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lunedì 25 aprile 2022

La controrivoluzione progressista (Michéa, Jean-Claude)

Pruitt-Igoe, collasso, Usa, Michéa, liberali

Se per «rivoluzione» s’intende il «continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali» (Marx), allora è chiaro che una società capitalista è, per suo stesso principio, eminentemente rivoluzionaria («costruiamo in un mondo che si muove!»). Se invece – e in modo più classico – si sceglie di riservare il termine «rivoluzione» solo per il processo politico che consente a un popolo (fosse anche solo per poche settimane) d’impadronirsi di un potere fino a quel momento sequestrato da una casta o un’oligarchia, allora, al contrario,
si dovrà concludere che il movimento che nella seconda metà degli anni Settanta ha progressivamente portato al trionfo inconfutabile delle idee liberali (tanto sul piano economico quanto su quello politico e sociale) deve necessariamente essere definito – almeno nei suoi aspetti dominanti – come una vera e propria controrivoluzione culturale. Perché l’importante è vedere che, nelle condizioni storicamente inedite del sistema capitalista, ogni movimento ufficialmente «progressista» e avvenirista – sul genere, lo abbiamo visto, di quello degli ideologi della Silicon Valley [a] – può dunque rivelarsi senza dubbio, e allo stesso tempo, profondamente controrivoluzionario [b]

È del resto ciò che lo stesso re Luigi Filippo aveva avuto occasione di constatare, durante il suo esilio in Belgio, di fronte al drammatico spettacolo delle giornate del giugno 1948: «La Repubblica è davvero fortunata – aveva esclamato – perché lei almeno ha il diritto di sparare sul popolo!» Tale è, in definitiva, la contraddizione permanente nella quale oggi devono dibattersi i versagliesi di sinistra (o di estrema sinistra) del post-mitterrandismo [c].

Approfondimenti: 

Nazbol, rossobruni

[a]
Gli esempi dei numerosi danni prodotti dall’ideologia progressista, specialmente sul piano urbanistico, non mancano di certo. Si pensi per esempio – come nota Olivier Rey – al famoso «progetto urbanistico Pruitt-Igoe, concepito secondo i precetti del movimento modernista», che «valse a Yamasaki una grande notorietà e anche, negli anni successivi, una valanga di commissioni d’altissimo livello, fino al World Trade Center. Ma Pruitt-Igoe, che in virtù della sua geometrica disposizione degli edifici si riteneva dovesse assicurare ai suoi abitanti una vita migliore, con l’uso si rivelò invece un totale fallimento. Appena terminato, il quartiere cominciò subito a degradarsi, e il decadimento fu così rapido che, nonostante le commissioni chiamate a riflettere su come contenerlo, già nel 1972 iniziò la demolizione. Quattro anni più tardi, del complesso non rimaneva più niente. Pruitt-Igoe è un esempio emblematico dei madornali errori architettonici che sono stati commessi all’epoca della modernità trionfante. Il gigantismo e il carattere radicalmente artificiale del progetto impedivano agli abitanti di vivere normalmente i dintorni del loro domicilio e di tenere a debita distanza la delinquenza, che di fatto arrivava fino alla porta del loro appartamento. Poliziotti e pompieri non intervenivano più sul posto, per non rischiare di essere feriti o persino uccisi da svariati oggetti che gli venivano lanciati loro addosso dai piani superiori. Il clima era talmente invivibile da spingere chiunque ne avesse la possibilità ad andarsene, così il quartiere, anche per via di tutti quegli abbandoni, si deteriorava sempre di più» (Dismisura. La marcia infernale del progresso, Napoli, Controcorrente, 2016). «Dell’intera vicenda del complesso edilizio Pruitt-Igoe – conclude Olivier Rey – l’aspetto più rilevante è che, pur essendo stato presentato come una vetta del progresso all’epoca della sua costruzione, nemmeno vent’anni dopo non si sia trovata altra soluzione se non quella di demolire l’intero quartiere – inaugurando peraltro una lunga serie di demolizioni dello stesso genere. Nel 1977, l’architetto Charles Jencks ne trasse questa conclusione: “L’architettura moderna è morta a Saint Louis, Missouri, il 15 luglio 1972, alle tre e mezza del pomeriggio (più o meno), quando il tristemente celebre progetto urbanistico Pruitt-Igoe – più esattamente diversi suoi edifici – ha ricevuto il colpo di grazia con la dinamite”. Jencks stabilisce proprio quel momento, quella data precisa, come l’ingresso in una nuova epoca, quella della postmodernità». In altri termini, l’ingresso nell’era di questa urbanizzazione neoliberista della quale oggi conosciamo anche tutte le conseguenze «progressiste».

[b] Lungo tutto il XIX secolo, e fino al crollo del regime di Vichy, le parole Reazione e Controrivoluzione sono pressoché intercambiabili. Il «reazionario» (o l’«estremista di destra») è colui che – sulla scia di un Joseph de Maistre e di un Louis de Bonald (o di un Balzac) – conserva ancora la speranza di restaurare, in tutto o in parte, il mondo di prima della Rivoluzione (in primo luogo i privilegi per nascita della nobiltà e il persistente controllo delle menti da parte della Chiesa). Quindi sarà soltanto dopo che «le classi reazionarie saranno distrutte» (Marx) che l’immaginario del «Progresso» potrà liberare alla luce del sole l’insieme delle ambiguità di cui era portatore dall’origine (i primi socialisti erano per definizione infinitamente più sensibili a quelle ambiguità, alla stregua per esempio di un Proudhon, il quale nel 1852 scriveva che «secondo la teoria del Progresso, il popolo deve essere trattato come un branco di minorati e di bruti che, pian piano, bisogna convertire all’umanità»). In effetti, a partire dal momento in cui si è davvero capito che la dinamica cieca del capitale (imperniata sulla continua necessità di riprodurre quest’ultimo su una base sempre più allargata) era «eminentemente rivoluzionaria», e che la società attuale, lungi dall’essere un «cristallo solido», costituiva in realtà un «organismo suscettibile di trasformazione o in costante processo di svolgimento» (Marx), la credenza secondo la quale ogni passo in avanti rappresenta in automatico un passo nella giusta direzione (perché questo è, per definizione, il mantra di base di ogni ideologia «progressista») perde immediatamente il suo carattere di ovvietà. Salvo poi, naturalmente, confondere l’idea secondo la quale «non si ferma il progresso» con l’idea secondo la quale non si ferma il capitalismo.

Nazbol, rossobruni[c] Si può trovare una perfetta esposizione su quel che può significare un progressismo controrivoluzionario nell’opera «futurista» di Filippo Marinetti. «Il libro, mezzo assolutamente passatista di conservare e comunicare il pensiero, era da molto tempo destinato a scomparire come le cattedrali, le torri, le mura merlate, i musei e l’ideale pacifista […]. Il cinematografo, deformazione gioconda dell’universo, diventerà la migliore scuola per i ragazzi. Svilupperà la sensibilità, velocizzerà l’immaginazione creatrice, darà all’intelligenza un prodigioso senso di simultaneità e di onnipresenza. Collaborerà al rinnovamento generale sostituendo la rivista (sempre pedantesca) e il dramma (sempre previsto) e uccidendo il libro (sempre tedioso e opprimente)». Non sembra di leggere una di quelle impulsive celebrazioni della «cultura digitale» e del «mondo connesso» di cui oggi la nuova sinistra liberale è diventata così avida? (Ciò conferma, tra l’altro, la profonda intuizione di Orwell secondo la quale i nazisti e i fascisti erano «i veri uomini moderni [the truly modern men]»).

Jean-Claude Michéa

2 commenti:

  1. Il discorso è valido, ma esempi di architettura modernista ne abbiamo anche in Italia. A Roma ho visto Corviale e Tor bella monaca, con risultati analoghi a quelli citati. Eppure mi è rimasta la sensazione che l'errore sia stato nel fattore umano più che strettamente urbanistico. Deportando in breve tempo masse di popolazione indigente in un nuovo quartiere si ha sempre un pessimo risultato. Il tessuto sociale e umano di un quartiere va costruito lentamente, basandosi sui rapporti umani preesistenti. In breve: ho bisogno di potermi fidare del mio vicino.

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    1. Hai sicuramente ragione, non riguarda solo gli Usa, anche da noi ce ne sono, ma sempre partoriti da un certo tipo di visione... Come dici tu è una visione che prescinde da storia, cultura, convivenza... Nel mondo precario, fluido, delle migrazioni non possono che nascere questi mostri senza passato e (quindi) senza futuro.

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