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domenica 6 luglio 2025

La grande politica richiede immaginazione: citazioni di Jean Thiriart


Ci sono alcune dinamiche politiche e geopolitiche che si ripropongono con chiarezza e costanza in vari luoghi e tempi, ma che a seconda del pensiero dominante dell'epoca vengono travisate e impiegate in qualche forma di propaganda o di guerra morbida nella maniera più utile a chi controlla media e cultura di massa.

Per resistere a questi incessanti tentativi di confusione vorremmo presentare alcune citazioni di Jean Thiriart trascelte dal suo ultimo libro L'impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, un inedito del 1986 pubblicato postumo dalle Edizioni all'insegna del Veltro. Nelle 250 pagine di questo libro, Thiriart porta a compimento il suo coerente percorso di analisi geopolitica, iniziato negli anni '60 col famoso Un impero di 400 milioni di uomini: l'Europa e proseguito con una incessante attività di militanza e di ricerca. Il "geopolitico militante" (se vogliamo riprendere la definizione che ne dà il suo biografo Yannick Sauveur) è davvero una bussola con la quale orientarsi per interpretare il presente. Come vedremo, le dinamiche della geopolitica, scienza "pesante" come la definisce l'autore, valgono per gli anni '80 come per i secoli precedenti e come per il periodo che stiamo vivendo. Per esempio, sarà sufficiente sostituire la sigla URSS con la parola Russia e avremo concetti chiari e solidi, fondamenta sulle quali mettere le idee a posto.


Nel 1986 Thiriart mostrava come il bellicismo antisovietico fosse una replica di quello che aveva coinvolto la Germania nel 1939. Oggi vediamo che questo bellicismo è ancora vivo e vitale; il Presidente della Repubblica Mattarella,

sabato 5 marzo 2022

Europa-Russia-Eurasia: una geopolitica orizzontale (Carlo Terracciano)


In questo pezzo datato 2005, Carlo Terracciano espone in maniera limpida e da un punto di vista europeo e moderato la visione eurasiatista. Questo tipo di analisi, senza tempo, aiuta a decifrare costantemente gli avvenimenti di attualità e orienta senza dubbio ad una visione chiara ed esatta.

Carta Geopolitica, multipolare, Houshofer, Dugin, Terracciano, Eurasia
"L’idea eurasiatica rappresenta una fondamentale revisione della storia politica, ideologica, etnica e religiosa dell’umanità; essa offre un nuovo sistema di classificazione e categorie che sostituiranno gli schemi usuali. Così l’eurasiatismo in questo contesto può essere definito come un progetto dell’integrazione strategica, geopolitica ed economica del continente eurasiatico settentrionale, considerato come la culla della storia e la matrice delle nazioni europee."


Continenti e geopolitica


L’Eurasia è un continente “orizzontale”, al contrario dell’America che è un continente “verticale”. Cercheremo di approfondire poi questa perentoria affermazione analizzando la storia e soprattutto la geografia, in particolare eurasiatica. Terremo ben presente che in geopolitica la suddivisione dei continenti non corrisponde a quella accademica, ancor oggi insegnata nelle nostre scuole fin dalle elementari, e che, comunque, se un continente è “una massa di terre emerse e abitate, circondata da mari e/o oceani”, è evidente che l’Europa, come continente a sé stante (assieme ad Asia, Africa, America e Australia), non risponde neanche ai requisiti della geografia scolastica. Ad est infatti essa è saldamente unita all’Asia propriamente detta. La linea verticale degli Urali, di modesta altezza e degradanti a sud, è stata posta ufficialmente come la demarcazione trai due continenti, prolungata fino al fiume Ural ed al Mar Caspio; ma non ha mai rappresentato un vero confine, un ostacolo riconosciuto rispetto all’immensa pianura che corre orizzontalmente dall’Atlantico al Pacifico. La nascita e l’espansione della Russia moderna verso est, fino ad occupare e popolare l’intera Siberia, non è altro che la naturale conseguenza militare e politica di un dato territoriale: la sostanziale unità geografica della parte settentrionale della massa eurasiatica, la grande pianura che corre dall’Atlantico al Pacifico, distinta a sud da deserti e catene montuose che segnano il vero confine con l’Asia profonda.

Nel suo libro Pekino tra Washington e Mosca (Volpe, Roma, 1972) Guido Giannettini affermava: “Riassumendo, dunque, il confine tra il mondo occidentale e quello orientale non sta negli Urali ma sugli Altai”. Inseriva quindi anche la Russia con la Siberia in “occidente” e ne specificava di seguitole coordinate geografiche: “la penisola anatolica, i monti del Kurdistan, l’altopiano steppico del Khorassan, il Sinkiang, il Tchingai, la Mongolia, il Khingan, il Giappone”. Semplificando possiamo dire che il vero confine orizzontale tra le due grandi aree geopolitiche della massa continentale genericamente eurasiatica è quello che separa l’Europa (con la penisola di Anatolia) più la Federazione Russa, con tutta la Siberia fino a Vladivostok, dal resto dell’Asia “gialla” (Cina, Corea Giappone); nonché dalle altre aree geopoliticamente omogenee (omogenee per ambiente, storia, cultura, religione ed economia) dell’Asia (Vicino Oriente arabo-islamico, mondo turanico, Islam indoeuropeo dal Kurdistan all’Indo, subcontinente indiano, Sudest asiatico peninsulare e insulare fino all’Indonesia). Più che di un confine di tipo moderno si potrebbe parlare, specie nell’Asia centrale, di un limes in senso romano, di una fascia confinaria più o meno ampia che separa popoli e tradizioni molto differenti. In termini politici, specie dopo la dissoluzione dell’URSS, potremmo comunque porre questo confine asiatico attorno al 50° parallelo, per poi proseguire con gli attuali confini di stato tra Federazione Russa a nord e Cina-Mongolia-Giappone.

Del resto, in questo XXI secolo dell’era volgare la nuova concezione eurasiatista delle aree geopolitiche e geoeconomiche omogenee supera le concezioni politiche vetero­nazionaliste otto-novecentesche, basate su confini ritagliati a linee rette con squadra e compasso.

sabato 10 aprile 2021

Combattere la Nato significa combattere per l'Europa (Jean Parvulesco)

Parvulesco, Kollontai, geopolitica, Usa, Nato, Groussouvre,Misteri
Le parole Jean Parvulesco hanno sempre un qualcosa di profondamente misterioso eppure evidente per chi è situato saldamente nella lotta per "L'Impero della Fine". In questo articolo del 2002, recensisce l'importante libro
"Parigi Berlino Mosca" di Henri de Grossouvre. Se alcune idee sembrano troppo legate all'inizio del secolo e da riformulare, altre -ed è proprio questa la forza incredibile della verità - risultano ancora più basilari e fondamentali. Lasciamo al lettore la gioia dell'avventura nel leggere Parvulesco.

Figlio di François de Grossouvre - che, durante le presidenze di François Mitterrand, era stato sotto la protezione del Grand Veneur de la République il responsabile presidenziale della condotta operativa di tutti i servizi di intelligence politici e militari francesi, e che, come ricordiamo, ha trovato una morte misteriosa e tragica all'interno del palazzo della Presidenza della Repubblica - il giovane Henri de Grossouvre ha appena pubblicato a Parigi, con L'Âge editions d'Homme, con un'importante prefazione del generale Pierre-Marie Gallois , un saggio sull'analisi geopolitica e la prospettiva dell'attualità più scottante, dal titolo Parigi-Berlino-Mosca.

"Il centro del mondo si sta muovendo verso est", ha scritto il generale Pierre-Marie Gallois nella sua prefazione. H. de Grossouvre, che vive e lavora a Vienna, è uno specialista dei problemi economici e politici della Germania, dell'Austria e dell'intero spazio geopolitico dell'Europa orientale, la vecchia Mitteleuropa. H. de Grossouvre è anche un partigiano attivista e un teorico dell'integrazione della "nuova Russia" di Vladimir Putin all'interno della grande Europa continentale, aperta ora ai progetti eurasiatici portati avanti dai gruppi geopolitici vicini all'immediato entourage del Presidente russo.

In quanto tale, il libro di H. de Grossouvre, Parigi-Berlino-Mosca, costituisce un documento politico estremamente rivelatore, offrendo le posizioni d'avanguardia di una certa corrente del pensiero geopolitico francese in azione e, tanto più, che H. de Grossouvre sarà senza dubbio presto chiamato ad assumere responsabilità politiche a livello europeo, nel quadro di una “comunità geopolitica Francia-Germania-Eurasia”, attualmente in via di costituzione. La tesi fondamentale del libro promuove la più che necessaria, d'ora innanzi, integrazione federale dell'unità continentale della Grande Europa attorno all'asse Parigi-Berlino-Mosca, dietro la quale si profila, implicitamente e in un futuro più lontano, l'asse transcontinentale della “Fortezza eurasiatica” Parigi-Berlino-Mosca-Nuova Delhi-Tokyo. Ciò richiede, in primo luogo, la “piena” integrazione, sia totale che immediata, della “Nuova Russia” di V. Putin all'interno della comunità dell'essere e del destino della Grande Europa.

I precedenti della dottrina geopolitica dell'asse Parigi-Berlino-Mosca


Ma H. de Grossouvre non si accontenta solo di porre il problema della Grande integrazione continentale europea così come si presenta attualmente, cerca nella storia europea recente questa visione geopolitica fondamentale, che si ripete oggi, nell'area dei combattimenti avanzati delle nostre attuali notizie storico-politiche in atto, i precedenti che l'hanno annunciato e che avevano già cercato di proiettarlo nella storia in movimento, che lo porteranno ad essere effettivamente realizzato.

giovedì 4 marzo 2021

Alexander Dugin: il grande Risveglio contro il grande Reset


Dugin il Maestro
: grande il suo sforzo di fornirci un piano filosofico nuovo che abbracci più aspetti della conoscenza tramite il quale combattere il pensiero unico liberale che ha ormai occupato quasi tutto il sapere. 

Ma anche Dugin il Condottiero: coerente con questo unico e grande obiettivo di rivolgimento percorre anche la via sinistra (della mano sinistra) della mondanità politica che lo porta a sporcarsi le mani in prima persona senza chiudersi nella torre d'avorio. E proprio per questo ci dispiega oggi un manifesto: Il Manifesto del grande risveglio, contro il grande Reset. 

Dugin si dice convinto che esista una sincera e vitale repulsione per gli ultimi sviluppi del sistema liberale, ma questa repulsione deve essere messa al sicuro dai trotzkisti di ieri e di oggi, di destra (sedicenti sovranisti) e di sinistra, che sarebbero capaci di trasformare una rivoluzione in una involuzione. Quindi coerente con la propria storia traccia una lucida analisi e ci fornisce delle soluzioni necessarie. 

Nel manifesto Alexander Dugin evidenzia le caratteristiche dell'ultimo stadio del liberalismo: 
"Il Grande Reset è un piano per l'eliminazione dell'umanità. Perché questa è precisamente la conclusione a cui conduce logicamente la linea del "progresso" liberamente inteso: sforzarsi di liberare l'individuo da tutte le forme di identità collettiva non può non sfociare nella liberazione dell'individuo da se stesso".
Alcuni fatti è utile sottolineare: l'ultimo stadio del liberismo è la logica conclusione dello sviluppo liberale stesso. Volente o nolente il liberalismo porta alla distruzione dell'umanità stessa. 

Quindi il filosofo russo vede con simpatia tutti gli ambienti che con istinto vitalistico si sono rivolti contro questa fase terminale dell'umanità, ma ben sapendo che costoro non vogliono altro che tornare allo stato precedente del capitalismo: e la logica conclusione di questo sarebbe un nuovo ritorno alla fase finale e globalizzata. Quindi l'interesse di Dugin è tattico, non ci chiede di parteggiare ideologicamente per strani personaggi americani: 
"La cospirazione è la malattia infantile dell'antiglobalizzazione". 

Quella reazione spontanea deflagrata con qAnon o i vari populisti yankee è solo l'evidenza che il carattere dell'uomo non è sopito. 

Ma che fare?

La soluzione è quella che conosciamo e che lo stesso Dugin ci ha più volte indicato. Bisogna schierarsi contro l'individualismo per le identità collettive. Per il multipolarismo contro l'unipolarismo Usa e delle elite liberali. Per la giustizia sociale e le tradizioni. Superando vecchi schemi politici tanto cari allo stesso sistema liberale. 
"L'emergere di un polo europeo del Grande Risveglio deve comportare la risoluzione di questi due compiti ideologici: il superamento definitivo del confine tra sinistra e destra (cioè il rifiuto obbligatorio di un "antifascismo" artificioso da parte di alcuni e di inventato "anticomunismo" da altri) e l'elevazione del populismo in quanto tale - populismo integrale - a un modello ideologico indipendente. Il suo significato e il suo messaggio dovrebbero essere una critica radicale del liberalismo e del suo stadio più alto, il globalismo, che allo stesso tempo combina la richiesta di giustizia sociale e la conservazione dell'identità culturale tradizionale."
E' necessario creare (perché finora c'è solo spontaneismo vetero capitalista) organizzare e guidare la rivoluzione conservatrice contro la fase terminale del liberalismo: questo sarà possibile solo se i popoli riusciranno a coordinarsi e levarsi in piedi contro il mostro annichilente. L'organizzazione geopolitica eurasiatica e multipolare è non solo necessaria, ma è il senso stesso della lotta:

"La multipolarità diventa il punto di riferimento più importante e la chiave della strategia del Grande Risveglio. Solo facendo appello a tutte le nazioni, culture e civiltà dell'umanità siamo in grado di raccogliere forze sufficienti per contrastare efficacemente il "Grande Reset" e l'orientamento verso la Singolarità."

Lo sforzo di comunità tradizionali come quella cinese:
"In effetti, la Cina è una società tradizionale con migliaia di anni di storia e un'identità stabile. E chiaramente intende rimanere tale in futuro. Ciò è particolarmente evidente nelle politiche dell'attuale leader cinese, Xi Jinping. È pronto a fare compromessi tattici con l'Occidente, ma è severo nel garantire che la sovranità e l'indipendenza della Cina crescano e si rafforzino."

quella russa: 
"L'impero è diventato il nostro destino. Anche nel XX secolo, con tutto il radicalismo delle riforme bolsceviche, la Russia è rimasta un impero contro ogni previsione, questa volta sotto le spoglie dell'impero sovietico."

il risveglio di un'Europa potenza sovrana, dell'islam tradizionale così profondamente estraneo alla globalizzazione, così come dell'America indiolatina e di un'Africa che si vuole unita e postcoloniale, della cultura indiana...

Solo questo potrà farci cogliere l'occasione che qualche contraddizione interna alla logica liberale ci ha dato. Solo con la sovranità delle nostre grandi comunità socialiste e tradizionali potremo difenderci e sbarazzarci dei nemici dell'uomo.

(Di seguito il manifesto)

giovedì 13 agosto 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domanda 9 (Giappone, India, Cina)

Jean Thiriart, Eurasia, geopolitica, Europa Nazione, Usa, Cina, India, Giappone, Soviet, Nazbol,
DOMANDA 9

Quali relazioni prevedi che l'Europa avrà in futuro con altri centri di potere strategici come il Giappone e l'India?

RISPOSTA


Il ruolo del Giappone come potere indipendente è finito. Dal 1945 il Giappone è stato un'appendice dell'America. Domani dovrà scegliere tra l'adesione alla Cina, che è molto improbabile, o l'adesione all'Eurasia, cioè all'impero euro-sovietico. Il mondo come lo vediamo oggi può influenzare eccessivamente il nostro concetto di come potrebbe essere domani. Il Giappone è un'unità industriale magnifica ed efficiente. In tempi di pace partecipa da vicino all'imperialismo plutocratico americano. In una guerra calda il Giappone verrà immediatamente tagliato fuori dagli Stati Uniti.

Demograficamente, il Giappone rappresenta meno di un quinto della popolazione cinese. La situazione tra Cina e Giappone dal 1935 al 1945 non esiste più e non tornerà più. La Cina è ancora una volta unita e Mao ha avuto successo dove Chaing-Kai-Chek ha fallito. Spetta alla Cina realizzare la sua modernizzazione industriale ed economica, e prima o poi avverrà. In Asia il 21° secolo sarà la Cina, non il Giappone.

lunedì 3 agosto 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domanda 5 (Cina e Geopolitica)

Jean Thiriart, eurosovietico, Urss, Europa, Europa Nazione, Jeune Europe, China, Cina, geopolitica, nazbol
DOMANDA 5

Come prevedi lo sviluppo delle relazioni tra Unione Sovietica e Cina nel prossimo decennio?

RISPOSTA

Ho già parzialmente risposto a questa domanda in un'intervista che mi hai fatto. Era il luglio 1984 e la domanda era: “Cosa ne pensi di un conflitto tra Russia e Cina?” Leggi di nuovo la mia risposta. Il concetto di Asia come insegnato ai bambini in età scolare nelle classi di geografia non ha alcun valore quando si tratta di geopolitica. Gli Urali non esistono; gli Urali non sono una costa né una frontiera. La Siberia è russa, il che significa che è europea. La vera frontiera tra Cina ed Europa (la Russia è una provincia dell'Europa) fu stabilita chiaramente e apertamente dal più potente imperatore cinese, Shih Huang-Ti (III secolo a.C.). In linea generale, questa muraglia [la Grande Muraglia cinese] definisce i limiti del continente europeo (Il continente eurasiatico, da Ostenda a Vladivostok - la pianura eurasiatica).

martedì 21 luglio 2020

SIBERIA (Alexander Dugin)

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1. Il ruolo della Siberia 


Nel quadro generale della geografia sacra le terre siberiane svolgono una funzione speciale. La Siberia, soprattutto la sua parte settentrionale, è stata l'unica area geografica che nel corso del Kali Yuga non abbia richiamato in maniera particolare l'attenzione della "civiltà", mentre tutti gli altri territori, in un momento o in un altro, sono stati sottoposti alla colonizzazione (colonizzazione culturale prima di tutto) di diversi popoli, dando così luogo a guerre e a conflitti. Invece la Siberia, nonostante nei suoi territori non vi sia nulla che ostacoli gli insediamenti (il punto di vista contrario è un mito profano che cerca di trovare una spiegazione post factum per fenomeni attinenti alla necessità ciclica e geosacrale), si è sempre mantenuta segreta e misteriosa, ai margini della storia, come se fosse stata protetta da qualche forza speciale del Destino, da qualche arcangelo sconosciuto. Solo nell'epoca sovietica, e in forma molto frammentaria, questi territori sono entrati in contatto con la profanazione aggressiva e il banditismo utilitaristico. 

Stando alle testimonianze dell'archeologia, nel corso del Paleolitico la Siberia era molto poco popolata, più o meno come l'Europa orientale e meridionale; ma in qualche remoto angolo di essa si sono trovati i resti di civiltà antichissime. In realtà, dunque, la Siberia non è un territorio vergine, una tabula rasa, come si è soliti credere, ma una terra rimasta provvidenzialmente occultata, che nasconde i propri segreti agli sguardi profani. 

mercoledì 15 luglio 2020

L'isola del tramonto (Alexander Dugin)

isola del tramonto, dugin alexander, nazbol1. Il continente occidentale nel quadro della geografia sacra 


Gli autori tradizionalisti - soprattutto quelli che si ispirano a René Guénon - e taluni storici delle religioni hanno sottolineato la fondamentale importanza che inerisce alla nozione di spazio qualitativo o spazio sacro del nostro pianeta; essi hanno inoltre scoperto l'influenza immensa e segreta esercitata dalle scienze tradizionali sull'immaginario collettivo dei popoli. Sembra però che questa fondamentale importanza sfugga alla maggior parte degli intellettuali che si occupano di geopolitica e di geoeconomia mondiali. Nei loro lavori, infatti, non figura quasi mai una seria analisi relativa all'impatto residuale degli archetipi della geografia sacra - sedimentati nell'immaginario collettivo - sulla struttura stessa del pensiero geopolitico e sulle modalità di comprensione, da parte dei popoli, di tale o talaltro evento planetario. Probabilmente è l'inerzia del pensiero razionalista e positivista a impedire agli Europei di apprezzare debitamente le scoperte dei tradizionalisti e degli storici delle religioni. 

Comunque sia, ci sembra estremamente importante procedere allo studio del problema americano - che diviene oggi il problema numero uno nella geopolitica mondiale - nel quadro di un mito originario centrato sulle funzioni dei continenti nel complessivo ambiente planetario e saldamente custodito nel profondo dell'anima dei popoli. 

L'America, su un piano simbolico, si identifica col Continente dei Dormienti, con la terra d'Occidente, che nella maggior parte delle mitologie era connessa al mondo sotterraneo, al paese dei morti, delle ombre, delle tenebre. 

lunedì 6 luglio 2020

Parvulesco: la stella di un Impero invisibile (di Alexander Dugin)

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Professione: visionario


Jean Parvulesco è un mistero vivente della letteratura europea. Mistico, poeta, romanziere, critico letterario, conoscitore di intrighi politici, rivoluzionario, amico e confidente di molte celebrità europee della seconda metà del XX secolo (da Ezra Pound e Julius Evola a Raymond Abellio e Arno Breker). La sua vera personalità rimane un mistero. Rumeno, fuggito in Occidente negli anni '40, è uno dei più brillanti stilisti francesi in prosa e poesia contemporanee. Ma non importa quanto diverse fossero le sue opere, dalle stanze tantriche ai complessi romanzi occulti alle biografie di eminenti amici (in particolare "Red Sun of Raymond Abellio"), la sua vera vocazione era - "visionario", diretto e ispirato contemplatore delle sfere spirituali, aperto al prescelto dietro l'aspetto cupo e banale del mondo profano contemporaneo.

martedì 30 giugno 2020

Lenin, l'avatar rosso dell'Eurasia (Alexander Dugin)

In questo articolo Dugin parla di come è cambiata la sua opinione riguardo Lenin. Dapprima considerato negativamente, poi coraggiosamente e grazie all'evidenza storica di nuovo eretto sul piedistallo dei Titani del Continente.
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Prima [Vladimir Ilyich] Lenin (1870–1924) non mi piaceva. Tutti intorno a me dicevano: "Lenin, Lenin..." La maggioranza ha sempre torto. Durante l'era sovietica, portavo mio figlio piccolo a sputare sulle statue di Ilyich. All'epoca, leggevo Evola e Malynsky e credevo che Lenin fosse il principale agente contro-iniziatico del "mondo moderno", che distrusse l'ultima roccaforte della tradizione: l'impero russo ortodosso.

Ho deriso Lenin e ho disprezzato i leninisti e, vedendo citazioni dalle sue opere, mi è venuta voglia di versare acqua bollente sugli autori che hanno usato queste citazioni. Ricordiamo che, a quei tempi, la stragrande maggioranza dei riformisti liberali di oggi erano entusiasti leninisti, glorificando Ilyich con le loro lingue sempre pronte, avvolgendosi nelle loro giacche, contorcendosi e strillando come in un buco umido e accogliente.

Sono nato troppo tardi per assistere a un periodo in cui le persone credevano sinceramente a Lenin (e Stalin) come divinità. Sono venuto a vivere in una Sovdepia in disgustosa decomposizione, dove nessuno sapeva o credeva più in qualcosa, chinandosi verso chiunque fosse al potere in quel momento. Ho pensato che Lenin fosse un idolo oscuro (tagut), violentando gli ultimi Untermenschen sovietici mentre grugnivano con piacere.

Mi sono sbagliato.

giovedì 25 giugno 2020

L'impero sovietico e i nazionalismi nel periodo della perestrojka (Alexander Dugin)


Il valore dell'Impero


Per me personalmente, in quanto tradizionalista (nel senso che mi identifico, tra gli autori contemporanei, soprattutto nella linea di René Guénon e Julius Evola), l'Impero, l'idea di Impero, costituisce la forma positiva e profondamente sacra dello Stato tradizionale. Il nazionalismo, invece, non è che una tendenza sovversiva, profana, laica, che si dirige contro l'Unità dell'ordine sovranazionale dell'Impero, della forma ecumenica. D'altra parte, per me in quanto russo, l'Impero costituisce il modo di vita più idoneo e, in qualche maniera, più naturale. Noi siamo forse l'ultimo popolo imperiale rimasto al mondo. E' per questo che presso i Russi l'idea di nazione è strettamente legata all'idea di Impero, e il nostro «nazionalismo» ha in sé qualcosa di «imperiale». Quando diciamo «i Russi», noi vogliamo dire per lo più «i nostri», e vi includiamo la grande quantità dei popoli che abitano le nostre terre e condividono con noi l'immenso spazio geopolitico che è la Russia. Dostoevskij diceva che «essere russo significa essere l'uomo universale (vsëcelovek)». Indubbiamente questo particolare atteggiamento è responsabile del sentimento che anima oggi i Russi nei paesi baltici.. Essi hanno fatto del concetto di «nostri» una sorta di idea politica che trascende la questione della nazionalità, dell'ideologia politica ecc. «I nostri» per cui si battono e muoiono i difensori dell'unità dell'URSS in ogni angolo delle varie repubbliche non costituiscono un gruppo politico, sociale, nazionale o razziale, ma sono tutti coloro che, qualunque sia lo strato sociale o razziale cui appartengono, sono contrassegnati dalla presenza dell'istinto imperiale. Qui non si tratta né di demagogia politica, né di ipocrisia. Ad agire è la «coscienza imperiale», il sentimento quasi mistico di essere vsëcelovek, «uomo universale».

martedì 23 giugno 2020

Eurasia-Islam: il Reich del futuro (Martin Schwarz)

"L’imperialismo impone, l’Impero compone" Julius Evola


L’Eurasiatismo è una filosofia aperta, non dogmatica che può essere arricchita con nuovi contenuti: scoperte religiose, sociologiche ed etnologiche, ricerche geopolitiche, economiche, geografiche, culturali strategiche e politiche, ecc. Inoltre la filosofia eurasiatista offre soluzioni originali nei specifici contesti linguistici e culturali: l’Eurasiatismo russo non sarà lo stesso delle versioni francese, tedesca o iraniana. Tuttavia, la struttura fondamentale della filosofia rimarrà invariata“. Alexander Dugin, The Eurasian Idea (evrazia.org, 1)

L’idea (neo)eurasiatista, come presentata in una visionaria ma distinta struttura ideologica e geopolitica da Alexander Dugin, è nata nel centro del blocco continentale eurasiatico. L’integrazione dell’intero continente da Porto a Vladivostok può essere motivo d’ispirazione, l’importanza risiede nella realizzazione dell’imperativo anti-americano: fermare la crescita dell’influenza e del dominio atlantisti e farli regredire con misure culturali, economiche, politiche e – ovunque necessario – anche militari. I dettagli di una simile integrazione sono tuttavia legati alle circostanze locali. E per quanto appassionanti possano essere le bozze di A.Dugin riguardanti per esempio la saldatura dell’asse Mosca-Teheran, le prospettive e priorità da un punto di vista centroeuropeo e tedesco possono essere differenti, anche se potrebbero convergere in ultima istanza.

(Nota bene: da chi vive nel territorio degli USA l’idea eurasiatista può essere vista come un’alleata, nella misura in cui essi desiderano interrompere l’avventura imperialista (pseudo)messianica e perciò ridurre gli USA al loro territorio nazionale. In questo senso essi stessi possono seguire l’imperativo anti-americano.)

Il solo punto di partenza possibile per una ricostruzione ideologica dell’Europa Occidentale, essendo i paesi che la compongono non ortodossi, può essere la Reichsidee, l’idea del Imperium nella forma di evoluzione organica della storia europea. Come “Reich” può essere qui considerata un’unità sovranazionale che non imponga una struttura omogenea a genti, religioni e tradizioni, ma piuttosto le componga sotto una comune idea o meta. Ovviamente non è necessario utilizzare il termine “Reich” per avere un simile ordinamento.

ERNST NIEKISCH: dalla nazione all'Eurasia (Daniele Perra)


PARTE I 
ERNST NIEKISCH E LA GEOPOLITICA

Perennemente ostracizzato e bollato con lo sprezzante appellativo di “rossobrunismo”, il pensiero di Ernst Niekisch, declinato nella sua dimensione geopolitica, può nuovamente indicare all’Europa la via per liberarsi da ogni forma di servitù nordatlantica.

“O siamo un popolo rivoluzionario, o cessiamo definitivamente di essere un popolo libero”. Così è scritto sulla targa posta nella sua vecchia abitazione a dieci anni dalla morte, avvenuta a Berlino Ovest nel 1967 in totale solitudine e abbandono. Un aforisma che in poche parole sintetizza l’impegno di una vita intera. Ed Ernst Niekisch ha speso ogni singolo attimo della sua esistenza nel tentativo di restituire alla Germania ed al suo popolo quel ruolo di centro e guida continentale che, nella sua prospettiva, geograficamente e filosoficamente le spettavano di diritto.

La Germania, di fatto, è il cuore dell’estensione peninsulare occidentale dell’Eurasia. Piaccia o meno, l’Europa non può fare a meno della Germania, la quale, al contrario della Gran Bretagna storicamente antieuropea, nel bene e nel male ha sempre svolto un ruolo attivo all’interno del continente, fin da quando gl’Imperatori della casa di Svevia dovettero scontrarsi con le pulsioni centrifughe dei Comuni ribelli nell’Italia settentrionale.

venerdì 5 giugno 2020

Aleksandr Dugin risponde

Dopo la pubblicazione sul numero 41 (10 Ottobre 1995) di “Knizhoe Obozrenie” (Rivista Libraria) di un’intervista ad Aleksandr Dugin, famoso filosofo, politologo e pubblicista, lo staff editoriale e la casa editrice di Dugin, la Arctogaia, hanno ricevuto un gran numero di lettere, fra incoraggiamenti, ‘vaffanculi’, e semplici domande riguardanti alcune questioni toccate nell’intervista. Oggi siamo lieti di pubblicare le risposte di Aleksandr Dugin ad alcune domande dei lettori, sperando che la pubblicazione di queste domande e risposte sia l’inizio di un dialogo intellettuale tra famosi scrittori, filosofi, pubblicisti ed il pubblico dei lettori.

 

1 . Perché non ama l’Occidente?

“Alexander Gelievic, da quanto ho capito hai un approccio negativo verso l’Occidente, specialmente l’America. Ma la loro cultura è più avanzata della nostra. Non solo il cibo e i prodotti industriali, ma i servizi e lo stile di vita. Non stai invocando il ritorno dei tempi dell’isolamento?”

(Anna Vasilievna Varennikova, Mosca)

Dugin:   Ho viaggiato molto in Europa, e parlo molte lingue europee. Ho avuto così modo di conoscerla non solo dall’esterno, ma anche dall’interno. Sotto la facciata patinata e gli scintillanti involucri c’è una realtà completamente differente – alienazione, dittatura economica, individualismo, caduta dell’unità collettiva, mutevolezza, perdita di tutti i valori spirituali. L’Occidente è completamente alieno a noi sia culturalmente che ideologicamente, quale che sia la situazione politica in Russia. Si leggano le opere di Dostoevsky o di Leskov. Entrambi odiarono l’Occidente e il sistema occidentale, e non furono certamente dei comunisti. Date uno sguardo alle opere di autori come Limonov, Medvedev, Maximov (R.I.P.), Zinoviev, Mamleyev.  Condussero una vita eccellente nel sistema occidentale, ma altrettanto presto si resero conto che l’emigrazione era stata un errore fatale, e che l’Occidente significa la morte per un russo. E’ orribile e penoso vedere il terrore negli occhi degli occidentali, quando aprono la loro cassetta delle lettere. Le infinite bollette, debiti, come debbano pagare per tutto – telefono, acqua, riscaldamento, fresco, aria.. Per l’anima russa, così come per l’intero carattere eurasiatico, il sentiero occidentale è angusto, oppressivo e non necessario. Non è per un puro caso che abbiamo voltato ad esso le spalle per mille anni, mantenendo il nostro stile di vita, il nostro spirito. Mi piacerebbe che i russi conoscessero l’Occidente per  esperienza personale – non c’è migliore vaccinazione patriottica o persino nazionalista sulla terra.

Comunque, non sono dell’opinione di troncare le relazioni con l’Occidente. Penso che esse dovrebbero essere mantenute a qualche livello.  Ma adesso la cosa più importante per la Russia è stare in piedi da sé e provare la sua indipendenza di fronte al volto aggressivo dell’Occidente che si erge di fronte a noi. Sta strisciando verso di noi – insieme alla NATO, alla sua pseudo-cultura aggressiva, alla sua bestiale economia. Sono completamente certo di questo, e mi dispiace davvero che il nostro popolo abbia ancora dei dubbi e delle illusioni in proposito.

Gli ebrei e l'Eurasia (Alexandr Dugin)

1.      Insufficienza degli schemi interpretativi

La questione ebraica continua ad eccitare le menti dei nostri contemporanei. Né l’ignorarla artificialmente, né le affrettate urla apologetiche, né la primitiva giudeofobia possono risolvere questo problema. Il popolo ebraico è un fenomeno unico nella storia mondiale. Esso segue chiaramente un sentiero etico-religioso completamente speciale, peculiare solo ad esso, portando avanti nei millenni una misteriosa e ambigua missione.

Qual’è il senso di questa missione? Come risolvere l’enigma degli Ebrei? In cosa consiste la mission des juifs, che così tanti pettegolezzi ispira?

E’ un tema troppo vasto per rischiare di coprirlo appieno. Perciò, dovremo limitarci soltanto al ruolo degli Ebrei nella storia Russa del XX secolo, dato che tale questione abbraccia dolorosamente un insieme di persone, indipendentemente dal campo ideologico cui esse appartengano.

Allo stesso tempo dovremo prestare attenzione al fatto che oggi non esiste alcuna trattazione di questo tema che sia convincente e completamente soddisfacente. Una parte degli storici è generalmente incline a negare la rilevanza del fattore ebraico nella storia Russa e Sovietica, il che è fare violenza alla verità. Sarà sufficiente guardare alla lista dei cognomi fra i principali bolscevichi e l’élite politica dello Stato Sovietico, e la sproporzionata quantità di nomi ebraici salterà all’occhio. Ignorare questo fatto, sviando a bella posta con affermazioni senza senso, è scorretto anche dal punto di vista puramente scientifico e storico.

La seconda versione concernente la funzione degli ebrei in Russia (URSS) nel XX secolo è caratteristica dei circoli nazional-patriottici di casa nostra. Qui il ruolo degli ebrei è rappresentato come qualcosa di esclusivamente negativo, sovversivo, di abbattimento.  E’ la famosa teoria della «cospirazione ebraica», che fu particolarmente popolare tra le Centurie Nere [chernosotenny], successivamente circoli delle «guardie bianche». Da questo punto di vista, gli ebrei, seguendo un’unica tradizione etnico-religiosa e chiusi in una solitaria comunità condannata dallo status messianico, hanno coscientemente organizzato il distruttivo movimento bolscevico, hanno tenuto in esso le posizioni dominanti e hanno ridotto in pezzi l’ultimo baluardo dello stato, della cultura e della tradizione cristiana. I giudeofobi conservatori duri a morire hanno trasferito lo stesso modello interpretativo alla distruzione dell’URSS, imputandone la colpa agli ebrei, riferendosi al gran numero di rappresentanti di origine ebraica fra i ranghi dei riformatori. La debolezza di questo concetto è data dal fatto che le stesse persone sono simultaneamente accusate di aver creato lo stato Sovietico e poi di averlo distrutto, essendo alla massima guida della concezione socialista e antiborghese e poi agendo come i maggiori apologi del capitalismo. Inoltre, una conoscenza non faziosa della sorte dei bolscevichi ebrei mostra la loro convinzione completamente sincera nell’ideologia comunista, nel sacrificare prontamente la propria vita, cosa che sarebbe impossibile da concepire se dovessimo seriamente accettare la versione che li descrive come un gruppo di «cinici e falsi sabotatori». Nel suo complesso, questa versione antisemita non convince, pur essendo più vicina alla verità della prima, dato che al contrario di essa, riconosce l’unicità del ruolo degli ebrei nel processo storico. E’ curioso che una simile ammissione trovi d’accordo gli antisemiti ed i più coscienziosi e conseguenti sionisti.

La discriminante popolo nella dimensione eurasiatica (Francesco Boco)

"Come dubitare che in passato il mondo fosse in Dio? La Storia si divide tra un passato, in cui gli uomini si sentivano attratti dal nulla vibrante della Divinità, e un oggi, in cui il nulla del mondo è privo dell'afflato divino" E.M. Cioran

Nel porsi il problema del futuro non si deve ignorare l'importanza del popolo ed il ruolo fondante che esso ha per il mantenimento e la durevolezza di un ordine. L'esistenza di un'elite è necessaria al fine di guida del popolo, ma essa non può avere ruoli così esclusivi da dividerla dalla comunità. Ogni gruppo scelto che porti un nuovo ordine proviene in ultima istanza dal popolo, rappresentandone però la componente più dinamica e culturalmente superiore. L'esempio della Repubblica platonica, in cui l'educazione della città rende giusti i cittadini, ed al contempo i buoni cittadini rendono giusta la città, ci chiarisce il rapporto circolare di relazione tra la struttura statale e la componente umana. Di fatto sono le elite, le quali per prime prendono coscienza del cambio epocale necessario, a dare inizio, per mezzo di una infiltrazione culturale al circolo di cui sopra. L'elite che diventerà guida di popolo nel nuovo ordine ch'essa andrà ad instaurare è necessariamente quella che risulta vittoriosa dallo scontro che avviene tra i vari fronti di influenza. Il presupposto della nascita e sviluppo di un gruppo ristretto è la sua volontà di cambiamento radicale, essendo di natura dinamica essa si genera per aggregazione di elementi eterogenei attorno ad un'idea comune. Quelle che nei governi e nei sistemi di controllo consolidati vengono chiamate elite non sono aristocrazie di recente nascita, ma lo sviluppo di quelle che hanno originato un certo ordinamento; ne sono le eredi e la continuità nel tempo.

venerdì 1 maggio 2020

La dottrina delle tre liberazioni (Carlo Terracciano)



Libertà va cercando ch’è sì cara,
Come sa chi per Lei vita rifiuta.
Dante Alighieri

PREMESSA
La Libertà è parte stessa dell’Essenza e dell’esistenza di un uomo, come di un popolo; d’ogni Uomo e d’ogni Popolo in quanto tali.
Tant’è vero che viene oggi considerata un Diritto fondamentale di ogni cittadino e fin dalla più remota antichità la differenza sostanziale tra gli uomini era appunto rappresentata dalla facoltà o meno di poter disporre liberamente di se stessi e dei propri beni. In mancanza di essa si cadeva in schiavitù, nella disponibilità quindi di altri che potevano disporre a loro piacimento e spesso capriccio della persona dello schiavo, fino a privarlo della vita stessa.
La schiavitù nel mondo è stata abolita ufficialmente da meno di un secolo e mezzo, a parte casi più recenti, ma solo per essere spesso sostituita da forme più larvate e subdole di dominazione praticamente totale ed assoluta su uomini, popoli, nazioni, interi continenti, fino ad avviluppare l’intero globo. Dominazione militare, economica, politica, religiosa, psicologica, culturale ed al giorno d’oggi persino biologica, informatica, ambientale ecc…
Sulla natura ed il contenuto della libertà, come sui suoi limiti si sono misurati per millenni gli intelletti più acuti dei “filosofi”, nel senso etimologico del termine.

venerdì 22 giugno 2018

22 giugno: lutto continentale

22 giugno, giornata di Lutto Continentale. Il 22 giugno anche quest'anno arriverà e passerà nell'indifferenza generale, senza che nessuno dai grandi canali dell'informazione e della cultura abbia né il coraggio né la forza di celebrarlo. Ma noi patrioti abbiamo il dovere di celebrarlo profondamente e spiritualmente con il rigore e la serietà che si conviene ad un evento così luttuoso. Infatti, il 22 giugno 1941, è la data di morte scolpita sulla tomba dell'Europa. Il giorno più nefasto della nostra storia, il giorno in cui siamo stati sconfitti. Sconfitti da noi stessi, dalla debolezza e dalla mancanza di coraggio e passione: è il giorno in cui la Germania del Terzo Reich e l'Impero Sovietico cominciano la loro guerra fratricida. L'atto che fulminò ogni speranza rivoluzionaria. In un suo scritto Dugin riporta un episodio interessante:Arno Breker, il famoso scultore tedesco, che conobbe benissimo Bormann, parlò a Parvulesco di una strana visita che ricevette da questi a Jackelsburg. "Il 22 giugno 1941, immediatamente dopo l'attacco della Germania di Hitler contro l'URSS, Bormann andò da lui senza precauzioni, in stato di shock, avendo lasciato il suo ufficio al Reichskanzlerei. Egli ripeteva continuamente la stesso misterioso giudizio: "Il Non Essere, in questo giorno di giugno, ha vinto sull'Essere…Tutto è finito…Tutto è perduto…" Quando lo scultore chiese che cosa volesse dire, Bormann tacque; poi, ormai alla porta, si volse per aggiungere qualcosa, poi decise di non farlo e se ne andò sbattendo la porta.

martedì 27 agosto 2013

La pace ad ogni costo

Comunicato del movimento EURASIA sulla partecipazione della Russia ad azioni di guerra al fianco degli USA contro i Talibani afghani
18 settembre 2001

domenica 25 agosto 2013

Dal cuore d'America a quello d'Eurasia (Carlo Terracciano)

Aspetti geopolitici della crisi mondiale

Giuro a Dio che l'America non vivrà in pace finché la pace non regnerà in Palestina
e finché tutto l'esercito degli infedeli non avrà lasciato la terra di Mohammad, la pace sia con Lui "
Dal proclama di Osama bin Laden,
dopo l'aggressione americana all'Afghanistan.



E’ passato quasi un mese dall’azione dei martiri-suicidi contro le “Torri gemelle” e il Pentagono; cioè contro il cuore economico e quello militare strategico degli Stati Uniti d’America ed è alfine scattata la promessa risposta contro i presunti finanziatori e mandanti della più clamorosa operazione contro la superpotenza imperialista. L’attacco americano all’Afghanistan, richiesto a gran voce dall’opinione pubblica americana e voluta dal governo per placare la sete di sangue e vendetta degli sconvolti cittadini in piena isteria nazional-sciovinista, comincia comunque a delinearsi chiaramente, se non nelle sue linee e metodologie direttive d’attacco, perlomeno nei suoi obiettivi strategici e geopolitici a medio e lungo termine.