martedì 9 agosto 2022

La rivoluzione spirituale dell'uomo necans (Luca Onofri)



«L’industria moderna ha trasformato la piccola officina dell’artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Gli operai vengono concentrati in massa nelle fabbriche e organizzati a guisa di soldati. Come soldati semplici dell’industria vengono sottoposti alla sorveglianza di un’intera gerarchia di sottoufficiali e di ufficiali. Non sono soltanto servi della classe borghese, dello Stato borghese, ma vengono ogni giorno e ogni ora asserviti anche alla macchina, dal sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese padrone di fabbrica.»[1] Così Marx ed Engels descrivevano il sistema di sfruttamento della borghesia sul proletariato, cogliendo il fondamento del capitalismo nella sottomissione di chi deve essere sfruttato per il profitto dei capitalisti. A fronte di ciò tutto l’edificio costruito dal capitalismo può reggersi soltanto se gli sfruttati continuano a farsi sfruttare, fine per il quale il popolo deve essere reso inerme. Non solo asservito alla macchina, ma egli stesso macchina fatta di ossa, carni e tendini, priva di spirito.

lunedì 6 giugno 2022

Annotazioni sulla Germania (Pierre Drieu La Rochelle)

Pierre Drieu La Rochelle

Interessante analisi dei fascismi, nello specifico quello tedesco, e del loro "destino mancato" nella storia dell'Europa. Rileggendolo all'inizio di un nuovo millennio, ci sembra particolarmente importante ritrovarne il senso e il monito: l'Europa se vuole essere, deve essere socialista. 
*

Sono stato stupito oltre ogni misura dall'incapacità politica di cui hanno dato prova i Tedeschi nel 1939, '40 e '41, dopo le loro vittorie. È stato in quel momento che, con i loro errori politici, hanno siglato le loro future sconfitte militari.

Questi errori sembrano ancora più grandi di quelli commessi dai Francesi al tempo di Napoleone; sarebbe andata così per il semplice fatto che i Tedeschi non hanno saputo imparare la lezione dell'avventura francese.

Bisogna vedere dietro l'incapacità tedesca l'incapacità "fascista" in generale? O c'è in essa qualcosa di specifico? Entrambe le spiegazioni sono buone, in media.

La massima idiota portata avanti da Hitler, era: «Per prima cosa, faccio e vinco la guerra; poi, regolerò la politica interna dell'Europa». Questa massima era contraria a tutti gli insegnamenti della storia, a tutte le regole stabilite dai politici migliori, in particolare i Tedeschi: Frédéric e Bismarck. Clausexvitz aveva detto: «La guerra è solo una parte della politica».

Ma se si accetta, per un attimo, la massima hitleriana, allora si vedrà che il dittatore tedesco ha incominciato col fare degli errori militari.

1. Perché ha aspettato sei mesi tra la campagna di Polonia e quella di Francia?

2. Perché ha perso altri dieci mesi dopo la campagna di Francia?

3. Perché durante l'inverno '40-41 si è accontentato dell'offensiva aerea sull'Inghilterra, che era un fallimento fin da settembre, al posto di colpire l'Impero inglese nel suo punto veramente accessibile, Gibilterra?

giovedì 26 maggio 2022

Turchia, mediterraneo ed Europa (Jean Thiriart)

Europa in groppa a Zeus

Introduzione

La Geopolitica ha delle buone e larghe spalle


Il termine è in voga, anche tra i letterarati, e gli scribacchini ne usano e abusano. Mi sembra indispensabile chiarire quello che penso della geopolitica, a cosa è utile, perché è essenziale. Nella misura in cui essa pretende di essere scienza, il suo utilizzo deve essere universalmente indifferente e comune. Chimica, fisica, meccanica, biologia – e un centinaio di altre scienze – sono rigorosamente universali e condivise da tutti. Non vi è nessuna meccanica giapponese, fisica inglese, medicina tedesca. Tutte le scienze sono create e sviluppata dall’élite della razza umana, da Tokyo a Madrid, Francoforte, San Francisco, da Mosca a Londra. Create da tutti, utilizzate da tutti. La scienza è fondamentalmente cosmopolita; è ciò che l’ha resa grande. Bisogna entrare nel mondo delle superstizioni – intendo religioni – o delle fantasie ideologiche (il socialismo, l’umanitarismo, il razzismo, il marxismo, il fascismo, il nazionalismo, la democrazia), per trovare la razza umana divisa, frammentata da falsi problemi, suscitate da parte di polemiche grottesche.
La scienza geopolitica è una cosa, la geopolitica come argomento pseudo-razionale dei sogni nazionalisti è tutta un’altra cosa. Haushofer non è ai miei occhi uno scienziato della geopolitica. Ha usato questa etichetta per nascondere, piuttosto debolmente, il suo pangermanismo di ritorno. Scopriamo in Haushofer dei propositi inaccettabili, sotto la penna di un uomo che ci viene presentato, a volte, come uno scienziato. In Haushofer il disprezzo verso latini e slavi non è nascosto. Parla di “popoli ausiliari“, ignora il Mediterraneo (e non è il solo). Egli crede in una sorta di predestinazione storica germanica.
La cosa principale che si deve mettere a suo favore è la sua argomentazione sulla continuità geopolitica da Ostenda a Vladivostok. Mai, eppoi mai, Haushofer ha voluto, ha consigliato l’aggressione tedesca – nel 1941 – contro l’URSS, ma il contrario. Niekisch Ernest, nel frattempo, evocherà un “grande spazio da Vladivostok a Flessinga“, in cui il Mediterraneo è assente, in cui l’Inghilterra è esclusa.
Niekisch è un terricolo, non vede quella fonte di potenza che sono gli oceani e i mari. E scotomizza l’Inghilterra, si rifiuta di vederla.

Geopolitica e basi statuali

giovedì 19 maggio 2022

I primi saranno soli, terribilmente soli (Jean Thiriart)

Guerriero, Thiriart

Vi sono delle persone che davanti ad una rivoluzione, nella sua origine, si comportano esattamente come dei giovincelli davanti alla porta di una casa di malaffare: dandosi dei colpi vicendevolmente col gomito: “se vai tu, vado anch’io”. Per finire che non ci va nessuno dei due. Così di fronte alla proposta di una “lunga marcia politica” si dileguano con il pretesto che “gli altri non ci sono ancora”. Sono prigionieri di comportamenti gregari e non fanno se non ciò che gli “altri” fanno. Questo per quanto riguarda gli uomini presi individualmente.

Quando invece si osserva la condotta di gruppi politici che pretendono di essere concorrenti - in realtà non lo sono perché hanno obiettivi differenti – questi trovano un pretesto nel fatto che “ciò sarebbe un avvicinamento” per restare nella propria posizione e temporeggiare. La selezione di un piccolo numero si opera partendo da un grandissimo numero.

Accade così per i salmoni di cui pochissimi raggiungono l’età adulta. Accade così per le élites umane ed in particolare per le élites rivoluzionarie.
Accade lo stesso per i gruppi o gruppetti rivoluzionari. Un gruppo rivoluzionario è sempre stato in partenza – per forza di cose – un gruppetto. Per questo è un obbligo iniziare da “soli”. Attendere gli altri, desiderare gli “alleati” vuol dire comportarsi da seguace e non da precursore.

lunedì 25 aprile 2022

La controrivoluzione progressista (Michéa, Jean-Claude)

Pruitt-Igoe, collasso, Usa, Michéa, liberali

Se per «rivoluzione» s’intende il «continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali» (Marx), allora è chiaro che una società capitalista è, per suo stesso principio, eminentemente rivoluzionaria («costruiamo in un mondo che si muove!»). Se invece – e in modo più classico – si sceglie di riservare il termine «rivoluzione» solo per il processo politico che consente a un popolo (fosse anche solo per poche settimane) d’impadronirsi di un potere fino a quel momento sequestrato da una casta o un’oligarchia, allora, al contrario,
si dovrà concludere che il movimento che nella seconda metà degli anni Settanta ha progressivamente portato al trionfo inconfutabile delle idee liberali (tanto sul piano economico quanto su quello politico e sociale) deve necessariamente essere definito – almeno nei suoi aspetti dominanti – come una vera e propria controrivoluzione culturale. Perché l’importante è vedere che, nelle condizioni storicamente inedite del sistema capitalista, ogni movimento ufficialmente «progressista» e avvenirista – sul genere, lo abbiamo visto, di quello degli ideologi della Silicon Valley [a] – può dunque rivelarsi senza dubbio, e allo stesso tempo, profondamente controrivoluzionario [b]

È del resto ciò che lo stesso re Luigi Filippo

sabato 9 aprile 2022

Lo spazio politico della resistenza tedesca (Ernst Niekisch)

Niekisch, resistenza, comunismo, russia, germania

In questo saggio del 1931, Ernst Niekisch indica il compito della resistenza all'occupazione occidentale della germania. Sono evidenti le incredibili similitudini  fra la Germania di Weimar (sotto il controllo di Versailles) e l’Europa di oggi, sottoposta alla gestione delle istituzioni EU e alla Nato. Allo stesso modo incredibili sono le similitudini con la nostra attuale società: la borghesia liberale non riesce più a rispettare le sue promesse di ricchezza, oggi come ieri. Doveva darci ricchezza, non crea altro che povertà e malessere. Quello che oggi non sta succedendo (almeno in apparenza...), a differenza di ieri, è la nascita e l'affermarsi di opposizioni alla società borghese morente: ma ecco qui un altro motivo di grande interesse per leggere Niekisch; si fa un gran parlare oggi di "rossobruni" e "nazbol", spesso per infangare queste posizioni e collegarle al nazismo o al comunismo. Ma ecco che un grande politico "rossobruno" come Niekisch critica aspramente i Partiti Partiti comunista e nazionalsocialista, indicando come non fanno altro che perpetuare i valori borghesi. Diverso è invece l'approccio realista che va seguito: La Russia sovietica è il bastione contro Versailles, quindi contro l'occidente. La Germania per resistere deve allearsi con la Russia e deve carezzare la forza tattica del socialismo. Lo stesso Lenin ha basato la sua idea sulla forza nazionale russa. Continuiamo a stupirci su come un autore della rivoluzione conservatrice come Niekisch riesca a parlarci e indicarci la giusta postura da tenere cento anni dopo. 

*

Dal 1918, in Germania, si è andati verso un punto in cui i bisogni vitali dello Stato si trovano in totale incompatibilità con quelli della società borghese, un punto in cui è divenuto necessario a tutti i costi decidersi per lo Stato o per la società borghese. Da allora non si può essere che borghesi o tedeschi. Essere un borghese tedesco equivale ad incarnare una contraddizione insolubile. Applicare una politica borghese e tedesca non è oggettivamente possibile. Necessariamente, essa risulterà sempre un tradimento nei confronti della Germania da parte della borghesia. Per ragioni di autoconservazione, la borghesia tedesca deve diventare “paneuropea”; per poter continuare ad esistere, deve integrare la Germania nella Pan-Europa. La società borghese, la cultura occidentale, la situazione creata da Versailles sono, dal 1918, aspetti diversi di una stessa realtà. Ma il vero senso di questa realtà è la sottomissione della Germania e l'estorsione di tributi imposti al popolo tedesco. Una politica tedesca, volendo soddisfare i bisogni vitali del Paese, non può che essere antiborghese, anticapitalista e antioccidentale. Se non lo sarà, inevitabilmente ricadrà sempre negli interessi della Francia.

La società borghese ha prodotto un tipo di uomo a sua perfetta immagine e somiglianza. È la "personalità liberale" che è tratta interamente dall'economia e occupa posti chiave nell'industria, nel commercio e nella finanza. L'economia è il suo destino sotto ogni punto di vista, ed egli intende la politica esclusivamente in funzione dell'economia. Il suo benessere, la percezione che ha della propria importanza,

sabato 26 marzo 2022

L'Oriente sta morendo: il veleno della civiltà (Ernst Niekisch)

Ernst Niekisch, est, germania, Oriente

Scritto nel 1929, questo articolo di Niekisch sottolinea quanto è ancora necessario affrontare oggi: la totale sovrapposizione fra ideologie politiche e dominio geopolitico, ossia come il liberalismo sia nient'altro che il vincolo occidentale e inoltre la postura e il carattere centrale della Germania: essa, come l'Europa può essere vincolata all'occidente politico, ma aspira alla libertà orientale. 

Un tempo l'Est era uno spazio che attirava i tedeschi, uno spazio in cui si diffondeva la loro cultura. Il popolo tedesco avanzò verso l'Est, conquistandolo, colonizzandolo, mettendoci le radici e creando un nuovo paese, dando così prova dell'inesauribile e generosa ricchezza del suo sangue. Il battito del cuore tedesco, forte e sicuro di sé, risuonò fino agli stati baltici. Grazie ai colonizzatori, che integrarono l'Est nel ritmo e nelle tradizioni e variazioni della loro esistenza, la forza viva della volontà di vita tedesca si estese quasi all'infinito. Assetata di imprimere la sua forma, ha sottomesso ciò che ha dimostrato, vicino e lontano, la legge della sua essenza. Un'audacia giovanile spingeva uomini temerari verso l'Oriente. Le loro avventure, le loro vittorie e le loro opere dello spirito inondarono le terre orientali, come una benedizione fruttuosa.

Quale profondo e brutale cambiamento è avvenuto da allora! La progressione tedesca verso l'Est divenne difensiva, e poi dalla difesa, alla ritirata. Per decenni, la Germania continuò a perdere il suolo che un tempo aveva conquistato. Nel 1918, la ritirata divenne una debacle fatale; nello stesso modo in cui crollò il fronte militare, così crollò ad est il fronte civile. Il flusso di slavi che premeva da dietro, impose al popolo tedesco delle frontiere insopportabili e da allora hanno continuato a stendere le mani verso il suolo tedesco. Stanchi della guerra, i tedeschi hanno lasciato i territori minacciati, fuggendo il dolore e le sofferenze delle regioni di confine. Noi diciamo che l'Est sta morendo. Oggi, ci sono solo due isole che lottano disperatamente per sopravvivere: Danzica e la Prussia orientale. Il Reich non fa nessun appello di incoraggiamento promettendo la fine del blocco; nessuna truppa è in marcia portando soccorso. Per il Reich, sono una situazione scomoda, un imbarazzo. "Accettare obblighi supplementari, perché?"

sabato 5 marzo 2022

Europa-Russia-Eurasia: una geopolitica orizzontale (Carlo Terracciano)


In questo pezzo datato 2005, Carlo Terracciano espone in maniera limpida e da un punto di vista europeo e moderato la visione eurasiatista. Questo tipo di analisi, senza tempo, aiuta a decifrare costantemente gli avvenimenti di attualità e orienta senza dubbio ad una visione chiara ed esatta.

Carta Geopolitica, multipolare, Houshofer, Dugin, Terracciano, Eurasia
"L’idea eurasiatica rappresenta una fondamentale revisione della storia politica, ideologica, etnica e religiosa dell’umanità; essa offre un nuovo sistema di classificazione e categorie che sostituiranno gli schemi usuali. Così l’eurasiatismo in questo contesto può essere definito come un progetto dell’integrazione strategica, geopolitica ed economica del continente eurasiatico settentrionale, considerato come la culla della storia e la matrice delle nazioni europee."


Continenti e geopolitica


L’Eurasia è un continente “orizzontale”, al contrario dell’America che è un continente “verticale”. Cercheremo di approfondire poi questa perentoria affermazione analizzando la storia e soprattutto la geografia, in particolare eurasiatica. Terremo ben presente che in geopolitica la suddivisione dei continenti non corrisponde a quella accademica, ancor oggi insegnata nelle nostre scuole fin dalle elementari, e che, comunque, se un continente è “una massa di terre emerse e abitate, circondata da mari e/o oceani”, è evidente che l’Europa, come continente a sé stante (assieme ad Asia, Africa, America e Australia), non risponde neanche ai requisiti della geografia scolastica. Ad est infatti essa è saldamente unita all’Asia propriamente detta. La linea verticale degli Urali, di modesta altezza e degradanti a sud, è stata posta ufficialmente come la demarcazione trai due continenti, prolungata fino al fiume Ural ed al Mar Caspio; ma non ha mai rappresentato un vero confine, un ostacolo riconosciuto rispetto all’immensa pianura che corre orizzontalmente dall’Atlantico al Pacifico. La nascita e l’espansione della Russia moderna verso est, fino ad occupare e popolare l’intera Siberia, non è altro che la naturale conseguenza militare e politica di un dato territoriale: la sostanziale unità geografica della parte settentrionale della massa eurasiatica, la grande pianura che corre dall’Atlantico al Pacifico, distinta a sud da deserti e catene montuose che segnano il vero confine con l’Asia profonda.

Nel suo libro Pekino tra Washington e Mosca (Volpe, Roma, 1972) Guido Giannettini affermava: “Riassumendo, dunque, il confine tra il mondo occidentale e quello orientale non sta negli Urali ma sugli Altai”. Inseriva quindi anche la Russia con la Siberia in “occidente” e ne specificava di seguitole coordinate geografiche: “la penisola anatolica, i monti del Kurdistan, l’altopiano steppico del Khorassan, il Sinkiang, il Tchingai, la Mongolia, il Khingan, il Giappone”. Semplificando possiamo dire che il vero confine orizzontale tra le due grandi aree geopolitiche della massa continentale genericamente eurasiatica è quello che separa l’Europa (con la penisola di Anatolia) più la Federazione Russa, con tutta la Siberia fino a Vladivostok, dal resto dell’Asia “gialla” (Cina, Corea Giappone); nonché dalle altre aree geopoliticamente omogenee (omogenee per ambiente, storia, cultura, religione ed economia) dell’Asia (Vicino Oriente arabo-islamico, mondo turanico, Islam indoeuropeo dal Kurdistan all’Indo, subcontinente indiano, Sudest asiatico peninsulare e insulare fino all’Indonesia). Più che di un confine di tipo moderno si potrebbe parlare, specie nell’Asia centrale, di un limes in senso romano, di una fascia confinaria più o meno ampia che separa popoli e tradizioni molto differenti. In termini politici, specie dopo la dissoluzione dell’URSS, potremmo comunque porre questo confine asiatico attorno al 50° parallelo, per poi proseguire con gli attuali confini di stato tra Federazione Russa a nord e Cina-Mongolia-Giappone.

Del resto, in questo XXI secolo dell’era volgare la nuova concezione eurasiatista delle aree geopolitiche e geoeconomiche omogenee supera le concezioni politiche vetero­nazionaliste otto-novecentesche, basate su confini ritagliati a linee rette con squadra e compasso.

mercoledì 16 febbraio 2022

Dugin e la geopolitica (Inimicizie)

Eurasia, Dugin, Orso, geopolitica

Di seguito ospitiamo un contributo pubblicato sul blog "Inimicizie" che invitiamo a seguire.

Sul nostro blog trovate altro materiale su e di Dugin a questo link.

Filosofo, geopolitico, ideologo, attivista, consigliere.

Aleksandr Dugin è tutto questo, ed altro.

Da subito oppositore di Gorbaciov e di Yeltsin, poi “compagno viaggiatore” di Putin che ha sia elogiato, che consigliato, che criticato, vedendo in lui la rinascita della missione geopolitica della Russia, benché ancora insufficiente.

Il principale testo in cui viene riassunto il pensiero geopolitico di Dugin è “L’ultima guerra dell’isola mondo“, originariamente pubblicato in russo nel 2012 con il titolo Geopolitika Rossii, quindi precedentemente alla guerra in Ucraina.

Proviamo a farne una sintesi, integrandolo con altri suoi scritti e dichiarazioni, senza la pretesa di essere esaustivi.

HEARTLAND

La geopolitica di Dugin discende da tutto il filone realista delle relazioni internazionali, in particolare dagli autori, anglosassoni e continentali che hanno focalizzato la loro analisi sullo scontro tra civiltà di terra e civiltà di mare, di cui abbiamo già parlato in un post precedente: MacKinder, Spykeman, Hausofer, Schmitt, De Benoist, Thiriart, Brezinski.

Due sono le idee principali intorno a cui ruota tutto il suo pensiero.
La prima è che le sorti geopolitiche del mondo

sabato 12 febbraio 2022

La strategia segreta alle origini della Nato

Usa prigione d'Europa

Di seguito proponiamo stralci di un pezzo tramite il quale Sergio Romano su un Limes di dicembre 2019 presenta un documento molto importante per capire le origini della Nato. 

Ma non solo. Il tema è così denso di significati da toccare altri temi, quali il significato di quella che diventerà Unione Europea e che serve per controllare lo spazio europeo; i motivi della nascita di UE e della Nato in funzione anticomunista e di nuovo per il controllo geopolitico; la decolonizzazione, sostituita da una colonizzazione di mercato, più raffinata, a guida Usa.

Nel dicembre del 1947 Ernest Bevin, ministro degli Esteri britannico, prese spunto dal fallimento delle ultime conversazioni ministeriali con i sovietici per sollevare con il segretario di Stato americano, George Marshall, la prospettiva di un’«intesa sostenuta dalla potenza, dal denaro e da un’azione risoluta» per proteggere la sicurezza dell’Europa occidentale dalla minaccia dell’Urss. Wilson D. Miscamble, autore di un recente studio su George F. Kennan e la politica estera americana dal 1947 al 1950, sottolinea che Bevin parlò agli americani di understanding (intesa), non di alleanza. Ma dopo quel primo cenno si mise alacremente al lavoro per creare le condizioni di un patto militare europeo di cui avrebbero fatto parte, con la Gran Bretagna e la Francia, il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo. Il 17 marzo 1948 i cinque paesi firmarono a Bruxelles il Trattato dell’Unione Europea. È probabile che l’America, nel disegno originale di Bevin, dovesse assumere, senza impegni formali, la parte del protettore e del garante. Ma la sua conversazione con Marshall suscitò l’interesse del dipartimento di Stato e in particolare di John D. Hickerson, capo della divisione degli Affari europei, che intravide immediatamente nel cenno di Bevin le grandi linee di un’alleanza regionale estesa alle due coste dell’Atlantico. «Non m’interessa», disse in quei giorni a un suo collaboratore, «che il “groviglio delle alleanze” (“entangling alliances”) sia stato considerato, da George Washington in poi, peggio del peccato originale.

Dobbiamo negoziare un’alleanza militare con l’Europa occidentale in tempo di pace e dobbiamo farlo rapidamente».

Le idee di Hickerson si scontrarono con quelle di Kennan, direttore del Policy Planning Staff. Dal giorno del febbraio 1946 in cui aveva inviato al dipartimento di Stato un lungo telegramma sugli obiettivi della politica dell’Urss, Kennan andava ripetendo al segretario di Stato e ai maggiori esponenti dell’amministrazione che la minaccia sovietica era politica, non militare, e che ben difficilmente Mosca avrebbe corso il rischio d’una guerra. Un’alleanza militare gli appariva quindi inutile e pericolosa. Avrebbe bruscamente peggiorato il clima internazionale, «militarizzato» i rapporti con l’Urss, coinvolto gli Stati Uniti in una rischiosa strategia globale. Ne nacquero due negoziati: il primo fra l’America e i suoi maggiori alleati europei per esplorare la possibilità di un trattato, il secondo fra Kennan e gli esponenti dell’amministrazione che Hickerson era riuscito a trarre dalla sua parte.

Dopo il colpo di Praga del 25 febbraio 1948 e l’inizio del blocco di Berlino nel giugno dello stesso anno, Kennan fu costretto a fare una battaglia di retroguardia. Accettò il principio del trattato, ma cercò di limitarne l’estensione territoriale opponendosi all’ingresso dell’Italia. Vi sarebbe riuscito, probabilmente,

giovedì 10 febbraio 2022

Diritti dell'uomo e libertà politica (Jean Claude Michéa)

Michéa, diritti dell'uomo

Una cosa è riconoscere, con tutti i socialisti del XIX secolo, che la «repubblica borghese» (o liberale, se si preferisce) rappresenta, sul piano delle libertà individuali, un progresso politico evidente rispetto a tutte le forme di assolutismo e di oppressione patriarcale [A]. Altra cosa, in compenso, è considerare il linguaggio liberale dei «diritti dell’uomo» come l’unico fondamento filosofico possibile di qualunque tutela della libertà politica [B]. Questa seconda tesi sembra dimenticare – senza nemmeno star qui a menzionare l’Habeas Corpus o la preziosa tradizione del «repubblicanesimo civico» – che molti pensatori dell’antichità possedevano già uno spiccato senso del principio di libertà. «La libertà – scriveva per esempio Cicerone – non può risiedere in nessuno Stato se non in quello in cui il potere supremo appartiene al popolo
Bisogna riconoscere che non esiste bene più dolce, e che se non è uguale per tutti non è nemmeno libertà. Ma come potrebbe la libertà essere uguale per tutti, non dico in un regno dove la servitù risulta chiara e palese, ma in uno Stato dove i cittadini sono liberi soltanto a parole?» (La Repubblica, libro 1). Contrariamente a quello che sembrano ancora pensare molti militanti della sinistra postmitterrandiana – eredi perfetti, sotto questo aspetto, dell’ideologia colonialista di Jules Ferry e della Terza Repubblica –, la storia della civiltà umana non inizia certo con la Francia del 1789 [C]. E del resto basterebbe un minimo di conoscenza della storia delle società antiche – per esempio quella dell’Egitto dei faraoni, della Mesopotamia o del Medioevo occidentale – per accorgersi in fretta che un certo numero di quelle libertà politiche o «sociali» che agli occhi di un teologo del «senso della Storia» dovrebbero caratterizzare unicamente la modernità capitalistica – che riguardino la condizione della donna, le possibilità effettive del divorzio, la tutela dei più deboli o la piena legittimazione dell’omosessualità – non erano per nulla estranee a quelle stesse società antiche, come invece ancora oggi pensa la maggior parte degli ideologi «progressisti» (nella sua opera classica sulla nascita e lo sviluppo delle persecuzioni in Europa, pubblicata nel 1987, lo storico inglese Robert Moore dimostrava in modo molto convincente che prima della comparsa del moderno Stato centralizzato – a partire dall’XI secolo – la maggior parte delle «minoranze», a cominciare dagli ebrei, dagli eretici e dai lebbrosi, godeva di uno statuto molto più protettivo e di molta più tolleranza).

domenica 6 febbraio 2022

A difesa della bandiera: Il Landvolk e la battaglia di Neumünster (Alexander Otto-Morris)

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Il movimento Landvolk (Landvolkbewegung) è poco conosciuto oggi, questo non vale per i lettori di questo blog perché ne abbiamo parlato diverse volte;  durante la fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '30 però ha avuto un'influenza incredibile in Germania sui radicali sia di destra che di sinistra. I contadini dello Schleswig-Holstein, stufi della terribile situazione economica e delle politiche dell'establishment socialdemocratico o dei politici liberali, hanno iniziato a organizzarsi collettivamente per combattere. Uno degli eventi più noti legati ai Landvolk, a parte la loro propensione per il piazzamento di bombe, fu la famigerata "Battaglia di Neumünster" che ebbe luogo il 1° agosto 1929, nell'omonima città. Il 1° luglio il famoso portavoce diel Landvolk Wilhelm Hamkens era stato incarcerato per aver incitato a scioperi fiscali i suoi compagni contadini. Dopo aver appreso che Hamkens sarebbe stato trasferito per il rilascio nella città di Neumünster il 1° agosto, migliaia di contadini rivoluzionari hanno deciso di convergere in città per una marcia pacifica per salutare il suo ritorno in libertà. Il risultato è stato il caos. Fu durante la marcia di Neumünster che i contadini Landvolk decisero di sventolare per la prima volta la propria bandiera: una bandiera nera (che rappresenta sia il nazionalismo che il lutto tedesco), ornati di un aratro bianco (per il loro sostentamento) e di una spada rossa (che indica il loro spirito combattivo), i tre colori del vecchio Impero. La decisione della polizia di tentare di confiscare la bandiera creò scompiglio: battaglie per le strade, dita e nasi strappati dai corpi, contadini che picchiano la polizia. 

Di seguito pubblichiamo un resoconto storico dall'eccellente studio accademico sul Landvolk di Alexander Otto-Morris: il libro è titolato "Rebellion in the Province" ed è basato su una lettura esauriente dei rapporti della polizia e del governo sull'incidente, nonché da articoli di giornale contemporanei. L'estratto che segue è tratto dal Capitolo Sei di "Ribellione", che tratta del movimento al suo apice nel corso del 1929, prima che scadesse nel terrorismo.

*

I piani per un raduno a Neumünster sono diventati pubblici dopo che la Schleswig-Holsteinische Volkszeitungha ha pubblicato una lettera scritta da Hamkens dal carcere di Johannes Kühl, chiedendo che una folla lo incontrasse il 1 agosto [dopo essere stato rilasciato]... Allarmate da questa notizia, le autorità provinciali hanno preso provvedimenti per evitare disordini. In primo luogo, hanno organizzato il trasferimento segreto di Hamkens a Flensburg come misura precauzionale. Poi, il giorno prima del suo rilascio, rappresentanti del Regierungspräsident si recarono a Neumünster per incontrare il sindaco della città, Lindemann, e il comandante della polizia, l'ispettore capo Bracker, cercando di impedire la manifestazione prevista. Come amministratore di polizia della città, era il sindaco Lindemann che aveva il potere di far rispettare il divieto di raduni aperti e anche di riunioni al chiuso se si riteneva che costituissero un pericolo per la pace pubblica, la sicurezza e l'ordine. In risposta alle suppliche dei rappresentanti del Regierungspräsident, tuttavia, Lindemann dichiarò che considerava un raduno dei Landvolk innocuo e spiegò che i raduni dei comunisti e del corpo paramilitare amico dei repubblicani, il Reichsbanner, erano sempre pacifici. Nonostante gli avvertimenti che la Landvolkbewegung era più pericolosa dei comunisti, specialmente perché era un movimento senza organizzazione, membri definiti o leader, Lindemann rimase indifferente. Non vedeva alcuna ragione per cui la manifestazione dovesse essere vietata ed era irremovibile sul fatto che tali eventi dovessero essere lasciati al loro corso.

domenica 9 gennaio 2022

La dottrina Putin: verso la Quarta Teoria Politica (Alexander Dugin)

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La critica di Putin al capitalismo durante il discorso di Valdai, così come una serie di altre dichiarazioni ideologiche dai colori vivaci del capo dello Stato, è un evento molto serio. Putin è un pragmatico e un realista, e durante il suo regno ha cercato di stare il più lontano possibile dall'ideologia. Questo era il suo stile aziendale: nessuna preferenza ideologica e, al contrario, il contenimento di eventuali estremi ideologici. Ciò è legato, in particolare, alla completa indistinzione di Russia Unita, dove al posto dell'idea ostenta un buco nero su larga scala.

Fino a poco tempo fa, questo andava bene a Putin, se non altro perché funzionava e non interferiva con la sua gestione.
Ma ora Putin sta facendo affermazioni così dure e inequivocabili: il capitalismo moderno è un vicolo cieco, i valori liberali stanno distruggendo la società, è necessario un appello su larga scala al conservatorismo.

venerdì 31 dicembre 2021

Per una politica rivoluzionaria (Ernst Niekisch)

Rivoluzione nazionalbolscevismo, Niekisch

Le analisi di Niekisch come questa sono fondamentali per una serie di motivi: sono una ricostruzione storica lucida e di prim'ordine; parlano di un'occupazione politica e culturale dalla quale liberarsi, situazione che viviamo anche oggi; sottolineano l'importanza della geopolitica e della politica estera; indicano come filosofia occidentalista e dominio di potenze occidentali sia la stessa cosa. Anche se questo scritto è del 1926, abbiamo ancora
 tanto da imparare.

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Ma bisogna dire questo: se firmiamo questa pace, ci porremo sotto la costrizione della forza. Nel nostro cuore, rifiutiamo questa pace” – Vorwärts, 8 maggio 1919


La politica tedesca in quanto tale non può avere altri obiettivi che la riconquista dell'indipendenza nazionale, la rottura dei vincoli imposti, e la ricostituzione di un'importante influenza globale. Dal punto di vista tedesco, che è naturalmente il nostro, non c'è niente di più importante di questi obiettivi. Tutta la nostra politica domestica, sociale, economica e culturale deve ricevere questo impulso, la sua linea generale e lo spirito che lo domina. Il sentimento di questa necessità è quasi onnipresente! Quante volte, lasciandoci pervadere dalle preoccupazioni della politica interna, la politica estera ha abbandonato il nostro campo visivo. Ci sono “grandi” giornali tedeschi che non parlano quasi mai di politica estera, come se questo la rendesse parte delle banalità della nostra esistenza nazionale. Al contrario, ogni ritardo alla modifica dell'insegna dell’erario, ancora in stile monarchico, li preoccupava in grande misura. Senza una parola da dire, nemmeno infastiditi, non avendo la coscienza tranquilla, si privano del gioco della politica globale, in ragione della nostra debolezza, imponendoci innumerevoli umiliazioni, ingiustizie e pericolosi attacchi contro il futuro del Reich. Così larghi strati della nostra gente cercano la causa della loro sventura esclusivamente nella situazione politica interna. Sperano che basti sostituire qualche alto funzionario, sciogliere un'organizzazione segreta, imporre dazi differenti alle importazioni, ridurre le tasse doganali, convocare o sciogliere il Reichstag, procedere con nuove elezioni, che tutto cambi all'interno del Paese. Ignorano il contenuto del Trattato di Versailles. Non sanno che il commissario incaricato dei risarcimenti è l'uomo più potente della Germania, che le nostre ferrovie e il nostro denaro sono nelle sue mani. Non hanno idea di prospettare i debiti che pesano su di noi e non capiscono che il Piano Dawes, in definitiva, è una questione che tocca gli stipendi dei tedeschi. Il tenore di vita del lavoratore tedesco si riduce nella misura in cui rimborsiamo gli obblighi del Piano Dawes. Il costo della vita per il lavoratore, da una parte, e il Piano Dawes accanto al Trattato di Versailles, dall'altra, sono incompatibili. Strappare questi trattati, revocare gli obblighi che impongono, rompere gli impegni sarebbe l'unica politica tedesca che salverebbe l'operaio da un assoggettamento irrimediabile. A questo punto le esigenze del lavoratore e gli interessi della Nazione coincidono: se egli oserà lottare per il suo spazio vitale e la sua libertà, guiderà, allo stesso tempo, la battaglia per la liberazione di tutta la Nazione. La missione nazionale a noi affidata e il modo in cui essa sarà adempiuta dipenderanno dalla sua futura posizione sociale e politica.

domenica 19 dicembre 2021

Un destino mancato (Ernst Niekisch)

Niekisch,nazbol,operai,fascismo,comunismo
Niekisch, lucidissimo padre del nazionalbolscevismo, in questo saggio ci dà prova della sua capacità analitica e della lucida saldezza emanata naturalmente da una visione socialista e patriottica: grazie ad una puntuale ricostruzione geopolitica Niekisch riesce a spiegare in un colpo solo i motivi di scontro fra fascismo e comunismo da rintracciare nella competizione nel campo della politica estera, e ricostruisce il significato di Versailles e della Repubblica di Weimar, sempre sottolineando la centralità delle relazioni fra Stati. Non sono scontri ideologici quelli che hanno creato le future coalizioni, bensì sono forze ancora più profonde legate alla scelta sul destino del mondo. Lo stesso destino dal quale la classe operaia, incapace di essere davvero prussiana, si è sottratta, non combattendo per la sua vocazione definitiva: la Germania. 




Il rovesciamento che ha avuto luogo in Germania e che si interpreta come "rivoluzione nazionale" o "rivolta nazionale" è certamente, prima di tutto, un evento di politica interna tedesca. Allo stesso tempo, considerando il suo obiettivo e orientamento, si è distinto, avendo travalicato la posizione abituale della Germania nella politica globale. Tuttavia non si è sviluppato esclusivamente sulle basi della politica estera, ma è stato direttamente provocato da alcune variazioni nelle relazioni internazionali esistenti.

"La Repubblica di Weimar è la forma sotto la quale la Germania si adatta più facilmente al regime di Versailles". Questo era un lieto luogo comune. Lo stato di Weimar era l'organo esecutivo che le potenze occidentali usavano contro il popolo tedesco. Questa repubblica si modellava sulle idee costituzionali della Francia. Così, fece della Germania una zona di influenza francese. La Francia era il vero beneficiario di Versailles. La sottomissione della Germania a questo regime apparve quindi come una sottomissione alla Francia.

La sottomissione fu effettuata sotto il velo della politica di conciliazione e dell'intesa franco-tedesca. In ogni caso, la Germania "andava d'accordo" con la Francia nella misura in cui si adeguava alla volontà di quest'ultima. Per la Repubblica di Weimar, l'unica politica estera era quella del "riavvicinamento franco-tedesco". Questa politica raggiunse il suo apogeo con il patto di Locarno. In questa occasione la Germania rinunciò, volontariamente e senza compensazione, all'Alsazia-Lorena. Ma gli accordi che erano all'origine di questa ignominia fecero credere al popolo tedesco che la revisione del diktat di Versailles era iniziata e che venisse stabilita una sincera relazione amichevole tra Germania e Francia. Locarno mise il popolo in uno stato di estrema euforia. Su tutti gli orizzonti, Stresemann apparve con ingannevoli richiami di speranza. La Germania celebrò una delle sue più pesanti sconfitte in materia di politica estera come una "vittoria". Credeva in un successo chimerico mentre era stata invece gravemente umiliata e ingannata. L'esultanza provocata da Locarno era in grottesca opposizione con la realtà dei fatti che i francesi non avevano perso di vista in nessun istante.

È vero che con il tempo non si poteva più nascondere che, a Locarno, la Germania aveva scambiato il suo diritto perpetuo sull'Alsazia-Lorena con un piatto di lenticchie e che lì aveva dichiarato il suo consenso a soffocare il suo desiderio di affermare se stessa e il suo orgoglio. La stessa linea collegava Erzberger, padre della risoluzione di pace e firmatario dell'armistizio, Hermann Müller e il "centrista" Bell, firmatari dell'atto di Versailles, a Stresemann, firmatario del patto di Locarno. Sono i tedeschi che hanno capitolato e hanno dato una mano ad espellere la Germania dalla storia. Con i piani Young e Dawes, il popolo tedesco ha dato ugualmente un titolo d'obbligo alla Francia, affinché Parigi non la disturbasse quando la cullava nelle illusioni di pace.