sabato 22 febbraio 2014

Che cos'è l'antisemitismo? (Michael Neumann)

Un articolo interessante e divertente di Michael Neumann, professore di filosofia alla Trent University, Ontario, Canada, uscito per la prima volta su Counterpunch il 4 giugno 2002.


Ogni tanto, qualche intellettuale ebreo di sinistra tira un profondo respiro, spalanca il proprio grande cuore, e ci annuncia che la critica a Israele o al sionismo non è antisemitismo. In silenzio, queste persone si complimentano con se stesse per il proprio coraggio. Con un lieve sospiro, cancellano ogni ombra della preoccupazione che forse ai goyim – per non parlare degli arabi – non sia il caso di mettere in mano questa pericolosa informazione.

Qualche volta sono i gentili al loro seguito, il cui ethos, se non la cui identità, aspira all’ebraicità, a sobbarcarsi questo compito. Per non sbilanciarsi troppo, si affrettano poi a ricordarci che l’antisemitismo resta comunque qualcosa da prendere molto sul serio. Il fatto che Israele, con l’approvazione di una nutrita maggioranza di ebrei, stia combattendo una guerra – una guerra razziale, contro i Palestinesi – è proprio la ragione principale per stare in guardia. Chi lo sa? Si potrebbe sempre sollevare qualche ombra di risentimento!


Io la penso diversamente. Ritengo che non si dovrebbe quasi mai prendere sul serio l’antisemitismo, e che qualche volta dovremmo perfino riderci sopra. Credo che l’antisemitismo sia sostanzialmente irrilevante a proposito del conflitto israelo-palestinese, se non forse come distrazione dai problemi reali. Io sostengo che certe affermazioni siano vere; sostengo anche la loro sensatezza. Non credo che farle sia una cattiveria gratuita come strappare la coda alle lucertole.

Antisemitismo, tecnicamente e strettamente parlando, non significa odio per i semiti: questo è confondere le definizioni con l’etimologia. Antisemitismo significa odio per gli ebrei. Ma su questo punto, immediatamente, ci troviamo a dover fare i conti con il secolare “gioco delle tre carte” dell’identità ebraica: “Ecco: la nostra è una religione! No: un’etnia! No: un’entità culturale! Cioè, scusate… una religione!” Appena ci stanchiamo di questo gioco, veniamo subito risucchiati nell’altro: “Antisionismo è antisemitismo!”, che prontamente si alterna con quello di: “Non confondiamo sionismo con ebraismo! Come osi, antisemita?!”

Bene, cerchiamo di essere sportivi. Cerchiamo di dare dell’antisemitismo un definizione tanto estesa quanto potrebbe mai desiderarlo un qualsiasi sostenitore di Israele: antisemitismo può essere l’odio per la razza ebraica, o per la cultura, o per la religione ebraica, oppure odio per il sionismo. Odio, ma anche disapprovazione, o opposizione, o lieve antipatia. Ma i sostenitori di Israele non troveranno questo gioco divertente come si aspettano. Gonfiare il significato di antisemitismo fino a includere qualunque cosa che possa danneggiare politicamente Israele è una spada a doppio taglio. Può essere comodo per colpire i propri nemici, ma il problema è che l’inflazione delle definizioni, come qualunque altra inflazione, svaluta la moneta. Più cose si definiscono antisemite, meno orribile suonerà il concetto di antisemitismo. Questo accade perché, mentre nessuno può impedirci di gonfiare le definizioni, continuiamo a non poter modificare i fatti. Nello specifico, nessuna definizione di antisemitismo potrà cancellare la versione dei fatti, sostanzialmente dalla parte dei palestinesi, che qui sostengo, come fanno la maggior parte degli europei, molti israeliani, e un numero crescente di nordamericani.

Che differenza fa questo? Supponiamo, per esempio, che un israeliano di destra dica che le colonie rappresentano la realizzazione di aspirazioni che sono fondamentali per il popolo ebraico, e che opporsi ad esse è antisemitismo. Possiamo accettare questa posizione, che certamente è difficile da confutare. Ma non possiamo nemmeno abbandonare la convinzione, ben fondata, che gli insediamenti israeliani stiano soffocando il popolo palestinese e spegnendo ogni speranza di pace. Dunque, fare acrobazie sulle definizioni non serve a niente: possiamo solo dire: al diavolo le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, le colonie sono inaccettabili. Dobbiamo anche aggiungere che, dal momento che siamo moralmente obbligati a opporci alle colonie, siamo obbligati a essere antisemiti. Grazie all’inflazione delle definizioni, certe forme di “antisemitismo” sono diventate un obbligo morale. Diventa ancora peggio quando è l’antisionismo ad essere bollato come antisemita, perché le colonie, se anche non rappresentano le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, sono un’estensione del tutto plausibile del sionismo. Opporsi alle colonie vuol dire quindi opporsi al sionismo, e dunque, secondo la definizione allargata, è antisemita. Più il concetto di antisemitismo viene espanso fino a includere l’opposizione alle politiche di Israele, più esso sembra una cosa positiva. E, dati i crimini di cui deve rispondere il sionismo, c’è un altro semplice passaggio logico da fare: l’antisionismo è un obbligo morale, dunque se essere antisionisti è antisemitismo, l’antisemitismo stesso diventa un obbligo morale.

Quali sono questi crimini? Perfino gli apologeti di Israele, in maggioranza, hanno smesso di negarli, limitandosi a insinuare che farli notare è un po’ antisemita. Dopotutto, Israele non è peggio di altri. Primo: e allora? Impariamo all’età di sei anni che “lo fanno tutti” non è una scusa valida. Ce lo siamo dimenticato? Secondo, i crimini non diventano peggiori solo perché considerati indipendentemente dal loro scopo. È vero, altri popoli hanno massacrato dei civili, li hanno lasciati morire per mancanza di cure mediche, hanno demolito le loro case, distrutto i loro raccolti, e li hanno usati come scudi umani. Ma Israele lo fa per validare l’affermazione inesatta di Israel Zangwill del 1901, secondo cui “La Palestina è una terra senza un popolo; gli Ebrei sono un popolo senza terra”. Spera di creare una terra totalmente svuotata dai gentili, un’Arabia deserta in cui i bambini ebrei possano ridere e giocare in mezzo a un deserto chiamato pace.

Molto prima dell’era di Hitler, i sionisti arrivarono da luoghi lontani migliaia di chilometri per spogliare dei loro beni persone che non avevano mai fatto loro nulla di male, e di cui riuscirono a ignorare la stessa esistenza. Le atrocità dei sionisti non facevano parte del piano iniziale. Emersero man mano che il razzismo inconsapevole di un popolo perseguitato sfociava nell’ideologia di superiorità razziale di un popolo persecutore. Questa è la ragione per cui chi guidò le violenze, le mutilazioni e le uccisioni di bambini a Deir Yassin sarebbe poi diventato primo ministro di Israele. Ma questi omicidi non furono abbastanza. Oggi, quando Israele potrebbe avere la pace senza pagare alcun prezzo, continua a condurre un’altra campagna di spoliazione, rendendo lentamente, deliberatamente, la Palestina un luogo invivibile per i palestinesi, e vivibile per gli ebrei. Il suo obiettivo non è la difesa o l’ordine pubblico, ma l’estinzione di un popolo. In verità, Israele ha abbastanza abilità di pubbliche relazioni da farlo con un grado di violenza americano piuttosto che hitleriano. Si tratta di un genocidio più delicato, più gentile, che dipinge i suoi responsabili come vittime.

Israele sta costruendo uno stato razziale, non religioso. Io, come pure i miei genitori, sono sempre stato ateo. Eppure ho diritto, per la mia nascita biologica, alla cittadinanza israeliana; magari voi siete i più fervidi credenti nel Giudaismo, ma questo diritto non lo avete. I palestinesi vengono vessati e uccisi per me, non per voi. Sono spinti verso la Giordania, a morire in una guerra civile. E dunque no, sparare ai civili palestinesi non è la stessa cosa che sparare ai civili vietnamiti o ceceni. I palestinesi non sono un “danno collaterale” in una guerra contro comunisti ben armati o forze separatiste: gli si spara perché Israele pensa che tutti i palestinesi debbano dileguarsi o morire, così che le persone con un nonno ebreo possano tracciarsi le suddivisioni di proprietà sulle macerie delle loro case. Questo non è il tragico errore di una superpotenza arrogante e pasticciona, ma un male emergente, la strategia deliberata di uno stato concepito e impegnato in nome di un nazionalismo etnico sempre più aggressivo. Ha al suo attivo relativamente pochi cadaveri, ma le sue armi nucleari potrebbero uccidere probabilmente venticinque milioni di persone in poche ore.

Intendiamo dire che è antisemitismo accusare non solo gli israeliani, ma gli ebrei in generale, di complicità in questi crimini contro l’umanità? Di nuovo, forse no, perché ci sono argomenti più che ragionevoli a sostegno di queste affermazioni. Paragoniamole, ad esempio, con l’affermare che i tedeschi in generale furono complici di certi crimini. Questo non ha mai voluto dire che tutti i tedeschi, fino all’ultimo uomo, donna, bambino e ritardato mentale, fossero colpevoli. Vuol dire che la maggior parte dei tedeschi lo fu. La loro colpa non fu, ovviamente, quella di aver spinto prigionieri nudi dentro le camere a gas. Fu quella di aver sostenuto gli individui che pianificarono quegli atti, oppure – come molta letteratura ebraica moralistica, sopra le righe, ci spiega – quella di aver negato l’orrore che si dispiegava attorno a loro, quella di aver rinunciato a parlare e a resistere, quella del consenso passivo. È da notare che, in questo caso, il fatto che ogni forma di resistenza attiva potesse essere estremamente pericolosa non è valido come scusante.

Bene, non c’è praticamente nessun ebreo che oggi possa correre dei rischi per il fatto di parlare chiaro. E il parlare chiaro è l’unica forma di resistenza che si richiede. Se molti ebrei parlassero chiaro, la cosa avrebbe un effetto enorme. Ma la stragrande maggioranza degli ebrei non lo fa; e, nella maggior parte dei casi, non lo fa perché sostiene Israele. A questo punto, la stessa nozione di responsabilità collettiva dovrebbe forse essere abbandonata; forse, qualche persona intelligente cercherà di convincerci che dobbiamo farlo. Ma al momento presente, l’evidenza per la complicità ebraica sembra molto più forte di quella per la responsabilità tedesca. Dunque, se non è razzista, ed è ragionevole, affermare che i tedeschi sono stati complici di crimini contro l’umanità, non è razzista, ed è ragionevole, dire lo stesso degli ebrei. E se anche il concetto di responsabilità collettiva fosse da abbandonare, il dire che la maggior parte delle persone ebree adulte sostiene uno Stato che commette crimini di guerra sarebbe sempre ragionevole, perché è semplicemente la verità. Quindi, se dire queste cose è antisemitismo, può apparire ragionevole essere antisemiti.

In altri termini, c’è da fare una scelta. O si usa la parola antisemitismo adattandola alle proprie intenzioni politiche, o la si usa come termine di condanna morale, ma non si possono fare entrambe le cose. Se si vuole evitare che l’antisemitismo finisca con il diventare qualcosa di ragionevole o di eticamente accettabile, esso deve essere univocamente definito, senza polemica. Saremmo al sicuro, se confinassimo l’idea di antisemitismo all’odio esplicitamente etnico per gli ebrei, a chi attacca qualcuno solo perché è nato ebreo. Ma saremmo inutilmente al sicuro: neppure i nazisti affermavano di odiare la gente solo perché era nata ebrea. Sostenevano di odiare gli ebrei perché essi aspiravano a dominare gli ariani. Chiaramente, una visione simile deve essere considerata comunque antisemita, sia che appartenga ai cinici razzisti che l’hanno concepita, sia agli stupidi che l’hanno mandata giù.

C’è un solo modo per essere sicuri che il termine antisemitismo includa tutti (e soltanto) le azioni o gli atteggiamenti negativi verso gli ebrei. Dobbiamo cominciare da quelli su cui siamo tutti d’accordo che lo siano, e assicurarci che il termine indichi tutti e solo quelli. Probabilmente, tutti noi condividiamo un senso morale comune abbastanza per poterlo fare.

Per esempio, condividiamo abbastanza senso morale per dire che tutti gli atti e le avversioni basate sulla discriminazione etnica sono inaccettabili, e di conseguenza possiamo classificarli senza dubbio come antisemiti. Ma non vuol dire che qualunque forma di ostilità verso gli ebrei, nemmeno nel caso che significhi ostilità verso una maggioranza schiacciante di ebrei, debba essere considerata antisemita. Né dovrebbe esserlo qualunque forma di ostilità verso la religione o la cultura ebraica.

Io, per esempio, sono cresciuto nella cultura ebraica, e come capita a molte persone che sono cresciute in una determinata cultura, essa ha finito con il non piacermi. Ma è insensato classificare il fatto che non mi piaccia come antisemita; e non perché io sono ebreo, ma perché la mia antipatia è innocua. Forse non è innocua in assoluto: potrebbe darsi che, in qualche debolissimo modo indiretto, essa un giorno incoraggi qualcuno degli atti o degli atteggiamenti pericolosi che abbiamo deciso di chiamare antisemiti. Ma allora? Il filosemitismo esagerato, quello che considera tutti gli ebrei come dei santi, brillanti, sensibili e intelligenti, potrebbe avere lo stesso effetto. I pericoli prospettati dalla mia disapprovazione per la cultura ebraica sono molto minori. Anche nei casi in cui è molto diffusa, l’antipatia collettiva per una cultura è normalmente innocua. La cultura francese, per esempio, sembra risultare largamente antipatica tra i nordamericani, ma nessuno, nemmeno i francesi, considera questo una sorta di crimine razzista.

Non è neppure vero che tutte le azioni o gli atteggiamenti che possano recare un danno agli ebrei siano da considerare antisemiti. Molte persone disapprovano la cultura americana; alcuni boicottano i prodotti americani. Sia l’atteggiamento, sia l’azione potrebbero in generale recare un danno agli americani, ma non c’è niente di moralmente condannabile nell’una o nell’altra cosa. Definirli come atti di antiamericanismo significherebbe solo affermare che alcune forme di antiamericanismo sono perfettamente accettabili. Se l’opposizione alla politica di Israele viene chiamata antisemita, in quanto potrebbe portare qualche danno agli ebrei in generale, questo significherà solo dire che alcune forme di antisemitismo sono ugualmente accettabili.

Se si vuole che antisemitismo rimanga un termine negativo, lo si può applicare anche al di là delle azioni, delle idee e dei sentimenti esplicitamente razzisti. Ma non lo si può applicare oltre gli esempi di ostilità grave e chiaramente ingiustificata contro gli ebrei. I nazisti si costruirono fantasie storiche per giustificare i propri attacchi; lo stesso fanno i moderni antisemiti che credono nei Protocolli dei Savi di Sion. Lo stesso fanno i razzisti striscianti, che si lamentano del dominio ebraico sull’economia. Questo è antisemitismo nel senso stretto e negativo della parola. Si tratta di azioni o di propaganda pianificate per fare del male agli ebrei, non per qualcosa che hanno fatto, ma per quello che sono. Lo stesso discorso può applicarsi agli atteggiamenti che questa propaganda punta a inculcare: benché non sia sempre esplicitamente razzista, essa si porta dietro motivazioni razziste, e l’intenzione di fare un danno reale. Un’opposizione ragionevolmente fondata alle politiche di Israele, invece, non si adatta a questa descrizione, nemmeno quando offende tutti gli ebrei. Né vi si adatta la semplice e innocua antipatia per qualcosa di ebraico.

In conclusione, quello che ho suggerito è che sarebbe meglio restringere la definizione di antisemitismo, in modo tale che nessun atto possa essere allo stesso tempo antisemita e accettabile. Ma possiamo andare oltre. Ora che abbiamo giocato abbastanza, poniamoci qualche domanda sul ruolo che ha il vero, deprecabile antisemitismo, nel conflitto israelo-palestinese e nel mondo in generale.

Indubbiamente esiste del genuino antisemitismo nel mondo arabo: la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende sugli ebrei che nei loro rituali verserebbero il sangue dei bambini gentili. Questo è oggettivamente ingiustificabile. Ma lo è anche il fatto che si siamo dimenticati di nuovo di rispondere alla lettera della nonna. In altri termini, c’è un punto importante: dobbiamo semplicemente accettare il principio che l’antisemitismo è un male. Non farlo ci porrebbe al di fuori del consesso civile. Ma è una cosa molto diversa dall’avere qualcuno che ci ossessiona pretendendo che l’antisemitismo sia il Male di tutti i Mali. Non siamo bambini che stanno imparando la moralità: è responsabilità nostra stablire le nostre priorità morali. Non possiamo farlo fondandoci su orribili immagini che risalgono al 1945, o sui lamenti angosciati di giornalisti sofferenti. Dobbiamo chiederci quanto male fa o può fare l’antisemitismo, non nel passato, ma oggi. E dobbiamo chiederci dove questo male può manifestarsi, e perché.

Si ritiene che vi siano gravi pericoli nell’antisemitismo del mondo arabo. Ma l’antisemitismo arabo non è la causa dell’ostilità araba verso Israele, o magari verso gli ebrei. Ne è un effetto. Il progredire dell’antisemitismo arabo va di pari passo con il progredire dell’avanzata territoriale ebraica, e delle atrocità commesse da ebrei. Questo, non per giustificare il genuino antisemitismo, semmai, per banalizzarlo: esso è arrivato nel Medio Oriente con il sionismo, e scomparirà quando il sionismo cesserà di essere una minaccia espansionistica. Di fatto, la sua causa principale non è la propaganda antisemita, ma gli sforzi sistematici, decennali e senza posa che fa Israele per coinvolgere tutti gli ebrei nei propri crimini. Se l’antisemitismo arabo persistesse dopo il raggiungimento di un accordo di pace, potremmo discuterne, e deprecarlo. Ma comunque, non farebbe molto danno reale agli ebrei. I governi arabi avrebbero solo da perdere, permettendo attacchi contro i propri cittadini ebrei: significherebbe un invito per Israele a intervenire. E ci sono ben poche ragioni di aspettarsi che tali attacchi si verifichino: se tutti gli orrori delle recenti campagne israeliane non sono bastati a provocarli, è difficile immaginarsi cosa potrebbe riuscirci. Ci vorrebbe probabilmente qualche azione israeliana così orrenda e criminale da far scomparire gli attacchi stessi.

Se è verosimile che l’antisemitismo possa avere effetti terribili, è di gran lunga più probabile che li abbia nell’Europa occidentale. Là, i risvegli neofascisti sono del tutto reali. Ma sono un pericolo per gli ebrei? Non ci sono dubbi che Le Pen, per fare un esempio, sia antisemita. Ma non esiste alcun indizio che abbia intenzione di fare qualcosa a questo proposito. Al contrario, sta facendo ogni sforzo possibile per pacificarsi gli ebrei, e forse addirittura per assicurarsi il loro aiuto contro il suo vero obiettivo, gli “arabi”. Non sarebbe certo il primo politico ad allearsi con qualcuno che non gli piace. Ma se avesse davvero dei piani accuratamente dissimulati contro gli ebrei, allora sì che sarebbe insolito: Hitler e i russi antisemiti che avrebbero scatenato i pogrom erano straordinariamente trasparenti sulle loro intenzioni, e non tentarono mai di accattivarsi il sostegno degli ebrei. E che alcuni ebrei francesi vedano Le Pen come uno sviluppo positivo, o addirittura un alleato, è un fatto (si veda, per esempio, Le Pen è un bene per noi, dicono sostenitori ebrei, Ha’aretz, 4 maggio 2002, e il commento di Goldenburg su France TV del 23 aprile). Certo, esistono ragioni storiche per temere un orrendo assalto contro gli ebrei. E tutto è possibile: potrebbe esserci un massacro di ebrei a Parigi domani stesso, oppure di algerini. Quale dei due è pù probabile? Se si imparano lezioni dalla storia, le si dovrebbe applicare a circostanze che si somiglino. L’Europa di oggi assomiglia ben poco all’Europa del 1933. E ci sono anche possibilità positive: per quale motivo la probabilità di un pogrom dovrebbe essere maggiore di quella di vedere l’antisemitismo svanire in una malevolenza inconcludente? Qualunque legittima preoccupazione dovrebbe basarsi sul fatto che c’è effettivamente una minaccia.

L’occorrenza di aggressioni antisemite potrebbe dimostrare questa minaccia. Ma queste prove sono notevolmente confuse: non viene fatta nessuna distinzione tra gli attacchi contro monumenti o simboli ebraici e le effettive aggressioni contro ebrei. Inoltre, si mette l’accento sull’aumentata frequenza degli attacchi, tanto da lasciar sfuggire all’attenzione il fatto che il loro livello sia veramente molto basso. Gli attacchi simbolici, in effetti, sono aumentati in assoluto, in modo significativo. Quelli alle persone no (1). Ancora più importante, la maggior parte di questi attacchi viene da residenti musulmani: in altre parole, da una minoranza largamente odiata, perseguitata, e soggetta a severo controllo poliziesco, che non ha la minima possibilità di intraprendere una seria campagna di violenza contro gli ebrei.

È certo molto spiacevole che una mezza dozzina di ebrei siano finiti in ospedale – nessuno ucciso – a causa di recenti aggressioni in vari luoghi d’Europa. Ma chiunque consideri questo come uno dei problemi più importanti del mondo, semplicemente non ha dato un’occhiata al mondo. Questi attacchi sono di competenza della polizia, non sono una ragione per cui noi tutti dobbiamo farci poliziotti di noi stessi e degli altri, per arginare qualche mortale malattia morale. Questo tipo di reazione è appropriato solo quando gli assalti razzisti avvengono in società ostili o indifferenti alla minoranza aggredita. Coloro che hanno realmente paura di un ritorno del nazismo, per esempio, dovrebbero riservare la loro angosciata preoccupazione alle aggressioni, di gran lunga più sanguinose, e di gran lunga più facilmente perdonate, contro gli zingari, la cui storia di persecuzioni è pienamente paragonabile al passato degli ebrei. La posizione degli ebrei è molto più vicina a quella dei bianchi americani, che sono anch’essi, ovviamente, vittime di aggressioni a sfondo etnico.

Non c’è dubbio che molte persone rifiutino questa sorta di ragionamento numerico a sangue freddo. Replicheranno che, con l’ombra del passato che incombe su di noi, anche una sola ingiuria antisemita è una cosa terribile, e che la bruttura non si può misurare dal numero di cadaveri. Ma se assumiamo un punto di vista più ampio sulla faccenda, l’antisemitismo diventa meno importante, non di più. Considerare qualunque spargimento di sangue ebraico come una calamità planetaria, che va al di là di ogni misura e paragone, è razzismo puro e semplice: significa dare al sangue di una razza un valore maggiore che a quello di tutte le altre. Il fatto che gli ebrei siano stati perseguitati per secoli, e che abbiano sofferto terribilmente mezzo secolo fa, non cancella il fatto che, nell’Europa di oggi, gli ebrei sono cittadini ben integrati, che hanno di gran lunga meno ragioni di soffrire e di temere di quante ne abbiano altri gruppi etnici. Certo, le aggressioni razziste contro una minoranza benestante sono tanto spregevoli quanto gli attacchi razzisti contro una minoranza povera e senza potere. Ma aggressori ugualmente spregevoli non vuol dire attacchi altrettanto preoccupanti.

Non sono gli ebrei, oggi, che vivono con l’incubo del campo di concentramento. I “campi di transito” proposti da Le Pen sono per gli arabi, non per gli ebrei. E per quanto vi siano partiti politicamente rappresentativi che contengono molti antisemiti, non uno solo di questi partiti mostra alcun segno di articolare, e tanto meno di perseguire, un programma antisemita. Né esiste alcuna ragione di sospettare che, una volta al potere, cambieranno tono. L’Austria di Haider non è considerata pericolosa per gli ebrei; né lo era la Croazia di Tudjman. E sa anche ci fosse un tale pericolo, be’, abbiamo uno stato ebraico con tanto di armi nucleari pronto ad accogliere qualunque rifugiato, come pure farebbero gli Stati Uniti o il Canada. E dire che non ci sono pericoli reali adesso, non significa dire che bisogna ignorare ogni pericolo che potrebbe sorgere in futuro. Se in Francia, per esempio, il Front National cominciasse a invocare campi di transito per gli ebrei, dovremmo preoccuparci. Ma non è il caso di preoccuparci per ogni cosa allarmante che potrebbe appena ipoteticamente accadere: ci sono cose molto più allarmanti che accadono già!

Si potrebbe sempre replicare che, se le cose non sono diventate più allarmanti, è solo perché gli ebrei – e altri – sono sempre stati tanto vigili nel combattere l’antisemitismo. Ma questo non è plausibile. Per prima cosa, la vigilanza contro l’antisemitismo è una specie di visione a senso unico: come i neofascisti stanno ben imparando, possono sempre evitare di farsi notare rimanendosene zitti a proposito degli ebrei. Inoltre, non ci sono stati pericoli gravi per gli ebrei nemmeno in paesi tradizionalmente antisemiti sui quali il mondo non tiene gli occhi aperti, come l’Ucraina o la Croazia. Paesi ai quali si dedica pochissima attenzione non sembrano più pericolosi di quelli che ne hanno molta. Per quanto riguarda le vigorose reazioni contro Le Pen in Francia, esse sembrano avere molto più a che fare con la repulsione francese verso il neofascismo che con le rampogne della Anti-Defamation League. Supporre che le organizzazioni ebraiche e i coscienziosi giornalisti che insistono sul pericolo antisemita stiano salvando il mondo dalla catastrofe è come affermare che siano stati Bertrand Russell e i pacifisti quaccheri a salvarci da una guerra nucleare.

A questo punto, si potrebbe dire: quali che siano i reali pericoli, questi avvenimenti sono comunque atroci per gli ebrei, e si portano dietro insopportabili ricordi dolorosi. Questo può essere vero per quei pochi che ancora hanno questi ricordi, non per gli ebrei in generale. Io sono un ebreo tedesco, e avrei un’ottima opportunità di rivendicare il mio status di vittima di seconda o terza generazione. Invece, gli incidenti antisemiti e un clima di crescente antisemitismo non mi preoccupano così tanto. Ho molta più paura quando mi trovo in situazioni realmente pericolose, per esempio quando guido. E comunque, anche i ricordi dolorosi e gli stati d’ansia non rappresentano molto, paragonati alle reali sofferenze fisiche inflitte dalle discriminazioni a tanti non ebrei.

Tutto questo non vuole sminuire tutto l’antisemitismo, ovunque. Si sente spesso parlare di malevoli antisemiti in Polonia o in Russia, sia per le strade, sia al governo. Ma, per quanto ciò possa essere preoccupante, è anche immune da ogni influenza da parte dei conflitti israelo-palestinesi, ed è molto improbabile che quei conflitti possano influenzarlo in un modo o nell’altro. Per di più, per quanto ne so, in nessun luogo c’è tanta violenza contro gli ebrei quanta ce n’è contro gli “arabi”. Quindi, se anche l’antisemitismo è, da qualche parte, una questione catastroficamente seria, possiamo solo concluderne che il sentimento antiarabo è qualcosa di ancora, molto più serio. E siccome qualunque gruppo antisemita è anche, e in misura molto maggiore, contro l’immigrazione e contro gli arabi, questi gruppi si potrebbero combattere non in nome dell’antisemitismo, ma in difesa degli arabi e degli immigrati.

In breve, il vero scandalo oggi non è l’antisemitismo, ma l’importanza che gli si dà. Israele ha commesso dei crimini di guerra. Ha coinvolto gli ebrei in generale in questi crimini, e in generale gli ebrei si sono affrettati a lasciarvisi coinvolgere. Questo ha provocato astio contro gli ebrei. Perché non avrebbe dovuto? In qualche caso questo astio è razzista, in qualche altro caso no, ma cosa importa? Perché dovremmo dedicarvi tanta attenzione? Il fatto che la guerra etnica di Israele abbia provocato un’aspra rabbia è importante in confronto alla guerra stessa? La remota possibilità che da qualche parte, in qualche momento, in qualche modo, questo odio potrebbe forse, in teoria, uccidere degli ebrei è importante rispetto alla brutale, reale persecuzione fisica dei palestinesi, e rispetto alle centinaia di migliaia di voti a favore di chi vorrebbe internare gli arabi nei campi di transito? Oh, ma… dimenticavo. Come non detto, mi rimangio tutto: qualcuno con la bomboletta spray ha scritto degli slogan antisemiti sul muro di una sinagoga.


(1) Nemmeno la ADL o il B’nai B’rith includono gli attacchi palestinesi contro Israele nel conto; parlano piuttosto di “Punti di vista insidiosi con cui viene visto il conflitto tra israeliani e palestinesi, usati dagli antisemiti” (http://www.adl.org/presrele/ASInt_13/4084_13.asp) E come molte altre persone, io non considero gli attacchi terroristici di organizzazioni come Al Qaeda come esempi di antisemitismo, ma piuttosto come una fallimentare campagna paramilitare contro gli USA e Israele. Perfino se li si include nel conto, non appare particolarmente pericoloso essere ebreo al di fuori di Israele.

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