venerdì 23 agosto 2013

Guerra d'Eurasia (Carlo Terracciano)

La penetrazione della talassocrazia americana nell’ “Heartland” eurasiatico

“La presenza di truppe Usa in Georgia non è una tragedia…Se è possibile negli stati dell’Asia centrale, perché non dovrebbe esser possibile in Georgia? Ogni stato ha il diritto di attuare la politica che crede nel campo della sicurezza. La Russia riconosce questo diritto”.
Alexander Putin, Presidente della Federazione Russa.

“Who rules East Europe commands the Heartland: who rules the Heartland commands the World-Island: who rules the World-Island commands the World” (Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland [letteralmente: il Cuore della Terra]: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola -Mondo [la massa terrestre eurasiatico-africana]: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”.
(H. Mackinder)

AL CUORE DEL PROBLEMA
Sir Halford Mackinder, il geografo inglese autore di “Democratic Ideals and reality” aveva posto questa lapidaria massima alla base della sua concezione geopolitica globale. Nell’eterna contrapposizione tra Terra e Mare, il Landmächte e Seemächte di Josef März, l’asse centrale della storia e della geopolitica è rappresentato appunto dall’Heartland, il “cuore” dell’Eurasia, il retroterra logistico più distante e facilmente difendibile dagli attacchi esterni di potenze marittime, che partano dalla fascia marginale (inner o marginal crescent): quella serie di isole e penisole che proprio come una “mezzaluna” circondano la massa continentale di terre emerse più estesa del pianeta. Le Grasslands, il “mare d’erba” della Siberia occidentale che dalle gelate tundre settentrionali arriva al Caspio, dal Volga alla Mongolia, avente come spina dorsale gli Urali, sono il cuore pulsante della “tellurocrazia”, della potenza terrestre in Eurasia. Tutto attorno oceani ghiacciati, mari interni impenetrabili, i vasti e aridi deserti del centro Asia, le catene montuose a partire dal Caucaso, separarono per millenni l’Eurasia propriamente detta dall’Asia centro-meridionale, l’ Asia “gialla” a sua volta suddivisa in specifiche aree geopolitiche sub-continentali (Medio Oriente e penisola Arabica, India, Indocina, arcipelago Nipponico). A nord le popolazioni nomadi, indoeuropee, ugrofinniche, altaiche percorrevano in ogni senso, a cavallo, a piedi, con i cariaggi, le aperte praterie, da est ad ovest, occupando penisole e isole della futura Europa, penisola della massa continentale proiettata tra mari chiusi ed Oceano Atlantico. Sui margini del Grande Continente, ad est, ad ovest, a sud, sono nati gli insediamenti stanziali, le prime civiltà sedentarie, le culture e colture “potamico irrigue” delle quali ancor oggi ammiriamo i resti: la Cina, l’India, l’Impero del Sol Levante, i regni e gli imperi assiro-babilonesi, l’Egitto “dono del Nilo”, e poi la Grecia e Roma, e poi ancora l’ ecumene cristiano medievale e l’Islam, l’Impero Ottomano…insomma tutta quella che conosciamo come CIVILTA’ CLASSICA. Come un cuore pulsante l’Heartland, inviolato e inviolabile fino ad ieri nelle sue difese naturali e climatiche, nei suoi immensi spazi scrigno di ricchezze ancora inesplorate, ha continuato a pompare sangue vivo nelle arterie del Mondo Antico, linfa vitale di giovani energie per alimentare, in pace come in guerra, le civiltà dell’Eurasia che hanno modellato nel bene e nel male il mondo intero come oggi lo conosciamo.

IL NOSTRO “DESTINO MANIFESTO”
Anche nel mondo moderno e tecnologizzato degli aerei, dei computer, dei missili balistici intercontinentali, dei sommergibili atomici e dei satelliti, SPAZIO e POSIZIONE rappresentano una difesa potentissima rispetto ai vari tentativi di assalto al retroterra geostrategico terrestre dell’Eurasia, da secoli quasi perfettamente combaciante con la potenza terrestre per eccellenza: la Russia. Cambiano i regimi e le ideologie, gli uomini e le istituzioni, ma alfine la Geopolitica e la Storia tornano e ritornano sui propri passi, ripercorrendo le strade e i passaggi obbligati di sempre. Le ondate di invasione straniera dai Téutoni agli svedesi, da Napoleone a Hitler, si sono infrante su una Russia difesa più che dai suoi eserciti (peraltro molto più efficienti nelle guerre difensive che non in quelle offensive), dalla sua stessa natura, dai suoi spazi immensi che permettevano di manovrare uomini e mezzi in ordini di grandezza impensabili per nazioni europee abituate dalla conformazione dei propri territori a contendersi pochi chilometri di terreno, quasi zolla per zolla, in guerre fratricide. Che si trattasse della Russia zarista o dell’Unione Sovietica di Lenin e Stalin, l’Impero terrestre eurasiatico ha seguito le direttive geopolitiche d’espansione contrapponendosi alla crescente potenza delle potenze marittime: l’impero britannico nell’800, gli Stati Uniti d’America nel secolo scorso.

IL NODO GORDIANO DELL’AFGHANISTAN
Dopo il 1945 e gli accordi di Yalta, il sistema di alleanze basate sulla talassocrazia americana, unica potenza estranea all’Eurasia (NATO, SEATO, ANZUS) ha circondato militarmente, politicamente, economicamente, le potenze terrestri: la Russia, la Cina, l’India. Il tentativo, fallito, di spezzare l’accerchiamento, attuando a sua volta un contro-accerchiamento strategico da sudovest e sudest, fu condotto dall’URSS in Afghanistan; proprio dove oggi sono tornati gli Stati Uniti per percorrere, ma al contrario, la stessa via e aprirsi così le rotte di penetrazione verso nord, verso l’Heartland mackinderiano. La rotta afghana fu una delle principali cause del crollo implosivo, della frantumazione dell’impero terrestre moscovita. Dopo aver perso tutti gli stati satelliti europei, a cominciare dalla DDR, la Germania dell’Est e Berlino, anche l’URSS si è a sua volta disintegrata sulle faglie di rottura etno-nazionali delle 15 repubbliche. La CSI, nata dalle sue ceneri, è solo un pallido ricordo del dissolto impero, un esempio quasi unico nella storia di auto-dissoluzione non conseguente ad un’invasione dall’esterno, almeno non nel senso classico del termine. In questo caso potremmo semmai parlare di un lungo strangolamento per assedio durato quasi mezzo secolo. Precludendo alla potenza terrestre il libero accesso agli oceani, oltre i mari interni, e tenendo saldamente in pugno isole e penisole d’Eurasia, la talassocrazia americana ha conseguito la sua vittoria sulla potenza terrestre del continente, ESEGUENDO ALLA PERFEZIONE GLI INSEGNAMENTI GEOPOLITICI di Mackinder, ma ancor prima quelli dell’Ammiraglio statunitense A.T. Mahan chiaramente delineati nel suo “The Influence of Sea Power upon History”. Insegnamenti proseguiti poi dai vari Spykman, Cohen, Luttwak, Brzezinski e da tutta la scuola geopolitica a supporto dell’imperialismo talassocratico. Perché la verità è che gli USA, dalla loro origine ai nostri giorni, hanno SEMPRE e COERENTEMENTE perseguito il fine geostrategico mondiale di dominio dei mari, degli oceani e poi dei cieli che già fu dei cugini britannici rispetto all’Europa. Fino agli spazi siderali e alla teorizzazione di “scudi spaziali”.

RIMLAND CONTRO HEARTLAND
In termini geografici il continente nordamericano rappresenta in grande quello che fu l’Inglilterra per l’Europa: la base marittima inviolata da cui lanciare l’offensiva per la conquista della massa terrestre, penetrando sempre più all’interno dell’Eurasia, fino al suo “cuore” strategico, l’Heartland appunto. Spezzare in due la Russia, occuparne in qualche modo lo Spazio Vitale Siberiano, separandola dalla confinante Cina (l’altra potenza terrestre emergente), assicurarsi il controllo, la gestione e lo sfruttamento delle ancora intatte risorse energetiche e materie prime del Caspio e della Siberia: questo grandioso progetto strategico assicurerà agli Stati Uniti non soltanto la vittoria definitiva sul nemico secolare terrestre e quindi l’incontrastata egemonia anche sul Vecchio Mondo, ma servirà a tenere sempre sottomessa politicamente e a bada economicamente l’Europa, separata dalle sue fonti energetiche a sud come ad est. Stesso discorso, ma all’inverso geograficamente, vale per il Giappone e la Cina del XXI secolo. Per inciso l’asse politico creatosi recentemente tra i governi di Londra e Roma, apparentemente diversi per orientamento politico (leggi “destra” e “sinistra”, termini che, a detta dello stesso Blair, non hanno più senso) con la benedizione di Washington, è chiaramente l’ennesimo “bastone tra le ruote” anche di una pur minima autonomia europea basata sull’asse Parigi-Berlino, estendibile in un ipotetico futuro fino a Mosca. La politica estera americana di un decennio, dal 1991 al 2001, in pratica dal crollo dell’URSS all’11 settembre dell’attacco a New York e Washington, ha potuto apparire confusa e quasi schizofrenica solo ad un osservatore politico digiuno di qualsivoglia nozione di geopolitica. Alla luce della Dottrina Geopolitica e dell’analisi dello scontro epocale contemporaneo tra il Mare e la Terra, tra l’America e l’Eurasia, la strategia di Washington appare di una cristallina evidenza. Essa non è che la continuazione di una geostrategia mondiale espansionista che, partita dalle coste oceaniche, Atlantico ad Ovest, Pacifico ad Est, Oceano indiano a Sud, ha dato l’assalto per un secolo e mezzo all’Eurasia; combattendo volta per volta contro la potenza terrestre egemone del momento, la Germania, la Cina, il Giappone o la Russia, come l’impero di “Sua Maestà Britannica” aveva fatto contro la Spagna di Carlo V, la Francia di Napoleone e ancora contro la Russia e la Cina. Ancora e sempre Mare > Terra, America contro Eurasia. Che l’Amministrazione al potere alla Casa Bianca sia “democratica” o “repubblicana” poco importa; gli obiettivi strategici sono sempre gli stessi, anche se cambiano metodologie e tattiche.

ATTACCO CONCENTRICO
La guerra per procura dell’Iraq alla Rivoluzione Islamica Iraniana, la quale aveva messo in crisi e spezzato la catena di accerchiamento, favorendo indirettamente l’invasione russa dell’Afghanistan (preludio allo sbocco sull’Oceano Indiano passando sul Belucistan pakistano), fu appoggiata dagli americani con lo stesso proposito per cui dieci anni dopo si aggrediva Saddam Hussein con la scusante di proteggere il Kuwait e gli Emirati del Golfo. Le provocazioni anticinesi nel mare cinese meridionale, per saggiare la resistenza e reattività di Pechino fanno il paio con le pressioni sulla Corea del Nord, baluardo della resistenza alla penetrazione degli Stati Uniti a est, ma anche stato confinante sia con la Cina sia, per brevissimo tratto, con la Federazione Russa, a ridosso di Vladivostok, la “Porta d’Oriente” dell’impero russo, il suo sbocco sul Pacifico. Non è certo un caso che l’attuale amministrazione Bush sia arrivata a ipotizzare, sfidando il ridicolo, un fantomatico “Asse del Male” Bagdad-Teheran-Pyôngyang; accomunando cioè mussulmani e marxisti, arabi,persiani e asiatici, sunniti e sciiti e via in un delirio di onnipotenza guerrafondaia.

VERO “ASSE DEL MALE”
Su “Le Monde Diplomatique” Ignacio Ramonet ha giustamente risposto con “L’Axe du Mal” identificato nelle tre organizzazioni internazionali che tengono le catene che imprigionano popoli e governi: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio. Gli Stati Uniti d’America ne rappresentano il progetto politico globale ed il braccio armato militare per la sua realizzazione: “Questo impero aspira a realizzare nei fatti la mondializzazione liberale. Tutti gli oppositori, tutti i dissidenti e tutti i resistenti quindi devono sapere che saranno combattuti su questi tre fronti: economico, ideologico e militare”. Il controllo delle fonti energetiche presenti e future in Eurasia, la “guerra al terrorismo islamico”, l’invasione dell’Afghanistan come le prospettate aggressioni a Iraq, Iran e Repubblica Popolare di Corea (tanto per cominciare) sono tre aspetti complementari di uno stesso disegno egemonico su scala planetaria.
Il retroterra russo-siberiano rappresenta l’obiettivo strategico convergente di questo attacco da ovest, da sud, da est. La stessa disintegrazione della ex-Yugoslavia infatti, non più baluardo d’interposizione alla penetrazione russa nel Mediterraneo, e la guerra aperta alla Serbia di Milosevic (la prima in Europa dopo il ’45), servirono agli USA per eliminare un avamposto slavo-ortodosso, tradizionalmente amico di Mosca, dai Balcani per prendendone l’assoluto controllo. Avemmo già modo di affermare più volte che se si bombardava Belgrado, era a Mosca che si puntava. E la distruzione dell’ambasciata cinese nella capitale serba fu un avvertimento al colosso asiatico. Gli eventi contemporanei ci confermano tragicamente in queste previsioni. E questo mentre la NATO, superati i suoi confini “istituzionali” e i suoi proclamati scopi originari si espande sempre più verso est, col proposito di inglobare gli stessi stati dell’ex URSS: stati baltici (+ Kalinigrad), Bielorussia e Ucraina. Né è oramai un mistero per nessuno il ruolo svolto dagli alleati sauditi nel Caucaso, in Cecenia e in tutta l’Asia centrale ex sovietica; in concorrenza sincronica anche con la Turchia presso quegli stati a maggioranza turcofona e islamico sunnita. L’alleanza tra la potenza asiatica inserita nella NATO e il baluardo sionista rappresentato da Israele non è che il prodromo dell’aggressione al Medio Oriente, al mondo arabo ed islamico già diviso ed impotente di fronte al genocidio del popolo palestinese. Vicken Cheterian in “La Russie s’enlise en Tchétchénie” (“Le Monde Diplomatique”, mars 2002) ha analizzato gli errori ed orrori della guerra russo-cecena il cui riaccendersi, dopo i misteriosi attentati in Russia, favorì PROPRIO l’ascesa al potere di Putin sull’ondata del nazionalismo russo e panslavista. Ora i soldati americani sono già in Georgia in sostegno di Eduard Shevardnadze, ieri ministro dell’URSS ed oggi acerrimo nemico di Mosca, con la scusa che nella regione di Pankisi abbiano trovato rifugio uomini di Al Qaeda.

IL NEMICO ALLE PORTE
Ironia della Storia è dalla patria di Stalin, il geniale creatore della potenza russa moderna, che ora proviene il pericolo per l’integrità e la sopravvivenza stessa della Russia. E’ la vendetta georgiana per l’Abkhazia che apre alla NATO, dalla confinante Turchia, le porte del Caucaso russo. Se il Cremlino aveva pensato di sfruttare il sostegno all’invasione americana dell’Afghanistan per avere sostegno e mano libera in una guerra interna che ha scatenato senza saperla vincere, adesso è servito. I più avveduti ufficiali dell’armata russa lo avevano previsto, ma ancora una volta Forze Armate e uomini dei “servizi” seguono logiche divergenti che lacerano ancor più il disastrato paese. In più, ancora una volta, le FFAA russe hanno messo a nudo tutta la loro incapacità attuale e l’inadeguatezza dei mezzi; proprio quando si profila alle porte il pericolo non di un piccolo esercito di ribelli per quanto eroici e motivati, ma la più grande potenza mondiale. Il “Nemico alle porte” non è il popolo ceceno ma il superstato imperialista USA. Non è forse un caso che proprio ora trapelino le notizie sul “NPR” il Nuclear Posture Review, la situazione sulla revisione delle strategie nucleari del Pentagono: in pratica l’ammissione della possibilità dell’uso di bombe atomiche non più come reazione ad un’aggressione esterna, ma come normale arma d’offesa. E tra gli obiettivi ipotizzati non ci sono soltanto i già noti “stati canaglia” del cosidetto “Asse del Male” (sintomatico paragone con i paesi dell’Asse della II Guerra Mondiale), Iraq, Iran e Corea del Nord, ma anche la Siria, la Libia, e PROPRIO LA RUSSIA “dell’amico Putin” e la CINA, cioè tutti stati che, secondo Washington, sarebbero capaci di resistere ad un attacco con armi non nucleari. Chi considerava ridicole o folli le analisi che denunciavano essere gli Stati Uniti in procinto di scatenare una nuova guerra mondiale è servito. Dopo la fine della Guerra Fredda e l’affermarsi dell’egemonia mondiale americana, il terrore atomico sembrava oramai relegato nei ricordi del secolo passato, del bipolarismo e dello scontro delle ideologie est-ovest. Al contrario esso si ripresenta PROPRIO per il fatto che l’espansionismo mondiale USA sembra oggi inarrestabile ed il suo apparato militar-industriale, atomiche comprese, inimitabile e invincibile. Colpire senza possibilità di ritorsioni: il sogno di ogni stratega militare! Almeno usando strumenti bellici tradizionali…

UN PIANO GENIALE
L’11 settembre 2001 ha rappresentato in questo contesto un “salto di qualità” o, meglio, un’accelerazione verso l’obiettivo finale: conquistare e sottomettere l’Eurasia fino al suo più inviolato santuario, il centro Asia e poi la Siberia. Incunearsi tra la Russia e la Cina, col beneplacito di entrambe, accerchiando il Medio Oriente e soprattutto l’Iran (dando, per inciso, mano libera a Sharon in Palestina), per prepararsi a colpire entrambe i giganti eurasiatici nel loro “ventre molle”; in più dopo aver fomentato e foraggiato le loro minoranze interne, per poi presentarsi come paladini dell’antiterrorismo, nemici giurati di un presunto “fondamentalismo islamico” creato in provetta. C’è del GENIO in tutto ciò! E così il rimedio al male non sarà una cura, ma un cancro distruttivo che già sta penetrando a fondo nell’indifeso tessuto d’Eurasia, verso il suo “cuore” per fermarlo per sempre. Gli USA odiano la Civiltà del Mondo Antico e si apprestano a soffocarne il centro pulsante vitale, “the Pivot of History”, baricentro geopolitico e strategico, la terra d’origine degli indoeuropei.

I VERI STRAGISTI
Non sappiamo e certamente non sapremo mai come si siano veramente svolti gli accadimenti traumatici dell’11 settembre in America: chi VERAMENTE sia stato il manovratore occulto degli attacchi dei martiri suicidi. Certamente oramai, alla luce dei successivi avvenimenti, possiamo dire solo chi NON E’ STATO: Osama Bin Laden e la sua rete di Resistenza Islamica. Era dai tempi della “fabbrica dell’Olocausto” che l’America e i poteri forti mondialisti non attuavano una campagna propagandistica mistificatoria di tale portata. Se il mito sterminazionista è stato determinante per l’annichilimento della Germania e quindi dell’Europa e per la nascita dello stato di Israele con la conseguente, progressiva sconfitta e sottomissione degli stati arabi della regione all’imperialismo made in USA, l’attribuzione al miliardario saudita della strage newyorkese (chissà perché si parla così poco del Pentagono), ha rappresentato per l’Amministrazione di Bush J. l’occasione imprevista …[?!?] per scatenare l’offensiva finale verso l’obiettivo individuato da almeno un secolo: il cuore dell’Eurasia. L’invasione dell’Afghanistan con il suo solito contorno di bombardamenti devastanti, di fame, di torture sui prigionieri inermi, esposti come animali in gabbia (come nel 1945, come per Ezra Pound, come per i prigionieri tedeschi e giapponesi) ha conseguito tutti gli obiettivi prefissati dagli americani escluso proprio quello proclamato dalla propaganda per giustificare la guerra: la cattura/uccisione dei Osama Bin Laden e dello Sceicco Omar. Persino i media più asserviti al potere mondialista, americani compresi, hanno avanzato riserve e qualche timido sospetto su tutta l’operazione; a cui ha risposto un silenzio ancor più assordante della grancassa mediatica planetaria che l’aveva preceduto. Ironia della sorte è che gli USA hanno preteso ed OTTENUTO dalle future vittime della loro strategia di dominio planetario, Russia e Cina in testa, l’assenso-consenso alla guerra di conquista dell’Eurasia. Ciascuno dei contendenti pensando di trarne qualche vantaggio futuro a fronte di un danno immediato ed evidente.

RUSSIA: L’ULTIMA CHANCE
Riuscirà soprattutto la Russia a scuotersi dall’immobilismo ipnotico nei confronti del piano Anaconda statunitense che stritola nelle sue spire non solo le povere vittime afghane ma tutto il continente Eurasia? Riuscirà il popolo russo a liberarsi dai poteri forti impostigli da più di un decennio dal Mondialismo trionfante? Riusciranno le élites russe più coscienti del RUOLO GEOPOLITICO del loro paese e dell’intero continente eurasiatico a riprendere in mano il destino della Russia per guidare la riscossa dagli ultimi avamposti liberi e ricacciare la talassocrazia a stelle e strisce dall’Heartland e dal Rimland, oltre i tre oceani? Dalla risposta a questi quesiti dipenderà nei prossimi anni il futuro non solo della Russia, ma anche dell’Europa, della Cina, del mondo arabo e islamico, come dell’Africa e dell’America Latina: i destini e la medesima sopravvivenza dell’EURASIA e del Mondo:

“Who rules World-Island command the World”…

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