sabato 27 novembre 2021

Considerazioni su un viaggio in Russia (Ernst Niekisch)

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In questo saggio del 1932, Ernst Niekisch, riflette sulla natura del nuovo Stato Sovietico, indicandone lucidamente pregi e difetti. Da teorico naturale di un vero nazionalbolscevismo si rende subito conto dell'eccessivo materialismo che andrebbe corretto con le verità indicate dai teorici della rivoluzione conservatrice; allo stesso tempo evidenzia il carattere propriamente russo e titanico di questa realtà che considera ovviamente e naturalmente un'alleato della Germania.  

Si può camminare per le strade russe e non imbattersi nella minima manifestazione, istituzione o misura con cui la Russia vorrebbe – o potrebbe – sedurre. La gente è mal vestita, come se ci fossero solo proletari che escono dalla fabbrica e vi ritornano. Gli uomini indossano berretti, donne e ragazze portano sciarpe. Lo straniero viene riconosciuto in base al cappello che indossa. Le scarpe sono di scarsa qualità, i negozi quasi vuoti. Lì, prima della guerra, erano ammassate tutte le prelibatezze d'Oriente e d'Occidente, adesso ci sono alcune scatole di conserve, mucchietti di rape, cetrioli e patate. Nelle vetrine, l'oggetto più trasandato e superfluo cerca di attirare il cliente: tre o quattro boccette di profumo, un vecchio mandolino, un foulard rosso per rallegrare. Nel mezzo di queste tristi cianfrusaglie, il busto di Lenin o Stalin sta al centro e funge da foglia di fico. I negozi sulla Prospettiva Nevski o di fronte al Cremlino, un tempo celebrati da tutto il mondo, assomigliano oggi a piccoli mercatini delle pulci di un oscuro sobborgo. Forse in questo momento è questo il vero carattere di città come Leningrado o Mosca. Ovunque c'è questo cupo grigiore che prima si incontrava solo nei quartieri popolari. Lo splendore dei vecchi palazzi è scomparso. I poveri volti, scavati dal dolore, guardano attraverso le alte finestre. I miserabili, con la bocca sdentata, sono stipati nelle stanze dove un tempo l'élite conduceva una vita in pompa magna, aperta al mondo. Questa Russia è effettivamente proletaria. Ad ogni occhiata, questo viene confermato. Essa non vuole ingannare con villaggi Potëmkin. Forse non aveva nemmeno la fantasia e la leggerezza per erigere simili villaggi. Non abbellisce nulla della monotonia della vita quotidiana, e nulla impedisce allo straniero di vedere il paese così com'è. Se vogliamo intraprendere un viaggio di scoperta, con i suoi rischi e pericoli, non abbiamo ostacoli contro cui scagliarci.

La Russia vuole essere uno stato proletario, e lo è. Uomini o donne - bisogna far parte della popolazione attiva per avere diritti civili, e persino il diritto alla vita. Chi non è un lavoratore non ha la possibilità di partecipare a una cooperativa che riceve, anche se in quantità limitata, i beni di consumo e li distribuisce ai propri soci sulla tessera annonaria a prezzo calmierato. In epoca feudale era necessario avere la terra, nell'era borghese era fondamentale possedere il capitale per poter essere un esponente della classe dirigente. In questo momento, è necessario lavorare per essere riconosciuti socialmente e politicamente.

Da un punto di vista storico, si comprende come la nuova Russia sia nata sotto forma di Stato operaio: quando, nel 1917 e negli anni successivi, i saccheggiatori stranieri e gli sfruttatori capitalisti cercarono di dividere la Russia e di colonizzarla, fu usata con successo l'idea di marxismo contro di loro.

domenica 7 novembre 2021

Leo Schlageter, il viandante del nulla (Karl Radek)

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Questo è il discorso del politico sovietico Karl Radek del 20 giugno 1923, contenente un elogio di Albert Leo Schlageter, un nazionalista tedesco che, per aver resistito all'occupazione della Ruhr da parte dei francesi, era stato da questi fucilato il 26 maggio. Il discorso di Radek fu pubblicato con il titolo
Leo Schlageter, il viandante del nulla (Leo Schlageter, der Wanderer ins Nichts) o, secondo un'altra traduzione meno letterale, il pellegrino del nulla, ed è anche noto semplicemente come discorso Schlageter (Schlageter-Rede). Da qui quella "linea Schlageter" del Partito Comunista tedesco che tenterà di coniugare istanze sociali a istanze nazionaliste.

Io non posso né integrare né perfezionare la vasta ed esauriente relazione della nostra onorevole leader, compagna Zetkin, sul fascismo internazionale, questo martello destinato a schiacciare la testa del proletariato, ma che prima si abbatterà sulla classe dei piccoli borghesi, che sono manipolati nell'interesse del grande capitale. Io non posso neanche seguirla pedissequamente, poiché davanti ai miei occhi aleggia il corpo del fascista tedesco, il nostro nemico di classe, che è stato condannato a morte e fucilato dai mercenari dell'imperialismo francese, quest'altra potente sezione del nostro nemico di classe. Durante tutto il discorso della compagna Zetkin sulle contraddizioni all'interno del fascismo, il nome di Schlageter e il suo tragico destino erano nella mia testa. Noi dovremmo ricordarlo qui nel mentre ci accingiamo a definire il nostro atteggiamento nei confronti del fascismo. La storia di questo martire della Germania nazionalista non va dimenticata né relegata ad una mera espressione di circostanza. Essa ha molto da dirci, e molto da dire al popolo tedesco.Noi non siamo dei sentimentali romantici che dimenticano l'amicizia quando il suo oggetto è morto, né siamo dei diplomatici che dicono: dalla tomba non si dice nulla di buono, o si rimane in silenzio. Schlageter, questo coraggioso soldato della contro-rivoluzione, merita di essere sinceramente onorato da noi, i soldati della rivoluzione. Freksa, che ha condiviso le sue idee, ha pubblicato nel 1920 una novella nella quale ha descritto la vita di un ufficiale che cadde nella lotta contro Spartaco. Freska ha intitolato la sua novella "Il viandante nel Nulla".

Se questi fascisti tedeschi, che hanno onestamente pensato di servire il popolo tedesco, non riusciranno a comprendere il significato del destino di Schlageter, Schlageter sarà morto invano, e sulla sua tomba dovremmo leggere: "Il viandante nel Nulla".

lunedì 1 novembre 2021

Liberazione nazionale: una necessità (Costanzo Preve)

Un breve articolo di diversi anni fa di Costanzo Preve: è evidente la capacità di analisi del filosofo torinese, capace di vedere ben prima di altri il futuro successo di quello che verrà chiamato "sovranismo", ma legandolo chiaramente al tema della liberazione nazionale dalla NATO, senza la quale non esiste nessun tipo di sovranità.

NO NATO, STOP NATO

In questi ultimi tempi, le problematiche innescate da un'accelerata -nei fatti spesso 'eversiva'- esplosione dei conflitti d'etno/determinazione stanno ri-calamitando da più parti un notevole interesse per la tematica nazionalitaria, sia per la natura complessa degli elementi che la caratterizzano, sia, appunto, per i variabili effetti di cui è portatrice.

Eppure a sinistra, perlomeno da parte di quelle forze non omologate e non compromesse con il sistema di dominio imperante, non emerge, né in sede di analisi né, tantomeno, come possibile 'via' strategica, la capacità di individuare le dinamiche, le direttrici e le valenze di un fenomeno che non di rado, con un compattamento ed una forza d'urto notevole, riesce ad attivare e a veicolare sul binario di un ritrovato senso di appartenenza -su base etno/culturale appunto- una serie di rivendicative, radicali istanze di giustizia sociale.

Il processo di 'semplificazione' della politica mondiale ha dato ulteriore impulso alla mondializzazione dei mercati e, quindi, ad una necessaria omogeneizzazione delle culture (1) e ha gettato le basi per una serie di conflitti 'limitati' -come quello appena concluso nel Golfo- per stabilire chi avrà un ruolo-guida all'interno del sistema capitalistico mondiale o, in subordine, come avverrà la spartizione inter-imperialistica di ruoli e zone d'influenza. Sul campo, quali 'soggetti politici' in grado di contrastare questa tendenza, vi sono i movimenti nazionalitari con tutto il loro intrinseco, caratterizzante bagaglio di aspirazioni, quali la volontà di affermazione e di determinazione del comune destino sul proprio 'spazio culturale', di auto-regolato utilizzo delle risorse, di sviluppo auto-centrato ed armonico con i propri bisogni, ecc.

La rivendicazione della propria specificità culturale, strettamente legata alla 'materialità' del controllo e dell'autogoverno dell'habitat d'appartenenza (2), rappresenta per ogni popolo la conditio sine qua non, la cruna dell'ago per ridisegnare -su piani di equità e di rispetto- relazioni sociali, modi di produzioni, nuovi assetti del territorio, ecc., in una prospettiva possibile di autentica liberazione globale.

giovedì 7 ottobre 2021

L'umanità è stata quasi cancellata (Alexander Dugin)

Social media hate, dictatorship, 1984

Il blocco globale di lunedì 4 ottobre è stato un vero grosso problema. In un certo senso, è paragonabile a una prova generale per la fine del mondo. Questo confronto sarebbe appropriato se vivessimo nella luce. Ma poiché viviamo nell'oscurità, sarebbe più esatto chiamarla la fine dell'oscurità.

Quando le reti globali sono crollate, miliardi di persone hanno appreso la cosa principale: che tutto ha una fine e questa fine, non importa quanto sia posticipata, arriva prima o poi. Questo non è solo un problema tecnico, è molto di più. La chiusura simultanea di tutte le principali reti ha mostrato quanto sia fragile, vulnerabile e inaffidabile l'intera civiltà tecnica.
In primo luogo, il coronavirus lo ha colpito, mostrando quanto valga un fittizio senso di sicurezza e un'orgogliosa fiducia che la scienza e la tecnologia moderne possano facilmente far fronte a qualsiasi malattia. Il vaccino è stato effettivamente prodotto abbastanza rapidamente, ma anche le vaccinazioni di massa non hanno cambiato praticamente nulla nel quadro allarmante della pandemia globale. Sia i vaccinati che i non vaccinati si ammalano e muoiono. La propaganda ufficiale sostiene che il vaccino salva. Le leggende metropolitane e le teorie del complotto insistono sull'esatto contrario: il vaccino uccide. Facebook, Twitter, Instagram e altri network hanno bloccato senza pietà dissidenti e non allineati. Ma poi le reti stesse sono cadute.

giovedì 30 settembre 2021

Il Wehrwolf e il possedismo (Fritz Kloppe)

Der Wehrwolf Fritz Kloppe

Sradicare un capitalismo rapace – Possedismo!” L'ideologia economica della lega paramilitare nazional-rivoluzionaria di Fritz Kloppe, il Wehrwolf


Il "Wehrwolf - Lega degli uomini tedeschi e combattenti del fronte" era probabilmente uno dei più caratteristici gruppi paramilitari attivi all'interno del campo nazional-rivoluzionario della Germania di Weimar. Fondato dall'insegnante e veterano dei Freikorps Fritz Kloppe nel maggio 1923 come braccio della lega giovanile dello Stahlhelm, il Wehrwolf si staccò presto dallo Stahlhelm considerato eccessivamente "borghese" e sviluppò rapidamente il proprio stile e la propria sottocultura nazionalista: uniformi grigio-verde, bracciali bianco-rossi, bandiere nere blasonate con simboli d'argento (una "W"; una testa di morto; una runa Wolfsangel) e un apparato organizzativo ragionevolmente esteso. Il gruppo stabilì anche la propria ideologia radicale, chiedendo un rovesciamento rivoluzionario del sistema di Weimar e la sua sostituzione con un Grande Terzo Reich "aristocratico" libero dalle tradizionali distinzioni di classe e dallo sfruttamento capitalista. A complemento di questa visione politica era l'ideale economico del gruppo ossia il "Possedismus" (dal latino Possedere), introdotto per la prima volta da Kloppe nel 1931.


Il possedismo al suo interno ruotava attorno a una riorganizzazione dei rapporti di proprietà: Kloppe sosteneva che nel capitalismo la concentrazione della proprietà in mani private causava un egoismo sfrenato e un disprezzo egoistico per il Volk,

domenica 19 settembre 2021

Manifesto Nazional Bolscevico (Karl Otto Paetel)

Siamo orgogliosi di presentare il primo volume totalmente prodotto da noialtri cameragni rossobruni: il Manifesto Nazional Bolscevico di Karl Paetel, acquistabile qui.

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Il testo è formato da due parti: la prima parte propone il vero e proprio “Manifesto Nazional Bolscevico” scritto da Karl Otto Paetel nel 1933, corredato da numerose note al testo che aiutano ad approfondire e capirne meglio storia e ideologia. E' lo sforzo principe che incorona un periodo magico nella storia dell'umanità: tramite questo appello vengono chiamati a raccolta, anche nel nome di Arthur Moeller van den Bruck, gli artefici della rivoluzione conservatrice tedesca, i nazional rivoluzionari e socialisti, personaggi immortali come Junger, Niekisch e molti altri che il lettore amerà, tutti capaci di perseguire senza tregua le proprie idee di superamento di destra e sinistra, opponendosi alle potenze liberali, ma anche al regime nazionalsocialista. Tutti capaci di sviluppare prima di altri, una visione geopolitica lucida di unità continentale. 

Nella seconda parte presentiamo altri scritti dello stesso Paetel, utili per approfondirne il pensiero e l'evoluzione politica, così da comprendere meglio il dibattito e la ricostruzione storica su cui si fonda il manifesto. Tutti i materiali sono comunque resi liberamente disponibili su questo sito (cliccando qui), anche se nella versione cartacea le traduzioni sono di qualità superiore e tutte le note di approfondimento sono state riportate in italiano. 



Pagina della versione cartacea su Amazon


Di seguito riportiamo il Sommario del volume

domenica 5 settembre 2021

Transumanesimo per le élite: l'estrema religione del capitale (Jean Claude Michéa)

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Come spesso accade, è il mediaticissimo Raphaël Liogier – del quale tutti conoscono già le grandi capacità di predizione su qualsiasi tema relativo all’Islam – che ha saputo formulare con maggiore franchezza, o forse con più ingenuità, i postulati di base della nuova sinistra siliconista (per riprendere l’espressione di Pierre Musso). «È un po’ narcisistico – dichiarava nel 2015 – pensare che il meglio, l’assoluto, l’ideale, sia l’uomo così come esiste oggi […]. Chi lo dice? Giusto quel genere di uomo che, avendo molta paura di cambiare, ha bisogno di ritrarsi. Si potrebbe dire che è una forma equivalente al nazionalismo. Ci si ritrae nella propria identità, ma in questo caso si tratta della propria identità corporea» [a] (cfr. Peste islamiste, anthrax transhumaniste: le temps des inhumains, testo accessibile in rete sull’eccellente sito di Pièces et main-d’oeuvre, 2016). Di fronte a questa strana fascinazione per un uomo del futuro geneticamente modificato (variante liberista dell’uomo nuovo di san Paolo e di Stalin) [b], coperto dalla testa ai piedi di microchip, biologicamente liberato dal pesante fardello del sonnellino [c] e connesso in tempo reale a tutti i suoi cloni sparsi sul pianeta (deve servire un bel po’ di odio rivolto verso di sé per arrivare a voler cambiare l’identità fino a questo punto e non avere quindi più altro sogno che quello di diventare un puro e semplice individuo tecnologicamente assistito), viene inevitabilmente da pensare alla celebre battuta del critico americano: «Se i fascisti dovessero mai tornare tra noi, non avranno più la camicia nera o bruna, ma il camice bianco» [d].

venerdì 13 agosto 2021

Borghesia: schiavitù della proprietà e del denaro (Nikolaj Berdjaev)

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Esiste la seduzione e la schiavitù dell’aristocratismo. Ma ancor più sussiste la seduzione e la schiavitù della borghesia. La borghesia non è soltanto una categoria sociale legata alla struttura classista della società, ma è anche una categoria spirituale. Io mi interesserò principalmente della borghesia come categoria spirituale. Probabilmente più di ogni altro per la denuncia della saggezza borghese ha fatto Léon Bloy nel meraviglioso libro Exegèse des lieux communs. La contrapposizione della borghesia al socialismo è molto relativa e non scende in profondità nel problema. Herzen comprendeva bene che il socialismo può essere borghese. La concezione del mondo della maggior parte dei socialisti è tale che essi non comprendono nemmeno che esiste un problema spirituale della borghesia. Il borghese in senso metafisico è un uomo che crede saldamente solo nel mondo delle cose visibili che gli impongono il loro riconoscimento, e vuole occupare una posizione salda in questo mondo. È schiavo del mondo visibile e della gerarchia delle posizioni che si stabiliscono in questo mondo. Non valuta gli uomini per ciò che sono, bensì per ciò che hanno. Il borghese è cittadino di questo mondo, è il re della terra. È al borghese che è venuta in mente l’idea di diventare re della terra.

Questa è stata la sua missione. L’aristocratico conquistava terre, contribuiva con la sua spada all’organizzazione dei regni. Ma non poteva ancora diventare re della terra, cittadino di questo mondo, per lui esistevano dei confini che non poteva mai valicare. Il borghese è profondamente radicato in questo mondo, è soddisfatto del mondo in cui si è sistemato. Il borghese ha scarso sentimento della vanità del mondo, della nullità dei beni mondani. Il borghese prende sul serio la potenza economica, che non di rado venera in modo disinteressato. Il borghese vive nel finito, ha paura della forza attrattiva dell’infinito. È vero che riconosce l’infinita crescita di potenza economica, ma questo è l’unico infinito che vuole conoscere, e si ripara dall’infinito spirituale con la finitezza dell’ordine vitale che ha stabilito. Riconosce l’infinita crescita di prosperità, la crescita di organizzazione nella vita, ma ciò può solo incatenarlo nella finitezza. Il borghese è un essere che non vuole trascendersi.

mercoledì 21 luglio 2021

Solo una dittatura socialista può salvare lo Stato dopo il coronavirus (Alexander Dugin)

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Alla vigilia del disastro.


La situazione con la pandemia di coronavirus in Russia sta gradualmente intensificandosi e diventando davvero critica, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche dal punto di vista politico ed economico. Si sentono più spesso voci in preda al panico, si moltiplicano previsioni catastrofiche e cresce la paura della gente man mano che le conseguenze iniziano a farsi sentire e le persone gradualmente riconoscono le peculiarità della quarantena.

Si delineano sempre più scenari di catastrofe politica a causa dell'incapacità del governo russo di far fronte alle sfide poste dalla pandemia. Alcune peculiarità del comportamento delle autorità - sia supreme, governative che regionali - hanno giustamente suscitato scalpore. È chiaro che Putin ha gestito male la situazione commettendo diversi errori significativi in ​​relazione alla quarantena iniziale che potrebbe diventare fatale. Il primo ministro Mishustin, dopo aver incluso le imprese a lui vicine (come i bookmaker di Fonbett) nel sistema di sostegno statale, si è tagliato fuori dal gioco per una sciocchezza tecnica, mentre il sindaco Sobyanin, partendo come un forte leader regionale, ha commesso un errore irreparabile con i controlli epidemiologicamente ingiustificati degli abbonamenti della metropolitana, che, combinato con la famigerata proposta alla vigilia della pandemia di effettuare tagli significativi all'industria medica, ha portato all'erosione di ogni fiducia pubblica. Altri governatori e autorità regionali hanno agito con diversi gradi di efficienza, ma si sentono sempre più abbandonati dal centro federale e devono rispondere essi stessi alla popolazione imbestialita. Non è stato dichiarato alcun completo regime di emergenza, sebbene molti processi siano in corso al di fuori del normale quadro giuridico. Le autorità economiche (il cluster Nabiullina), che inizialmente hanno cercato di commentare la situazione in qualche modo sono state reticenti, poiché ogni dichiarazione d'ora in poi non può che aggravare la situazione, che è già diventata decisamente esplosiva. Il quadro generale si sta rapidamente avvicinando al momento del crollo dell'URSS, quando Gorbaciov e il Comitato centrale del PCUS persero immediatamente il controllo del paese. Putin nel suo bunker è quasi come Gorbaciov a Foros. Del resto, anche all'epoca, le autorità hanno emesso un solo squillo: "è tutto sotto controllo, sono difficoltà tecniche". Dopo poco tempo, però, il Paese non c'era più: se la risposta alla sfida della pandemia sarà la stessa di adesso, una minaccia simile diventerà abbastanza urgente per la Federazione Russa.

lunedì 19 luglio 2021

Fidel, Che e Primo De Rivera: eroi del nazional populismo (Luigi Copertino)

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Articolo di chiaro stampo cattolico, è particolarmente interessante per riflettere sulle figure della rivoluzione cubana e non solo


Franco Cardini, da ultimo, ha pubblicato, per i tipi de La Vela editore, un libro con un titolo molto significativo: “Neofascismo e neoantifascismo”. Dal noto storico fiorentino lo scrivente ha imparato, contro ogni storicismo, che la storia non ha alcun senso immanente e, contro ogni determinismo, che la storia è sempre imprevedibile. Benché sia possibile individuare alcune costanti, più che altro dovute al comportamento umano, quindi di carattere antropologico, essa ha un andamento carsico. Molte sono le connessioni, le relazioni, le corrispondenze insospettabili per coloro che si fermano al luogo comune alimentato dal basso livello di molta divulgazione mediatica.

Il paradigma consolidato vorrebbe, ad esempio, che tra fascismo e antifascismo ci sia soltanto scontro e mai incontro. Invece gli incontri, al di sotto della superficie e delle apparenze, non solo ci sono stati ma sono stati non episodici ed assolutamente sostanziali. Senza ricorrere all’appello che Togliatti, nel 1936, rivolgeva alla sinistra fascista, chiamando i fascisti di sinistra “fratelli in camicia nera”, e senza d’altro canto rammentare i “corporativisti impazienti delle more di sviluppo di una idea” con cui Giovanni Gentile nel 1943 si rivolgeva ai comunisti, vogliamo qui scavare negli anfratti delle simpatie e delle segrete complicità rintracciabili tra alcune forme di populismo, a modo loro “cristiano”, generalmente, e molto inappropriatamente, bollate come di destra o di sinistra.

Parliamo di movimenti e regimi politici nati in area culturale ispanica, tra penisola iberica e America latina: falangismo, franchismo, peronismo e socialismo cubano.

I primi tre vengono ritenuti di destra e l’ultimo di sinistra. In realtà già tra i primi tre la classificazione a destra è molto problematica: perché se certamente autoritario e nazional-conservatore fu il franchismo, altrettanto non si può dire né del falangismo originario né del peronismo argentino che furono piuttosto movimenti nazionalisti di modernizzazione con forti propensioni sociali se non addirittura socialiste e, pertanto, annoverabili, pur con tutte le loro peculiari caratteristiche, nella tipologia “fascista”, la quale di per sé già sfugge al riduttivo schema “destra-sinistra” ricomprendendo, appunto, quei movimenti che tentarono nel XX secolo una sintesi tra nazionalismo e socialismo.

Ma è soprattutto del socialismo caraibico che si dovrebbe evidenziare il carattere affatto marxista, nel senso duro e puro della filosofia dialettico-materialista di Marx, quanto piuttosto populista tipicamente sudamericano, quindi persino a suo modo “cristiano”, che lo avvicina strettamente al peronismo argentino.

Tanto Che Guevara quanto Fidel Castro non nascono comunisti, semmai lo diventano. E lo diventano secondo una esegesi che non consente di classificarli come marxisti in senso stretto.

Il Che e il Lider Maximo nascono nazional-populisti. Iniziarono la loro avventura politica in nome delle rivoluzioni nazionali “libertadoras” e antimperialiste. Riecheggiava qui, senza dubbio, l’eredità bolivariana, da sempre forte nel Sud America, e, mediante essa, anche un certo influsso “massonico progressista” (1). Ma, soprattutto, vi era, in quell’inizio, l’eco del giustizialismo argentino, del peronismo. Il colonello Juan Domingo Perón in pochi anni era riuscito a modernizzare l’Argentina, in nome dell’indipendenza economica della Nazione, per sottrarla dal dominio del capitale anglo-americano, e in nome della giustizia sociale attuata secondo un interclassismo socialmente avanzato. «Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana», era scritto nel Manifesto politico di Perón.

Tuttavia vi era, nella fase iniziale della rivoluzione nazionale cubana, anche un terzo, potente influsso culturale, mediato per l’appunto dal peronismo: quello del falangismo joseantoniano, mai giunto effettivamente al potere ma la cui eredità ideale si era sparsa per tutto l’orbe ispanofono.

domenica 18 luglio 2021

Karl Haushofer e il ritorno alla tradizione geopolitica radicale (Alexander Dugin)

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Il famoso geografo politico e teorico americano Nicholas J. Spykman disse una volta; “I ministri possono andare e venire, anche i dittatori muoiono, ma le catene montuose restano imperturbate”. È un dato di fatto che le condizioni geografiche, che si riferiscono al territorio fisico dello Stato, sono rimaste la vera determinante della Politica Internazionale. Per secoli, la geografia ha svolto un ruolo fondamentale nel determinare il potere statale e l'influenza nella politica internazionale. Ad esempio, l'antica Roma distrusse eroicamente Cartagine a causa della sua immensa e strategica geografia. Allo stesso modo, la sconfitta del grande guerriero europeo Napoleone in Russia è avvenuta a causa della sua mancanza di comprensione delle condizioni geografiche russe.

A questo proposito, uno degli antichi documenti riguardanti il ​​ruolo strategico della geografia può essere rintracciato negli scritti del famoso storico greco antico Tucidide, il cui libro "La storia della guerra del Peloponneso" dà un breve resoconto del ruolo della geografia nella vittoria delle guerre. Secondo il famoso storico americano ed esperto di geopolitica Robert D. Kaplan “Ogni Stato fronteggia l'ambiente esterno nel determinare la propria strategia”. Questo fu certamente il caso del tentativo di Napoleone di invadere la Russia.

Nel corso della storia, la realtà fisica dello Stato è sempre stata la pietra angolare dell'arte di governo e della grande strategia. Tuttavia, va tenuto presente che la condizione geografica dello Stato è un destino irreversibile. Qui, il termine "destino irreversibile" è la vera essenza della geopolitica, che è il vero volto della politica internazionale di oggi.

venerdì 9 luglio 2021

Michail Bakunin: il segreto dell'anarchismo russo (Alexander Dugin)

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Mikhail Bakunin nacque il 30 maggio 1814 e divenne un autore ripudiato da tutti in Russia. I conservatori lo disprezzavano perché attaccava la monarchia; i bolscevichi la rifiutarono perché odiava Marx ed era panslavista e nazionalista russo; I cristiani ortodossi erano inorriditi dalla sua empietà; gli atei lo consideravano un mistico che predicava la strana idea di un uomo interiore.

Nessuno di loro simpatizzava con l'anarchismo di Bakunin. Le sue idee non sono mai state realizzate. Le organizzazioni anarchiche (senza le quali la vittoria dei bolscevichi nel 1917 sarebbe stata impossibile) furono eliminate in tutta la Russia perché incompatibili con la dottrina marxista dello Stato rivoluzionario e con l'imposizione di una dittatura. Gli anarchici rifiutarono l'instaurazione di qualsiasi forma di potere organizzato e preferirono creare una federazione di liberi lavoratori composta principalmente da comunità rurali e contadine.

Ma Bakunin amava la Russia. Era disposto a qualsiasi sacrificio per lei: pensava di sacrificare gli altri, ma soprattutto pensava di sacrificare se stesso. Tali idee contrastano con i milioni di codardi che sono disposti a sottomettersi al potere per ottenere cibo e riparo senza mai sfidare Dio o il diavolo. Se una persona non trova alcuna differenza tra il bene e il male, allora possiamo dire che ciò che considera "buono" è semplicemente spazzatura. Quelli sono i veri codardi e non quelli che scelgono il male o qualcosa di molto simile al male come è successo con Bakunin. Il codardo è colui che sceglie di sottomettersi all'obbedienza cieca e non vuole essere libero.

Bakunin è, prima di tutto, un modello esistenziale.

martedì 6 luglio 2021

Mi inchino alla grandezza del Partito Comunista Cinese (Alexander Dugin)

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Innanzitutto, pensando che il campo ideologico nel mondo di oggi non sia molto chiaro, vorrei valutare il Partito Comunista Cinese dai risultati storici. Sia Mao Zedong che Deng Xiaoping erano sostenitori del marxismo, che da 70 anni a oggi ha svolto un ruolo molto importante nel governo del Partito Comunista Cinese.

La cosa grandiosa del Partito Comunista Cinese è che ha preservato la sovranità della Cina. Rispetto all'esperienza fallimentare del PCUS, il Partito Comunista Cinese ha molto successo. Nelle riforme, specialmente nelle riforme economiche e democratiche, il PCC ha ottenuto grandi risultati. Non ha portato alla distruzione del paese, ma ha reso il paese più prospero. Il Partito Comunista Cinese continua a svilupparsi e a rimanere saldo nel mondo, portando benessere al popolo cinese.

Allo stesso tempo, la sua ideologia è strettamente legata alla storia e alle tradizioni cinesi e alla cultura del popolo cinese, è una continuazione della civiltà cinese ed è avanzata e all'avanguardia in questo senso.

Oggi, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida del presidente Xi Jinping, è un partito veramente avanzato e rappresenta anche l'indipendenza della Cina, che l'Unione Sovietica non ha raggiunto. La Cina ha effettivamente subito deviazioni, ma può correggere il proprio percorso di sviluppo nel tempo, quindi voglio inchinarmi davanti alla saggezza e alla grandezza del Partito Comunista Cinese. Invece di imitare il nostro percorso e dirigersi verso la distruzione, sono diventati più ricchi e prosperi.

sabato 3 luglio 2021

Democrazia morbosa (José Ortega y Gasset)

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Le cose buone che accadono nel mondo ottengono in Spagna solo una pallida eco.
Al contrario, quelle terribili risultano incredibilmente efficaci e qui acquisiscono intensità maggiore che altrove. Ultimamente l’Europa ha subito una grave svalutazione della cortesia e, contemporaneamente, in Spagna si è giunti al trionfo della scortesia. La nostra razza malaticcia si sente lusingata quando è invitata ad assumere una condotta plebea, alla stessa stregua di un corpo immobilizzato al quale venga permesso di allungarsi a suo piacimento. Il plebeismo, trionfante in tutto il mondo, la fa da tiranno in Spagna. E siccome ogni tirannia è insopportabile, sarebbe auspicabile preparassimo la rivoluzione contro il plebeismo, il più insopportabile di tutti i tiranni.

Dobbiamo ringraziare per l’avvento di una così irritante monarchia il trionfo sulla democrazia. Al riparo di questa nobile idea, la perversa affermazione di tutto ciò che è basso e volgare si è insidiata nella coscienza pubblica.

Quante volte capita! La bontà di una cosa travolge gli uomini, e messisi questi al suo servizio si dimenticano facilmente che ci sono molte altre cose buone con le quali è necessario far convivere la prima, sotto pena di trasformarla in pessima e funesta. La democrazia, in quanto tale, intesa cioè nel senso stretto ed esclusivo di norma del diritto politico, sembra essere un’ottima cosa. Però la democrazia esasperata e al di fuori dei suoi limiti, la democrazia nella religione o nell’arte, nel pensiero e nell’azione, la democrazia nel cuore e nell’abitudine è il peggior morbo che può affliggere una società

Tanto più ridotta è la sfera di azione di un'idea, tanto più perturbatrice sarà la sua influenza se si pretende proiettarla sulla totalità della vita.

Immaginatevi quello che succederebbe se un vegetariano convinto aspirasse a guidare il mondo dall’alto del suo vegetarianesimo culinario: in arte censurerebbe tutto ciò che non fosse paesaggio orticolo; l’economia nazionale sarebbe prevalentemente agricola; la religione ammetterebbe solo arcaiche divinità cerealicole; la scelta dell’abbigliamento oscillerebbe solo tra canapa, lino e iuta e, in filosofia, si ostinerebbe a propagandare una botanica trascendentale.

Ebbene non appare meno assurdo l’uomo che, come ce ne sono tanti oggi, ci viene accanto e ci dice: “lo sono innanzitutto un democratico”.

martedì 29 giugno 2021

Paetel e il Programma della sinistra Nazionalsocialista

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Paetel e il Programma della Sinistra Social-Rivoluzionaria del NSDAP
Una bozza di programma per il NSDAP scritto da Paetel nel 1929


Come i lettori del nostro sito sanno Karl Otto Paetel è oggi più noto per il suo Manifesto nazionale bolscevico del 1933. Il Manifesto è stato scritto in un periodo in cui Paetel era leader del "Gruppo dei nazionalisti social-rivoluzionari" (GSRN), un'organizzazione che, ispirata al programma "nazional-comunista" del Partito Comunista di Germania (KPD) del 1930 e a riviste nazionaliste come Aufbruch, ha incentrato gran parte del suo attivismo sull'incoraggiare i nazionalisti a creare legami con la sinistra rivoluzionaria. L'orientamento fortemente pro-comunista del GSRN derivava in parte da precedenti tentativi infruttuosi di Paetel di riformare il movimento nazionalsocialista. Prima che il GSRN fosse fondato il giorno dell'Ascensione del 1930, Paetel era coinvolto in un gruppo informale chiamato "Arbeitsring Junge Front". Pur essendo ancora concentrato sulla promozione della cooperazione tra sinistra e destra, il Fronte dei Giovani all'epoca considerava il NSDAP (Partito nazional socialista tedesco dei lavoratori) come la fonte chiave per il potenziale cambiamento socio-rivoluzionario, dirigendo la maggior parte delle sue energie verso il sostegno dell'opposizione di "sinistra" all'interno del NSDAP e incoraggiando il dibattito interno al Partito sulle sue politiche e orientamenti. Fu a questo scopo che Paetel e altri membri dell'Arbeitsring Junge Front scrissero la breve bozza del programma riprodotto di seguito. Una versione rivista dei 25 punti originali del NSDAP (alcuni elementi sono letteralmente identici), il progetto di programma del Fronte Giovani è più esplicitamente social-rivoluzionario, comprese le richieste di nazionalizzazione di massa, espropriazione della terra e l’alleanza tedesco sovietica. Il programma fu distribuito clandestinamente per la prima volta al Congresso del Partito a Norimberga dell'agosto 1929 prima della sua pubblicazione formale sulla rivista nazionalista Das Junge Volk il 1° ottobre. Il documento, inevitabilmente, ebbe scarso impatto reale: nel maggio 1926, sulla scia della Conferenza di Bamberg, Hitler aveva già dichiarato ufficialmente "inalterabili" i 25 punti e il programma del Fronte non fece progressi nell'incoraggiare il dibattito tra le leadership. Tuttavia, ha generato interesse tra alcuni membri della base del Partito, portando a legami più forti con i membri del NSDAP, molti dei quali in seguito avrebbero formato il nucleo del GSRN.


Nazionalismo social-rivoluzionario:


una proposta per la revisione del programma del Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (NSDAP)

Pubblicato la prima volta nel Das Junge Volk , XI, 1° ottobre 1929.



Il NSDAP è un partito nazionalista. Il suo obiettivo è la nazione tedesca libera.

Il NSDAP è un partito socialista. Sa che la nazione tedesca libera può sorgere solo attraverso la liberazione delle masse lavoratrici della Germania da ogni forma di sfruttamento e di oppressione.

Il NSDAP è un partito dei lavoratori. Professa la lotta di classe dei produttivi contro i parassiti di tutte le razze e credi.

Il NSDAP pertanto richiede:

1. L'integrazione di tutti i tedeschi, sulla base del diritto dei popoli all'autodeterminazione, in un Grande Reich Tedesco;

2. Parità di status per il Volk tedesco con le altre nazioni; l'annullamento di tutti i trattati, obblighi e debiti del precedente governo capitalista;