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venerdì 31 gennaio 2025

La musica è ormai contraria al pensiero (Eduard Limonov)

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Limonov parla forte e chiaro: la musica pop, musica americana, è un bombardamento acustico contro il pensiero. Le mode, le star hanno come unico risultato di addomesticare le masse. Stesse idee le ha accennate anche Antonio Gramsci, quando indicava nel jazz un pericolo per la cultura europea, in quanto non poteva non influenzare le masse con quella animalesca emotività senza pensieri. Di seguito una lettura tratta da "Grande Ospizio Occidentale", uno dei libri più politici e incisivi di Eduard Limonov.




martedì 8 giugno 2021

L'antropologia del dono di Mauss contro il liberismo (Jean-Claude Michéa)

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Nel nocciolo della filosofia occidentale moderna (di cui il liberismo rappresenta la forma di sbandieramento teorico più radicale e più coerente),
c’è in primo luogo la convinzione che l’essere umano sia un individuo «indipendente per natura» (definito innanzitutto da quella assoluta priorità di se stesso che resta il fondamento profondo di tutte le altre forme di proprietà privata) e che quindi può cominciare a collaborare con i suoi simili solo se in tale collaborazione – di qualunque natura essa sia – intravvede un interesse personale (come per esempio quei «cittadini» britannici che, all’indomani della Brexit, si dichiaravano pronti a rinunciare alla loro nazionalità d’origine unicamente allo scopo di conservare i vantaggi pratici della cittadinanza europea). Da qui l’idea, contraria a qualunque insegnamento dell’antropologia moderna – e del resto anche della psicanalisi –, che il contratto sia l’unico modo autenticamente umano di allacciare legami con altri [a] (legami peraltro puramente temporanei, come nell’atto di scambio che lega un venditore e un compratore), e la conseguente riduzione di ogni comunità umana a un semplice mercato «popolato da particelle contraenti che, tra loro, hanno unicamente relazioni basate su un interesse preciso» [b]. Questo legame costitutivo tra l’individualismo «possessivo» liberale (nella situazione ideale – scriveva Renan – l’individuo integralmente moderno dovrebbe «nascere trovatello e morire celibe») e quella teoria dell’«egoismo razionale» (Ayn Rand) – che è il suo corollario naturale – è ciò che spiega, più di ogni altro aspetto, il fatto che ai nostri giorni i concetti di dono, di aiuto reciproco o di atto disinteressato (come anche quello di common decency [c]) vengono sistematicamente percepiti come ingenui e mistificanti dalla quasi totalità del clero mediatico e accademico [d]. Da questo punto di vista, il liberismo appare prima di tutto come una filosofia del sospetto e della decostruzione generalizzata (uno «scetticismo diventato istituzione», scriveva Pierre Manent). Il fatto che i romanzi gialli – dove a turno i vari personaggi vengono sospettati dagli inquirenti – siano diventati un genere tra i più creativi della letteratura moderna è indubbiamente un aspetto rivelatore. 

giovedì 24 settembre 2020

Perché ha fallito la sinistra (Jean-Claude Michéa)

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La crisi della sinistra spinge a interrogarsi sui suoi metodi, sulla sua pedagogia, sulla sua capacità di aggregare, dunque sulle ragioni dei suoi fallimenti in un contesto che, in teoria, dovrebbe invece favorire l’adesione alle idee socialiste e all’anticapitalismo. Quali sono per lei le ragioni di questo fallimento? 

A prima vista, in un contesto economico e sociale che, come voi dite, dovrebbe essere «favorire l’adesione alle idee socialiste e anticapitaliste», la «crisi della sinistra» può in effetti apparire davvero strana. Non era George Orwell che osservava, già nel 1937, che «ogni pancia vuota è un argomento a favore del socialismo»(1)? In realtà, la chiave del mistero si trova nella stessa osservazione di Orwell. Il fatto è che il «socialismo» e la «sinistra» appartengono, fin dall’origine, a due storie a rigor di logica distinte, che si sovrappongono solo parzialmente. La prima – nata nel quadro tumultuoso e liberatore della Rivoluzione francese – si articola interamente attorno all’idea di «Progresso» (essa stessa presa dalle correnti dominanti della filosofia illuminista) che a lungo ha permesso ai suoi innumerevoli fedeli di giustificare ideologicamente tutte le battaglie contro il potere della nobiltà e di quelle «forze del passato» – tradizioni popolari comprese – di cui la Chiesa cattolica era il simbolo privilegiato (da qui, tra l’altro, l’anticlericalismo viscerale che dà alla sinistra francese un connotato specifico che non si ritrova granché in quelle delle nazioni protestanti). Tale ruolo centrale svolto dal concetto di «Progresso» (o di «senso della storia») nell’immaginario della sinistra è proprio ciò che permette di spiegare come, ancora oggi, siano sempre i concetti di «Reazione» e di «reazionario» – che pure dovrebbero avere un senso politico preciso solo nel contesto del XIX secolo e di quello che Arno Mayer chiamava la «persistenza dell’Ancien régime» – che continuano a definire lo zoccolo duro di tutte le analisi, nonché l’origine di tutte le scomuniche della sinistra

venerdì 18 settembre 2020

Il liberalismo libertario non conosce crisi (Jean-Claude Michéa)

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Domanda: Il liberalismo culturale, per tanto tempo egemonico, oggi ha del piombo sulle ali. Sempre più voci e osservatori, da Zemmour a Finkielkraut, attaccano sui media il famoso «pensiero unico» e rompono il politicamente corretto. In seno alla sinistra di governo, la «linea Valls», attenta alla sicurezza e poco portata sul «sociale», sembra averla spuntata definitivamente sulla «linea Taubira», più lassista. Eppure l’economia di mercato viene contestata sempre di meno. La fase «libertaria» del liberalismo, che è emersa dopo il Maggio ’68 e che lei ha ampiamente analizzato nelle sue opere, oggi va considerata alle nostre spalle?

Ho l’impressione che questa sia soprattutto una di quelle illusioni ottiche che sono il fascino alla società dello spettacolo! E siccome questa illusione trova la sua fonte principale in alcune particolarità dell’odierna situazione politica, mi sembra indispensabile tornare un istante sulle radici reali di quest’ultima.

All’inizio del 1996, sul loro Remarques sur la paralysie de décembre 1995, i redattori dell’Encyclopédie des nuisances avevano annunciato, con la loro consueta lucidità, «che non ci sarebbe stata “uscita dalla crisi”; che la crisi economica, la depressione, la disoccupazione, la precarietà generale eccetera erano diventate il modo di funzionamento dell’economia universalizzata; che tutto sarebbe andato sempre di più in tal modo». Vent’anni più tardi, siamo costretti ad ammettere che quel giudizio (che aveva suscitato all’epoca il sorriso beffardo di quelli che ne sanno, o che la sanno lunga) non solo è stato confermato interamente dai fatti, ma incontra anche una crescente eco in tutte le classi popolari europee (e ormai anche negli Stati Uniti), come testimoniato ampiamente dall’aumento costante dell’astensionismo, della scheda bianca e delle percentuali di voti ottenute dai partiti cosiddetti «antisistema» o «populisti». In effetti tutto avviene come se ovunque le classi popolari stessero prendendo coscienza, fosse anche sotto alcune forme mistificate, che da tempo i due grandi partiti del blocco liberale (quelli che Podemos definisce a buon diritto i «partiti dinastici») non hanno più altro ideale concreto da proporre se non la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari stesse – e la dissoluzione delle loro ultime conquiste sociali – nel moto perpetuo della crescita globalizzata, sia essa ridipinta di verde o coi colori dello «sviluppo sostenibile», della «transizione energetica» e della «rivoluzione digitale». 

martedì 1 settembre 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domanda 14 (Filosofia, radici culturali)

Jean Thiriart, Europa Nazione, Europa, Filosofia

DOMANDA 14

Un'ultima domanda personale. Tieni traccia delle tue radici familiari per i 150 anni dello stato belga indipendente. Il cognome "Thiriart" è un tipico nome vallone? O era originariamente tedesco in quanto uno dei tuoi nonni era tedesco? Credo che tu abbia anche menzionato che la tua storia familiare risale al passato dei vichinghi danesi. Dico bene?

RISPOSTA

Thiriart non è un nome "vallone". A mio avviso questa etichetta vallona è spregevole, di fatto offensiva. I valloni e i fiamminghi parlano due lingue diverse ma sono identici dal punto di vista razziale. Inoltre, Thiriart ha una radice germanica, gotica. Siamo chiamati Theurwald in Danimarca, Thiriart in Germania e Belgio e Thierry in Francia. Ma tutto ciò non ha alcun significato storico. È un interessante discorso da bar, niente di più.

Mio padre aveva gli occhi azzurri. Anche io, come anche mio figlio Philippe. Tutti e tre siamo molto nordici. Quando viaggio nei paesi arabi o mediterranei, anche prima di aprire la bocca e dire una sola sillaba, sono preso per un tedesco o un americano. Per via della mia struttura e del mio tipo. E anche i miei capelli corti. Anche così, la storia dei "tre cugini vichinghi" è divertente da raccontare. C'è il cugino americano, il vichingo che si è trasferito da Gotland, nel sud della Svezia, in Normandia, poi da Hastings a Londra e infine in America. Poi c'è il cugino che non si è mosso affatto ma è rimasto tra Stoccolma e Liegi. Questi includono il Thiriart per esempio. Thiriart è il vichingo continentale occidentale. Una divisione delle SS portava il suo nome. La divisione SS Viking. Gli alti biondi dagli occhi blu, come i soldati russi in Afghanistan oggi: un ramo meno conosciuto, ma altrettanto importante, è la parte orientale del continente europeo: i Variaghi.

mercoledì 26 agosto 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domanda 13 (Imperialismo culturale)

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DOMANDA 13

La cultura di lingua inglese, in particolare quella degli Stati Uniti, sembra così attraente per gli altri, specialmente per i giovani, con la sua musica pop, il cibo, le mode e altre forme di consumismo. Alcuni usano persino il termine "imperialismo culturale". Sei d'accordo e, in tal caso, come può l'Europa riprendere il controllo del proprio sviluppo culturale?

RISPOSTA

Il termine "imperialismo culturale americano" è puramente polemico, non avendo un'esistenza cosciente per se. Tuttavia, esiste una forma degenerata della società americana che si sta diffondendo in tutto il mondo sulla scia delle preoccupazioni commerciali e militari americane. Né possiamo dire che la cultura europea possa essere limitata esclusivamente all'Europa. È semplicemente la cultura delle persone civili ovunque, che si tratti di Tokyo, Mosca, Singapore o Pasadena. Non sono uno di quelli che sogna una cultura europea separata, introversa, separata dagli altri o negata agli altri.

Il tipo di cultura "europea" che si è diffuso in tutto il mondo e che è stato adottato per più o meno negli ultimi quattro secoli è quello del Rinascimento, quello dell'antico mondo greco-romano. A dire il vero, qui in Europa esistono differenze di opinione sull'enfasi o sull'orientamento dato a questa cultura europea in tutto il mondo. Alcuni vorrebbero che fosse più giudeo-cristiano. Scusami se devo dirti che sono fortemente contrario a questa tendenza. Altri, come io stesso, vorrei vederla orientata più verso un tipo di neo-stoicismo, cioè verso l'autodisciplina e l'autocontrollo. Perché quando si riesce a dominare se stessi, è facile dominare gli altri. Sfortunatamente, a volte ci vuole un'intera vita per imparare a dominare se stessi. E quando finalmente si raggiunge questo obiettivo, o ci si avvicina al raggiungimento, nessuno nelle generazioni più giovani vuole accettare l'eredità o il messaggio.

domenica 28 giugno 2020

Razzismo e occidentalismo (Alexander Dugin)

Uno stralcio di un articolo di Dugin, in cui spiegando il suo approcci oalla conoscenza evidenzia come il razzismo sia connaturato al sistema liberale e non come vogliono farci credere in tempi di Black Lives Matter una sua deviazione.

Un altro punto fondamentale è che non esiste, né può esistere, una gerarchia tra culture o popoli poiché i tre Logos si combinano tra loro in modi del tutto specifici e peculiari e il modo in cui lo fanno è proprio a ciascuna cultura. La nostra storia, la nostra identità, l’identità profonda di un popolo appartenente ad una cultura o religione corrisponde precisamente a questa combinazione, ad un particolare equilibrio di questi tre Logos. E poiché esiste un numero praticamente infinito di combinazioni, di mutamenti nelle proporzioni tra le forme dei tre Logos, il numero di società umane possibili è virtualmente illimitato. Ne consegue l’impossibilità di creare qualsivoglia tipo di gerarchia. Le società arcaiche vedranno la dominazione di uno dei tre Logos, le moderne di un altro, e viceversa, ma in ogni caso non vi è alcuna norma generale o universale.

giovedì 7 maggio 2020

L’indistinzione (Alain de Benoist)

La storia degli ultimi due millenni trascorsi è quella di una lenta crescita dell’indistinzione, che inizia con il monoteismo. L’affermazione di un Dio unico implica, infatti, quella dell’unità della famiglia umana, non più al livello della specie biologica, ma dal punto di vista spirituale. Dire che c’è un unico Dio significa affermare, al contempo, che tutti gli uomini formano un’unica famiglia, e squalificare tutti gli altri dèi, il che equivale a instaurare un nuovo regime di verità dove l’alterità diventa fonte di menzogna o d’errore. «Uno fu la specificità della cultura giudaico-cristiana e poi di quella moderna», scrive Michel Maffesoli. L’Uno esclude l’Altro, che minaccia la sua esclusività. L’Altro può dunque a buon diritto essere soppresso. Nel corso della storia occidentale, il fantasma dell’Uno non ha smesso di funzionare come principio direttivo. Fattore di intolleranza, di esclusione e di separazione, poi di atomizzazione, ha nutrito tutte le inquisizioni, giustificato tutti i tentativi di sopprimere l’alterità.

domenica 19 ottobre 2014

Yeats tra fascismo e aristocrazia (Lambert O'Manwel)

« Che importa se le più grandi cose che gli uomini pensano di consacrare o esaltare, accolgono la nostra grandezza solo se unita alla nostra amarezza?». Così parlò William Butler Yeats nei suoi versi dedicati alle Case degli avi, nelle meditazioni in tempo di guerra civile. Alla sua amarezza composta, anzi alla sua «virile malinconia» dedicò un saggio giovanile Tomasi di Lampedusa, che anche nel suo Gattopardo subì il fascino di Yeats, quel gran cantore del Mitico Passato.

Sessant’anni fa, il ventotto gennaio del 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, il poeta irlandese si spegneva all’età di 73 anni. Era nato in un decoroso sobborgo di Dublino da una rispettabile famiglia protestante anglo-irlandese, con le estati dell’infanzia trascorse all’ombra di croci celtiche e rovine di torri nel piccolo porto di Siligo, nella costa occidentale irlandese. Suo padre alternava le sue preoccupazioni «terrene» (era un agrario benestante) con i suoi sogni celesti di pittura. E il giovane Yeats, che a vent’anni aveva già acquisito una buona notorietà per le prime composizioni poetiche pubblicate sulla Dublin University Review, aveva ben presto rigettato lo spirito vittoriano del suo tempo per sposare la tradizione dell’antica Irlanda gaelica, cattolica e romantica.

La gnosi politica di Philip K. Dick. Il 'Minority Report' nascosto della realtà (Jay Kinney)

Sembra impossibile, ma sono passati quasi vent’anni dall’uscita di Bladerunner. Quell’affascinante ed influente film è stato il primo ad essere ispirato agli scritti dell’autore di fantascienza Philip K. Dick. Altri films, di vario successo lo hanno seguito, compresi Total Recall e Screamers, ma finora i più dickiani sono stati quelli che si sono imbattuti nella sua distopica e paranoica sensibilità senza basarsi direttamente su uno dei suoi libri o dei suoi racconti. The Truman Show, Essi vivono!, Pleasantville, e il notevolissimo The Matrix, sono in spirito tutti films di Dick, nonostante la sua assenza dai titoli di coda.

L’ultima uscita di Spielberg, Minority Report, ritorna direttamente ad attingere alla profonda fonte d’ispirazione di Philip Dick e, nonostante l’inevitabile conclusione spielberghiana, riesce ad evocare uno dei temi preferiti di Dick: come può uno eludere il soffocamento di un usurpante stato di polizia? In Minority Report, questo assume la forma del locale Dipartimento del Precrimine di Washington D.C., che è riuscito ad eliminare gli assassinii arrestandone ed incarcerandone i perpetratori prima che commettano i loro crimini. Questo è reso possibile dall’utilizzo delle facoltà di tre precogs (precognitivi), i quali hanno il talento involontario di vedere nell’immediato futuro e di scorgere gli assassinii in fase di attuazione. Come spiega il film, nell’anno 2054, sta per aver luogo un referendum nazionale per allargare a livello di polizia nazionale la prevenzione pre-criminale.

L'itinerario di Knut Hamsun (Robert Steuckers)

Knut Hamsun: una vita che attraversa circa un secolo intero, che si estende dal 1859 al 1952, una vita che ha camminato tra le prime manifestazioni dei ritmi industriali in Norvegia e l’apertura macabra dell’era atomica, la nostra, che comincia a Hiroshima nel 1945. Hamsun è dunque il testimone di straordinari cambiamenti e, soprattutto un uomo che insorge contro l’inesorabile scomparsa del fondo europeo, del Grund in cui si sono poggiati tutti i geni dei nostri popoli: il mondo contadino, l’umanità che è cullata dalle pulsazioni intatte della Vita naturale.

"una fibra nervosa
che mi unisce all’universo"

Questo secolo di attività letteraria, di ribellione costante, ha permesso allo scrittore norvegese di brillare in ogni maniera: di volta in volta, egli è stato poeta idilliaco, creatore di epopee potenti o di un lirismo di situazione, critico audace delle disfunzioni sociali dello "stupido XIX secolo". Nella sua opera multi-sfaccettata, si percepiscono pertanto al primo sguardo alcune costanti principali: un’adesione alla Natura, una nostalgia dell’uomo originario, dell’uomo di fronte all’elementare, una volontà di liberarsi dalla civilizzazione moderna essenzialmente meccanicista. In una lettera che egli scrive all’età di ventinove anni, scopriamo questa frase così significativa: "Il mio sangue intuisce che ho in me una fibra nervosa che mi unisce all’universo, agli elementi".
Hamsun nasce a Lom-Gudbrandsdalen, nel sud della Norvegia, ma trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Hammarøy nella provincia del Nordland, al largo delle Isole Lofoten e al di là del Circolo Polare Artico, una patria da lui mai rinnegata e che sarà lo sfondo di tutta la sua immaginazione romanzesca. È una vita rurale, in un paesaggio formidabile, impressionante, unico, con gigantesche falesie, fiordi grandiosi e luci boreali; sarà anche l’influenza negativa di uno zio pietista che condurrà assai presto il giovane Knut a condurre una vita di simpatico vagabondo,di itinerante che esperimenta la vita in tutte le sue forme.

Manifesto futurista (Filippo Tommaso Marinetti)

Avevamo vegliato tutta la notte -i miei amici ed io- sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgore di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.
Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poiché ci sentivamo soli, in quell'ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di fronte all'esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che s'agitavano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto batter d'ali, lungo i muri della città.
Sussultammo ad un tratto, all'udire il rumore formidabile degli enormi tramvai a due piani, che passavano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori, come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e sradica d'improvviso, per trascinarli fino al mare, sulle cascate e attraverso i gorghi di un diluvio.
Poi il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l'estenuato borbottio, di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar d'ossa dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.

martedì 27 agosto 2013

Cinema e propaganda: Forrest Gump (John Kleeves)

Ma dietro l'angolo spunta Jean Seberg

La seguente è la mia recensione del film Forrest Gump (1994), regia di Robert Zemeckis, con Tom Hanks (Forrest Gump) e Robin Wright (Jenny Curran). Il film è stato prodotto per la Paramount dai signori Steve Tisch, Steve Starkey e Wendy Finerman. Come si vede è di cinque anni fa ma è talmente " speciale " da meritare una rivisitazione. Due premesse. La prima è la mia solita: io sostengo che la filmografia statunitense ("Hollywood") è una filmografia di Stato, controllata sin nei dettagli dalla United States Information Agency (USIA), un'Agenzia federale pubblica nell'esistenza, ma segreta nell'operatività (come la CIA) istituita nel 1953 allo scopo di creare nel pubblico internazionale una precisa ancorché falsa immagine degli Stati Uniti. L'Agenzia, che non si occupa solo di Hollywood, ora conta sui 30.000 dipendenti ed ha sede al 301 IV South West Street di Washington; il direttore si chiama Joseph Duffey.

Capitalisti con la pistola (John Kleeves)

Americani: Chi sono costoro ? 


Definire il tipo psicologico medio dell’Americano non è così immediato. Cosa sono essenzialmente gli Americani, e quale è di conseguenza il campo a loro più congeniale, nel quale realmente eccellono ? Per molti grandi popoli della storia la risposta è spesso stata agevole : i Romani ad esempio erano senza dubbio dei soldati, i Greci erano degli artisti, i Fenici dei commercianti, gli Egiziani dei religiosi ( dei preti o degli occultisti a seconda ), i Cinesi dei filosofi, ed è facile vedere come ognuno abbia costruito la sua fortuna in base alla superiorità derivata da quel particolare talento, il quale anche andò a plasmare la sua civilizzazione. Gli Americani sono certamente un grande popolo ( se non altro per essere arrivati, ora come ora, a un passo dal dominio planetario ; poi si vedrà ) ma per loro si stenta a trovare una definizione. Benché siano sempre in guerra essi però non sono dei soldati, mancandogli i tratti fondamentali caratteristici, cioè il militarismo, l’attrazione per le uniformi, la propensione alla disciplina e soprattutto il valore : mai hanno vinto una guerra per le virtù militari, semmai per la tecnologia e la preponderanza numerica e materiale. Per quanto riguarda l’essere degli artisti, dei filosofi e dei religiosi non se ne parla neanche : pochi popoli disprezzano tali valori spirituali come gli Americani ; sembrerebbe non essere così per la religione, vista la sua pervasività nella vita e sui media americani ma chiunque è stato negli USA sa che è tutta apparenza, tutti riti messi in piedi per certi motivi utilitaristici. Anche la tipologia del commerciante non calza perfettamente all’Americano, che sembra qualche cosa di più ; e poi non spiega questa tipologia la numerosità delle guerre combattute : il commerciante puro ama la stabilità della pace.

Un libro di cui si può fare a meno: "MADE IN USA. Le origini americane della Repubblica Italiana"

 di Ennio Caretto e Bruno Marolo, Rizzoli 1996

Subito dalla sovracopertina si capisce che questo è un libro di cui si può fare a meno. Tratta dei maneggi segreti degli americani in Italia dal 1943 al 1948, cosa che sembrerebbe promettere bene ma: 1) gli autori Caretto e Marolo sono rispettivamente ( o erano al momento ) il corrispondente da Washington del Corriere della Sera e il capo dei corrispondenti dal Nord America dell'ANSA; 2) i medesimi annunciano di fare discorsi se non rivelazioni in base a documenti segreti degli archivi di Washington poco prima resi disponibili al pubblico; 3) l'editore è Rizzoli. Anche essere l'ultimo dei giornalisti del Corriere della Sera e l'ultimo degli addetti dell'ANSA significa essere dei collaudati elementi di quell' apparato di regime che è l'establishment mediale italiano: figurarsi il corrispondente da Washington e il capo sezione per il Nord America.

La minaccia culturale americana (Robert Steuckers)

Quando esaminiamo la storia di questi ultimi due secoli, dobbiamo constatare che, malgrado i discorsi tranquillizzanti e minimizzanti, esiste un’opposizione radicale riguardo i principi fondamentali della politica, tra l'Europa e l'America. Fin dall’inizio della storia americana, della storia degli Stati Uniti in quanto Stato indipendente, vi è stato confronto con il vecchio continente. Quando le tredici colonie nord-americane hanno voluto staccarsi dall'Inghilterra, esse hanno voluto contemporaneamente staccarsi dall’Europa, rompere con il passato, la memoria, la fonte originaria che questa rappresenta per tutti i popoli di stirpe europea. Ma questa volontà di rottura era già insita nella società coloniale americana del 1776, la cui cultura era profondamente marcata dal pensiero utopico. I pellegrini del Mayflower, padri fondatori della nazione americana, erano dei dissidenti religiosi inglesi, dei gruppi umani che volevano realizzare l'utopia sulla terra facendo tabula rasa delle istituzioni nate dal passato. Opponendosi ai diversi strati dell'establishement britannico così come ai modi di vita ancestrali dei popoli germanici e celtici delle Isole Britanniche (la "buona vecchia Inghilterra"), i “ dissidenti " (Levellers, Diggers, Fifth Monarchists, Seekers, Ranters, Baptists, Quakers, Muggletonians, etc.) non ebbero più altra soluzione che emigrare in America, che installarsi su terre vergini dove essi potevano creare di sana pianta la società ideale secondo la loro aspirazione (Cfr. Christopher Hill, The World Turned Upside Down. Radical Ideas during the English Revolution, Penguin, Harmondsworth, 1975-76).

Divi di Stato (John Kleeves)

LE BALLE SPAZIALI DI HOLLYWOOD

La realtà degli Stati Uniti ha molti lati negativi, sia nei suoi aspetti attuali che storici. A chi la conosce, anche poco, ma quel poco con esattezza, immancabilmente capita prima o poi di notare come la filmografia di tale paese - per antonomasia Hollywood - sia al riguardo puntualmente mistificatoria. Non in modo plateale: i film di Hollywood non stravolgono completamente i fatti né fanno omissioni evidenti per i non iniziati. Con disinvoltura essi evitano di citare gli eventi più significativi, o dei particolari rivelatori, e distorcono i fatti quel tanto che basta per indurre lo spettatore a trarre conclusioni sbagliate su certe situazioni, o comunque a non trarre quelle giuste. Gli esempi sono infiniti. 

Una bibliografia sugli Stati Uniti d'America

· AA.VV. Ditelo a Sparta Serbia e Europa. Contro l'aggressione della N.A.T.O.
Ed. Graphos 1999

· Alliata V. InDigest Il meglio dell'America per un mondo migliore
Ed. La Pietra 1975

domenica 25 agosto 2013

I mass media nelle riflessioni di Noam Chomsky

Il controllo dei media

Il ruolo dei mezzi di comunicazione nella politica contemporanea ci costringe a chiederci in che tipo di mondo e in che genere di società vogliamo vivere e in particolare cosa intendiamo per società democratica. Comincerò con il contrapporre due diverse concezioni di democrazia. Una definisce democratica la società in cui il popolo ha i mezzi per partecipare in modo significativo alla gestione dei propri interessi e in cui i media sono accessibili e liberi. Una definizione di questo tipo si trova anche sul dizionario.

La concezione alternativa è quella che prevede una società in cui al popolo è proibito gestire i propri interessi e i mezzi di comunicazione sono strettamente e rigidamente controllati. Questa può apparire una forma di democrazia improbabile, ma è importante comprendere che si tratta della concezione prevalente. E lo è da lungo tempo, non solo nella prassi, ma anche nella teoria. Una lunga storia, risalente alle prime rivoluzioni democratiche moderne nell'Inghilterra del XVII secolo, riflette questa ideologia.

venerdì 23 agosto 2013

Movimento Eurasia

Inseriamo il documento del Movimento Eurasia russo, dei primi anni duemila. Ci pare interessante anche come archivio di ricerca per i vari documenti prodotti in quegli anni.

Siamo entrati nel XXI secolo in un mondo conflittuale, complesso e contraddittorio, un mondo che vede non già la “fine della storia”, bensì la fine del suo tradizionale modello interpretativo. La confusione non riguarda soltanto noi Russi, ma tutti i popoli della terra, al di là di nostri confini. Risentiamo da tempo di un vuoto di visione del mondo, di ideologia. Di fronte a qualsiasi processo storico, a qualsiasi evento, talora spiacevole, grave e doloroso – quale ad esempio una guerra – alla gente manca quella base di speranza che può essere offerta soltanto da una adeguata spiegazione di quanto accade...