domenica 21 settembre 2014

Il lavoro (Alain de Benoist)

Il lavoro (dal latino tripalium, strumento di tortura) non ha mai occupato un posto centrale nelle società arcaiche o tradizionali, comprese quelle che non hanno mai conosciuto la schiavitù. Poiché risponde alle costrizioni della necessità, il lavoro non realizza la nostra libertà, al contrario dell’opera, in cui ciascuno esprime la propria realizzazione. È stata la modernità, nella sua logica produttivistica di mobilitazione totale delle risorse, a fare del lavoro nel contempo un valore in sé, il principale modo di socializzazione, una forma illusoria dell’emancipazione e dell’autonomia degli individui ("la libertà attraverso il lavoro"). Funzionale, razionale e monetarizzato, questo lavoro "eteronomo", che gli individui compiono il più delle volte per sottomissione piuttosto che per vocazione, ha senso solo in vista dello scambio mercantile, e si inserisce sempre all’interno di un calcolo contabile. La produzione serve ad alimentare un consumo che l’ideologia del bisogno offre di fatto a mo’ di compensazione del tempo perduto per produrre. I compiti di prossimità di un tempo sono così stati progressivamente monetarizzati, spingendo gli uomini a lavorare per gli altri al fine di pagare chi lavora per loro. Il senso della gratuità e della reciprocità si è andato un po’ alla volta perdendo in un mondo in cui niente ha più valore ma tutto ha un prezzo (ovvero in cui ciò che non può essere quantificato in termini di denaro è considerato trascurabile o inesistente). Nella società salariale, tutti perdono perciò troppo spesso il loro tempo nel tentare di guadagnarsi da vivere.


Il fatto nuovo è che, grazie alle nuove tecnologie, produciamo sempre più beni e servizi con sempre
meno uomini. Questi aumenti di produttività fanno della disoccupazione e della precarietà dei
fenomeni ormai strutturali e non più congiunturali. Essi favoriscono peraltro la logica del capitale, che
si serve della disoccupazione e della delocalizzazione per ridurre il potere negoziale dei salariati. Ne
risulta che l’uomo non è più soltanto sfruttato, ma reso sempre più inutile: l’esclusione rimpiazza
l’alienazione in un mondo globalmente sempre più ricco ma in cui si conta un numero in continua
crescita di poveri (fine della teoria classica dello "svuotamento"). L’impossibile ritorno alla piena
occupazione implica dunque la necessità di rompere con la logica del produttivismo e di considerare
sin d’ora l’uscita progressiva dall’era dei salari come modo centrale di inserimento nella vita sociale.
La diminuzione del tempo di lavoro è un dato secolare che rende obsoleto l’imperativo biblico
("lavorerai con il sudore della tua fronte"). La riduzione negoziata e la suddivisione del tempo di lavoro
devono essere incoraggiate, con possibilità di accomodamenti flessibili (annualizzazione, congedi
sabbatici, soggiorni di formazione, ecc.) per tutti i compiti "eteronomi": lavorare meno per lavorare
meglio e per liberare il tempo di vita. In una società nella quale l’offerta mercantile si estende sempre
più, mentre aumenta il numero di coloro il cui potere di acquisto ristagna o diminuisce, è del resto
imperativo dissociare progressivamente il lavoro dal reddito, studiando la possibilità di instaurare
un’allocazione generale di esistenza o reddio reddito minimo di cittadinanza, versato senza contropartita
a tutti i cittadini dalla nascita sino alla morte.

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