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sabato 9 aprile 2022

Lo spazio politico della resistenza tedesca (Ernst Niekisch)

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In questo saggio del 1931, Ernst Niekisch indica il compito della resistenza all'occupazione occidentale della germania. Sono evidenti le incredibili similitudini  fra la Germania di Weimar (sotto il controllo di Versailles) e l’Europa di oggi, sottoposta alla gestione delle istituzioni EU e alla Nato. Allo stesso modo incredibili sono le similitudini con la nostra attuale società: la borghesia liberale non riesce più a rispettare le sue promesse di ricchezza, oggi come ieri. Doveva darci ricchezza, non crea altro che povertà e malessere. Quello che oggi non sta succedendo (almeno in apparenza...), a differenza di ieri, è la nascita e l'affermarsi di opposizioni alla società borghese morente: ma ecco qui un altro motivo di grande interesse per leggere Niekisch; si fa un gran parlare oggi di "rossobruni" e "nazbol", spesso per infangare queste posizioni e collegarle al nazismo o al comunismo. Ma ecco che un grande politico "rossobruno" come Niekisch critica aspramente i Partiti Partiti comunista e nazionalsocialista, indicando come non fanno altro che perpetuare i valori borghesi. Diverso è invece l'approccio realista che va seguito: La Russia sovietica è il bastione contro Versailles, quindi contro l'occidente. La Germania per resistere deve allearsi con la Russia e deve carezzare la forza tattica del socialismo. Lo stesso Lenin ha basato la sua idea sulla forza nazionale russa. Continuiamo a stupirci su come un autore della rivoluzione conservatrice come Niekisch riesca a parlarci e indicarci la giusta postura da tenere cento anni dopo. 

*

Dal 1918, in Germania, si è andati verso un punto in cui i bisogni vitali dello Stato si trovano in totale incompatibilità con quelli della società borghese, un punto in cui è divenuto necessario a tutti i costi decidersi per lo Stato o per la società borghese. Da allora non si può essere che borghesi o tedeschi. Essere un borghese tedesco equivale ad incarnare una contraddizione insolubile. Applicare una politica borghese e tedesca non è oggettivamente possibile. Necessariamente, essa risulterà sempre un tradimento nei confronti della Germania da parte della borghesia. Per ragioni di autoconservazione, la borghesia tedesca deve diventare “paneuropea”; per poter continuare ad esistere, deve integrare la Germania nella Pan-Europa. La società borghese, la cultura occidentale, la situazione creata da Versailles sono, dal 1918, aspetti diversi di una stessa realtà. Ma il vero senso di questa realtà è la sottomissione della Germania e l'estorsione di tributi imposti al popolo tedesco. Una politica tedesca, volendo soddisfare i bisogni vitali del Paese, non può che essere antiborghese, anticapitalista e antioccidentale. Se non lo sarà, inevitabilmente ricadrà sempre negli interessi della Francia.

La società borghese ha prodotto un tipo di uomo a sua perfetta immagine e somiglianza. È la "personalità liberale" che è tratta interamente dall'economia e occupa posti chiave nell'industria, nel commercio e nella finanza. L'economia è il suo destino sotto ogni punto di vista, ed egli intende la politica esclusivamente in funzione dell'economia. Il suo benessere, la percezione che ha della propria importanza,

giovedì 10 febbraio 2022

Diritti dell'uomo e libertà politica (Jean Claude Michéa)

Michéa, diritti dell'uomo

Una cosa è riconoscere, con tutti i socialisti del XIX secolo, che la «repubblica borghese» (o liberale, se si preferisce) rappresenta, sul piano delle libertà individuali, un progresso politico evidente rispetto a tutte le forme di assolutismo e di oppressione patriarcale [A]. Altra cosa, in compenso, è considerare il linguaggio liberale dei «diritti dell’uomo» come l’unico fondamento filosofico possibile di qualunque tutela della libertà politica [B]. Questa seconda tesi sembra dimenticare – senza nemmeno star qui a menzionare l’Habeas Corpus o la preziosa tradizione del «repubblicanesimo civico» – che molti pensatori dell’antichità possedevano già uno spiccato senso del principio di libertà. «La libertà – scriveva per esempio Cicerone – non può risiedere in nessuno Stato se non in quello in cui il potere supremo appartiene al popolo
Bisogna riconoscere che non esiste bene più dolce, e che se non è uguale per tutti non è nemmeno libertà. Ma come potrebbe la libertà essere uguale per tutti, non dico in un regno dove la servitù risulta chiara e palese, ma in uno Stato dove i cittadini sono liberi soltanto a parole?» (La Repubblica, libro 1). Contrariamente a quello che sembrano ancora pensare molti militanti della sinistra postmitterrandiana – eredi perfetti, sotto questo aspetto, dell’ideologia colonialista di Jules Ferry e della Terza Repubblica –, la storia della civiltà umana non inizia certo con la Francia del 1789 [C]. E del resto basterebbe un minimo di conoscenza della storia delle società antiche – per esempio quella dell’Egitto dei faraoni, della Mesopotamia o del Medioevo occidentale – per accorgersi in fretta che un certo numero di quelle libertà politiche o «sociali» che agli occhi di un teologo del «senso della Storia» dovrebbero caratterizzare unicamente la modernità capitalistica – che riguardino la condizione della donna, le possibilità effettive del divorzio, la tutela dei più deboli o la piena legittimazione dell’omosessualità – non erano per nulla estranee a quelle stesse società antiche, come invece ancora oggi pensa la maggior parte degli ideologi «progressisti» (nella sua opera classica sulla nascita e lo sviluppo delle persecuzioni in Europa, pubblicata nel 1987, lo storico inglese Robert Moore dimostrava in modo molto convincente che prima della comparsa del moderno Stato centralizzato – a partire dall’XI secolo – la maggior parte delle «minoranze», a cominciare dagli ebrei, dagli eretici e dai lebbrosi, godeva di uno statuto molto più protettivo e di molta più tolleranza).

venerdì 13 agosto 2021

Borghesia: schiavitù della proprietà e del denaro (Nikolaj Berdjaev)

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Esiste la seduzione e la schiavitù dell’aristocratismo. Ma ancor più sussiste la seduzione e la schiavitù della borghesia. La borghesia non è soltanto una categoria sociale legata alla struttura classista della società, ma è anche una categoria spirituale. Io mi interesserò principalmente della borghesia come categoria spirituale. Probabilmente più di ogni altro per la denuncia della saggezza borghese ha fatto Léon Bloy nel meraviglioso libro Exegèse des lieux communs. La contrapposizione della borghesia al socialismo è molto relativa e non scende in profondità nel problema. Herzen comprendeva bene che il socialismo può essere borghese. La concezione del mondo della maggior parte dei socialisti è tale che essi non comprendono nemmeno che esiste un problema spirituale della borghesia. Il borghese in senso metafisico è un uomo che crede saldamente solo nel mondo delle cose visibili che gli impongono il loro riconoscimento, e vuole occupare una posizione salda in questo mondo. È schiavo del mondo visibile e della gerarchia delle posizioni che si stabiliscono in questo mondo. Non valuta gli uomini per ciò che sono, bensì per ciò che hanno. Il borghese è cittadino di questo mondo, è il re della terra. È al borghese che è venuta in mente l’idea di diventare re della terra.

Questa è stata la sua missione. L’aristocratico conquistava terre, contribuiva con la sua spada all’organizzazione dei regni. Ma non poteva ancora diventare re della terra, cittadino di questo mondo, per lui esistevano dei confini che non poteva mai valicare. Il borghese è profondamente radicato in questo mondo, è soddisfatto del mondo in cui si è sistemato. Il borghese ha scarso sentimento della vanità del mondo, della nullità dei beni mondani. Il borghese prende sul serio la potenza economica, che non di rado venera in modo disinteressato. Il borghese vive nel finito, ha paura della forza attrattiva dell’infinito. È vero che riconosce l’infinita crescita di potenza economica, ma questo è l’unico infinito che vuole conoscere, e si ripara dall’infinito spirituale con la finitezza dell’ordine vitale che ha stabilito. Riconosce l’infinita crescita di prosperità, la crescita di organizzazione nella vita, ma ciò può solo incatenarlo nella finitezza. Il borghese è un essere che non vuole trascendersi.

giovedì 29 aprile 2021

Marx populista (Jean-Claude Michéa)

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Le opere di Kevin B. Anderson (Marx at the Margins) e di Teodor Shanin (Late Marx and the Russian Road) hanno stabilito in maniera definitiva – basandosi anche sulla scoperta di manoscritti di Marx ancora inediti – come l’incontro di quest’ultimo con gli intellettuali populisti russi lo avesse progressivamente condotto, a partire dalla metà degli anni Settanta del XIX secolo, a rivedere in modo considerevole il suo iniziale giudizio negativo sulle forme di organizzazione comunitaria delle società contadine tradizionali (e più in particolare – come si nota nei suoi ultimissimi manoscritti conservati all’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam – su quelle russe, indiane, cinesi, algerine e indonesiane) [a]. Del resto proprio quell’incontro con i Narodniki lo spingerà in parte a correggere le sue valutazioni su tutta una serie di aspetti storici rilevanti, per esempio il significato politico della rivolta dei Sepoy e di quella dei Taiping (e in via più generale sul senso stesso della colonizzazione europea). È solo un peccato che questi due saggi – ormai indispensabili per chiunque voglia cogliere il pensiero finale di Marx in tutta la sua complessità – abbiano lasciato nell’ombra il ruolo decisivo svolto, in questa evoluzione dell’«ultimo Marx», dal suo incontro a Londra nel 1870 con la giovane populista russa Elisabeth Dmitrieff

martedì 12 gennaio 2021

Marxismo e questione nazionale (Paetel, Karl Otto)

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Tratto dal Manifesto Nazional Bolscevico

Che Lenin, in ogni caso, abbia visto questo come un obiettivo futuro è indiscutibile. Lo ha espresso in modo chiaro e inequivocabile: “È con orgoglio che possiamo dire: al Primo Congresso eravamo infatti solo propagandisti; stavamo solo proclamando le nostre idee fondamentali tra il proletariato mondiale; abbiamo solo lanciato l'appello a combattere; ci stavamo semplicemente chiedendo dove fossero le persone capaci di intraprendere questa strada. Ora il proletariato avanzato è ovunque. Ovunque c'è, anche se spesso mal organizzato, un esercito proletario, e se i nostri compagni internazionali ora ci aiuteranno a organizzare un esercito unito, nulla ci impedirà di portare a termine il nostro compito.

Questo compito è la rivoluzione proletaria mondiale, la creazione di una repubblica sovietica mondiale. "(47)

Anche Trotsky, nel suo opuscolo "Contro il comunismo nazionale", propone chiaramente lo slogan degli "Stati Uniti sovietici d'Europa".

O, come dice Lenin: “Il movimento socialista non può trionfare nel vecchio quadro nazionale. Crea nuove, più alte forme di convivenza umana, in cui i bisogni legittimi e le aspirazioni progressive delle masse lavoratrici di ogni nazionalità saranno, per la prima volta, soddisfatte attraverso l'unità internazionale, a condizione che le partizioni nazionali esistenti siano eliminate". (48)

Lenin dice inoltre: "Nell'era dell'imperialismo, non ci può essere altra salvezza per la maggior parte delle nazioni del mondo che attraverso le azioni rivoluzionarie intraprese dal proletariato delle grandi potenze, che si diffondono oltre i limiti della nazionalità, abbattono quei confini e rovesciano la borghesia internazionale. Se questo rovesciamento non si verifica, le Grandi Potenze continueranno ad esistere, cioè rimarrà l'oppressione dei nove decimi di tutte le nazioni del mondo. Ma se la caduta della borghesia si verificherà, accelererà enormemente la caduta di ogni singola divisione nazionale ... "(49)

Nelle sessioni del 16° Congresso (1930, giugno / luglio), Stalin si espresse inequivocabilmente sulla questione del futuro delle lingue nazionali:

domenica 21 giugno 2020

Sulla questione ebraica (Karl Marx)

I

Bruno Bauer, La questione ebraica. Braunschweig, 1843.

Gli ebrei tedeschi chiedono l'emancipazione. Quale emancipazione essi chiedono? L'emancipazione civile, politica.

Bruno Bauer risponde loro: nessuno in Germania è politicamente emancipato. Noi stessi non siamo liberi. Come potremmo liberare voi? Voi ebrei siete egoisti se pretendete un'emancipazione particolare per voi in quanto ebrei. Voi dovreste, in quanto tedeschi, lavorare per l'emancipazione politica della Germania, in quanto uomini, per la emancipazione umana, e non sentire come un'eccezione alla regola il modo particolare della vostra oppressione e della vostra ignominia, ma piuttosto come conferma della regola.

Ovvero gli ebrei pretendono la parificazione con i sudditi cristiani? Ma così essi riconoscono come legittimo lo Stato cristiano, così riconoscono il regime dell'asservimento generale. Perché dispiace loro il proprio giogo particolare, se accettano il giogo generale? Perché il tedesco dovrebbe interessarsi alla liberazione dell'ebreo, se l'ebreo non si interessa alla liberazione del tedesco?