domenica 21 settembre 2014

Filippo Corridoni sindacalista rivoluzionario (Andrea Benzi)

PREFAZIONE
Che cosa resta? Che cosa resta del sacrificio di Filippo Corridoni, della sua azione pura e disinteressata, del suo martirio consumatosi nei borghi di Parma, di Bologna, nelle piazze e nelle vie di Milano e, infine, sulle trincee del Carso? Che cosa resta della sua lotta incessante per i diritti dei lavoratori e per la liberta e l 'unità della Patria? Se guardassimo la realtà odierna, la risposta più evidente sarebbe questa: nulla. Nulla di quel sacrificio oggi resta in questa Italia preda della politica partitica degli spot e della corruzione, preda del sindacalismo giallo e dell arroganza padronale, preda dei voleri stranieri e dell 'immigrazione selvaggia, dei poteri occulti e mafiosi, della televisione e delle discoteche, del fariseismo clericale e del neocorporativismo di qualsiasi minoranza sociale. Lo sconforto potrebbe prendere il sopravvento, ma non dobbiamo arrenderci: dobbiamo invece guardare alla realtà oggettiva e scoprirne gli incredibili elementi che spingono verso un futuro migliore.

Viviamo una fase in cui le grandi trasformazioni tecnologiche e la nuova economia stanno ridisegnando e rimodellando la società, rendendo inesorabilmente obsoleti i vecchi rapporti di potere, le certezze costruite su mezzo secolo di raccomandazioni, di monopoli, di asservimenti, di corse verso il carro del vincitore. Una classe politica educata al disprezzo della Patria, del lavoro, che nel totale perseguimento dei propri interessi affaristici, particolari e partitici, ha costruito le basi del suo potere, sta avviandosi verso la crisi definitiva. Ecco perché la riscoperta e la lettura di Filippo Corridoni diventa oggi bagaglio indispensabile per qualsiasi soggetto abbia a cuore la rivoluzione nazionale e per questa intenda agire. Perché? Perché vi è un 'incredibile similitudine fra il periodo in cui Filippo Corridoni maturò la propria esperienza, vale a dire la seconda rivoluzione industriale, ed i nostri anni, presenti e futuri: allora le aziende municipalizzate di servizi, in primis i trasporti tranviari, la diffusione della prima luce a gas, l 'utilizzo dell 'energia elettrica, il diffondersi delle prime auto, la comparsa dell 'aeroplano. Oggi la tecnologia informatica, internet, il cablaggio delle città attraverso le fibre ottiche, le biotecnologie. Ed identiche sono le frustrazioni, le delusioni, la paura di non farcela di coloro che innestavano su quegli incredibili processi di modernizzazione il giusto antagonismo politico.



La lettura di quanto segue, relazioni congressuali, brevi considerazioni, saggi, in particolare dell 'opera più matura e profonda, "Sindacalismo e Repubblica", di tutto quanto insomma di scritto ci ha lasciato il tribuno marchigiano, fatta eccezione per gli articoli pubblicati sui periodici e per l 'epistolario, può inizialmente sconcertare la stragrande maggioranza del pubblico, che, forte dei ricordi fascisti e della propaganda "sindacalista nazionale", è portato a pensare a Corridoni come una sorta di eroe, il quale, accantonando le lotte sindacali, mise al primo posto la guerra per l 'indipendenza della Patria, ed in guerra cadde. Mentre preparavo questo libro, confesso di aver avvertito un senso di profonda ignoranza e disagio: anch 'io sapevo di Corridoni, poco, anch 'io obbedivo alle proposizioni tramandate dal sindacalismo nazionale. Poi ho approfondito le conoscenze sulle fonti dirette: ed ho dovuto fare i conti con il viscerale antimilitarismo del giovane disegnatore tecnico approdato per lavoro a Milano. Ho dovuto fare i conti con il suo internazionalismo proletario, con il suo marxismo radicale, certo corretto dal mazzinianesimo e dal sindacalismo rivoluzionario, ma che pur sempre era rimasto tale. E sarebbe stato empio nei confronti della sua immagine, fare quello che la propaganda fascista di regime aveva fatto: tenere buoni gli ultimi mesi di vita del sindacalista, tacere e scartare il resto, che pure, paradossalmente, aveva spinto verso la scelta patriottica ed interventista degli ultimi mesi del 1914. E occorre rendere merito agli editori che, nel febbraio 1945, in piena crisi della Repubblica Sociale Italiana, ripubblicarono "Sindacalismo e Repubblica" senza censure, senza paure. Non esistono infatti un Corridoni buono, quello che muore sulla Trincea delle Frasche, ed uno cattivo, quello che terrorizzava la buona borghesia milanese. E ' esistito un solo Filippo Corridoni: sindacalista e soldato. Le due figure si intrecciano e si saldano ineluttabilmente.

Ma non basta: la disillusione provocata dal fallimento dello sciopero generale, come forma di lotta sindacale, portò Corridoni ad ulteriori riflessioni di una sconcertante attualità; egli individuò nella democrazia diretta lo strumento autenticamente repubblicano che avrebbe impedito lo strapotere dei partiti e che avrebbe permesso ai cittadini lavoratori un diretto controllo popolare e partecipato dello Stato. Quest 'ultimo doveva essere limitato ai minimi, in quanto pericolosa fonte di burocrazia, cristallizzazione istituzionale di inefficienze, di abusi, privilegi, prevaricazioni a favore dei funzionari pubblici e dei politicanti, spesso non scelti e nominati per le loro competenze o per la loro dedizione alla causa collettiva, ma per la loro fedeltà al partito.

Occorreva inoltre che le forze produttive dell 'economia nazionale si contrapponessero in una lotta dialettica, a viso aperto, che avrebbe favorito in ultima istanza la produzione e la stessa economia nazionale ed avrebbe condotto, con il prevalere dei lavoratori, allo stato sindacale, lo stato del lavoro: per fare ciò, occorreva assicurare il libero scambio, secondo un ottica radicalmente liberista comune anche al grande economista Maffeo Pantaleoni, Ministro delle Finanze a Fiume con D 'Annunzio. Il male peggiore era, in un simile contesto, trovarsi di fronte una borghesia come quella italiana: irresponsabile ed imbelle, assistita dalle commesse pubbliche, dai dazi, dalle sovvenzioni statali, sempre pronta a reclamare la socializzazione delle perdite e sempre pronta a privatizzare ogni suo utile. Tutto il contrario di quella borghesia sana e intraprendente, con spiccato senso del rischio d 'impresa, di cui i lavoratori necessitano per poter meglio organizzare la loro lotta. Ed ancora accenniamo alla proposta di smantellare le polizie centrali, ricettacoli di agenti al servizio del potere e non invece tutori del cittadino, di sostituirle con guardie civiche più a contatto con le esigenze del territorio e meno inclini a seguire direttrici di ordine pubblico dettate da qualche astrattore del Viminale. La costruzione poi della Nazione Armata, una sorta di milizia nazionale da contrapporre agli eserciti imperialisti, strumenti mercenari di politiche estere aggressive. Il federalismo radicale, poggiante sul decentramento di funzioni e poteri a comuni e province, e non certo alle regioni (enti che stanno perseguendo, oltre che il dissesto finanziario pubblico, il più becero centralismo neoguelfo). Ecco quindi il trinomio entro il quale può rinchiudersi il messaggio politico corridoniano: Patria, Lavoro e Libertà. Concetti che devono tornare ad animare l 'azione politica delle forze nazionali del vero cambiamento, concetti che devono trovare una simultanea realizzazione in quanto interdipendenti. Non è Patria infatti quella in cui il Lavoro non esiste o assume le forme indegne del servaggio, della questua al politicante, della raccomandazione. Non è Patria quella in cui la Libertà non esiste, tutto è proibizione e divieto, o la Libertà esiste solo nelle forme dell 'abuso e della prevaricazione di una classe partitica e burocratica sul resto dei cittadini. Non è Libertà quella in cui il Lavoro è imbrigliato nelle logiche neocorporative ed assistenziali, in cui l 'apporto produttivo, materiale ed ideale, viene visto con sospetto, in cui le prestazioni lavorative vengono rinchiuse nell 'alienante ripetitività, in cui i collaboratori delle imprese vengono selezionati in base alla totale accondiscendenza ai disegni aziendali e per ottenere ciò, vengono sottoposti a "mobbing".

Ed è proprio partendo da queste basi, che l 'azione di Filippo Corridoni, merita di essere esaminata con più giustizia e deve essere riproposta, in quanto tremendamente necessaria: non dimentichiamo che quelle corridoniane sono basi comuni, anche se non totalmente, allo stesso Mussolini ed ai fasci di San Sepolcro (nonché ai processi di socializzazione delle imprese avviati durante la Repubblica Sociale Italiana), ai quadrumviri Michele Bianchi e Italo Balbo, ad Edmondo Rossoni, a Cesare Rossi, a Romualdo Rossi, ad Amilcare De Ambris, a Libero Tancredi, a Tullio Masotti, a Comunardo Braccialarghe, a Luigi Razza, ad Ottavio Dinale, ad Agostino Lanzillo, ad A.O Olivetti, a Sergio Panunzio, a Paolo Orano, a Umberto Pasella, a Filippo Tommaso Marinetti, ed a molti dei principali ispiratori politici, non solo del fascismo delle origini, ma anche e soprattutto, del sindacalismo fascista. Ma sono altresì basi comuni all 'antifascismo più serio, più autentico, più coerente e coraggioso in quanto originatosi in tempi di sconfitta e precedente il fascismo stesso (improprio quindi definirlo "antifascismo"): quello di Alceste De Ambris, di Arturo Labriola, di Enrico Leone, di Ernesto Cesare Longobardi, di Armando Borghi e di Alberto Meschi, di Giuseppe di Vittorio. Ed ancora sono basi che si intrecciano con quelle dell 'arditismo combattente e del legionarismo fiumano di Gabriele D 'Annunzio, degli "Arditi del Popolo" di Argo Secondari, Guido Picelli, Vincenzo Baldazzi, Giuseppe Mingrino e Vittorio Ambrosini.

Molto ci sarebbe poi da scrivere sui rapporti fra Corridoni e Mussolini, rapporti non facili, di estrema diffidenza reciproca, ma anche di consapevolezza "invidiosa" del reciproco valore. Rapporti di profonda disistima prima, poi di grande collaborazione, dalla fine del 1914 fino alla morte di Corridoni, il quale, dal fronte, in trincea, raccoglieva soldi da inviare a Benito per sottoscrivere abbonamenti a "Il Popolo d 'Italia". Questo solo può dirsi: il primo era un eroe, e come tale finì. Il secondo era un politico, che sapeva ben districarsi e sapeva quando fermarsi, anche se poi, nel 1940, neppure lui si sarebbe fermato. Ma prima di non fermarsi era diventato il più giovane presidente del Consiglio della storia unitaria italiana e vi era rimasto, ininterrottamente per quasi diciotto lunghi anni. Corridoni, invece, non si fermò mai, che si trattasse di una semplice vertenza di fabbrica o di un congresso di sindacato di categoria, non si fermava mai. E non lo fece neppure di fronte al fuoco degli Austriaci: non gli piaceva la guerra. Ma sapeva, come tanti altri, che era l 'ultima possibilità della sua generazione per cambiare una società che il moderatismo giolittiano, ed il formarsi delle socialdemocrazie, stavano assopendo. Non gli piaceva la guerra, ma vi volle morire per dare massima coerenza alla sua scelta, scelta che molti, soprattutto i socialisti, gli imputavano come sfacciato tradimento del suo precedente antimilitarismo. Sapeva perfettamente che da quella guerra non sarebbe potuto tornare per presentarsi come politico: gli pesava vedere il sangue di tanti giovani spargersi nelle terre di nessuno e gli sarebbe sicuramente pesato costruirvici una carriera politica. Volle così esporsi, come gli eroi, al fuoco nemico.

Vivi ed attuali devono quindi tornare il contributo politico di Filippo Corridoni, la sua proposta, il suo ricordo. E questo testo mira, senza mezzi termini, a ciò. La vita del tribuno marchigiano fu dedicata interamente alla rivoluzione. Una rivoluzione inseguita sul campo, tanto che vi cadde: egli aprì la strada dove altri, molti purtroppo furbamente ed opportunisticamente come sempre succede, passarono. Gli eroi, verrebbe da dire,servono solo a questo: ma non è così, in quanto è dall 'eroismo che sboccia il fiore della rivoluzione. Ed è proprio questo che manca all 'Italia di oggi: non solo la consapevolezza che l 'ingiustizia economica e sociale ha raggiunto ormai livelli inaccettabili e che la Patria, minacciata nella sua indipendenza, nella sua integrità e nella sua sovranità, internamente ed esternamente, sta rovinando. Non è solo una questione di consapevolezza: di analisi intellettuali se ne fanno a migliaia. E ' una questione di volontà eroica: volontà di fare il proprio dovere politico e sacrificarsi, di non piegarsi ad una politica senza scopi, volontà che sola è l 'anima della rivoluzione per il riscatto sociale e nazionale.

Intervista all'autore

Attualità di Filippo Corridoni

Intervista ad Andrea Benzi, curatore del testo degli scritti corridoniani “Come per andare più avanti ancora”, Società Editrice Barbarossa, Milano.
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D: Andrea Benzi, poche parole per iniziare su Filippo Corridoni.
Corridoni è stato il più grande rivoluzionario delle storia italiana recente. Purtroppo la sua morte, avvenuta a soli 29 anni, ne impedì l’azione politica nell’Italia che sarebbe uscita dalla prima guerra mondiale. Nato in provincia di Macerata (a Corridonia ndr), si trasferì a Milano ed iniziò la sua attività nella formazione giovanile del partito socialista e nel sindacato. Su posizioni antimilitariste ed internazionaliste, diventò uno dei punti di riferimenti del sindacalismo rivoluzionario, quell’ala del sindacato che criticava ferocemente l’azione politica riformista e compromissoria del sindacato confederale e la strategia elettoralistica e partitica del partito socialista. La critica avveniva in nome dell’azione diretta e della rivoluzione sindacale, attraverso lo sciopero generale, il boicottaggio ed il sabotaggio dell’economia.

D: Incredibile, sembra di averci a che fare con un moderno leader dei centri sociali…Ma allora come mai il fascismo lo assunse come mito e simbolo del fascismo delle origini?
Vi fu un cambiamento, così come vi fu in Benito Mussolini, in Michele Bianchi, Edmondo Rossoni e tanti altri. Nel 1914, probabilmente deluso dal fallimento degli scioperi via via organizzati, intravedendo con molti altri, fra i quali Mussolini e De Ambris, la possibilità che la guerra fosse l’evento in grado di cambiare la società e l’uomo, si schierò a favore dell’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale e capeggiò non poche manifestazioni durante le famose “radiose giornate di maggio”, di cui divenne l’oratore principale e più ascoltato della piazza di Milano. La sua attività fu fondamentale per saldare il mondo operaio al movimento interventista.

D: Come andò a finire allora?
In lui si sviluppò quindi un crescente sentimento patriottico e nazionalistico: partì volontario e morì, consapevole del suo sacrificio, esponendosi da vero eroe al fuoco nemico, in un assalto ad una delle più munite trincee austriache, la mitica “Trincea delle frasche”, sulle Alture di Polazzo, fra Monfalcone e Gorizia. Là, ancora oggi, vi è un monumento che lo ricorda e che neppure la furia dei partigiani comunisti sloveni è stata in grado di distruggere. Questo monumento è meta, ogni 23 ottobre, di un pellegrinaggio organizzato dall’UGL del Friuli e che speriamo possa aggregare tanti altri soggetti ed organizzazioni e possa diventare presto momento simbolico-aggregativo di tante energie sane del lavoro, della produzione, del sindacato.

D: Può esservi una differenza quindi fra Corridoni ed una sorta di mito corridoniano?
Sì: su Filippo Corridoni, una volta morto, venne alimentato un vero e proprio mito. Mussolini fu abilissimo nell’appropriarsi della sua eredità, eredità che tuttavia era sintesi umana e storica del rivoluzionario sociale e del combattente per la Patria, eredità quindi che faceva gola al movimento fascista, ma eredità-sintesi che comunque animava il Mussolini ante-marcia e che sempre rimase nella sua politica. Non tutti furono ovviamente d’accordo: non lo fu De Ambris, che dopo aver simpatizzato per il fascismo, divenuto antifascista, accusò Mussolini di appropriazione indebita di cadavere (letteralmente); non lo fu Giuseppe Di Vittorio, che, giovanissimo, fu amico di Corridoni. Ma poiché una parte consistente, quando non maggioritaria, dei sindacalisti rivoluzionari finì per aderire al fascismo, ecco che il “mito” di Filippo Corridoni trovò validi e forti sostenitori nel regime.

D: Quindi occorre restituire Corridoni all’autenticità del suo personaggio.
Voglio dire, un conto è il mito di Corridoni; altra questione è l’analisi della sua azione. Mentre fiorirono biografie e racconti sulla sua figura di giovane eroe ribelle, malato di tubercolosi, che entrava ed usciva dal carcere, non si ebbe un esame ed una raccolta editoriale dei suoi scritti, fatta eccezione per l’opera politicamente più matura, “Sindacalismo e Repubblica”, scritta nei primi mesi del 1915 a S. Vittore, e pubblicata nel 1921 a Parma e poi nel 1945 a Milano, negli ultimi mesi della Repubblica Sociale Italiana. Ho inteso quindi colmare questo vuoto: non ho scritto un libro su Corridoni, ho raccolto e sto raccogliendo i suoi scritti. Un’opera che, senza alcuna modestia, definisco meritoria, ma che purtroppo non sta trovando le giuste attenzioni dei “vertici” culturali, troppo occupati forse a programmare la sfilata televisiva di nani e ballerine.

D: Ed è grave questo?
Giudicate voi. In un’Italia che ha finanziato con centinaia di milioni i progetti cinematografici della Ripa di Meana, che ha dato soldi pubblici a Luca Casarini, che invia la portaerei “Garibaldi” di fronte al Pakistan per fermare i pescherecci di Bin Laden (milioni di Euro al giorno di spesa…), in un’Italia sempre pronta a riempire di onori qualche divo o divetto d’oltreoceano o d’oltralpe, non si trovano i soldi per fare acquistare dalle biblioteche gli scritti corridoniani. Il paradosso è che poi ti senti dire che mancano progetti culturali di spessore, che danno ancora soldi ad intellettuali antifascisti, democristiani, socialistoidi, ex-comunisti, perché da una certa parte non vi sono progetti. Pazzesco!

D: Andrea Benzi, che cosa rimane del messaggio corridoniano?
Verrebbe da dire, come ho scritto nella prefazione, nulla, assolutamente nulla. Invece, no. Di Corridoni rimane l’esempio militante: il fatto che sempre la storia produce individui che, armati di soli ideali, decidono di lottare e di non cedere alle prepotenze dei più forti ed alle lusinghe del compromesso. Essi sono destinati ad una vita tragica ed eroica: ma per fortuna esistono. In piccolo sono quelle persone che incontriamo in varie situazioni, restie ad arrendersi e ad omaggiare chi in quel momento ha i soldi ed il potere: sono persone indispensabili. Senza di loro il mondo sarebbe totalmente in mano ai prevaricatori, agli arroganti ed agli intriganti, ai monopolisti

D: E sotto l’aspetto politico e sindacale che cosa rimane dell’azione di Corridoni?
Sotto l’aspetto politico e sindacale poi, il messaggio corridoniano rivela un’attualità sorprendente: il disfavore verso le forme di assistenzialismo politico e partitico in nome di una giusta contrapposizione fra produttori, vale a dire lavoratori ed imprenditori entrambi consapevoli dell’alto e nobile ruolo economico e sociale svolto, la critica allo stato assistenziale e riformista che tutto assopisce ed addormenta pur di controllare, la propensione per la democrazia diretta, referendaria e partecipata, e non per la democrazia mediata dalle fazioni e dai partiti, il concetto di nazione armata, come fulcro di una vera struttura di sicurezza civile e non strumento di aggressione militare, il federalismo municipale. Tanti punti ancora attuali che saranno peraltro ripresi da Mussolini nel 1919.

D: Grazie Andrea Benzi e buon lavoro e…buona fortuna.
Grazie a Te, e spero che chi legge e non solo possa capire l’importanza di sostenere certe operazioni culturali, che forse non rappresentano un grande evento mass-mediatico, ma sono pur sempre importanti.

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