martedì 30 giugno 2020

Lenin, l'avatar rosso dell'Eurasia (Alexander Dugin)

In questo articolo Dugin parla di come è cambiata la sua opinione riguardo Lenin. Dapprima considerato negativamente, poi coraggiosamente e grazie all'evidenza storica di nuovo eretto sul piedistallo dei Titani del Continente.
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Prima [Vladimir Ilyich] Lenin (1870–1924) non mi piaceva. Tutti intorno a me dicevano: "Lenin, Lenin..." La maggioranza ha sempre torto. Durante l'era sovietica, portavo mio figlio piccolo a sputare sulle statue di Ilyich. All'epoca, leggevo Evola e Malynsky e credevo che Lenin fosse il principale agente contro-iniziatico del "mondo moderno", che distrusse l'ultima roccaforte della tradizione: l'impero russo ortodosso.

Ho deriso Lenin e ho disprezzato i leninisti e, vedendo citazioni dalle sue opere, mi è venuta voglia di versare acqua bollente sugli autori che hanno usato queste citazioni. Ricordiamo che, a quei tempi, la stragrande maggioranza dei riformisti liberali di oggi erano entusiasti leninisti, glorificando Ilyich con le loro lingue sempre pronte, avvolgendosi nelle loro giacche, contorcendosi e strillando come in un buco umido e accogliente.

Sono nato troppo tardi per assistere a un periodo in cui le persone credevano sinceramente a Lenin (e Stalin) come divinità. Sono venuto a vivere in una Sovdepia in disgustosa decomposizione, dove nessuno sapeva o credeva più in qualcosa, chinandosi verso chiunque fosse al potere in quel momento. Ho pensato che Lenin fosse un idolo oscuro (tagut), violentando gli ultimi Untermenschen sovietici mentre grugnivano con piacere.

Mi sono sbagliato.

lunedì 29 giugno 2020

La rivoluzione russa è una rivoluzione socialista? (Nicola Bombacci)

Proponiamo in versione scaricabile in file pdf l'articolo “Dalla Rivoluzione di Ottobre alla nuova costituzione di Stalin” capitolo del libro (raccolta di brevi saggi) di Nicola Bombacci titolato “Il mio pensiero sul Bolscevismo” edito dalle sue edizioni “La Verità”. 


Da questo breve saggio si possono cogliere interessanti spunti. Superando senza problemi l'intenzione propagandistica anti russa vigente nell'Italia del 1937 è evidente la forma mentis marxista di Bombacci che critica prima Lenin (pur considerandolo geniale) poi Stalin per non aver proseguito le intenzioni originali del comunismo ossia la rivoluzione internazionale. Esso riconosce come Stalin

domenica 28 giugno 2020

Razzismo e occidentalismo (Alexander Dugin)

Uno stralcio di un articolo di Dugin, in cui spiegando il suo approcci oalla conoscenza evidenzia come il razzismo sia connaturato al sistema liberale e non come vogliono farci credere in tempi di Black Lives Matter una sua deviazione.

Un altro punto fondamentale è che non esiste, né può esistere, una gerarchia tra culture o popoli poiché i tre Logos si combinano tra loro in modi del tutto specifici e peculiari e il modo in cui lo fanno è proprio a ciascuna cultura. La nostra storia, la nostra identità, l’identità profonda di un popolo appartenente ad una cultura o religione corrisponde precisamente a questa combinazione, ad un particolare equilibrio di questi tre Logos. E poiché esiste un numero praticamente infinito di combinazioni, di mutamenti nelle proporzioni tra le forme dei tre Logos, il numero di società umane possibili è virtualmente illimitato. Ne consegue l’impossibilità di creare qualsivoglia tipo di gerarchia. Le società arcaiche vedranno la dominazione di uno dei tre Logos, le moderne di un altro, e viceversa, ma in ogni caso non vi è alcuna norma generale o universale.

venerdì 26 giugno 2020

George Sorel: fascismo e comunismo, la coerenza della rivoluzione (Mario Bernardi Guardi)

Georges Sorel muore il 27 agosto del 1922.

In un momento in cui per i bolscevichi in Russia e per i fascisti in Italia -gli uni e gli altri figli dell'ardente messianismo soreliano- c'è una specie di diritto alla rivoluzione o alla conquista dello Stato, che la guerra ha reso esplicito: paradossalmente i governi, mobilitando le masse e gettandole nella fornace del conflitto, hanno offerto al cives/miles l'occasione storica per diventare parte attiva dello Stato e, insieme, arma politica per contestarlo.

Kurt Suckert -il futuro Curzio Malaparte- lo capiva bene: il fante-carne-da-cannone -che si ribella alle idee di patria e di eroismo, imposte dagli stati maggiori e dalle oleografie borghesi, e contro di esse fa Caporetto- è il santo maledetto che, confusamente, una sua patria e un suo modello di eroismo intuisce ed evoca. E che il suo mito si chiami Italia o classe operaia non fa grande differenza, purché nell'una o nell'altra egli, depositario e dispensatore di energie nuove, si senta cittadino o compagno. O magari l'una e l'altra cosa?
È questo che vede e vuole il Sorel che, sul limitare della vita, ripensa il proprio socialismo, traccia bilanci, guarda con simpatia Lenin che ha fatto la rivoluzione e a Mussolini che sta per fare la marcia su Roma? Che Sorel muoia lasciando eredità di affetti sia tra i fascisti che tra i bolscevichi è indubbio. E come poteva essere diversamente? Ci ricorda comunque Giuseppe Ludovico Goisis che «l'interpretazione del sindacalismo rivoluzionario che è finita per imporsi è quella stessa che del fenomeno ha dato il fascismo».
Nella voce "Fascismo" firmata da Benito Mussolini nell'Enciclopedia Italiana si legge: «Nel grande fiume del fascismo troverete i filoni che si dipartono dal Sorel, dal Peguy, dal Lagardelle del Mouvement socialiste e dalla coorte dei sindacalisti italiani che tra il 1904 e il 1914 portarono una nota di novità nell'ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, con le "Pagine libere" di Olivetti, la "Lupa" di Orano, il "Divenire sociale" di Enrico Leone».

giovedì 25 giugno 2020

L'impero sovietico e i nazionalismi nel periodo della perestrojka (Alexander Dugin)


Il valore dell'Impero


Per me personalmente, in quanto tradizionalista (nel senso che mi identifico, tra gli autori contemporanei, soprattutto nella linea di René Guénon e Julius Evola), l'Impero, l'idea di Impero, costituisce la forma positiva e profondamente sacra dello Stato tradizionale. Il nazionalismo, invece, non è che una tendenza sovversiva, profana, laica, che si dirige contro l'Unità dell'ordine sovranazionale dell'Impero, della forma ecumenica. D'altra parte, per me in quanto russo, l'Impero costituisce il modo di vita più idoneo e, in qualche maniera, più naturale. Noi siamo forse l'ultimo popolo imperiale rimasto al mondo. E' per questo che presso i Russi l'idea di nazione è strettamente legata all'idea di Impero, e il nostro «nazionalismo» ha in sé qualcosa di «imperiale». Quando diciamo «i Russi», noi vogliamo dire per lo più «i nostri», e vi includiamo la grande quantità dei popoli che abitano le nostre terre e condividono con noi l'immenso spazio geopolitico che è la Russia. Dostoevskij diceva che «essere russo significa essere l'uomo universale (vsëcelovek)». Indubbiamente questo particolare atteggiamento è responsabile del sentimento che anima oggi i Russi nei paesi baltici.. Essi hanno fatto del concetto di «nostri» una sorta di idea politica che trascende la questione della nazionalità, dell'ideologia politica ecc. «I nostri» per cui si battono e muoiono i difensori dell'unità dell'URSS in ogni angolo delle varie repubbliche non costituiscono un gruppo politico, sociale, nazionale o razziale, ma sono tutti coloro che, qualunque sia lo strato sociale o razziale cui appartengono, sono contrassegnati dalla presenza dell'istinto imperiale. Qui non si tratta né di demagogia politica, né di ipocrisia. Ad agire è la «coscienza imperiale», il sentimento quasi mistico di essere vsëcelovek, «uomo universale».

martedì 23 giugno 2020

Radici metafisiche delle ideologie politiche (Alexander Dugin)


Attualmente, nella sociologia, nelle scienze politiche e nelle discipline affini come la storia delle religioni, l'etnologia e l'antropologia (che negli ultimi tempi ha sottratto un certo spazio alla statistica e all'economia politica, regna il caos più completo per quanto concerne la definizione degli orientamenti ideologici fondamentali, quali possono essere il fascismo, il comunismo, il socialismo, la democrazia eccetera. Come se non bastasse il fatto che gli stessi comunisti, fascisti e democratici definiscono le loro posizioni in maniera confusa e spesso contraddittoria (il che è dovuto in gran parte a esigenze propagandistiche), l'eccessiva popolarità di cui gode la metodologia proposta dalla Nuova Sinistra ha provocato una confusione totale in questo campo, sicché «fascismo» è diventato sinonimo di «male assoluto», mentre «comunismo» (leggasi «libertà totale di desideri») è diventato sinonimo di «bene assoluto». D'altro canto, presso i democratici e i liberali centristi gode una grande fortuna un'altra formula. diffusa soprattutto dai sovietologi: «comunismo uguale fascismo». Se aggiungiamo altri fattori come la religione, il governo autoritario, le peculiarità nazionali o i cataclismi ecologici, allora le strutture logiche si sfasciano come un castello di cartapesta e le argomentazioni razionali cedono alle prese di posizione passionali, le emozioni, alle simpatie nazionali e personali e così via.

Tutto ciò si riflette in misura ancora più grande nella nostra politologia sovietica, la cui situazione, già caotica di per sé (indipendentemente dal caos che regna nella medesima branca in occidente) si aggrava sempre più a causa della cronica necessità di mentire e di occultare il proprio punto di vista, cosa che comporta come conseguenza logica il predominino assoluto di «osservazioni indirette», vale a dire di opinioni basate sui dogmi totalitari, i cui riti formali non possono essere abbandonati nemmeno per un attimo.


Eurasia-Islam: il Reich del futuro (Martin Schwarz)

"L’imperialismo impone, l’Impero compone" Julius Evola


L’Eurasiatismo è una filosofia aperta, non dogmatica che può essere arricchita con nuovi contenuti: scoperte religiose, sociologiche ed etnologiche, ricerche geopolitiche, economiche, geografiche, culturali strategiche e politiche, ecc. Inoltre la filosofia eurasiatista offre soluzioni originali nei specifici contesti linguistici e culturali: l’Eurasiatismo russo non sarà lo stesso delle versioni francese, tedesca o iraniana. Tuttavia, la struttura fondamentale della filosofia rimarrà invariata“. Alexander Dugin, The Eurasian Idea (evrazia.org, 1)

L’idea (neo)eurasiatista, come presentata in una visionaria ma distinta struttura ideologica e geopolitica da Alexander Dugin, è nata nel centro del blocco continentale eurasiatico. L’integrazione dell’intero continente da Porto a Vladivostok può essere motivo d’ispirazione, l’importanza risiede nella realizzazione dell’imperativo anti-americano: fermare la crescita dell’influenza e del dominio atlantisti e farli regredire con misure culturali, economiche, politiche e – ovunque necessario – anche militari. I dettagli di una simile integrazione sono tuttavia legati alle circostanze locali. E per quanto appassionanti possano essere le bozze di A.Dugin riguardanti per esempio la saldatura dell’asse Mosca-Teheran, le prospettive e priorità da un punto di vista centroeuropeo e tedesco possono essere differenti, anche se potrebbero convergere in ultima istanza.

(Nota bene: da chi vive nel territorio degli USA l’idea eurasiatista può essere vista come un’alleata, nella misura in cui essi desiderano interrompere l’avventura imperialista (pseudo)messianica e perciò ridurre gli USA al loro territorio nazionale. In questo senso essi stessi possono seguire l’imperativo anti-americano.)

Il solo punto di partenza possibile per una ricostruzione ideologica dell’Europa Occidentale, essendo i paesi che la compongono non ortodossi, può essere la Reichsidee, l’idea del Imperium nella forma di evoluzione organica della storia europea. Come “Reich” può essere qui considerata un’unità sovranazionale che non imponga una struttura omogenea a genti, religioni e tradizioni, ma piuttosto le componga sotto una comune idea o meta. Ovviamente non è necessario utilizzare il termine “Reich” per avere un simile ordinamento.

ERNST NIEKISCH: dalla nazione all'Eurasia (Daniele Perra)


PARTE I 
ERNST NIEKISCH E LA GEOPOLITICA

Perennemente ostracizzato e bollato con lo sprezzante appellativo di “rossobrunismo”, il pensiero di Ernst Niekisch, declinato nella sua dimensione geopolitica, può nuovamente indicare all’Europa la via per liberarsi da ogni forma di servitù nordatlantica.

“O siamo un popolo rivoluzionario, o cessiamo definitivamente di essere un popolo libero”. Così è scritto sulla targa posta nella sua vecchia abitazione a dieci anni dalla morte, avvenuta a Berlino Ovest nel 1967 in totale solitudine e abbandono. Un aforisma che in poche parole sintetizza l’impegno di una vita intera. Ed Ernst Niekisch ha speso ogni singolo attimo della sua esistenza nel tentativo di restituire alla Germania ed al suo popolo quel ruolo di centro e guida continentale che, nella sua prospettiva, geograficamente e filosoficamente le spettavano di diritto.

La Germania, di fatto, è il cuore dell’estensione peninsulare occidentale dell’Eurasia. Piaccia o meno, l’Europa non può fare a meno della Germania, la quale, al contrario della Gran Bretagna storicamente antieuropea, nel bene e nel male ha sempre svolto un ruolo attivo all’interno del continente, fin da quando gl’Imperatori della casa di Svevia dovettero scontrarsi con le pulsioni centrifughe dei Comuni ribelli nell’Italia settentrionale.

lunedì 22 giugno 2020

JEAN THIRIART: PROFETA E MILITANTE (Carlo Terracciano)

“J’écris pour une espèce d’hommes qui n’existe pas ancore,
pour les Seigneurs de la Terre …
(F. Nietzsche, La Volontè de puissance).

“ Scrivo per una categoria di uomini che non esiste ancora,
per i Signori della Terra…”

L’improvvisa scomparsa di Jean Thiriart è stata per noi come un fulmine a ciel sereno; per noi, militanti europei che, nel corso di vari decenni, abbiano imparato ad apprezzare questo pensatore dell’azione, soprattutto dopo il suo ritorno alla politica attiva, dopo svariati anni di “esilio interiore” nel quale ha potuto meditare e riformulare le sue precedenti posizioni. A maggior ragione, la sua morte ha sorpresi noi, suoi amici italiani che lo abbiamo conosciuto personalmente nel suo viaggio a Mosca nel 1992, nel quale formavamo insieme una delegazione Europea-Occidentale in visita alle personalità più rappresentative del Fronte di Salvezza Nazionale. Questo fronte, grazie al lavoro dell’infaticabile Alexandre Dugin, animatore mistico e geopolitico della rivista Dyenn (il Giorno), iniziò a conoscere e a stimare gran parte degli aspetti del pensiero di Thiriart e li ha diffusi nei paesi dell’ex-URSS e in Europa Orientale. Personalmente, ho l’intenzione, nelle pagine che seguono, di onorare la memoria di Jean Thiriart sottolineando l’importanza che il suo pensiero ha avuto e ha ancora oggigiorno nel nostro paese; dagli anni ‘60/’70 nel campo della geopolitica. In Italia la sua fama riposa essenzialmente nel suo libro, il solo che ha realmente dato una coerenza organica alle sue idee nel campo della politica internazionale: “Un Impero di 400 milioni di uomini, l’Europa” edito da Giovanni Volpe nel 1965, quasi trent'anni or sono.

domenica 21 giugno 2020

Sulla questione ebraica (Karl Marx)

I

Bruno Bauer, La questione ebraica. Braunschweig, 1843.

Gli ebrei tedeschi chiedono l'emancipazione. Quale emancipazione essi chiedono? L'emancipazione civile, politica.

Bruno Bauer risponde loro: nessuno in Germania è politicamente emancipato. Noi stessi non siamo liberi. Come potremmo liberare voi? Voi ebrei siete egoisti se pretendete un'emancipazione particolare per voi in quanto ebrei. Voi dovreste, in quanto tedeschi, lavorare per l'emancipazione politica della Germania, in quanto uomini, per la emancipazione umana, e non sentire come un'eccezione alla regola il modo particolare della vostra oppressione e della vostra ignominia, ma piuttosto come conferma della regola.

Ovvero gli ebrei pretendono la parificazione con i sudditi cristiani? Ma così essi riconoscono come legittimo lo Stato cristiano, così riconoscono il regime dell'asservimento generale. Perché dispiace loro il proprio giogo particolare, se accettano il giogo generale? Perché il tedesco dovrebbe interessarsi alla liberazione dell'ebreo, se l'ebreo non si interessa alla liberazione del tedesco?

giovedì 18 giugno 2020

Perché il fascismo era (è) sbagliato? (Alexander Dugin)

Dugin perché il fascismo era sbagliato, fascism was wrong
1. Era moderno e prendeva le mosse del concetto appartenente alla filosofia dell'Illuminismo. È assolutamente sbagliato: la modernità è malvagità e menzogna. Era la teoria politica moderna. Molto meglio di altre teorie politiche moderne, ma comunque moderna. Essenzialmente. In tutti i suoi aspetti che erano non moderni, anti-moderni e post-moderni non era sbagliato.

2. Era eurocentrico. Qualsiasi gruppo etnico è etnocentrico. È abbastanza normale. Ma essere eurocentrici nell'Europa moderna equivale ad essere anti-europei, perché la modernità europea non è affatto europea. Essere eurocentrici nell'Europa moderna e contro tutte le altre società (non europee) giudicate arretrate e sub-umane significa essere anti-tradizionali. L'appello al ritorno alle radici europee (tedesche, indo-ariane) fu legittimo e valido. Ma l'opposizione della profonda identità dell'Europa alle identità di altre società (molto meno modernizzate della Germania del XX secolo) era assolutamente sbagliata e ingiustificabile.

3. Era basato sul piccolo nazionalismo. Quindi tedeschi contro francesi, schiavi e così via. Era sbagliato e molti pensatori e combattenti tedeschi che sostenevano Hitler erano contrari a tale posizione (incluso Leon Degrelle per esempio). Il nazionalismo tedesco o italiano è una cosa - in definitiva piccola cosa. Quello indoeuropeo (indo-ariano) è altro, molto più grande. La Sacra Tradizione e il Terzo Impero dello Spirito sono la terza cosa, la più grande. Se un piccolo nazionalismo accetta di essere incorporato nel contesto indoeuropeo è positivo. Quando sottolinea le differenze interiori è male. Lo stesso per la civiltà indoeuropea. Se riconosce la sua natura sacra (Tradizione) è buona. Se si concepisce come obiettivo in sé non è accettabile e perde la sua legittimazione.

giovedì 11 giugno 2020

Citazione sullo Stato di José Ortega y Gasset

“La realtà che chiamiamo Stato, lo ripeto ancora una volta, non è una spontanea convivenza di uomini che la consanguineità ha unito. Lo Stato nasce quando gruppi originariamente separati e distinti si costringono a convivere tra loro. Questo obbligo non è nuda violenza, ma presuppone un progetto attivo, un compito comune che si propone ai gruppi dispersi. Lo Stato è, innanzi tutto, un progetto d’azione, un programma di collaborazione. Si fa appello alle genti affinché nell’unione realizzino un’impresa. Lo Stato non è consanguineità, né unità linguistica, né unità territoriale, né contiguità d’abitazione. Non è nulla di materiale, d’inerte, di prestabilito, di limitato. E’ un puro dinamismo – la volontà di compiere qualcosa in comune –, in virtù del quale l’idea statale non è circoscritta da nessun confine fisico.”

José Ortega y Gasset, “La Ribellione delle Masse”

martedì 9 giugno 2020

Il fascismo immenso e rosso (Alexander Dugin)

Nel XX secolo solamente tre forme ideologiche hanno potuto provare la realtà dei propri principi in materia di realizzazione politico-statale: il liberalismo, il comunismo e il fascismo.

Anche volendo, sarebbe impossibile citare un altro modello di società che sia esistito nella realtà e allo stesso tempo non sia una forma delle tre suddette ideologie. Ci sono dei paesi liberali, dei paesi comunisti e dei paesi fascisti (nazionalisti). Gli altri sono assenti. E non possono esistere.

In Russia, abbiamo passato due tappe ideologiche – quella comunista e quella liberale.

Manca un fascismo.

CONTRO IL NAZIONAL-CAPITALISMO

Una delle versioni del fascismo che, pare, la società russa è già pronta ad accettare oggi (o quasi), è il nazional-capitalismo.

Non c’è quasi alcun dubbio che il progetto del nazional-capitalismo o del «fascismo di destra» è l’iniziativa ideologica della parte d’élite della società che è seriamente preoccupata dal problema del potere e che sente nettamente lo spirito dei tempi.

Tuttavia la versione «nazional-capitalista», di «destra» del fascismo, non esaurisce affatto l’essenza di questa ideologia. Inoltre, l’unione della «borghesia nazionale» e degli «intellettuali» sulla quale, secondo alcuni analisti, si fonderà il futuro fascismo russo, rappresenta un brillante esempio di un approccio del tutto estraneo al fascismo, sia come concezione del mondo, che come dottrina e come stile. Il «dominio del capitale nazionale» è la definizione marxista del fenomeno fascista. Essa non prende minimamente in considerazione la base filosofica specifica dell’ideologia fascista, ignora coscientemente il pathos di base, radicale, del fascismo.

Prima guerra mondiale: cause celate e di lungo periodo (Janos Drabik)

Proponiamo alcuni stralci presi dal libro "Equals e more equals. Semitism is an organized private power" del dr. ungherese Janos Drabik


Strategia di dominio mondiale dell'élite del potere monetario

La creazione delle condizioni che portarono alla prima guerra mondiale necessitavano della realizzazione di una strategia sincronizzata, che ha richiesto molti decenni. L'accordo di pace di Versailles ha già servito in modo inequivocabile alla preparazione del sistema globale controllato da un unico centro.

Sono stati superati molti ostacoli per stabilire una situazione favorevole per l'élite mondiale del potere monetario. Inclusa l'influenza delle decisioni geopolitiche britanniche nel 1870, immediatamente dopo la guerra civile americana. A quel tempo l'impero mondiale britannico era già, dall'interno, sotto il dominio del denaro. Ciò fornisce una risposta alla domanda sul perché Londra, tra il 1870 e il 1914, si sforzò di iniziare una grande guerra: doveva rafforzare l'esecuzione della strategia mondiale del potere monetario celata dietro l'impero britannico.

Il sistema globale controllato da un unico centro era l'obiettivo dell'élite mondiale del dominio del denaro, per la cui realizzazione ha usato l'Impero britannico nel 19° secolo. Gli architetti dello stato globale si avvicinarono abbastanza a questo loro obiettivo con l'aiuto di Londra tra il 1848 e il 1863.

lunedì 8 giugno 2020

The Spider's Web: Britain's Second Empire


Pubblichiamo un interessante video, pieno di motivi di riflessione