la società individualistica, atomizzata, di massa. Non c’è libertà ma solo Coca-Cola, organismi geneticamente modificati, MacDonald’s.” Ed ancora: “La globalizzazione è un fenomeno temporaneo, che non può durare: Pensi alle crisi finanziarie che costellano questi nostri anni. ..La politica di Bush porta verso l’estinzione dell’umanità: ma in tal caso non ci sarà più economia, non ci sarà più nulla. Credo che le cose stiano cambiando. Bisogna preparare il collasso di questo sistema, che arriverà comunque”. Parole che condividiamo in toto e che riproponiamo a chi ci lanciasse accuse di catastrofismo apocalittico. Ci sarebbe semmai da chiedersi come conciliare le idee di Goldsmith con quelle dei globalizzatori dal basso, post-marxisti, internazionalisti e cristiani di base, cioè le ideologie internazionaliste e mondialiste per eccellenza. E anche con quelle di Bové o del subcomandante Marcos, arrivato come rivoluzionario marxista nella foresta Lacandona del Chiapas con “il Capitale” sotto il braccio, e convertitosi alla visione del “Popol-Vuh”, il testo sacro dei Maya!

Del resto è noto che, oltre ai succitati, tra i padri nobili dell’Antiglobal sono stati inseriti, a ragione o a torto, nomi vecchi e nuovi di tutti i tipi: da Marx a Keynes, dal solito J.J. Rousseau a Russell e Marcuse, da Morel a Tolstoj, fino ai più attuali Mac Luhan e Jeremy Rifkin, che ha lanciato il termine “Ecocidio”, titolo di un suo libro (autore anche di: “Il secolo biotec”), Vandana Shiva, Luther Blisset e ovviamente gli ebrei americani Noam Chomsky e Naomi Klein, la fortunata autrice di “No Logo”.

Né potevano mancare religiosi e teologi da Madre Teresa di Calcutta (immancabile, appunto, in tutte le salse), ad Hans Küng e Leonardo Boff. Stranamente…non si parla di Hakim Bey (alias Peter Lamborn Wilson), teorizzatore delle “TAZ”, “Zone Temporaneamente Autonome” che sembra sia fra le letture preferite delle frange dure anarco-insurrezionaliste del movimento antagonista. Un Sufi che propone una lettura anarco-nihilista della rivoluzione antimondialista, sotto il segno non del materialismo-marxiano ma …della Dea Kalì, cioè sotto il segno della distruzione totale in quello che appunto i tradizionalisti definiscono il Kali-Yuga, l’Era di Kalì, la sposa di Shiva , distruttore ma anche restauratore. [notizie, tratte da forum telematico, di Luigi Leonini, che riporta le critiche del sinistro Blisset ad Hakim Bey, considerato quasi un nazifascista!].

Resta il fatto che il “DIFFERENZIALISMO IDENTITARIO”, la Localizzazione, il particolarismo etno-geografico non potrebbero comunque contrastare la Globalizzazione imposta, il progetto Mondialista solo rinchiudendosi nel particolare; opponendo in particolare piccole comunità ed economie da villaggio allo strapotere economico e politico, per non dire militare, del mondialismo e dei suoi manutengoli. Tantomeno prospettando solo un’opera di distruzione totale (assolutamente necessaria, e prioritariamente indispensabile) delle strutture del mondo moderno, senza proporre e preparare l’alternativa alla globalizzazione e non una globalizzazione alternativa

COMUNITA’, NAZIONE, IMPERO
Né, al contrario, si può restare in attesa di una crisi strutturale del Sistema mondialista, che certamente E’ nel destino del Capitalismo Finanziario Internazionale, ma di cui bisogna favorire il collasso, come giustamente dice il Goldsmith. Persino le nazioni nate dalla Rivoluzione Francese e dalla decolonizzazione del dopoguerra sono diventati strumenti politici inadeguati ad affrontare il fenomeno; tantomeno potrebbero esserlo microcomunità d’ogni genere, se non inserite organicamente in un’unità più grande, più complessa, garante delle specificità locali e della difesa comune. Sul problema del rapporto tra “nazionalità”, “nazionalismo” e “impero” rimandiamo ancora una volta all’ Evola di “Rivolta contro il mondo moderno”, che anche in questo campo anticipava di decenni le critiche al nazionalismo che, tra isterismi di massa e guerre civili europee, già si scavava la fossa nel secolo trascorso. Su di essa il Mondialismo ha posto la sua pietra tombale. La soluzione del problema di superare la Globalizzazione mondialista difendendo dall’omologazione planetaria del capitalismo finale le specificità locali, non può che essere l’Europa Unita dall’Atlantico al Pacifico, dal Polo al Mediterraneo-Mar Nero-Caucaso-Siberia: l’Europa di cento bandiere, di mille piccole comunità sempre più particolari e specifiche nella loro cultura. Ma un’Europa che sia comunque omogenea, unitaria nelle sue radici etniche e spirituali più antiche, in un vasto spazio geopoliticamente delineato ed economicamente autarchico. Del resto è proprio questa l’essenza dell’Imperium tradizionale , descritto da Evola e conosciuto da tutte le Civiltà autentiche. Perché l’unità dell’Impero è data dalle élites spirituali, politiche e militari tratte dai popoli componenti l’Impero stesso portatore di una visione anagogica, spirituale, metapolitica e metafisica, che compenetra ma supera idealmente gli interessi e le tradizioni dei popoli compresi nei confini imperiali, ciascuno dotato del suo spazio geografico particolare. Ancora una volta la soluzione più realistica e avveniristica del dramma del nostro tempo risiede nella saggezza della Tradizione che, in quanto tale, non è né antica né moderna perché eterna.

RITORNO ALLA GRANDE POLITICA
Si parla molto del ritorno della Politica, del suo riprendere il posto che le compete sopra l’economia. Ma solo se si comprenderà la vera natura del Mondialismo, che non è soltanto (e neanche soprattutto) un fenomeno di natura economica, si potrà opporre una valida alternativa e politica e socio-economica al progetto di dominio di una ristretta, “eletta”, oligarchia plutocratica, ma anche portatrice di una ben specifica “contro-tradizione” religiosa e culturale: una “visione del mondo” globale e globalmente antagonista a quella dei popoli.

Circa il tipo di lotta da intraprendere ci permettiamo di rimandare il lettore ai precedenti scritti, ed in particolare alla “Dottrina delle Tre Liberazioni” (Liberazione Nazionale/ Liberazione Sociale / Liberazione Culturale, nel quadro geopolitico europeo e in una prospettiva di guerra totale mondiale dei popoli contro l’imperialismo americano).

Ma prima di ogni azione nel campo pratico sarà necessario chiarire inequivocabilmente i termini del problema, gli attori reali sulla scena nazionale e mondiale e quelli fittizi, gli uomini e le istituzioni, i partiti e i movimenti che sono al servizio del progetto mondialista. Per queste analisi le vecchie abusate terminologie non hanno più senso, non servono allo scopo se mai servirono: “destra”, “sinistra”, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo, democrazia e/o totalitarismo, nazionalismo-internazionalismo, tutte parole che appartengono ad un’epoca della politica oramai vecchia di un secolo. E che se vengono ancora utilizzate a fine polemico e/o apologetico, è solo perché servono agli imbonitori di turno a deviare l’attenzione dalle realtà dell’oggi, dalle prospettive di aggregazione e di lotta del domani.

IL QUADRO DELLO SCONTRO E I SUOI PROTAGONISTI
Evola perlomeno ci ha insegnato come, al contrario, anche i termini esatti appartenenti alla Tradizione Una, in quanto svincolati dalle contingenze del temporale, del passeggero, del provvisorio, dell’inessenziale, possano tramutarsi di epoca in epoca in “parole d’ordine” per la lotta, in “Miti di riferimento capacitanti”, in prospettive reali e realistiche di lotta, per chi voglia essere protagonista nel proprio tempo, anche nell’epoca della dissoluzione e della fine ciclica; la cui durata peraltro non possiamo determinare. Siamo del resto sempre stati convinti che non esistano i “miti incapacitanti”, bensì solo uomini incapaci di attualizzare una Realtà per sua natura a-temporale, metapolitica. Attardarsi a cercare di recuperare giovani o meno giovani, a qualunque ideologia appartengano, il cui limitato orizzonte mentale e spirituale li destina per natura o per scelta a battaglie di retroguardia, a sterile nostalgismo, all’impotenza politica, quando non addirittura alla difesa delle vuote istituzioni del passato, è oltre che vano, controproducente. Sarà semmai questa limatura di ferro che seguirà la calamita, se questa saprà esercitare la sua forza naturale attrattiva. Ma assolutamente da evitare è ogni commistione, ideologica, ideale, politica o pratica, o persino dettata dal sentimentalismo su un passato in comune, verso tutti quegli elementi che militano in formazioni legate alle istituzioni attualmente al potere. Che lo facciano per arrivismo, per furbizia, per avidità, per malafede o per buonafede e/o convinti di scegliere il “meno peggio”, tutti costoro sono OGGETTIVAMENTE al servizio del progetto mondialista, dei suoi esecutori nazionali ed in ultima istanza dell’occupante imperialista e dei padroni del nostro e degli altrui destini. Camerieri dei banchieri, per usare il felice titolo del Santoro. SONO AGENTI DEL NEMICO, e come tali vanno trattati e combattuti. La pretesa “buonafede” dopo anni di riprove al contrario è solo stupidità allo stato puro, quando non peggio. Le “destre” di Regime e di Sistema non hanno scusanti. Anzi , al contrario, sono assai più responsabili e quindi colpevoli, in quanto avendo da sempre a portata di mano gli strumenti ideali, culturali e politici, i punti di riferimento fissi e veritieri per un’analisi della società nazionale ed internazionale, non ne hanno mai fatto uso, preda ogni volta degli istinti più animaleschi e delle reazioni più incontrollate, come gli sbavanti cani di Pavlov davanti ad un osso. E nel momento stesso in cui esaltano un passato lontano del quale sono indegni, lo negano nei fatti portando acqua ed energie al mulino di un nemico secolare, lo stesso di ieri, di oggi e del prossimo domani.

Né si pone all’opposto il problema di rincorrere una contestazione umanitarista, riformista, cristiano o laico progressista, che già dai suoi esordi manifesta chiaramente i germi e le patologie del male che vorrebbe combattere. Ad essa sarebbe quasi da preferire quella radicale e semplicemente distruttiva dei casseurs, degli anarchici e nihilisti d’ogni specie, il cui vero limite non è tanto nelle modalità d’azione (cosa saranno mai quattro vetrine rotte di banche o agenzie finanziarie in confronto al crimine della fondazione di banche e finanziarie?), bensì nella mancanza di prospettiva rivoluzionaria e nella fisiologica negazione di un’alternativa possibile. Anche se, in questo caso, le convergenze tattiche, sono possibili e persino auspicabili; ferma restando però la propria identità politica e Culturale in senso lato. Se le destre di sistema fanno parte del fronte nemico, quello del Mondialismo al potere, gli antiglobalizzatori, variegati quanto i colori dell’arcobaleno, rappresentano una contestazione interna al Sistema globalista, eppur tuttavia una contestazione…

Nello schema ideale dei “due Fronti e molte trincee”, mentre la destra reazionaria è palesemente schierata nel fronte opposto, tanti giovani contestatori sono su trincee vicine, anche se non hanno un quadro chiaro e generale delle forze in campo e delle strategie. Questo anche perché spesso sono proprio i loro dirigenti ad appartenere al nemico mondialista e quindi a deviarne le positive energie rivoluzionarie verso falsi obiettivi. Da parte chi è cosciente di tutto ciò si tratterà allora di assumere una posizione quanto mai ferma e RADICALE contro tutte le espressioni, politiche, sociali, scientifiche, spirituali ecc…del moderno mondo globalizzato. Un tradizionalista rivoluzionario, lo ripeteremo fino alla nausea, non ha niente da salvare del mondo moderno, ma tutto da distruggere: a cominciare dai rimasugli, dai rottami, dai resti di un passato che non apparteneva già al suo esordio al mondo della Tradizione, ma ad una fase precedente e oramai superata della decadenza. Forti di una retta Dottrina e di una razionale analisi storica e geopolitica, coscienti della consapevolezza di battersi per la giusta causa dei popoli, in una visione globale del mondo e della storia offerta dall’insegnamento tradizionale di maestri come Evola, Guénon, Béla Hamvas (l’autore di “Scientia Sacra”), e tanti altri, i giovani rivoluzionari antimondialisti del domani si devono porre all’avanguardia e non nelle retrovie della guerra contro la globalizzazione in tutte le sue forme e manifestazioni; che ovviamente non sono soltanto economiche e politiche, bensì esistenziali, spirituali, naturali. Abbiamo risposte e proposte in ogni campo: dalla salute all’ambiente, dal lavoro all’immigrazione e al debito mondiale, dal cibo al commercio, dalla genetica alle nuove tecnologie; ecologia, etologia, animalismo e via elencando hanno sempre fatto parte del nostro bagaglio culturale, a differenza di tanti parvenues dell’ultim’ora. Senza seguire nessun capopolo isterico, ducetto da strapazzo o farabutto politicante, le nuove leve che verranno devono prima di tutto selezionarsi, contarsi, organizzarsi.
Comunque lo si voglia poi chiamare deve nascere un COORDINAMENTO ANTAGONISTA RIVOLUZIONARIO fra tutti coloro che condividano una visione tradizionale, anagogica della vita e del mondo ed abbiano la volontà di applicarla nella lotta quotidiana; una quotidianità che sia vissuta sotto il segno dell’Assoluto. Non l’impegno di un giorno o di un anno, ma la determinazione di tutta una vita!
Chi saprà trovare in se stesso questa determinazione assoluta può star certo che sarà seguito da un numero sempre crescente di giovani e meno giovani, i quali attendono solo un segno, un impulso, una bandiera per lanciarsi nella pugna.

EVOLA COME MAESTRO DI LOTTA E VITTORIA
Evola non è mai stato l’ideologo della ritirata, della sconfitta, della resa, del gesto disperato seppur coraggioso fine a se stesso. Tutta la sua vita e le sue opere, prima e dopo le Guerre Mondiali, sono una testimonianza di impegno, senza esaltazioni improvvise o scoramenti. Evola fu un vero rivoluzionario, anche quando era immobile, paralizzato sulla sua sedia, al tavolo di lavoro. E ce lo dimostra il fatto che seppe vedere lontano e pre-vedere la realtà nella quale siamo oggi immersi. Prevedere e provvedere, offrendoci gli strumenti teoretici per combattere il mond(ialism)o moderno, i suoi inganni, le sue sirene ammaliatrici. Il Sistema mondiale è molto più fragile di quanto ci faccia credere. Il suo crollo non si protrarrà nel tempo, non sarà una lunga decadenza, ma un crollo netto, quasi immediato; più veloce del crollo di un colosso dai piedi d’argilla, come fu l’URSS alla fine del millennio trascorso. Si tratterà allora, dove possibile, di sfruttare le contraddizioni interne al Sistema, che sempre si presentano in ogni fenomeno storico di mutamento. Fare esplodere le contraddizioni, portare la contrapposizione NEL Sistema a contrapposizione AL Sistema. Mostrare ai popoli tutta la fragilità della costruzione e strappare la maschera ai burattinai che la muovono. Primo imperativo: mutare di segno la mobilitazione Antiglobal; dal “—“ di una globalizzazione al negativo, dal basso, a quello “+” , positivo, di una lotta senza quartiere al Mondialismo comunque inteso PER la Liberazione Nazionale, Sociale, Culturale, europea e mondiale. Non prima di aver fatto piazza pulita di tutto il passato e il presente. Questo è vero “nihilismo attivo”. Sempre Evola, a conclusione di “Rivolta contro il mondo moderno”, affermava: “Si tratterebbe di assumere, presso ad uno speciale orientamento interiore, i processi più distruttivi dell’età moderna per usarli ai fini di una liberazione. Come in un ritorcere il veleno contro sé stesso o in un ‘cavalcare la tigre’ ”. E chi può essere più radicale e totale nella lotta al mondialismo moderno di chi ha un punto fermo di riferimento, ben oltre le contingenze storiche del momento? Chi sa guardare ben oltre i confini dello spazio e quelli del tempo, riallacciandosi con un altro anello alla catena ininterrotta di una concezione circolare della Storia : costui saprà essere l’AVANGUARDIA delle nuove generazioni che, proprio nel momento più buio dell’omologazione e dell’annichilimento, sentono ancora il fremito della “Rivolta…”, la necessità etica dell’impegno nella difesa dei più deboli, degli oppressi, dei perseguitati, la necessità fisica di vivere per lottare e lottare per vivere. Ezra Pound definì il comunismo un’etica e il fascismo un’estetica, il capitalismo una pratica. Si tratta ora di fondere etica ed estetica nella lotta al capitalismo che si è rivelato una “pratica” folle e suicida per tutti, anche per quelli che lo difendono, coscienti o meno che ne siano. Come ebbe modo di dire un vero rivoluzionario del ventesimo secolo, Ernesto “Che” Guevara, “bisogna sentire come se fosse ricevuto sul proprio viso lo schiaffo dato ad ogni uomo”; ed agire di conseguenza. Del resto, anche volendo, la generalità dei problemi e il pericolo sono oramai così globali appunto che rinchiudersi nel proprio egoismo, ideologico o sociale che sia, sarebbe un suicidio. Uomini come Julius Evola, come Nietzsche e tanti altri ci hanno lasciato strumenti di studio, di analisi del mondo attuale che, nelle mani giuste, possono trasformarsi in valide armi di lotta e vittoria. Chi saprà impugnarle con impersonalità, con animo nobile e volontà ferrea, unendosi a tanti altri uomini e popoli che in ogni angolo del pianeta stanno sollevando la testa, ritrovando la voce, alzando i pugni al cielo?

La possibilità, anzi la necessità di un nuovo calarsi nel Politico, nell’impegno militante totale, nella guerra al mondialismo moderno, oltre ogni limite geografico e mentale, rappresenterà anche la riprova sul campo della tenuta interiore di ciascuno, della fermezza e del coraggio, della capacità di vincere il borghese che si annida in ciascuno e che si cerca di esorcizzare rimandando l’impegno ad un ipotetico futuro fatto di pose retoriche, di eroismi da operetta, di fantastici scenari da war games, il tutto per rinviare sine die le proprie responsabilità e camuffare la resa al quotidiano, da piccoli borghesi frustrati.

“Propiziare – scriveva Evola- esperienze di una vita superiore, una superiore libertà…E’ una prova. E, a che essa sia completa, risolutiva, si dica pure: i ponti sono tagliati, non vi sono appoggi, non vi sono ‘ritorni’, non v’è che da andare avanti. E’ proprio di una vocazione eroica l’affrontare l’onda più vorticosa sapendo che due destini sono ad eguale distanza: quello di coloro che finiranno con la dissoluzione del mondo moderno, e quello di coloro che si ritroveranno nel filone centrale e regale della nuova corrente”. Ed ora, la parola ai fatti.

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