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martedì 22 novembre 2022

Corporativismo e comunismo nel pensiero di Ugo Spirito (Luigi Punzo)

Ugo Spirito, fascismo, comunismo, corporativismo

Corporativismo e comunismo sono due termini che nel percorso, pur così frastagliato e complicato, del pensiero di Ugo Spirito, finiscono per esprimere, soprattutto se analizzati nella loro dimensione teoretica, la sostanziale continuità della sua concezione sociale ed esistenziale della vita degli uomini. Si tratta del resto di una continuità e di una contiguità più volte sottolineate dallo stesso Spirito in diversi suoi scritti. 

Può valere come esempio ciò che egli afferma nella relazione presentata al Congresso internazionale di filosofia di Roma del 1946, intitolata Il pensiero italiano di fronte al materialismo storico: "Non bisogna dimenticare che proprio dall'attualismo, il quale aveva preso le mosse da Marx, ebbe vita, tra il 1932 e il 1935, la prima formulazione di una dottrina comunista che sia stata formulata in Italia. Questa dottrina si ispirava ancora alla dialettica marxistica e cercava - sul fondamento dell'identificazione di individuo e Stato - di realizzare un tipo di società organizzato secondo i principi di una rigorosa economia programmatica"(1)

Ancora trent'anni dopo tornerà a ribadire la contiguità dialettica dei due termini: "Nel congresso di Ferrara del 1932, il mio quesito fu esplicito: fascismo o comunismo? La risposta, evidentemente, fu per il primo termine, ma il primo termine era pure carico del secondo. E allora fui perseguitato, infatti, come comunista. Il mio fascismo era il mio comunismo. Poi, quando il fascismo finì, mi ritrovai solo con il mio comunismo. Non avevo fatto un passo diverso, ma continuavo lungo la stessa strada. E nel 1970 ripubblicai, senza mutare neppure una virgola, i miei libri sul corporativismo. Ma pubblicai anche un grosso volume su Il comunismo (1965), inteso come precisazione e commento del passato. Perché, in effetti, non avevo nulla da modificare, ma soltanto da guardare e da proseguire in funzione delle nuove condizioni storiche"(2).

Si pone a questo punto la domanda se la continuità rivendicata da Spirito risponde solo all'esigenza di adeguare la sua riflessione alle mutate situazioni sociali e politiche, o se invece si fonda su una possibile identità di contenuti e, soprattutto, su una sostanziale, unitaria esigenza di ricerca, che caratterizza la sua riflessione sui temi della politica e, più in generale, tutto il suo pensiero. In questo senso l'analisi del significato dei due termini, corporativismo e comunismo, pur muovendosi su un terreno specifico, può assumere un valore di grande rilievo ermeneutico nei confronti dell'intero pensiero di Spirito, dal momento che essa si pone come la verifica concreta del modo in cui egli intende la ricerca, qualsiasi ricerca, tutta la ricerca. Vittorio Mathieu, nel suo saggio Unità d'ispirazione del pensiero di Ugo Spirito, ha con grande efficacia messo in evidenza l'esigenza unitaria che anima tutta la ricerca di Spirito, pur nell'apparente contraddittorietà e polivalenza: "Attualismo, immanenza, corporativismo, scienza, ricerca, arte, amore, comunismo, onnicentrismo, ipotetismo: dieci caratterizzazioni, un solo problema... "Eppure, se ci fu un filosofo a cui si applichi il detto bergsoniano, che il vero filosofo, in tutta la sua vita, non dice che una cosa sola (e anche questa, più che dirla, cerca di dirla) questi fu Ugo Spirito"(3). È una sottolineatura, questa, non superflua, anche perché ribadisce una osservazione relativa alla sensibilità più propria della ricerca di Ugo Spirito, che è essenzialmente teoretica, anche quando si muove su piani completamente diversi o addirittura opposti.

Ma per tentare di rispondere alla domanda che prima si è posta, si dovrà in prima istanza cercare di capire che cosa Spirito intendeva con il termine corporativismo. Per la ricostruzione di questa definizione si possono individuare tre fasi, puntualmente testimoniate dalla ricerca portata avanti da Spirito su "Nuovi Studi di diritto, economia e politica", la rivista da lui fondata, insieme con Arnaldo Volpicelli, nel 1927 e che con lui diresse, fino alla cessazione della pubblicazione nel 1935. A ribadire un'adesione mai venuta meno a quel programma di ricerca egli, a molti anni di distanza, ripubblicherà nel 1970 in un unico volume, Il corporativismo, i tre volumi che raccoglievano e scandivano nelle tre fasi i contributi apparsi su "Nuovi Studi"(4). Spirito costruisce la sua idea di corporativismo, sullo specifico terreno dell'economia politica, a partire, innanzitutto, dalla critica dell'economia liberale, di cui critica, appunto, il fondamento individualistico e il conseguente atomismo sociale. L'egoismo e la conflittualità che contraddistinguono quella concezione di società civile che, fondata sull'individuo, si struttura come sommatoria di individui irrelati, sono d'altra parte impliciti, secondo Spirito, negli stessi fondamenti teorici dell'economia liberale: l'astrazione dell'homo oeconomicus e il concetto di ofelimità. Né Spirito tralascia di misurarsi con i maggiori teorici dell'economia liberale, come esemplarmente avviene in uno dei primi saggi apparsi su "Nuovi Studi" in cui egli critica il pensiero di Vilfredo Pareto(5). La critica all'individualismo della tradizione illuministica e giusnaturalistica, che riprende un tema caro all'attualismo gentiliano, è un motivo di grande rilevanza teorica, çhe rimarrà a fondamento di ogni ulteriore riflessione di Spirito su questi argomenti e che si ritroverà, infatti, anche nell'elaborazione del suo concetto di comunismo. E così, già ora, dopo la critica dell'economia liberale, il primo elemento fondativo dell'economia corporativa viene non a caso individuato nell'identità di individuo e Stato. Ne I fondamenti dell'economia corporativa
Spirito afferma: "O si fa scienza e si riconosce l'identità sostanziale dei due termini, o si ipostatizza l'individuo considerandolo positivo nelle sue particolarità e si rinuncia alla scienza. Ogni via di mezzo è fatalmente destinata all'equivoco e all'errore"(6). 

In questo senso la nuova ricerca economica non può che affermare l'esigenza di un rinnovamento totale, rivoluzionario, avendo finalmente individuato un principio unitario che mancava alla vecchia scienza, l'identità di individuo e Stato. È quella identità che fonda e dà senso a uno dei principi costitutivi della nuova concezione politica e sociale proposta, il principio di collaborazione, che viene contrapposto a quello della frammentazione sociale e della lotta tra gli individui. Sulla base di quei principi Spirito può ora elaborare la sua nuova concezione dell'economia, che sintetizza in sei punti: 

"Riassumendo, possiamo ormai determinare i capisaldi della nuova economia, facendoli tutti derivare dalla statalità di ogni fenomeno economico: 

  • 1) Subordinazione di ogni fenomeno economico al fine statale (essenziale politicità o storicità dell'economia). 
  • 2) Interdipendenza dei fenomeni economici, considerata in funzione del fine statale (sistematicità e organicità della vita economica). 
  • 3) Carattere pubblicistico della proprietà privata e della vita economica individuale. 
  • 4) Obiettività dei fenomeni economici data dall'obiettività del fine statale, e quindi loro intellegibilità scientifica, in contrapposizione alla soggettività dell'individualismo (ofelimità). . 
  • 5) Critica dei concetti di libera concorrenza e monopolio e affermazione di un'effettiva e più profonda libertà economica (negazione del liberismo anarchico e del vecchio statalismo burocratico). 
  • 6) Carattere internazionale della Nazione e unità essenziale del mondo economico (7). 
La proposta rivoluzionaria (e tale apparve) fu avanzata con molta coerenza da Spirito al Convegno di Studi Sindacali e Corporativi di Ferrara nel 1932. Sulla base di quei principi e alla luce dell'articolo VII della Carta del Lavoro, Spirito, nella sua celebre relazione, Individuo e Stato nella concezione corporativa, dichiara superata la tradizionale contrapposizione di pubblico e privato: la nuova prospettiva assesta "il colpo mortale alla concezione liberale della proprietà. In questa affermazione, che è il fondamento della nuova scienza dell'economia, è pure tutto il significato politico, morale, religioso della rivoluzione fascista" (8).

La proposta della "corporazione proprietaria", avanzata da Spirito, perseguiva non solo l'ideale della applicazione integrale della concezione corporativa, ma era anche il tentativo di dare una risposta concreta, al di là dell'ipostatica affermazione dell'identità di individuo e Stato, al problema del rapporto tra pubblico e privato nei rapporti di produzione, che fosse in grado di fondare non astrattamente il principio della collaborazione tra le classi. Nella proposta sono altresì evidenti gli echi del dibattito internazionale suscitato dalla crisi economica del '29 e i riferimenti ai diversi tentativi per superarla, guardando soprattutto alle esperienze del fordismo (in quegli stessi anni Gramsci, nel carcere, scriveva Americanismo e fordismo) e dell'economia di piano sovietica. Come è noto Spirito fu ufficialmente sconfessato, anche da Gentile, ma non si tirò indietro, anzi cercò di dare più saldi fondamenti teorici al suo corporativismo. I due saggi Il corporativismo come liberalismo assoluto e socialismo assoluto ed Economia ed etica nel pensiero di Hegel (9) sono un esempio emblematico di questo ulteriore sforzo di approfondimento teorico, nel tentativo di individuare quello che egli definisce il "corporativismo integrale e positivo". 

La corporazione diventa così lo strumento che permette la effettiva integrazione di individuo e Stato, configurando una struttura gerarchica dell'organizzazione sociale fondata sul principio della competenza. È ciò che Spirito definisce "comunismo gerarchico", in cui un ruolo fondamentale viene attribuito al concetto funzionale di competenza, che ritornerà nelle sue successive riflessioni.(10) 
Né l'impegno della ricerca si arresta, giacché egli irrobustisce ancora l'apparato teorico del corporativismo con l'innesto del concetto di economia programmatica - di cui Spirito si vanta di essere stato il promotore, in Italia, anche dell'introduzione del termine nell'uso linguistico - suggerita dai suoi studi sull'economia di piano sovietica e americana, che egli utilizza opportunamente come un'ulteriore conferma della validità teorica e della concretezza storica delle sue tesi. Come pure continua a porre l'accento sulla necessità della dimensione internazionale del corporativismo. Ma, in effetti, siamo alla conclusione di questa esperienza, annunciata dal saggio Il corporativismo come negazione dell'economia, che rappresenta lo sviluppo più coerente e definitivo della sua concezione corporativa. Il corporativismo, ricondotto alla sua matrice spirituale e profondamente etica, non può che essere un movimento negatore di ogni concezione economica che si fondi sulla lotta e sulla disuguaglianza, e in questo senso esso è visto come il momento conclusivo del moderno processo di organizzazione della società e dello Stato, che supera ogni visione meramente economica dello sviluppo storico. "In tale sforzo tecnico e morale verso un'unità sempre più profonda, l'economia deve rinunziare alla sua tradizionale natura e diventare programmatica, sacrificare cioè la volontà economica di ciascuno alla volontà morale di tutti, sacrificare la falsa tecnica della sua teoria e della sua prassi concorrenziale e ricercare la nuova tecnica della collaborazione. Questa la ragion d'essere del corporativismo" (11). 

Se questo è il corporativismo di Spirito, non deve meravigliare, allora, che egli esplicitamente vi si richiami, come si è già visto, nel momento in cui si riaccosta ai temi della politica e inizia la sua riflessione sul comunismo con La filosofia del comunismo del 1948: "Il problema del comunismo cominciò ad essere per me oggetto di particolari ricerche fin dalla fondazione della rivista "Nuovi Studi di diritto, economia e politica" (1927-1935). I risultati principali di quei primi anni furono segnati anzitutto dalla pubblicazione del volume, con collaborazione internazionale, su L'economia programmatica edito dalla Scuola di scienze corporative della Università di Pisa (Firenze, Sansoni, 1932), in Cui per la prima volta fu introdotto in Italia, anche nel nome, il tema della nuova concezione economica affermatasi soprattutto nella Unione sovietica e di lì, a poco a poco, diffusasi in varie maniere in tutto il mondo. La reazione suscitata dal libro fu molto aspra, specialmente nelle sfere accademiche, tutte informate ai principi classici del liberalismo, che erano già stati argomento di un mio specifico esame in La critica dell'economia liberale (Milano, Treves, 1930). Ma una reazione di ben più ampia portata fu poi determinata, nell'ambito scientifico e politico, dalla relazione sulla corporazione proprietaria presentata al Convegno di Ferrara del 1932, la cui eco in Italia e all'estero non accenna a finire. Dopo di allora il comunismo fu sempre oggetto di nuove riflessioni e si può dire che non vi sia alcun libro mio che direttamente o indirettamente non ne sia influenzato. Ma il problema fu messo nuovamente a fuoco subito dopo la guerra, a partire dal 1946, quando presentai al Congresso internazionale di filosofia di Roma, la relazione Il pensiero italiano di fronte al materialismo storico" (12).

È interessante quanto lo stesso Spirito dice ancora nel richiamare quella esperienza, individuandone lucidamente le caratteristiche fondamentali: "Un tentativo è stato già fatto sul piano dell'idealismo assoluto, cercando di far coincidere la molteplicità dei soggetti empirici con l'unità del soggetto statale. È questo il tentativo che si compì in Italia con la teoria dell'identificazione di individuo e Stato, quando si pensò di superare il carattere quantitativo della massa articolandola in un'unica gerarchia in cui tutti gli individui fossero disposti sistematicamente in ragione della loro competenza e funzione specifica. Il principio del nuovo comunismo gerarchico fu visto nella risoluzione della politica nella tecnica, e la coscienza dell'unità del sistema si volle riconoscere nel piano o programma nazionale e internazionale risultante dal contributo tecnico e perciò organico della volontà di ognuno, in una concorde opera senza distinzione di pubblico e di privato"(13). Questa riflessione sul comunismo scandisce tutta la successiva elaborazione di Spirito e si intreccia con i temi più generali della sua ricerca, coerentemente al suo assunto di coessenzialità di filosofia e vita. D'altra parte è abbastanza significativo che gli ultimi suoi libri, da lui stesso curati, sempre nella forma di raccolte di saggi e interventi, sono La fine del comunismo del 1978, e la III edizione de Il comunismo, poco prima della morte (14). Da La filosofia del comunismo del 1948 (ma il primo saggio è, come si è visto, del 1946) a La fine del comunismo, che è, come si è detto, del 1978, Spirito stabilisce un continuo e spesso conflittuale confronto con l'idea comunista e il giudizio che esprime è frutto di una conoscenza sempre diretta di tutte le sue manifestazioni storiche (comunismo russo, cinese, italiano, etc.). 

Sarà allora opportuno, in sintonia con quella che si è definita come sensibilità prevalente della ricerca di Spirito, cercare di individuare i caratteri teoretici costitutivi della sua concezione del comunismo. Ritornano i temi che Spirito aveva affrontato nella definizione del corporativismo, a partire dalla polemica antiindividualista, e si accentua il ruolo di unificazione attribuito alla scienza: "Individuo e società si incontrano in modo sempre più intrinseco nel comunismo di oggi e di domani instaurato dalla scienza contemporanea" (15). Così pure ritornano i temi del comunismo gerarchico attraverso la riproposizione del valore funzionale del piano (economia programrnatica), che esprime sempre più il "carattere comunistico che deve inforrnarlo. L'istituto del piano, infatti, ha due aspetti essenziali dei quali occorre tener conto perché esso funzioni adeguatamente: l'aspetto della formulazione e quello dell'attuazione. Lo svolgimento progressivo dell'istituto dall'origine ad oggi è valso a far comprendere che, in tanto il piano può essere davvero funzionale, in quanto chi lo formula si identifica con chi lo attua" (16). Per questo, afferma ancora Spirito, "Il piano deve risultare, dunque, dalla collaborazione di tutti, perché esso è l'espressione di una sovranità che è attributo di ogni uomo in quanto partecipe al lavoro comune" (17). All'interno di questa visione collaborativa, che supera la istintiva conflittualità tra individui, la struttura gerarchica della società si pone come logico superamento delle disuguaglianze naturali, per poi acquisire una sua giustificazione funzionale nel concetto di competenza. Così pure viene ancora ribadita la dimensione internazionale che deve avere e che ha il comunismo, che ne sottolinea il carattere rivoluzionario: "... il comunismo è stato ed è il lievito della storia mondiale di questo secolo" (18). Ed anche il comunismo nega, con la proprietà privata il fondamento stesso della realtà economica, nella prospettiva di un mondo unito dalla fratellanza: "Una volta negata la proprietà, tutti i beni si pongono su di uno stesso piano, senza distinzione di struttura e di sovrastruttura; e tutti vivono nella spiritualità della collaborazione in funzione di cui si producono" (19). Stando ai contenuti, ha ragione Mathieu quando afferma: "Ma che altro è questo, se non un regime corporativistico? ... Non è difficile riconoscervi il "regime gerarchico" del 1934 e l' "economia programmatica" del 1933. Non c'è, dunque, conversione" (20). 

Ma, come sempre nel pensiero di Spirito, che pure sembra svolgersi intorno ad un unico problema, le cose non sono così semplici, anche se la riflessione sul comunismo apparentemente ripercorre la stessa parabola che ha caratterizzato quella sul corporativismo, dalla critica dell'esistente alla fondazione dei nuovi principi, al superamento e alla fine dell'esperienza complessiva. La prospettiva teoretica in cui si iscrive la riflessione sul comunismo è in effetti mutata rispetto a quella in cui Spirito costruiva i principi del corporativismo, come egli stesso avverte, già nel 1939, nella Avvertenza alla nuova edizione de La critica dell'economia liberale: "Con I fondamenti dell'economia corporativa, Capitalismo e corporativismo e altri saggi minori, esso raccoglie quanto ho scritto su questi argomenti nel decennio dal 1926 al 1935 e cioè presso a poco nel periodo di vita dei "Nuovi Studi di diritto, economia e politica" (1927-1935). Il tentativo in essi compiuto di una rielaborazione dei problemi sociali dal punto di vista idealistico è fondato sulla tesi dell'identità di scienza e filosofia, esposta nel volume Scienza e Filosofia (Firenze, Sansoni, 1933), e ha la sua espressione più radicale nel saggio Il corporativismo come negazione dell'economia, con il quale si può dire che il tentativo si esaurisca, per poi mettere capo a una diversa posizione speculativa e pratica"(21) 
La diversa posizione speculativa e pratica, di cui parla Spirito, era emersa ne La vita come ricerca del 1937. Sarà opportuno allora richiamare brevemente le principali tappe della ricerca teoretica di Spirito che si accompagnano nel loro sviluppo alle ricerche sul terreno pratico dell'economia e della politica e le rendono comprensibili. Questo itinerario teoretico ha come punto di partenza l'attualismo di Giovanni Gentile e la sua fondamentale esigenza di unità. Il pensiero di Gentile, difatti, aveva già svolto una critica radicale verso ogni forma di intellettualismo. Da questa critica prende l'avvio la riflessione di Spirito, che la sviluppa fino alle estreme conseguenze, coinvolgendo alla fine lo stesso attualismo, nel tentativo di rimuovere i residui di intellettualismo ancora presenti nel pensiero del Maestro. È una revisione che egli comincia ad attuare proprio a partire dall'esperienza di "Nuovi Studi", nel cui Programma è già possibile cogliere quella esigenza di concretezza che troverà poi la sua prima ed esplicita formulazione, sul piano teoretico, nell'affermazione della identità di scienza e filosofia, enunciata nella comunicazione letta al VII Congresso di filosofia tenutosi a Roma nel 1929, dal titolo Scienza e Filosofia (22). La critica all'intellettualismo che caratterizza in modo forte e provocatorio quella tesi, che a buon diritto può essere assunta come punto di riferimento di tutte le successive speculazioni di Spirito, è alla base di quel nuovo modo di intendere l'attualismo, di cui Spirito si fa propugnatore, che egli definisce attualismo costruttore: "Ma v'è stato, poi, un altro modo di intendere l'attualismo; v'è stato cioè chi ha creduto sul serio all'identità di filosofia e vita, e ha cercato semplicemente di agire per rendersi conto dell'atto. Così dall'astratta teoria - divenuta astratta perché ridotta a pura teoria - si è passati all'esperienza concreta e si è ritrovata la vera filosofia nella politica, nella pedagogia, nel diritto, nell'economia, nell'arte, ovunque la vita chiamasse con l'urgenza di uscire dai vecchi schemi e da metodi infecondi". Questo attualismo, afferma Spirito, "non ha temuto quindi di diventare scienza particolare, e anzi nella particolarità della ricerca ha cercato la concretezza dell'unità, il particolare vedendo come centro della realtà e attraverso esso riattingendo con ben altra ricchezza di vita la vera filosofia" (23) 
La ricerca portata avanti su "Nuovi Studi" sul terreno specifico dell'economia e della politica può essere interpretata, allora, come il tentativo di verificare sul campo, concretamente appunto, la tesi dell'identità di scienza e filosofia che sostanzia e dà vita all'esigenza espressa dall'attualismo costruttore, interpretazione, questa, avvalorata dallo stesso Spirito che, nell'Avvertenza di Scienza e filosofia, così si esprime: "La tesi illustrata in questo libro fu per la prima volta enunciata in una comunicazione al VII Congresso Nazionale di Filosofia (Roma, maggio 1929). Erano allora trascorsi quasi due anni dall'inizio della pubblicazione dei "Nuovi Studi di diritto, economia e politica", che dell'identità di scienza e filosofia vogliono essere una concreta espressione" (24).

Se con l'attualismo costruttore Spirito è ancora nell'attualismo, la vera svolta nel suo pensiero si configura nel libro La vita come ricerca: Spirito attribuisce ora all'antinomia un valore fondativo, individuato nella impossibilità teorica di accogliere come rigorosamente valide l'una o l'altra delle posizioni in essa presenti. Egli libera così da ogni conclusività dogmatica l'attualismo, depurandolo dall'ultimo residuo intellettualistico, e dando quindi una risposta all'esigenza, già precedentemente affermata, di non cristallizzare la realtà in una teoria definitiva e totalizzante. Il problematicismo risulta così essere una filosofia che non si pone come statico approdo ad un punto di vista, ma come presa di coscienza del suo limite: "Essa è volta a chiarire le ragioni della propria insoddisfazione: quelle ragioni che gli impediscono di aderire al pensiero altrui e gli vietano insieme di dare veste sistematica e conclusiva al proprio" (25). Ma la ricerca di Spirito procede oltre, nella direzione dell'individuazione di quel principio unitario, metafisico, in grado di dare senso ad ogni ricerca particolare. Ed è ancora sul terreno della scienza che sembra possibile trovare una soluzione al problema sempre risorgente del rapporto del tutto con la parte, che non si risolva, però, in una metafisica astratta o in un particolarismo privo di senso. È il problema dell'unificazione del sapere, che Spirito affronta sul terreno degli specialismi della ricerca scientifica, riferimento questo che gli permette di individuare un modello euristico a struttura aperta, in cui, però, non solo non è scomparsa, ma viene esplicitamente riproposta l'esigenza metafisica, mai venuta meno nel suo pensiero: "La scienza del tutto è costitutiva della scienza della parte, la quale non avrebbe significato e valore senza di essa. Pensare la parte si può soltanto pensando al tutto, anche se il tutto, poi, non si può vedere nel suo sistema e nella sua definizione. Questo vuol dire il passaggio dalla metafisica tradizionale alla metafisica della scienza, di quella scienza che non può concepirsi, dunque, senza metafisica, anche se alla metafisica non è dato di continuare a vivere a sé, in una sede diversa da quella della scienza. La divisione del lavoro implica l'unità da dividere e quella da ricostruire attraverso il lavoro, sì che il lavoro può effettuarsi soltanto con la coscienza dell'unità stessa, vissuta e conosciuta nella parte, come principio e risultato della conoscenza e della costruzione della parte. La metafisica diventa immanente alla scienza, come il tutto alla parte, e soltanto rendendosi conto di tale immanenza è possibile impostare in termini nuovi il problema dell'unità del sapere" (26).
L'approdo al cosiddetto ipotetismo è, così, ancora una volta, solo una presa di coscienza dell'impossibilità di ogni conclusione definitiva: "Che il saper scientifico sia sapere ipotetico vuoi dire che da esso è bandito ogni atteggiamento dogmatico e cioè ogni presunzione di conclusioni definitive"(27). Ma se ciò è vero, se, come Spirito afferma "il principio essenziale dell'ipotetismo è il principio di non esclusione e che "anche la scienza implica una metafisica che è conoscenza ipotetica del tutto", la domanda che ci si può porre a questo punto, è se sia ancora possibile concepire, come fa Spirito, una metafisica, intesa come principio unificante, fondata sulla categoria della possibilità, avendo ormai rinunciato, dopo averla demolita, ad ogni metafisica fondata sulla categoria della necessità. È concepibile, insomma, una metafisica della possibilità, dell'ipotesi sempre cangiante? La risposta positiva alla domanda va nella direzione della possibile individuazione di una originale forma di olismo, presente in tutta la ricerca di Spirito (28). Ma ancora una volta la risposta non può essere univoca e ne è testimonianza una delle sue ultime riflessioni sul comunismo, che può valere come conclusione. Egli, infatti, nel Il mio comunismo del 1977, riaffermando la centralità del comunismo nella sua esperienza di pensiero ("al comunismo non potevo rinunciare, dopo aver impostato tutta la mia vita nella ricerca di un ideale di vita illuminato dal superamento dell'individualismo" (29), individua in esso la metafisica di cui si era servito per costruire il suo sistema scientifico: "il mio comunismo, cioè, era stato la mia metafisica. E se questa metafisica era la metafisica dell'attualismo, è chiaro che il mio comunismo è stato il comunismo dell'attualismo" (30). Ed è emblematicamente significativo che Spirito, a sostegno di questa sua affermazione, quasi a ribadire la continuità e unitarietà della sua ricerca, ricordi la tesi della corporazione proprietaria sostenuta nel Convegno di Ferrara 45 anni prima. E, d'altra parte, a conferma della coerenza del suo approccio teoretico al problema, la fine del comunismo non è vista tanto nella rinuncia alla via rivoluzionaria (''una rivoluzione che si difende, è, evidentemente, una rivoluzione morta") ma nel fatto che proprio "l'ulteriore cammino del problematicismo non presenta alcuna possibilità di sbocco" dal momento che "l'ipotesi non può essere che, appunto, negativa" (32).

La conclusione definitiva che Spirito esplicitamente enuncia è che "il mio comunismo, non potendo essere più metafisica, si dissolve nel nulla" (33). È l'ultima provocazione di Ugo Spirito; va presa come sempre, come tutte le sue provocazioni, spesso apparentemente contraddittorie, a cui ci ha abituato: non certo una rinuncia alla ricerca della verità che a questo punto sembrerebbe, appunto, definitiva, ma un nuovo inizio, ancora una volta, a partire dal punto più basso, di un altro possibile itinerario tutto da costruire, perché, per Spirito, la verità non si raggiunge mai definitivamente. 

Luigi Punzo in "Ugo Spirito: filosofo, giurista, economista e la recezione dell'attualismo a Trieste" (UTET)

NOTE 
1. U. SPIRITO, Il pensiero italiano di fronte al materialismo storico, in Il comunismo, Sansoni, Firenze 1965, p. 17. 
2. U. SPIRITO, Il mio comunismo, in Memorie di un incosciente, Rusconi, Milano 1977, p. 63. 
3. V. MATHIEU, Unità d'ispirazione del pensiero di Ugo Spirito, in "Annali della Fondazione Ugo Spirito", Roma 1989, pp. 13-14. 
4. U. SPIRITO, Il corporativismo, Sansoni, Firenze 1970. Nella Prefazione è esplicitamente affermato:"! saggi raccolti nei volumi qui ristampati sono intrinsecamente legati alla rivista "Nuovi Studi di diritto, economia e politica" che fu pubblicata negli anni dal 1927 al 1935 sotto la direzione mia e di Arnaldo Volpicelli." Viene anche ricostruito l'itinerario che portò alla decisione: "di pubblicare i tre volumi in un unico volume che li riproducesse tutti senza modificarne neppure una virgola." I tre volumi in questione sono: La critica dell'economia liberale, Treves, Milano 1930; !fondamenti dell'economia corporatitl{l, Treves, Milano-Roma 1932; Capitalismo e corporativismo, Sansoni, Firenze 1933. 
5. U. SPIRITO, Vilfredo Pareto, in "Nuovi Studi", I (1927), 1-2, pp. 24-35; pp. 105-121'; poi in Il corporativismo, op. cit., pp. 129-156. 
6. U. SPIRITO, L'identificazione di individuo e Stato, in "Nuovi Studi", III 0930), 6, pp. 366-380; poi raccolto in !fondamenti dell'economia corporativa, op. cit. (per la citazione cfr. p. 54). 
7. U. SPIRITO, fondamenti dell'economia corporativa, in "Nuovi Studi", III (1930), 2, pp. 103-118; poi con il titolo La nuova economia come primo saggio del volume I fondamenti dell'economia corporativa, op. cit. (per la citazione cfr. pp. 28-29). 
8. U. SPIRITO, Individuo e Stato nella concezione corporativa, Atti del secondo convegno di studi sindaca/t e corporativi, Ferrara, 5-8 maggio 1932, vol. I Relazioni, Tipografia del Senato, Roma 1932, pp. 179-192; poi raccolto in Capitalismo e corporativismo, op. cit. (per la citazione cfr. p. 3). 
9. U. SPIRITO, Il corporativismo come liberalismo assoluto e socialismo assoluto, in "Nuovi Studi", V (1932), 6, pp. 285-298; IDEM, Economia ed etica nel pensiero di Hegel, in "Nuovi Studi", VI 0933), 1-2, pp. 33-41. 
10. Cfr. a questo proposito soprattutto la tesi centrale del volume di U. SPIRITO, Critica della democrazia, Sansoni, Firenze 1963. 
11. U. SPIRITO, Il corporativismo come negazione dell'economia, in "Nuovi Studi", VII (1934), 3, pp. 121-131; poi raccolto in Dall'economia liberale al corporativismo, Principato, Messina-Milano 1939 (per la citazione cfr. p. 147). 
12. U. SPIRITO, Il pensiero italiano di fronte al materialismo storico, in Il comunismo, Sansoni, Firenze 1965, Avvertenza, pp. 7-8. 
13. U. SPIRITO, Il comunismo, op.cit., pp. 55-56. 
14. U. Spirito, La fine del comunismo, Volpe Editore, Roma 1978; IDEM, Il comunismo, Sansoni, Firenze 1979, III edizione. 
15. U. SPIRITO, L'avvenire del comunismo, in "Giornale critico della filosofia italiana", l, 1967, p. 102. 
16. lvi, p. 108. 
17. lvi, p. 109. 
18. U. SPIRITO, Cristianesimo e comunismo, Sansoni, Firenze 1958, p. 24. 
19. lvi, p. 52. 
20. V. MATHIEU, Unità d'ispirazione del pensiero di Ugo Spirito, op. cit., p. 35. 
21. U. SPIRITO, Dall'economia liberale al corporativismo, op.cit., Avvertenza. 
22. U. SPIRITO, Scienza e filosofia, in "Giornale critico della filosofia italiana", X (1929), 3-5, pp. 430-444. 
23. U. SPIRITO, Attualismo costruttore, in "Giornale critico della filosofia italiana", XIV (1933), l, pp. 24-29; poi raccolto in Scienza e filosofia, Sansoni, Firenze 1933 (per la citazione cfr. p. 12). 
24. U. SPIRITO, Scienza e filosofia, op.cit., Avvertenza. 
25. U. SPIRITO, Il problematicismo, Sansoni, Firenze 1948, p. 53. 
26. U. SPIRITO, Il problema dell'unificazione del sapere, in "Giornale critico della filosofia italiana", XLIV 0965), l, p. 19. 320 
27. lvi, p. 33 
28. Cfr. a questo proposito l'interessante saggio di B. GENOVESI, Il modello olistico di Ugo Spirito, in "Annali della Fondazione Ugo Spirito", III (1991), pp. 391-405. 
29. U. SPIRITO, Memorie di un incosciente, op. cit., p. 69 
30. lvi, pp. 71-72. 
31. lvi, p. 68. 32. lvi, p. 75 33. lvi, p. 76.


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