martedì 29 settembre 2020

IL GIOVANE NAZIONALISMO (Karl Otto Paetel)

Paetel, manifesto del nazional bolscevismo, bolscevismo nazionale, nazbol, freikorps, wandervogel, nazionalismo, gioventù

I giovani in Germania si trovano oggi di fronte a una decisione concreta
: o la jeunesse dorée, per essere l'ultimo contingente dell'età di ieri, nella chiara evidenza della situazione disperata della borghesia che ha fallito politicamente in ogni circostanza (la vergognosa capitolazione dei capitalisti nella Ruhrkampf prima del generale Dégoutte al momento in cui i sussidi statali furono tagliati è solo uno dei tanti esempi);

oppure, da socialisti, essere i custodi dei valori originari della storia tedesca e anche della cultura borghese, solidali con il proletariato nella loro lotta di classe senza sentimenti "Proletkult" (culto del proletariato). Non esiste una soluzione di compromesso.

Questa decisione non esclude i giovani tedeschi dalla storia del loro popolo. E i fatti, attorno ai quali deve orientarsi oggi ogni decisione politica, rendono la scelta abbastanza chiara:

  • La guerra persa, condannata a causa della sua intera struttura che giustificava una politica unvölkisch (franchigia a tre classi *), a causa della corruzione della borghesia nel tumulto commerciale - questo ci ha reso i più profondamente anti-borghesi.
  • La rivoluzione perduta, condannata a causa delle mezze misure e della mancanza di istinto da parte dei suoi leader, persa per cecità nei confronti del compito nazionale di sconvolgimento radicale - questo ci rese ancora più rivoluzionari.

giovedì 24 settembre 2020

Perché ha fallito la sinistra (Jean-Claude Michéa)

Michéa, capitalismo, destra, sinistra, comune nemico, pdf, liberismo, liberalismo

La crisi della sinistra spinge a interrogarsi sui suoi metodi, sulla sua pedagogia, sulla sua capacità di aggregare, dunque sulle ragioni dei suoi fallimenti in un contesto che, in teoria, dovrebbe invece favorire l’adesione alle idee socialiste e all’anticapitalismo. Quali sono per lei le ragioni di questo fallimento? 

A prima vista, in un contesto economico e sociale che, come voi dite, dovrebbe essere «favorire l’adesione alle idee socialiste e anticapitaliste», la «crisi della sinistra» può in effetti apparire davvero strana. Non era George Orwell che osservava, già nel 1937, che «ogni pancia vuota è un argomento a favore del socialismo»(1)? In realtà, la chiave del mistero si trova nella stessa osservazione di Orwell. Il fatto è che il «socialismo» e la «sinistra» appartengono, fin dall’origine, a due storie a rigor di logica distinte, che si sovrappongono solo parzialmente. La prima – nata nel quadro tumultuoso e liberatore della Rivoluzione francese – si articola interamente attorno all’idea di «Progresso» (essa stessa presa dalle correnti dominanti della filosofia illuminista) che a lungo ha permesso ai suoi innumerevoli fedeli di giustificare ideologicamente tutte le battaglie contro il potere della nobiltà e di quelle «forze del passato» – tradizioni popolari comprese – di cui la Chiesa cattolica era il simbolo privilegiato (da qui, tra l’altro, l’anticlericalismo viscerale che dà alla sinistra francese un connotato specifico che non si ritrova granché in quelle delle nazioni protestanti). Tale ruolo centrale svolto dal concetto di «Progresso» (o di «senso della storia») nell’immaginario della sinistra è proprio ciò che permette di spiegare come, ancora oggi, siano sempre i concetti di «Reazione» e di «reazionario» – che pure dovrebbero avere un senso politico preciso solo nel contesto del XIX secolo e di quello che Arno Mayer chiamava la «persistenza dell’Ancien régime» – che continuano a definire lo zoccolo duro di tutte le analisi, nonché l’origine di tutte le scomuniche della sinistra

sabato 19 settembre 2020

Dieci anni di "bolscevismo nazionale" (Karl Otto Paetel)

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Ovunque oggi nella Germania del Piano Young* la quiete mortale della politica ufficiale è allarmata da un tremito sotterraneo - ovunque l'irriducibilità della gioventù nazionalista mette in discussione i vecchi valori dei padri, sui cui drappi funebri gli anziani gemono a mani aperte, registrando (l’ancora emotiva) rivendicazione socialista della giovane borghesia nazional-rivoluzionaria - laddove il proletariato sembra riconoscere che solo l'aquila tedesca con le bandiere rosse creerà per loro una Patria che porta il fervore nazionale di coloro che non hanno una Patria - si vede nei giornali borghesi una parola d'ordine:

NAZIONAL BOLSCEVISMO!

Ma quale fatto storico è sorto per primo in Germania per innescare il movimento politico inteso con quelle parole?

Non è sufficiente prendere semplicemente una politica pro-Russia come suo criterio, per vedere in essa semplicemente e nient'altro che politica estera, per niente. La sua concezione di politica estera è infatti solo il risultato evidente di una valutazione molto basilare.

Il primo documento veramente nazional bolscevico è stato il 'Testamento politico' del conte Brockdorff-Rantzau, (4) in cui l'autore ha espresso la convinzione che un socialismo radicale tedesco debba abbracciare, sotto le bandiere del socialismo, una politica di libertà contro l'Occidente dell’imperialista e e capitalista. (5)

venerdì 18 settembre 2020

Il liberalismo libertario non conosce crisi (Jean-Claude Michéa)

Michea, Michéa, sinistra, destra, libri pdf, femminismo, liberalismo, modernità

Domanda: Il liberalismo culturale, per tanto tempo egemonico, oggi ha del piombo sulle ali. Sempre più voci e osservatori, da Zemmour a Finkielkraut, attaccano sui media il famoso «pensiero unico» e rompono il politicamente corretto. In seno alla sinistra di governo, la «linea Valls», attenta alla sicurezza e poco portata sul «sociale», sembra averla spuntata definitivamente sulla «linea Taubira», più lassista. Eppure l’economia di mercato viene contestata sempre di meno. La fase «libertaria» del liberalismo, che è emersa dopo il Maggio ’68 e che lei ha ampiamente analizzato nelle sue opere, oggi va considerata alle nostre spalle?

Ho l’impressione che questa sia soprattutto una di quelle illusioni ottiche che sono il fascino alla società dello spettacolo! E siccome questa illusione trova la sua fonte principale in alcune particolarità dell’odierna situazione politica, mi sembra indispensabile tornare un istante sulle radici reali di quest’ultima.

All’inizio del 1996, sul loro Remarques sur la paralysie de décembre 1995, i redattori dell’Encyclopédie des nuisances avevano annunciato, con la loro consueta lucidità, «che non ci sarebbe stata “uscita dalla crisi”; che la crisi economica, la depressione, la disoccupazione, la precarietà generale eccetera erano diventate il modo di funzionamento dell’economia universalizzata; che tutto sarebbe andato sempre di più in tal modo». Vent’anni più tardi, siamo costretti ad ammettere che quel giudizio (che aveva suscitato all’epoca il sorriso beffardo di quelli che ne sanno, o che la sanno lunga) non solo è stato confermato interamente dai fatti, ma incontra anche una crescente eco in tutte le classi popolari europee (e ormai anche negli Stati Uniti), come testimoniato ampiamente dall’aumento costante dell’astensionismo, della scheda bianca e delle percentuali di voti ottenute dai partiti cosiddetti «antisistema» o «populisti». In effetti tutto avviene come se ovunque le classi popolari stessero prendendo coscienza, fosse anche sotto alcune forme mistificate, che da tempo i due grandi partiti del blocco liberale (quelli che Podemos definisce a buon diritto i «partiti dinastici») non hanno più altro ideale concreto da proporre se non la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari stesse – e la dissoluzione delle loro ultime conquiste sociali – nel moto perpetuo della crescita globalizzata, sia essa ridipinta di verde o coi colori dello «sviluppo sostenibile», della «transizione energetica» e della «rivoluzione digitale». 

giovedì 17 settembre 2020

A proposito de "L'Operaio" di Ernst Junger (Ernst Niekisch)

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Deve nascere l'idea dello Stato dell’operaio.. Ciò non significa, naturalmente, che d'ora in poi tutti debbano lavorare in una fabbrica o che solo gli operai di fabbrica debbano essere considerati aventi valore. La sua caratteristica essenziale sarebbe questa: la legge fondamentale di questo stato deciderebbe che il lavoro, l'adempimento di un compito (Leistung), dovrebbe essere sacro, ma sacro solo nella misura in cui tende a servire lo stato e dove gli dà significato . Un lavoro che, in un modo o nell'altro, sarebbe fondamentalmente svolto dal punto di vista dello Stato, sarebbe la pietra angolare della società e dello Stato operaio” (Ernst Niekisch, Gedanken über deutsche Politik, Widerstand, Dresden 1929)

Dal 1918, la Germania è stata imbavagliata dal mondo borghese e imperialista: la sua servitù deriva direttamente dalla logica di questo mondo borghese e capitalista. Eppure, la Germania sente di appartenere a questo mondo e intende continuare a farne parte. Meglio, appare responsabile della sopravvivenza di questo mondo, limitando così la scelta dei mezzi a sua disposizione per la lotta di liberazione. Si vieta di lottare per un ordine in cui la logica del mondo borghese e imperialista, che strangola la Germania, non abbia corso, perché questo mondo sarebbe stato completamente distrutto. Finché la Germania sarà al servizio del mondo borghese e imperialista e del suo mantenimento, rafforzerà la sua condizione di schiavitù. Inoltre, la sua appartenenza alla Società delle Nazioni è già un simbolo, poiché in questo caso si manifesta l'intangibilità dei rapporti di forza creati dal Trattato di Versailles.

sabato 12 settembre 2020

L'ALTERNATIVA NAZIONAL-COMUNISTA (Luc Michel) / Parte 2

Nazional comunista, Luc Michel, Strasser, Niekisch, Comunitarismo, Thiriart, Manifesto

Bolscevismo nazionale e fascismo.


È necessario ricordare le relazioni esistenti tra nazional-bolscevismo e fascismo, entrambi nati nello stesso periodo storico. Respingiamo in modo determinato la storiografia marxista che, essenzialmente per ragioni tattiche e poi propagandistiche, all'inizio degli anni '20 denunciava il fascismo come ideologia borghese e reazionaria.

È certo che il fascismo, proprio come il nazionalismo rivoluzionario, il nazional-bolscevismo o il marxista-leninismo, appartiene alla scuola socialista. In particolare è nato come il leninismo, dalle correnti blanquiste del XIX secolo.

Il fascismo nacque nella sinistra con Mussolini e sotto l'influenza di Georges Sorel. Era, infatti, il risultato di una revisione marxista e socialista; al che il ruolo svolto dalla classe lavoratrice nella lotta di classe fu sostituito dalla nazione.

giovedì 10 settembre 2020

L'ALTERNATIVA NAZIONAL-COMUNISTA (Luc Michel) / Parte 1

Luc Michel, comunitarismo, Thiriart, nazional comunismo, bolscevismo nazionale, nazbol, Europa

"
Rendete la causa della nazione la causa del popolo e la causa del popolo diventerà la causa della nazione". V.I. Lenin

Immaginiamo un laboratorio: in questo laboratorio prevale una materia, in questa materia prevale un big-bang e dentro questo big-bang, una catena di reazioni chimiche di straordinaria violenza. Alcune molecole si disfano, altre si formano e si sviluppa un formidabile processo di fissione, combustione, ricostruzione, combustione corpuscolare; al termine del quale appare una sintesi di prodotti di natura sconosciuta. Chi avrebbe potuto prevedere la sintesi del "nazionale" e del "sociale" nel 1920? Chi, prima di Barres, avrebbe potuto immaginare l'incontro, il semplice incontro, dei due termini? Perché, beh, è a questo punto che ci troviamo ora.

L'Europa "mutatis mutandis", è a questo punto. Non ritorna, inventa, non medita, improvvisa. Non ripete vecchie formule: le brucia, le trasforma in cenere e dai frammenti, combinati follemente, forma nuovi prodotti sconosciuti. Vi si trova il nazionalismo, certamente, così come frammenti di populismo, resti di antisemitismo e un po’ di buon vecchio comunismo, meno morto di quanto sembri. Tutti questi vengono miscelati e superati attraverso il test del big bang. Nel cuore del tumulto, anche se improbabile com'era a suo tempo, c'è la sintesi fascista. Questo è un mostro che la nuova Europa crepa sotto i nostri occhi, anche se per il momento lo fa alle nostre spalle. Non ha ancora nome, questo mostro, né ha una faccia. L'ipotesi è solo che esista o che un giorno esisterà". (B.H. Levy, "enser L’Europe" e "Le Monde des debats 1993").


Nell'estate del 1993, la grande stampa scoprì quella che chiamava la tentazione o il pericolo del nazional-bolscevismo. Da Parigi a Mosca, i nostri giornalisti sembravano aver scoperto un nuovo fenomeno. La loro flagrante mancanza di cultura non ha permesso loro di conoscere la straordinaria tesi sul nazional-bolscevismo scritta dal professor Louis Dupeux quindici anni fa (1).

Da "Liberation" (Parigi) a "Soir" (Bruxelles), passando per "Le Monde", si è aperto un vero dibattito sull'argomento. Si moltiplicarono articoli, spesso contraddicendosi sul tema del nazional-bolscevismo e della fusione tra nazionalisti e comunisti. Così, "Liberation" ha intitolato un articolo, "La galassia nazional bolscevica" e ha parlato della "straordinaria convergenza ideologica che ha avuto luogo in questi ultimi mesi tra alcuni intellettuali comunisti e l'estrema destra". Ha sottolineato che "l'avvicinamento è avvenuto grazie al comune odio per la sinistra socialista, l'America e il sionismo" (2). "Soir", d'altra parte, parlava di un'alleanza tra rossi e bruni e ha sottotitolato "Finzione politica o politica senza finzione?" (3).

Nonostante la sua prima espressione politica tra le due guerre mondiali, il nazional-bolscevismo era già diventato una realtà politica europea

lunedì 7 settembre 2020

Esiste ancora il popolo? (Jean-Claude Michéa)

Jean claude Michea, Michéa, capitalismo, sinistra, liberismo, popolo

Le Comptoir

Gli ultimi cinque decenni sono stati segnati in Occidente dall’avvento della società dei consumi e dal sopraggiungere della cultura di massa, che hanno operato un’inedita omologazione degli stili di vita. Pasolini, del quale lei è un attento lettore, notava già quarant’anni fa che le classi popolari sono state «colpite nel profondo della loro anima, nel loro modo di essere», e che l’anima del popolo non è stata semplicemente «scalfita, ma anche lacerata, violata, bruttata per sempre». Stando così le cose, si può ancora realmente parlare di popolo e di common decency?


Jean-Claude Michéa

Conviene innanzitutto ricordare che ciò che voi chiamate la «società dei consumi» (così come si sviluppa negli Stati Uniti all’inizio degli anni Venti) trova la sua condizione preliminare nella necessità, intrinseca a ogni economia liberale, di perseguire all’infinito il processo di valorizzazione del capitale. Necessità contraddittoria – giacché viviamo in un mondo chiuso – ma che dalla rivoluzione industriale costituisce la chiave di lettura principale (ancorché non esclusiva) del meccanismo delle società moderne (1). In un mondo in cui ognuno, presto o tardi, finisce per essere messo in concorrenza con tutti gli altri – conformemente al principio liberale di estensione del dominio della lotta –, è in effetti vitale, se si vuole restare nella corsa, aumentare senza sosta il valore del proprio capitale di partenza (perché ogni atteggiamento «conservatore», in un’economia «aperta» e teoricamente concorrenziale, risulta necessariamente suicida). Sia chiaro, questa imposizione sistemica della «crescita» e dell’«innovazione» non spiega soltanto la tendenza dominante del capitale – come conferma una semplice partita a Monopoli – a concentrarsi nelle mani di sempre meno persone (oggi sessantadue individui detengono un patrimonio equivalente a quello della metà più povera dell’umanità!). Portando a subordinare qualunque produzione di beni o di servizi all’esigenza prioritaria del «rendimento dell’investimento» (quand’anche la maggior parte delle merci così prodotte si riveli assolutamente inutile, se non addirittura tossica o nociva per il clima e la salute), allo stesso tempo essa favorisce il sogno positivista di un mondo «assiologicamente neutro» (2) – del quale l’estremo imperativo categorico sarebbe business is business – contribuendo così a far sprofondare man mano le virtù umane più preziose (per esempio quelle che fondano la quotidiana civiltà e le pratiche di solidarietà e di aiuto reciproco) nelle «gelide acque del calcolo egoistico» (Marx). 

È del resto la ragione per la quale raramente la critica dei primi socialisti si fermava ai soli aspetti della disparità e dell’abbrutimento del nuovo modo di produzione industriale (i famosi satanic mills di William Blake). Essa verteva anche, e persino di più, sul genere di società atomizzata, mobile (3) e aggressivamente individualista che ne costituisce l’inevitabile rovescio morale, psicologico e culturale («una società – notava Pierre Leroux – nella quale tutti vogliono essere re», e che Proudhon descriveva come il «regno dell’assolutismo individuale» (4)).

giovedì 3 settembre 2020

Omaggio a Jean Thiriart (Robert Steuckers)

Nelson, eagle, Thiriart, born death, biografy, steuckersOmaggio a Jean Thiriart (1922-1992) 


Il 23 novembre 1992, Jean Thiriart, fondatore e animatore del movimento politico «Jeune Europe» negli anni 60, si spegne improvvisamente, colpito in piena salute ed in piena attività. Dopo Jean van der Taelen, che apprende la notizia dal loro comune legale, Jean-Pierre de Clippele, io sono il primo a saperlo. Jean mi chiama subito, verso le ore 20 e 30, mentre sto lavorando a mettere in ordine dei vecchi documenti nella mia cantina. Con il morale a terra, salgo i gradini quattro a quattro: l'invincibile, lo sportivo, l'incarnazione dell’energia, l’imperatore romano, il burlone, il vecchio miscredente, è appena stato portato via dalla “Grande Falciatrice”

Ci si aspettava la scomparsa di molti altri, più sofferenti, meno vigili, più anziani, non la sua. Ben presto, il telefono squilla e odo voci costernate, lacrime, da Parigi a Mosca, passando per Milano o Marsiglia. Per alcune idee ben articolate, Jean Thiriart ha dato un impulso nuovo a questa sfera che si qualifica «nazional-rivoluzionaria» e che sfugge a tutte le classificazioni semplicistiche, tanto le sue preoccupazioni, le sue varianti sono vaste e differenziate. Thiriart ha anche enunciato dei principi d’azione che conservano tutta la loro validità, non solo per questo microcosmo NR, ma anche per ogni praticante della politica, quale che sia l’orientamento ideologico del suo impegno. 

Nato nel 1956, io non potei osservare in azione Jeune Europe, sull’ondata della decolonizzazione, subito prima del maggio 68. Avendo acquisito le mie prime convinzioni politiche verso i 14-15 anni, cioè nel 1970-71, constatando ben presto le turpitudini del regime, le sue chiusure che impediscono al cittadino normale, senza legami di parte, confessionali o associativi, di partecipare attivamente alla vita della città, coltivai le mie idee al di fuori di ogni organizzazione o associazione fino all’età di 24 anni, quando scoprii le attività della «Nuova Destra».

martedì 1 settembre 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domanda 14 (Filosofia, radici culturali)

Jean Thiriart, Europa Nazione, Europa, Filosofia

DOMANDA 14

Un'ultima domanda personale. Tieni traccia delle tue radici familiari per i 150 anni dello stato belga indipendente. Il cognome "Thiriart" è un tipico nome vallone? O era originariamente tedesco in quanto uno dei tuoi nonni era tedesco? Credo che tu abbia anche menzionato che la tua storia familiare risale al passato dei vichinghi danesi. Dico bene?

RISPOSTA

Thiriart non è un nome "vallone". A mio avviso questa etichetta vallona è spregevole, di fatto offensiva. I valloni e i fiamminghi parlano due lingue diverse ma sono identici dal punto di vista razziale. Inoltre, Thiriart ha una radice germanica, gotica. Siamo chiamati Theurwald in Danimarca, Thiriart in Germania e Belgio e Thierry in Francia. Ma tutto ciò non ha alcun significato storico. È un interessante discorso da bar, niente di più.

Mio padre aveva gli occhi azzurri. Anche io, come anche mio figlio Philippe. Tutti e tre siamo molto nordici. Quando viaggio nei paesi arabi o mediterranei, anche prima di aprire la bocca e dire una sola sillaba, sono preso per un tedesco o un americano. Per via della mia struttura e del mio tipo. E anche i miei capelli corti. Anche così, la storia dei "tre cugini vichinghi" è divertente da raccontare. C'è il cugino americano, il vichingo che si è trasferito da Gotland, nel sud della Svezia, in Normandia, poi da Hastings a Londra e infine in America. Poi c'è il cugino che non si è mosso affatto ma è rimasto tra Stoccolma e Liegi. Questi includono il Thiriart per esempio. Thiriart è il vichingo continentale occidentale. Una divisione delle SS portava il suo nome. La divisione SS Viking. Gli alti biondi dagli occhi blu, come i soldati russi in Afghanistan oggi: un ramo meno conosciuto, ma altrettanto importante, è la parte orientale del continente europeo: i Variaghi.

mercoledì 26 agosto 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domanda 13 (Imperialismo culturale)

Jean Thiriart, Usa, Stati Uniti, imperialismo culturale, Europa Nazione, Epitteto

DOMANDA 13

La cultura di lingua inglese, in particolare quella degli Stati Uniti, sembra così attraente per gli altri, specialmente per i giovani, con la sua musica pop, il cibo, le mode e altre forme di consumismo. Alcuni usano persino il termine "imperialismo culturale". Sei d'accordo e, in tal caso, come può l'Europa riprendere il controllo del proprio sviluppo culturale?

RISPOSTA

Il termine "imperialismo culturale americano" è puramente polemico, non avendo un'esistenza cosciente per se. Tuttavia, esiste una forma degenerata della società americana che si sta diffondendo in tutto il mondo sulla scia delle preoccupazioni commerciali e militari americane. Né possiamo dire che la cultura europea possa essere limitata esclusivamente all'Europa. È semplicemente la cultura delle persone civili ovunque, che si tratti di Tokyo, Mosca, Singapore o Pasadena. Non sono uno di quelli che sogna una cultura europea separata, introversa, separata dagli altri o negata agli altri.

Il tipo di cultura "europea" che si è diffuso in tutto il mondo e che è stato adottato per più o meno negli ultimi quattro secoli è quello del Rinascimento, quello dell'antico mondo greco-romano. A dire il vero, qui in Europa esistono differenze di opinione sull'enfasi o sull'orientamento dato a questa cultura europea in tutto il mondo. Alcuni vorrebbero che fosse più giudeo-cristiano. Scusami se devo dirti che sono fortemente contrario a questa tendenza. Altri, come io stesso, vorrei vederla orientata più verso un tipo di neo-stoicismo, cioè verso l'autodisciplina e l'autocontrollo. Perché quando si riesce a dominare se stessi, è facile dominare gli altri. Sfortunatamente, a volte ci vuole un'intera vita per imparare a dominare se stessi. E quando finalmente si raggiunge questo obiettivo, o ci si avvicina al raggiungimento, nessuno nelle generazioni più giovani vuole accettare l'eredità o il messaggio.

martedì 25 agosto 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domanda 12 (Futuro degli Usa)

Jean Thiriart, Europa Nazione, Lisbona, geopolitica, Stati Uniti
DOMANDA 12

Gli Stati Uniti stanno cambiando rapidamente. Quali sfide prevedi per gli Stati Uniti nei prossimi anni?

RISPOSTA

A lungo termine i vostri collegamenti con l'Asia sono condannati. Sono condannati strategicamente. In nessun caso la Cina del 21° secolo vi tollererà a Manila o Singapore. Il vostro attuale controllo del Mar Cinese è indiscusso, ma appartiene alla prospettiva attuale, non alla prospettiva storica. È solo un concetto ideato da banchieri, finanzieri, commercianti e giornalisti. Venezia fece lo stesso errore in passato. Eppure, non appena emerse una potenza continentale come l'impero ottomano, Venezia crollò rapidamente. Una Cina imperialista del 21° o 22° secolo non vi tollererà mai nelle Filippine, non più di quanto l'impero turco possa tollerare i veneziani a Creta.

L'attuale espansione militare economica americana in Giappone e nelle Filippine è il risultato di circostanze piuttosto che di realtà geopolitiche o geostrategiche. Il Vietnam è stato un colpo di avvertimento. Non illuderti: ai giapponesi non piacete e non dimenticheranno presto Hiroshima. La mia biblioteca contiene ancora numerosi libri della mia adolescenza; atlanti dell'era 1935-1939. Cosa rimane oggi di quegli imperi francese, inglese, belga, olandese, portoghese e italiano? In meno di 50 anni tutto è cambiato; tutto è andato perduto. Cosa rimarrà dell'impero americano entro il 2035?

mercoledì 19 agosto 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domande 10/11 (Africa, geopolitica)

Thiriart, Africa, geopolitica, Europa, Stati Uniti
DOMANDA 10

Nel tuo primo libro, “L'Europa: un impero di 400 milioni di uomini”, hai scritto che un'Europa unita dovrebbe esistere in "simbiosi" con l'Africa. È ancora vero, visti i problemi post-indipendenza dell'Africa?

RISPOSTA

Semplicemente non credo in un destino separato per l'Africa. L'Africa non può farcela senza tutela economica. Il Sudafrica è stato descritto dal generale von Lohausen come il punto di Archimede [la nemesi] della vostra attuale strategia navale. L'Europa non può tollerare la vostra presenza in Sudafrica non più di quanto voi possiate tollerare uno stato argentino come satellite dell'URSS di oggi (o dell'impero euro-sovietico di domani).

giovedì 13 agosto 2020

Intervista al maestro Jean Thiriart / Domanda 9 (Giappone, India, Cina)

Jean Thiriart, Eurasia, geopolitica, Europa Nazione, Usa, Cina, India, Giappone, Soviet, Nazbol,
DOMANDA 9

Quali relazioni prevedi che l'Europa avrà in futuro con altri centri di potere strategici come il Giappone e l'India?

RISPOSTA


Il ruolo del Giappone come potere indipendente è finito. Dal 1945 il Giappone è stato un'appendice dell'America. Domani dovrà scegliere tra l'adesione alla Cina, che è molto improbabile, o l'adesione all'Eurasia, cioè all'impero euro-sovietico. Il mondo come lo vediamo oggi può influenzare eccessivamente il nostro concetto di come potrebbe essere domani. Il Giappone è un'unità industriale magnifica ed efficiente. In tempi di pace partecipa da vicino all'imperialismo plutocratico americano. In una guerra calda il Giappone verrà immediatamente tagliato fuori dagli Stati Uniti.

Demograficamente, il Giappone rappresenta meno di un quinto della popolazione cinese. La situazione tra Cina e Giappone dal 1935 al 1945 non esiste più e non tornerà più. La Cina è ancora una volta unita e Mao ha avuto successo dove Chaing-Kai-Chek ha fallito. Spetta alla Cina realizzare la sua modernizzazione industriale ed economica, e prima o poi avverrà. In Asia il 21° secolo sarà la Cina, non il Giappone.

lunedì 10 agosto 2020

A che punto siamo (Ernst Niekisch)

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Ernst Niekisch indica le differenze fra la sua visione e la socialdemocrazia, che così come i nazionalsocialisti, intende separare la liberazione nazionale dalla lotta sociale. Le accuse rivolte al rivoluzionario tedesco sono molto simili a quelle che i reazionari di destra e sinistra portano a chi anche oggi lega temi sociali a temi culturali e nazionali.

Un avvertimento contro “Widerstand” è stato rivolto ai lavoratori - e come avremmo potuto aspettarci qualcos'altro? - suggerendo che promuove "l'oscurantismo nazionalistico" nella coscienza della classe operaia con l'obiettivo di conquistare quella classe agli obiettivi socialmente reazionari della borghesia. È stato fatto riferimento a certe somiglianze terminologiche come se offrissero la prova di tali affermazioni; abbiamo fatto uso, si è detto, di alcune espressioni che si sentono anche fra i social-reazionari. Tali somiglianze terminologiche potrebbero infatti essere presenti; non possiamo farci nulla se tali persone parlano anche di necessità nazionali vitali per le quali è più una questione di portafoglio che una seria considerazione di queste necessità.

Naturalmente si presume che coloro che hanno “identificato” queste somiglianze terminologiche cerchino intenzionalmente di fraintenderci. Perché davvero non ci vuole molto per cogliere le tendenze essenziali che informano la nostra posizione. Siamo totalmente radicati nei sentimenti e nei sentimenti vitali dei lavoratori tedeschi; i loro bisogni e i loro istinti sono i nostri.