domenica 25 agosto 2013

Dossier Iraq: per non dimenticare cosa successe

L'infamia dell'occidente.

Presentiamo una serie di articoli datati per ricostruire, capire analizzare cosa successe. E per rileggere la storia confrontandola con il presente. Ricordando che la storia si ripete, a volte in farsa.

E.Galoppini

L’embargo all'Iraq è un atto d'irresponsabilità internazionale contro l'indipendenza dei popoli

Tratto da "Italicum", anno XVIII - gennaio-febbraio 2003



Nel seguente articolo, sviluppando alcune sue precedenti riflessioni [1], l’Autore affronta il tema della «responsabilità internazionale»; idea richiamata più volte quando si tratta di dare equa soluzione ad importanti ed urgenti questioni, ma che risulta spesso astratta e malinconicamente povera di contenuti.


1. Lo scenario internazionale della tragedia irachena

1a) "Enduring embargo"
Decretato dalle Nazioni Unite in seguito all’ingresso delle truppe irachene nel territorio kuwaitiano il 2 agosto 1990, l’embargo all'Iraq prese il via in una congiuntura che induceva buona parte dell’opinione pubblica internazionale ad attribuire alle Nazioni Unite - malgrado tutti i difetti fin lì rilevabili - una rinnovata aura di prestigio che seguiva la frantumazione dell’Unione Sovietica. Un’«assemblea democratica», nella quale a ciascuno Stato si dà garanzia di poter essere ascoltato e tutelato dalle prevaricazioni dei più prepotenti: questa, almeno, la sensazione diffusa in quella vera e propria «nuova era» della positività universale che si sarebbe dovuta inaugurare, non si sa perché, nel 1989. Perciò, a corroborare una sensazione di sopraggiunta ed inedita efficienza dell’Onu, giunse in seguito a quel fatidico 2 agosto 1990 una vera e propria risma di risoluzioni che assieme a quelle che avevano dato il via all’embargo perfezionavano la gabbia giuridica calata sul «trasgressore». Alcuni sperarono in buona fede di veder finalmente funzionare questo organismo internazionale creato sotto i migliori auspici. Senza entrare nel merito della storia che ha preceduto quei fatti, davvero poco chiara (oppure molto, dipende dall’acutezza dell’osservatore) [2], l’embargo ufficialmente doveva condurre al rispetto della «legalità internazionale» da parte dell’Iraq. Ma per ottenere degli effetti - che non devono certo essere quelli della fame e della carestia per un intero popolo - ed evitare di ricorrere all'intervento armato, si sarebbe dovuto attendere ragionevolmente almeno qualche mese in più. Invece, come si cerca di fare in questi giorni, l’Angloamerica (con Israele in posizione defilata) [3] impose l’ultimatum di prammatica (accompagnato cioè da condizioni inaccettabili per l’Iraq, come per la Jugoslavia nel 1999), e l’attacco, pianificato da tempo (si pensi all’apparato logistico necessario ad ospitare centinaia di migliaia di militari americani in Arabia Saudita) venne sferrato con l’ottima scusa propagandistica del ristabilimento della «legalità internazionale» - mai preteso con simile puntigliosità in altre occasioni - ed ignorando del tutto il linkage operato da Saddam Hussein con tutte le altre «questioni aperte» nel Medio Oriente. Con precisione svizzera e senza sconti, si scatenò all’ora X la cosiddetta «Tempesta nel deserto». Ma con l’andare del tempo è apparsa evidente una contraddizione, divenuta di una evidenza solare dopo che l’Iraq nell’estate del 1998 aveva soddisfatto tutte le condizioni per l’abolizione dell’embargo [4]. Che ci troviamo di fronte ad un’organizzazione, l’Onu, che da un lato, attraverso sue agenzie, si fregia del contributo offerto al benessere e al progresso di popolazioni in difficoltà, dall’altro è la prima responsabile di un vero flagello ai danni di un Paese (tra l’altro membro fondatore delle Nazioni Unite) e della sua gente.

1b) Una fabbrica di parole d’ordine

Dopo la fine dell’Unione Sovietica e dell’equilibrio delle forze, l’unica potenza rimasta sulla faccia della Terra ha compreso di aver bisogno della maschera delle Nazioni Unite in misura ridotta rispetto a prima. Da quel momento l’Anglosionamerica agisce sempre più spesso a volto scoperto, come si constata oggigiorno. «Anglosionamerica» potrà anche far sorridere o indignare, o altro, per assonanza con la balzana idea di un complotto demo-pluto-giudeo-massonico, ma una volta presa coscienza che la storia non procede per complotti (che possono anche essere in atto, ma il problema è credere immancabilmente nel loro inveramento) non è peregrino sostenere che il nucleo determinatosi a vedere l’Iraq in rovina (e in seguito chissà chi) è quello espresso da quel termine. Che ha anche il pregio di definire, per esclusione, il campo di quell’Europa che – diluita nell’«Occidente» - si ritrova regolarmente spiazzata sul piano diplomatico per mancanza di una sua politica e di un suo esercito. In pratica, l’Europa non c’è [5]. Nel 1990 prese dunque il via una nuova tappa di un progetto di dominio planetario proseguito con le aggressioni alla Serbia e all’Afghanistan; un futuro burrascoso che si profila per altri Stati e i loro popoli, se solo pensiamo alle reiterate minacce rivolte all’Iraq e agli altri Stati dell’«Asse del male» Iran e Corea del Nord, fatti rientrare nell'eterno schema manicheo e che non a caso - come Serbia e Afghanistan - occupano una posizione strategica a ridosso della massa continentale eurasiatica. Ma dopo il 1989, quando la presa di fatto e propagandistica angloamericana su varie zone del pianeta rischiava di perdere vigore, in attesa dell’auspicato scontro finale con l’ex «Impero del Male» russo e con la Cina, gli Stati Uniti avvertirono con un urgenza il bisogno di una riedizione dello schema della «guerra fredda», questa volta puntando il dito contro il mondo islamico, sfruttando le parole d’ordine del «terrorismo» (un motivo comunque sempre latente nella propaganda del Pentagono e perciò di Hollywood) e dell’«integralismo islamico». Una replica puntellata dalla teoria dello «scontro delle civiltà», il quale non è certo una sorta di naturale sviluppo degli eventi come gli Stati Uniti vorrebbero far credere, bensì una dottrina preparata nei think tank in cui si fabbrica l’ideologia al servizio delle multinazionali angloamericane. Multinazionali che - sia detto per inciso – si fanno forti del braccio armato di una Federazione cronicamente indebitata con l’oligarchia finanziaria che detiene, in ultima analisi, anche il reale controllo di quelle multinazionali. Dal 1989 gli Stati Uniti erano davvero orfani della «guerra fredda» con l’Unione Sovietica, un’invenzione con cui hanno tenuto in scacco il mondo intero, con tutto quel che ne è conseguito in termini di sofferenze per milioni di persone massacrate con la scusa della «guerra al comunismo». Ma gli Stati Uniti sono il Paese per antonomasia della pubblicità, per cui non c’è motivo di dare eccessivo credito alle loro trovate. Già immediatamente dopo il riposizionamento russo avvenuto con Gorbaciov, essi avevano inventato lo slogan della «fine della Storia», il quale tradiva l’intento di porre fine a qualsiasi contenzioso su chi dovesse guidare le sorti del mondo e su quale dovesse essere il modello da adorare e da applicare sempre ed in ogni luogo, quello del «mercato», una forma profana del monoteismo applicata al culto del denaro e del successo. Oggi però nessuno disquisirebbe seriamente sulla «fine della Storia» di Fukuyama, eppure, mentre fior di esperti organizzavano dibattiti in tema, proprio in Iraq si viveva la Storia in diretta. Una Storia di bombe e di embargo. Ad ogni modo, malgrado abbiano gettato progressivamente la maschera a partire dall’attacco all’Iraq, gli angloamericani sanno che indossarla paga ancora: le organizzazioni internazionali come le stesse Nazioni Unite, la Nato, il WTO, il G8, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, grazie alla cooptazione di facciata degli europei al tavolo delle decisioni, fanno appunto da cortina fumogena.



1c) Riformare l’Onu?

L'Onu è a tutti gli effetti un organismo moribondo, manipolato oltre ogni decenza, eppure un autentico atto di «responsabilità internazionale» potrebbe venire rappresentato dall’avvio di un suo processo di riforma, a partire dall’evidente anacronismo di un Consiglio di Sicurezza che fotografa un equilibrio di forze vecchio di sessant'anni. Da strappare quindi al ferreo controllo angloamericano. E' quella, difatti, l'unica sede che dispone della necessaria legittimità per far rispettare il diritto internazionale, che non è il diritto del più forte. Del resto, principio base del diritto internazionale è che esso venga fatto rispettare a tutti e che la risposta della Comunità internazionale sia proporzionale alla trasgressione commessa da uno degli Stati aderenti. La cosiddetta Guerra del Golfo, intrapresa ufficialmente nel nome del «rispetto del diritto internazionale», ha sancito invece, violandolo apertamente, la «fine del diritto internazionale» stesso, aprendo l'era dell'illegalità internazionale programmata. Iraq 1991, Serbia 1999, Afghanistan 2001, solo per citare i casi più eclatanti, sono tanti anelli di una catena: quella che gli angloamericani intendono stringere al collo al nemico di sempre, la Russia, occupando il territorio dei differenti teatri di guerra con basi militari (avamposti per nuovi attacchi e garanzia di protezione/sovversione di regimi fantoccio o sfuggiti di mano) ed assicurandosi lo sfruttamento delle ricchezze locali, sottratte ai legittimi proprietari e destinatari. Poi, perché più di uno per volta non si può, penseranno anche alla Cina, che, come osserva Giulietto Chiesa nel suo La guerra infinita, è l’unico Paese al mondo che può prendere decisioni senza chiedere il permesso agli Stati Uniti. Una realtà che ancora garantisce un qualche equilibrio, minacciato però dall’inserimento della Corea del Nord nell’«Asse del Male»: un’ottima base per colpire sia Russia (Vladivostok è a un tiro di schioppo) che Cina (già insidiata dal lato Kirghizo). Infine, colpo di genio, mentre si tiene in scacco il mondo con la lotta al «terrorismo» di matrice islamica, in entrambi gli scenari vengono sguinzagliati gli unici musulmani utili al progetto di dominio globale angloamericano, i mercenari del jihâd [6].

2. Indipendenza e corretta informazione

Pur consapevoli che una potenza economica, per quanto considerevole, se non supportata da un adeguato apparato deterrente militare non basta per veder prese in considerazione le proprie prese di posizione, un’Unione Europea desiderosa di assumere un ruolo coerente con un patrimonio ideale in virtù del quale essa ritiene di distinguersi da un modello di origine biblica mirante all’uniformazione del mondo, deve trovare il modo di condurre un’iniziativa di riforma del consiglio di sicurezza dell’Onu e il coraggio di denunciare, nei fatti, l’ingiustizia e l’arroganza di comportamenti quali il mantenimento ingiustificato ed illegittimo dell’embargo all’Iraq o la distruzione della presenza autoctona in Palestina da parte di chi fa carta straccia di ogni risoluzione dell’Onu (senza che venga adottata alcuna misura coercitiva). Ciò significherebbe un’inversione di rotta rispetto ad una stagione di più o meno forzata acquiescenza ai voleri dei vincitori del secondo conflitto mondiale ed inaugurarne una nuova, quella della «responsabilità internazionale» a trazione europea. Si tratta di un tipo di responsabilità che si intreccia fortemente a quella relativa ad una corretta informazione, un’informazione credibile che tenga conto delle ragioni di tutti, in special modo quando il «nemico» di turno non è affatto nostro nemico, bensì nemico d’altri, che a loro volta si dimostrano nemici dell’Europa. Per la partita decisiva dell’informazione i mezzi e le capacità certo non difettano, né agli europei né al nemico tattico, «islamico», del momento, che con il canale satellitare del Qatar «al-Jazira» offre una lezione d’imparzialità giornalistica che i nostri monotoni notiziari dovrebbero assimilare.



2a) Tenere alta la tensione in vista degli sviluppi
Sulla stampa e le tv italiane, del legittimo governo iracheno si offre un’immagine fortemente negativa, quasi che si trattasse di una banda di gangsters. Anche per i commentatori meno prevenuti vale un assunto incrollabile: la colpa del dramma dell’Iraq è da addebitare al solo Saddam Hussein. Per il resto, l’Iraq e gli iracheni li si rammenta di rado, anzi si evita proprio di ricordarli, per pudore, dato che si sarebbe costretti a parlare dell’assurdità dell’embargo che li opprime. Dopo l’11 settembre, tuttavia, l’Iraq è stato fatto oggetto di qualche attenzione dai media italiani, con il regolare intento di screditarne l’immagine. Si pensi all’accusa, reiterata ad intermittenza, e senza produrre la benché minima prova credibile, di figurare tra i registi occulti degli attacchi a Washington e a New York, o a quella di aver architettato la diffusione delle famose «lettere all’antrace», poi rivelatesi una faccenda interna agli Usa. Oppure, nel marzo scorso, ai sedicenti colpi di mortaio all’indirizzo del Kuwait; la smentita kuwaitiana? Rintracciabile solo in qualche trafiletto. Neppure vengono tralasciate le prove tecniche di reazione dell’opinione pubblica: ci si è così provvidenzialmente ricordati di un pilota americano che sarebbe prigioniero in Iraq dal 1991. Le ‘quotazioni’ dell’attacco all'Iraq dunque salgono e scendono, ma esso si renderà «necessario» in caso di «rifiuto» delle ennesime e pretestuose ispezioni dell'Onu alla ricerca di «armi di distruzione di massa» (mentre si può affermare che sono gli Stati Uniti i più attrezzati in tal senso: a seguire i vari ‘presidenti’ loro alleati, come Musharraf); quando l’Iraq le accetta, ecco che si insinua che il «dittatore» sta solo prendendo in giro il mondo. Ma è ricorrendo alle accoppiate da brivido che la propaganda filo-occidentale si garantisce un successo assicurato: elargendo 25.000 dollari a ciascuna famiglia dei resistenti palestinesi (cioè i «terroristi» dei telegiornali), Saddam Hussein incoraggerebbe un'altra terribile forma di «terrorismo». Questo, in attesa che i creativi di trame da fantapolitica diano gli ultimi ritocchi alla sceneggiatura più probabile: Osama e Saddam [7]. Per concludere con questi esempi, se solo ci si ricorda che gli strilloni del Pentagono (di prima e di seconda mano, tipo certi corrispondenti italiani) sono giunti addirittura a presentarci un complotto ordito dal «figliastro» di Saddam Hussein, il quale avrebbe pianificato di rovinare agli americani la festa del 4 luglio, ci si rende conto del livello farsesco cui si è pervenuti. Ebbene, tutte queste cose vengono riportate dalle tv italiane come se si trattasse di verità di fede rivelate, senza affiancarvi alcun dubbio o commento e, quel che è veramente grave per un’informazione che si dice «libera», senza concedere possibilità di parola a chi si trova costantemente sul banco dell’accusato, ovvero l’Iraq.



2b) "Effetti collaterali" dell’embargo

Ma questa situazione è appunto uno degli «effetti collaterali» dell’embargo. Come l’Iraq non può neppure pagarsi gli avvocati con i ricavi della vendita del petrolio del tanto decantato programma «Oil for Food», l’embargo decreta la morte mediatica di questo Stato, cui viene precluso ogni canale per far sentire la propria voce al resto del mondo. A questo punto, tutte le calunnie sono permesse. Tuttavia, se cerchiamo altri canali d’informazione, veniamo a sapere di avvenimenti ben più importanti delle invenzioni delle tv occidentali agli ordini di Washington. Si prenda ad esempio il seppur cauto riavvicinamento tra Iraq e Kuwait avvenuto lo scorso fine marzo a Beirut [8], di cui i cosiddetti mezzi d’informazione si guardarono bene dal fornire troppi ragguagli. Se questo fosse stato noto ai più, sarebbe certo risultato più difficile far digerire un eventuale attacco, dato per imminente da un anno e più. Oppure si pensi all’altro riavvicinamento, quello per forza di cose avvenuto tra i «Rogue States» del mondo arabo e islamico: Siria, Iraq e Iran. Ma ciò non conta per «accreditati esperti» che possono continuare a bignameggiare su «gli sciiti che si ribelleranno ai sanniti» e via dicendo. Quello del controllo dei mass media è un problema grave che in Europa va affrontato al più presto. Ammesso che ciò venga avvertito come tale da almeno qualche uomo politico disposto a sacrificare l’incolumità sua e dei suoi familiari… In caso contrario tutti dovranno arrendersi a considerare tv e giornali come meri megafoni per i proclami che gli angloamericani e i loro alleati sionisti lanciano senza tema di smentita [9], con buona pace di chi crede che tutto il problema si riduca al semimonopolio berlusconiano. Per di più, il possesso dei media permette agli angloamericani di far credere senza limiti sia la loro capacità militare, costantemente esagerata da Hollywood, che quella del nemico di turno, in maniera da giustificare azioni sproporzionate rispetto agli obiettivi. In realtà, la superiorità militare statunitense si limita al primato nelle armi nucleari e al controllo totale dei cieli da cui operano bombardamenti terroristici, mentre è ormai chiaro che come forze terrestri essi sono come tutti gli altri, ossessionati come sono dal non subire perdite tra i propri uomini [10].



2c) Vari argomenti addotti per non togliere l'embargo

Per giustificare il mantenimento dell’embargo gli angloamericani hanno addotto fin qui vari argomenti. L’Iraq produrrebbe e/o custodirebbe «armi di distruzione di massa», malgrado le ispezioni dell’Onu - infiltrate da spie statunitensi, com’è stato rivelato da alti funzionari delle Nazioni Unite dimessisi per decenza [11] - abbiano certificato il contrario. E’ chiaro a questo punto che l’Onu, quando non svolge a dovere il ruolo da paravento assegnatogli, non viene ascoltato affatto, né dagli Usa né dai loro fidi alleati britannici e israeliani: si pensi ai dubbi sollevati a suo tempo dalle autorità israeliane su quanto affermò l’inviato dell’Onu in visita a quel che restava del campo profughi di Jenin. Il risultato aberrante è così l’ergersi a norma di una doppia morale, che finisce beffardamente per imporsi proprio ad opera di coloro che hanno imposto al mondo il culto della testimonianza: se persecutori e perseguitati non sono quelli insigniti della ‘coccarda del Bene’, si pretende la verifica e il confronto delle opposte versioni - interrogandosi se caso mai non si tratta di propaganda - e si finisce per negare addirittura l’evidenza: “I massacri di Jenin sono propaganda palestinese”. A quale stratagemma ricorrono allora gli angloamericani e i sionisti, una volta messa alle corde l’inconsistenza delle loro pretese? Che per evitare il possesso di «armi di distruzione di massa» bisogna distruggere con «armi di distruzione di massa» l’Iraq! Niente di nuovo sotto il sole, poiché è questo sofisma quello che sta alla base del terrorismo di Stato angloamericano sulle «No Fly Zone» irachene - che mai risoluzione Onu ha ratificato - e di quello israeliano delle «operazioni preventive»: gli angloamericani bombardano chi dicono di voler proteggere con quel provvedimento e Israele distrugge addirittura una città intera per il timore di essere distrutto. E non si tratta di «falchi» o di «pazzi», come la loro stessa propaganda li dipinge. Far credere che si è «pazzi» (o dare del «pazzo» al nemico, il che è lo stesso) è semplicemente un trucco per impedire agli spiriti suggestionabili un'analisi impietosa della politica estera degli Stati Uniti, sfrondata dalla retorica di Stato americana che purtroppo anche parecchi spiriti critici faticano a riconoscere per quel che è. Quando si è a corto di argomenti ci si appella infine alla presenza di un «dittatore», un messaggio che in fondo paga sempre (non per niente la cultura dominante insiste con l’idea della Bestia assoluta nella Storia, il Nazismo). Strano ragionamento, perché gli stessi che si dolgono del «deficit di democrazia» in Iraq o in Palestina ricevono con tutti gli onori, a Washington come a Londra, massacratori d’innocenti e torturatori dei loro popoli di ogni specie. L'Iraq inoltre non farebbe parte del novero dei Paesi arabi «moderati». Che cosa significa «moderati»? Non è certo il contrario di «estremista», perché il primo esempio di paese non «moderato» sono proprio gli Stati Uniti. Anche l'Iraq era «moderato» e «pragmatico» negli anni Ottanta (quando non a caso partecipò anche ai mondiali di calcio del 1986, a conferma del connubio tra sport e politica), poi sappiamo che cosa è successo. In realtà «moderato» significa «non ci crea problemi». Nel caso dell’Iraq non si può neppure agitare lo spauracchio dell’«integralismo islamico»: lì vivono cristiani e musulmani in buona armonia, tanto che il numero due dello Stato è cristiano e anche il patriarca assiro-caldeo Raphael Bidawid sostiene (in perfetto italiano!) che i pretesti addotti per colpire l’Iraq sono del tutto campati in aria. Ma se volessimo infine una cartina di tornasole per evidenziare la buona fede di chi minaccia l’Iraq, sarebbe sufficiente notare che coloro che individuano sempre nuovi motivi per mantenere l’embargo all’Iraq sono gli stessi che si dimostrano indifferenti verso la pulizia etnica ai danni dei palestinesi e che non trovano nulla di [12] disdicevole nel fatto che in Venezuela, un presidente regolarmente eletto, Hugo Chavez, venga pian piano esautorato (ma non è detta!) da un golpe sponsorizzato dagli industriali locali e non, dal principale sindacato (di fatto, «giallo»), dall’alto clero ‘opusdeiano’ e dall’immancabile triade anglosionamericana.



3. Svincolarsi dal controllo americano



3a) La responsabilità dei Paesi liberi: costituire un nuovo fronte dei «Non allineati»

Qui evochiamo un altro significato dell'espressione «responsabilità internazionale». Esiste a mio parere un obbligo morale da parte dei Paesi - o delle semplici forze politiche - che si autodefiniscono «democratici»: quello di appoggiare tutti quei governi dei Paesi «in via di sviluppo» che intendono gestire in prima persona le risorse del loro Paese in nome dell'indipendenza nazionale e del progresso sociale. Ma sull’Iraq, alla luce della rovina causata da dodici anni di embargo è lecito chiedersi se il movente principale, piuttosto che l'infrazione della «legalità internazionale» da parte di Baghdad nell'agosto 1990 (del resto già sanzionata con l'intervento armato denominato «Desert Storm»), non sia da ricercare nella volontà di punire un Paese del Vicino Oriente desideroso di intraprendere un proprio percorso di modernizzazione affiancato da una linea autonoma in politica estera. I proventi della vendita del petrolio iracheno, come ebbe ad affermare Edward Luttwak, erano difatti investiti non solo in armi, ma anche in istruzione (compresa l'imprescindibile formazione di tecnici locali), sanità, infrastrutture e industrie. E tutto, ripetiamolo, senza alcuna ombra di «integralismo islamico». Una realtà scomoda dunque? Se non altro, al riguardo, il comportamento delle organizzazioni internazionali può dirsi contraddittorio. Si accetta di «aiutare» un Paese «in via di sviluppo» solo se esso accetta di posporre tale «sviluppo» all'infinito. Ma quando decide di gestire in autonomia le proprie risorse scatta la rappresaglia e si mette in moto il lavaggio del cervello mediatico giocando con gli stratagemmi lessicali che garantiscono una sufficiente rendita d'opinione pubblica: quello è «comunista», quell'altro è «integralista», quell'altro ancora è «nazista» eccetera. Non è un caso che tra i primi messaggi di congratulazioni al presidente venezuelano Chavez, dopo il golpe dell’aprile 2002 che seguiva di pochi giorni la decisione dell’Iraq di chiudere il rubinetto del petrolio, sia giunto quello dell’Iraq, quello di un Paese e di un popolo che sanno bene che cosa significhi l’intromissione straniera nei propri affari al fine d’indebolire la compagine nazionale. Se le cose continueranno a marciare in questa direzione si dovrà prendere in considerazione - e ci auguriamo che lo faccia un’Europa forte e indipendente - l’idea di un nuovo fronte dei «non allineati», di quei Paesi che rifiutano il «Nuovo Ordine Mondiale» declamato dagli Usa proprio in occasione della Guerra del Golfo e che campeggia sulle banconote da un dollaro. Un fronte non ideologico, capace di unire realtà molto diverse, ma che in testa alle sue preoccupazioni abbia una sola parola: «indipendenza» e «progresso sociale». Fidel Castro, Chavez, Milosevic e Saddam Hussein hanno, a ben vedere, un fattore in comune, che non è né quello di essere emersi da quelle «consultazioni democratiche» che gli angloamericani cercano di imporre quando fa loro comodo né il colore politico con cui si presentano ai loro popoli: essi piuttosto, in vario modo (bombardamenti, embarghi, processi farsa, tentati colpi di Stato, ricatti, diffamazione, isolamento diplomatico) ed utilizzando pretesti differenti («terrorista», «populista», «criminale di guerra», «comunista», «nazista») sono stati attaccati dagli angloamericani e dalla loro appendice sionista perché rifiutano l'abdicazione alla sovranità nazionale. D’altronde, quando si tratta di obbedire a Zio Sam non c’è colore che tenga: Blair e D’Alema sono «di sinistra», eppure il primo ha fatto sganciare più bombe del conservatore Major, mentre il secondo passerà alla Storia come il Primo Ministro italiano che ha autorizzato il bombardamento all’uranio impoverito di un paese europeo dirimpettaio (l’uranio impoverito è un altro elemento di solidarietà condiviso da chi viene colpito dagli angloamericani!). Chi non ricorda la signora Madaleine Albright, che alla tv italiana, in diretta telefonica, lanciava ultimatum al «nazista» Haider? La stessa persona per la quale i morti civili per l'embargo in Iraq sono un «male necessario». E come non collegare le ferme parole con cui Fidel Castro (riproponendo storiche iniziative irachene) stigmatizzò la vera natura dello Stato d’Israele alla Conferenza sul razzismo di Durban al rinnovato inasprimento dell'isolamento in cui gli angloamericani intendono mantenerlo? Fidel Castro, Chavez, Milosevic, Saddam Hussein, e per certi aspetti anche Haider [13] - pur tra mille differenze - sono stati presi di punta dagli angloamericani (che mandano avanti i mille collaborazionisti che hanno a disposizione nella politica e nei media) perché si sono messi in testa una banalissima idea semplicemente intollerabile per chi si crede investito della missione di guidare il mondo: quella di comandare a casa propria. Slogan come «il Venezuela ai venezuelani» o «l'Iraq agli iracheni», nella loro essenzialità, e se interpretati senza smanie esclusiviste, contengono in nuce tutti i successivi sviluppi benèfici, compresa un’equa distribuzione del progresso sociale, perché prendono in considerazione un Paese libero da condizionamenti imposti dall'esterno (direttamente o attraverso i vari camuffamenti angloamericani tipo G8). La pratica dell'embargo è perciò anche un atto intimidatorio, un monito rivolto a tutti coloro che provano a smarcarsi dal controllo angloamericano: “visto che cosa accade a chi osa contrastarci”? Ma, quel che vi è di peggiore in tutto questo, l'Iraq è diventato il ‘laboratorio a cielo aperto’ degli esperimenti del «Nuovo Ordine Mondiale»: distruzione dell'economia attraverso il bombardamento degli impianti industriali e delle infrastrutture, embargo come terapia di mantenimento di uno stato di prostrazione, stillicidio di raid aerei al fine di provocare e di mantenere alta la tensione.



3b) Un’assunzione di «responsabilità regionale»

Esiste poi una «responsabilità internazionale» a livello regionale, mediterraneo. La storia dei rapporti tra l’Europa e il mondo arabo-islamico, per chi non è prevenuto, è a disposizione in libri di facile reperimento [14]. Alcune pagine di questa storia ci parlano anche delle relazioni italo-irachene, ma restano volutamente semisconosciute: dai buoni rapporti tra l’emiro Faysal con l’Italia fascista all’(insufficiente) appoggio fornito da quest’ultima all'insurrezione antibritannica del 1941 [15], una linea confermata dalla politica comune regionale e petrolifera svolta all’epoca del Primo Ministro Craxi e del ministero degli Esteri guidato da Andreotti (guarda caso nell’occhio del ciclone negli anni di «Tangentopoli», un processo che – considerata la sovranità più che limitata del nostro Paese - è difficile ricondurre solo a dinamiche interne). Qui è il caso di ricordare il danno derivante a tutti noi dall’accettare senza battere ciglio le politiche decise a Washington, Londra e Tel Aviv. Si pensi che all’inizio degli anni Ottanta il volume di affari tra Italia e Iraq era di circa 4.200 miliardi di lire; ebbene, nel 1992 era ridotto ad un miliardo. Che cosa guadagna quindi l’Europa dall’accettazione di queste politiche deliberatamente antieuropee attuate con l’avallo di una Gran Bretagna sentinella degli interessi americani in Europa e di un Israele che addirittura alcuni vorrebbero far aderire all’Unione Europea? [16] Un boomerang più bollente della proverbiale patata in cambio della rovina dei rapporti con due intere sponde del Mediterraneo e oltre. La Guerra del Golfo e l'embargo all'Iraq, in seconda battuta, costituiscono perciò un aperto atto di ostilità sia verso il mondo arabo che verso l'Europa, le cui fonti energetiche vengono poste sotto rigido controllo angloamericano. La «responsabilità internazionale» a livello mediterraneo consiste dunque nel creare una rete di relazioni bilaterali politiche, culturali ed economiche tra Europa e mondo arabo, i cui rappresentanti però devono imparare a capire chi sono gli amici e chi i nemici. Per questo è importante la proposta irachena di effettuare i pagamenti in euro, che se seguita da altri svincolerebbe l’Europa dalla necessità di acquistare dollari. Tuttavia esiste un grave ostacolo, che è quello dell’inesistenza di un credibile progetto di unità tra i Paesi arabi, quale poteva essere quello inscritto nella costituzione del partito Ba‘th, guarda caso quello al potere a Baghdad. Esso comporterebbe - va da sé - una rinuncia da parte di tutti i contraenti di una parte della propria sovranità e di alcuni privilegi, ma nell’epoca dei grandi spazi geopolitici che si sta inaugurando, solo in questa prospettiva il mondo arabo potrà avere un ruolo fattivo. Diciamolo chiaramente: l’embargo è anche frutto della paura che nel mondo arabo si creasse un forte polo di attrazione in grado di unificarlo sotto le insegne del nazionalismo panarabo [17]. L’embargo contro l’Iraq è difatti lo strumento con cui si evita che esso possa tornare a pieno titolo sulla scena mediorientale. Inoltre, un Paese sotto embargo, per quel credito di cui godono i «promotori del Bene» angloamericani, e proprio perché essi ne hanno insinuato l’intrinseca malvagità (“se c’è un embargo un motivo ci sarà”), resta un Paese suscettibile in ogni momento di essere aggredito senza che gli aggressori debbano giustificarsi troppo (anche Iran e Corea del Nord hanno difatti i loro embarghi, non si sa mai).

3c) Conclusione: un’irresponsabilità conveniente?

Con la «fabbricazione delle opinioni» operata dai media controllati da lobbies che fanno capo agli Usa e ai loro due valletti, per molte persone è difficile comprendere la dimensione dell’inganno. Alcuni, inebetiti dalla propaganda, credono addirittura che anche prima dell'embargo l'Iraq fosse un paese «arretrato». Tra questi c’è anche chi non ha sentito altre campane, ma la maggior parte di essi sposa le tesi ufficiali per puro opportunismo, ritenendo che appoggiare tutte le malefatte di questa triade significhi garantire il proprio benessere, la prosecuzione indefinita di un modello ‘sviluppista’ garantito solo ad un’élite di privilegiati. C’è di che ritenere che questo si rivelerà un calcolo non solo ingiusto, ma anche miope, perché in questo modo si alimentano umanissimi risentimenti e desideri di vendetta. Detto in altre parole, vale la pena di mandare ‘ascari’ in Afghanistan spacciando tutto ciò per ‘pragmatismo cavouriano’, per poi raccattare tutt’al più le solite briciole alla mensa del re e, magari, essere oggetto di atti di ritorsione da parte chi potrebbe non distinguere più tra i comportamenti della triade e, nel caso specifico, del nostro Paese? Ma, come che sia, ai pochi fortunati che hanno l’opportunità di andare a verificare di persona, il popolo iracheno riserva una lezione di civiltà: quel che colpisce è l’assoluta coscienza, da parte di chi soffre l’embargo, in tutti gli strati sociali, di una situazione imposta da un’oligarchia che parla inglese e che si fa beffe di qualsiasi volontà popolare.





[1] Colpo di Stato in Venezuela: la trama dei “soliti noti” e una lezione da apprendere (pubblicato sul sito dell’Associazione «Limes»: http://www.asslimes.com/nel%mondo/venezuela/venezuela3.htm); la Prefazione a Padre Jean-Marie Benjamin, Iraq, trincea d’Eurasia (libro-intervista a cura di Tiberio Graziani), Edizioni All’Insegna del Veltro, Parma 2002, pp. 5-16 (messa in rete da «Clorofilla.it» alla seg. url: http://www.clorofilla.it/cdd.asp?action=download&file=195); al-Mas’uuliyya ad-Duwaliyya wa al-hazhr: ba‘du at-ta’ammulaat [La responsabilità internazionale e l’embargo: alcune riflessioni]: relazione tenuta al Convegno internazionale The Illegality of Continuation of Embargo on Iraq, «Bayt al-Hikma», Baghdad, 1-2 Maggio 2002.
[2] Consigliamo due letture, una coeva a quegli avvenimenti, Alberto B. Mariantoni, Gli occhi bendati sul Golfo, Jaca Book, Milano 1991, l’altra appena pubblicata, P. Jean-Marie Benjamin, Obiettivo Iraq. Nel mirino di Washington, Editori Riuniti, Roma 2002.

[3] L’ennesima conferma è venuta dal Tg3 delle 14.15 del 25 settembre 2002, quando il corrispondente da New York, intento a convincere i telespettatori dell’improrogabilità di un attacco all’Iraq, ha elencato i possibili obiettivi di un futuribile attacco missilistico iracheno insistendo sulla gittata di tali armi: “I paesi del Golfo, la Turchia, il sud della Grecia…”.

[4] L’ex capo degli ispettori dell’UNSCOM, Scott Ritter, l’ha affermato ancora di recente a Baghdad. Cfr. Scott Ritter: “L’Iraq non è un pericolo”, http://www.aljazira.it/02/09/10/ritter.htm.

[5] Contorni grotteschi ha assunto il rifiuto opposto non molto tempo fa dalle autorità israeliane di incontrare il ‘ministro degli Esteri’ dell’UE Xavier Solana, rispedito a casa senza nemmeno i saluti di routine.

[6] Ospitati in gran numero nel… ‘Londonstan’!

[7] Per questo si fa periodicamente riferimento ad un mai meglio precisato incontro avvenuto a Praga, prima dell’11 settembre, tra un alto esponente iracheno ed un «emissario» di Al-Qa‘ida.

[8] Oggi però, dopo il discorso di Saddam Hussein del 7 dicembre 2002 rivolto al solo «popolo kuwaitiano», pare essere ripiombato il gelo sulle relazioni tra i due Paesi.

[9] Uno dei più frequenti, strano a sentirsi da campioni della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli, quello della necessità di favorire l'ascesa di un «Kharzai iracheno».

[10] Cfr. John Kleeves, Sacrifici umani, Il Cerchio, Rimini 1993.

[11] Ci riferiamo a Scott Ritter, capo degli ispettori dell’UNSCOM (la commissione dell’ONU per il disarmo) fino a tutto il 1998, dimissionario a causa delle divergenze insorte con il capo della commissione, l’australiano Richard Butler, che passava le informazioni raccolte dagli ispettori prima agli americani e poi all’Onu. Questo, per non parlare di Hans Von Sponeck e di Dennis J. Halliday, ex responsabili del programma umanitario dell’ONU ritiratisi dopo aver realizzato l’inanità di ogni loro sforzo a causa delle pressioni angloamericane.

[12] E’ quanto ha affermato nel corso di un dossier andato in onda su «Rai Uno» il 12 luglio 2002.

[13] Uno dei pochi leader politici europei di rilievo ad essersi recato in Iraq in tempi recenti [l’articolo è stato scritto prima dell’iniziativa del Vaticano e della visita a Baghdad del segretario del PC russo Djuganov].

[14] Ad es. Franco Cardini, Europa e Islam. Storia di un malinteso, Laterza, Roma-Bari 2000.

[15] Cfr. Stefano Fabei, Guerra santa nel Golfo, All’Insegna del Veltro, Parma 1991. Cinque anni prima l’Italia aveva sostenuto - soprattutto nel corso della prima parte - la grande insurrezione palestinese, protrattasi fino al 1939.

[16] Qui sorge il dubbio che gli americani cerchino di scaricare sulle spalle di noialtri europei le spese per il mantenimento di un loro pupillo talvolta troppo ‘viziato’.
[17] Mentre c’è chi, da più di due secoli, ad onta delle dichiarazioni di facciata, alleva nel suo seno ineffabili mullah dotati dell’immancabile ‘corredino islamico’ e spediti a guerreggiare in nome di interessi geopolitici contrari a quelli della nazione araba.


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Alberto B. Mariantoni

Perché difendere l’Iraq
di Saddam Hussein?


Mi fanno ridere, i cosiddetti “oppositori alla guerra in Iraq” che, allo stesso tempo, in pubblico o in privato, per non sporcare il perbenismo della loro “candide coscienze”, si riempiono la bocca di “se”, di “ma” e di “però”… nonché dei soliti, monotoni, ipocriti e contorsionistici “distinguo”! Chi difende l’Iraq di Saddam Hussein, oggi, non difende affatto un uomo, una fazione o un regime… Non difende assolutamente le brutture o le storture di una dittatura politico-militare che dai suoi esordi al 1990 – non dimentichiamolo – è stata successivamente voluta, favorita, installata e mantenuta al potere a Baghdad (nonché, esponenzialmente armata, tecnologicamente potenziata e politicamente e diplomaticamente “coccolata”…), dalle stesse “immacolate concezioni” che pretendono, oggi, combatterla e cancellarla dalla faccia della Terra, in nome del “diritto”, dei “principi” e della “morale” (traducete: gli abituali interessi monopolistici e mercantilistici di Washington e di Londra!). Non difende in nessuna maniera un sistema poliziesco che per più di 25 anni – “tecnicamente” consigliato e puntualmente istruito, sostenuto e coadiuvato dagli “esperti” delle suddette capitali – ha sparso il terrore a piene mani tra la sua stessa popolazione e tenuto il proprio paese con l’inflessibile ed implacabile “mano di ferro” che tutti gli conosciamo. Non difende in nessun modo la takritiana e nepotistica cosca di “figli di buona donna” che si è sproporzionatamente “incrostata” al potere in quel paese e che ha assunto, nel tempo - grazie pure al “disinteressato” concorso delle suddette “facce di bronzo” che pretendono oggi di accusarla, aborrirla e criminalizzarla – la notorietà pubblica e la credibilità politica che attualmente tutti gli attribuiscono. Chi difende l’Iraq di Saddam Hussein, oggi, difende semplicemente l’inalienabile e sacrosanto diritto dei popoli-nazione del mondo a disporre di loro stessi, della loro terra, delle loro ricchezze e del loro destino. Non dimentichiamo, inoltre, che chi difende attualmente l’Iraq di Saddam Hussein, contribuisce soprattutto a smascherare definitivamente i peggiori “pendagli da forca” che mai siano esistiti nella corso della storia umana: quelli, in particolare, che – nel loro recente e, fino ad ora, opportunamente taciuto passato – non hanno affatto esitato, per dare sfogo al loro personale o collettivo egoismo e/o appagare le loro indicibili avidità ed spregevoli bramosie, a sterminare qualcosa come 85 Nazioni Pellerossa in America del Nord, la quasi totalità degli Aborigeni dell’Australia e della Nuova Zelanda (che venivano “sportivamente” inseguiti, braccati a cavallo e sparati a vista dai coloni britannici, semplicemente per svago o passatempo, o per alimentare la loro irrefrenabile passione per l’hobby della “caccia alla volpe”, animale, in quell’epoca, praticamente inesistente in quelle regioni!), nonché (fino ad ora…) qualche milione… d’Afgani, d’Indiani, d’Africani, d’Asiatici, e di Latino Americani! Se qualcuno, infatti, lo avesse dimenticato, gli attuali aspiranti “liberatori” dell’Iraq, discendono in linea diretta da coloro che, nei secoli scorsi, rimisero in voga ed alimentarono a più non posso la “pirateria marittima” e favorirono e svilupparono largamente la “razzia” dei popoli del continente africano e la “tratta degli schiavi”; che scatenarono diverse “guerre dell’oppio” in Cina (tra il 1833 ed il 1860); che imposero, all’allora Terzo mondo, l’abominevole politica dei famosi “Trattati ineguali” e delle altrettanto ignobilmente celebri “Capitolazioni”; che frazionarono e divisero ad usum delphini il Vicino-Oriente, l’Africa e l’Asia (senza per niente tenere conto delle realtà etniche, culturali, religiose e storiche di quelle regioni); che inventarono il “colonialismo” (oppressore, sfruttatore e rapinatore!) moderno, i primi “campi di concentramento” del mondo e la “pulizia etnica”; che decretarono e diffusero la “segregazione razziale” (negli USA, è rimasta in vigore fino al 1964!) e l’apartheid (in Sud Africa, è stata legale fino a qualche anno fa!). Questo, naturalmente, senza contare che tra i suddetti aspiranti “liberatori” di oggi, ci sono senz’altro i figli, i nipoti o i pro-nipoti dei “liberatori” di ieri: di coloro, cioè, che hanno impunemente aizzato due Guerre mondiali, direttamente o indirettamente provocato all’incirca 54 milioni di morti ed impiegato militarmente (gli unici, fino ad ora, nella storia dell’umanità!) ben due bombe atomiche, nonché milioni di ordigni al fosforo, al napalm, alla diossina ed all’uranio (impoverito?) sui centri abitati e le popolazioni civili; oppure, di coloro che hanno ipotizzato la sterilizzazione terapeutica di intere nazioni, fatto morire di fame e di stenti milioni di prigionieri di guerra, elevato la menzogna di Stato, la produzione e lo spaccio della droga, il traffico delle armi, la corruzione, il ricatto, l’estorsione, il taglieggiamento e l’assassinio politico, al rango di usuali ed accettabili procedure di politica estera! Et, j’en passe… Questi “illustri signori” di nobile schiatta, dunque, sarebbero coloro che, in questo momento, in Iraq, starebbero ufficialmente sacrificando le loro vite (sic!) e sciupando il loro denaro (ari-sic!), per salvare il mondo dal terrorismo? Sarebbero quelli che vorrebbero regalare la “libertà” e la “democrazia” (come se la libertà e la democrazia fossero dei “prêt-à-porter”, oppure dei semplici “pacchi dono” o delle volgari “strenne natalizie”!) a quelle stesse popolazioni (Curdi e Shi’iti inclusi!) a cui ieri, non solo hanno largamente contribuito a sottrargliele ed a confiscagliele (tanto per tenere bene a mente gli altri “regali” che i suddetti “gentlemen” hanno già fatto all’Iraq, ricordiamo: gli “Accordi Sykes-Picot” del 1916; l’Armistizio di Mudros imposto alla Turchia nel 1918 ed il tradimento delle speranze Curde a proposito di un loro possibile Stato nazionale; il Mandato britannico del 1920 e l’intronizzazione di Feysal I°, nel 1923; l’invasione inglese dell’Iraq, per spodestare il governo nazionalista di Rachid ‘Ali al-Khilani, nel 1941 e l’imposizione a questo paese, fino al 1956, di due servi fedeli del colonialismo inglese, il famoso Reggente Abd Allah - zio dell’ancora giovane Feysal II° - ed il suo Primo Ministro Nouri es-Said; il protettorato militare di Londra su quelle regioni, tra il 1941 ed il 1956; il “Patto di Baghdad” imposto all’Iraq, dagli USA, nel 1955; la “man bassa” sulle ricchezze petrolifere del paese da parte delle Compagnie anglo-americane; ecc.) ma addirittura, attivamente trescato ed operato nel tempo (come nel caso dei successivi tradimenti statunitensi nei confronti dei Curdi, nel 1966, nel 1970, nel 1979, nel 1985, nel 1991; e degli Shi’iti, nel 1991) affinché fossero loro, ogni volta, sistematicamente negate e misconosciute? (Situazione, d’altronde, che per i poveri stolti Curdi ed i sempre calpestati Shi’iti dell’Iraq, si ripeterà senz’altro immancabilmente, per l’ennesima volta, anche alla fine di questa guerra…). Ecco, allora, il motivo essenziale dell’appoggio incondizionato all’Iraq ed ai suoi attuali dirigenti, da parte di coloro che continuano ad affermare (solo a parole?) o pretendono concretamente opporsi all’espansionismo militare, al neo-colonialismo ed alla prepotenza ed all’arroganza dell’imperialismo mercantile di Washington e di Londra nel mondo. Fosse pure il peggiore dei regimi della Terra, oggi più che mai, infatti, è necessario prendere posizione e schierarsi - senza “se”… “ma”… o “però”… - a fianco di Saddam Hussein e del suo regime, nonché appoggiare e sostenere l’eroica lotta del suo esercito e del suo popolo contro gli aggressori/invasori americano-britannici, per il semplice motivo che, in Iraq, in questo momento, è il principio stesso della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione e della sovranità politica, economica, culturale e militare dell’insieme dei Popoli e delle Nazioni del mondo che sono in gioco! Bisogna rendersi conto, infatti, che se oggi si accetta supinamente di permettere agli USA ed all’UK di continuare impunemente ad aggredire e ad occupare il suolo iracheno e, contemporaneamente, si tollera che l’attuale governo di quel paese sia spodestato manu militari e sostituito ad hoc con un altro (debitamente formato e composto da “bene accetti” ed “addomesticati bambocci” al servizio degli indicibili interessi anglo-americani), domani nessun altro popolo e nessun’altra nazione del mondo potranno più considerarsi effettivamente liberi, indipendenti e sovrani. Non lo potranno più, in quanto, la loro stessa libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare, oltre a diventare praticamente ipotetiche e provvisorie, dipenderanno fatalmente dagli interessi del momento e, quindi, dal placet strumentale o dall’agreement circostanziale degli sceriffi di Washington e di Londra che – come sappiamo - sono costantemente al soldo delle alterne e variabili vicende economiche delle compagnie petrolifere e del complesso militare-industriale del loro paese e della finanza cosmopolita internazionale.



Alberto B. Mariantoni

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Aggressione imperialista dell’Iraq

Riflessioni e prospettive
«Diritto dei popoli a disporre di loro stessi,
dei loro territori, delle loro ricchezze e del loro destino»



di: Alberto B. Mariantoni

Nel contesto dell’attuale aggressione/invasione militare americano-britannica dell’Iraq, la guerra in corso potrebbe avere tre esiti principali:

1. quello dell’eventuale vittoria dell’Iraq (dopo una lunga e senz’altro eroica resistenza dell’esercito, delle milizie e della popolazione di questo paese);

2. quello dell’eventuale vittoria degli Stati Uniti e dei loro alleati britannici (dopo un incremento esponenziale, sia dei loro bombardamenti terroristici sull’insieme delle città irachene che delle loro truppe d’invasione);

3. quello di un “nulla di fatto” politico-militare tra gli aggressori e gli aggrediti che equivarrebbe, in definitiva, dopo l’eventuale ritiro delle forze USA e UK dalla regione del Golfo, ad un’indiretta ed oggettiva vittoria politico-militare dell’Iraq.

Se la prima o la terza ipotesi si realizzassero e l’Iraq riuscisse davvero a vincere la guerra contro gli USA e l’UK, assisteremmo - in tempi relativamente brevi - ad un graduale ed inesorabile sconvolgimento degli attuali equilibri e rapporti di forza internazionali, nonché al successivo e radicale riassetto e ristabilimento dell’ordine mondiale, su basi concettuali e pratiche diametralmente opposte, naturalmente, a quelle che oggi gli conosciamo.

In altre parole, assisteremmo – in un primo tempo - all’inevitabile discredito ed alla momentanea o durevole rimessa in discussione della politica imperialista/espansionista di Washington (in quest’analisi, la politica di appoggio agli USA praticata dalla Gran Bretagna non sarà affatto presa in considerazione, per la semplice ragione che Londra – nel contesto di questa guerra – ha semplicemente e supinamente scelto di allinearsi incondizionatamente sulla politica di Washington). E – nell’arco di qualche decennio - alla graduale, progressiva, ineluttabile ed inesorabile decadenza e/o deliquescenza degli Stati Uniti, sia come potenza militare, sia come potenza politica, sia come potenza economica.

Come conseguenza diretta di quella situazione, assisteremmo, da un lato, al deprezzamento e/o all’archiviazione dell’attuale «modello di sviluppo mondialista/globalista» e, dall’altro, alla rivalutazione ed al rinnovato successo ideologico, politico e pratico del «modello nazionale di sviluppo» e dei principi e dei valori che, da sempre, lo hanno caratterizzato e contraddistinto.

Allo stesso tempo, come principale ripercussione di quest’ultima conseguenza, assisteremmo ugualmente, sia al ritorno in forza del «Diritto internazionale» (come base legale per definire e risolvere le controversie tra gli Stati), sia alla riabilitazione ed al ritorno in onore del «Diritto dei popoli a disporre di loro stessi, dei loro territori, delle loro ricchezze e del loro destino». Il tutto, naturalmente, in nome dei concetti di libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare che sono invariabilmente comuni all’insieme dei popoli e delle nazioni del mondo.

Se gli USA, invece, riuscissero a vincere il conflitto con l’Iraq, lo scenario apparentemente favorevole alla politica di Washington – oltre ad allungare sensibilmente i tempi di un attendibile e sperabile ritorno ai crismi della «legalità internazionale» - potrebbe riservare, a breve o lunga scadenza, delle inattese e sgradite sorprese, sia agli attuali “apprendisti stregoni” della Casa Bianca che agli indefettibili ed accecati fautori e sostenitori di un eventuale ed incontrastato «dominio statunitense» sul mondo.

Come precisano la maggior parte degli osservatori internazionali, è praticamente impossibile che gli Stati Uniti, insieme alla guerra, riescano ugualmente a “vincere la pace”.

Non saranno in condizione di farlo, né in Iraq, né nel resto del mondo, poiché gli USA - pur essendo attualmente l’unica Superpotenza militare del pianeta - non posseggono assolutamente i mezzi culturali della loro probabile o potenziale ambizione «imperiale».

Mi spiego.

Per potere perpetuare sine die le loro eventuali conquiste militari o realmente estendere ed agevolmente fare accettare la loro supremazia politica al resto dei paesi del mondo, gli Usa dovrebbero prima di tutto potere dimostrare un loro qualunque grado di «Civiltà superiore». Dettaglio… che, purtroppo per loro e fortunatamente per noi, essi - non solo non posseggono, né hanno mai posseduto, ma – non hanno nemmeno tentato di costituirselo o di edificarselo, essendosi limitati - per l’essenziale della loro breve, artificiale e discontinua storia - a scimmiottare pappagallescamente (o interpretare soggettivamente ed arbitrariamente) qualche semplice ed incoerente frazione di «Civiltà» altrui, ed a concedere assoluta priorità a quello che “l’intellighentia” del loro paese definisce incurantemente e spavaldamente il melting-pot culturale statunitense.

Gli USA, infatti, rispetto agli altri paesi del mondo, possono sicuramente vantare uno sproporzionato e rampante progresso tecnologico, nonché i mezzi e le infrastrutture necessarie per poterlo concretamente imporre al resto delle popolazioni del pianeta, ma non posseggono, in nessun caso, né un valido ed accettabile “retroterra culturale” (che permetterebbe loro di affascinare o di entusiasmare le popolazioni del mondo), né tanto meno lo spessore o la profondità di una qualunque “tradizione” che permetterebbe loro di convincere i “popoli assoggettati” o “vinti” ad associarsi spontaneamente alla loro eventuale ed universale opera civilizzatrice.

Per riassumere, dunque, diciamo che gli Usa posseggono la «forza brutale» delle loro possibili ambizioni, ma non posseggono, in nessun caso, ciò che fece – nel loro tempo – l’oggettiva ed incontrovertibile supremazia ideologica, politica e pratica - ad esempio - degli Egiziani, dei Babilonesi, dei Greci, dei Persiani, dei Regni ellenistici, dei Romani, ecc.

Deduzione logica: le armi e la potenza militare sono senz’altro utili e necessarie ad un qualunque paese per conquistare un territorio, una serie di territori o di paesi, un continente e, magari, anche il mondo, ma non sono, in nessun caso, sufficienti per permettergli di riuscire durevolmente a controllare l’insieme delle popolazioni che è riuscito ad assoggettare e/o a sottomettere con la forza. Tanto meno, bastevoli per trasformare quella sua mera e contingente dominazione militare, in un vero e proprio Impero politico, economico, sociale e culturale.

La storia ci insegna, infatti, che i popoli del mondo, accettano di sottomettersi ad un qualsiasi “dominatore” esterno, solo quando considerano che quest’ultimo è molto più civile di loro. In caso contrario, tendono invariabilmente e sistematicamente a ribellarsi e, prima o poi, riescono senz’altro a liberarsi dal suo giogo e dalla sua arbitraria ed atipica egemonia.

Questa serie di rapide e didattiche constatazioni ci lascia dedurre che, all’interno dei diversi paesi del mondo – dopo l’eventuale sconfitta irachena e la successiva arroganza e puerile tracotanza che gli USA, per la loro “schiacciante” vittoria, non mancheranno affatto di sfoggiare e di esibire agli occhi di tutti - si creeranno inevitabilmente due principali e durevoli schieramenti politici: quello filo-americano e quello antiamericano.

Del primo schieramento, faranno parte tutti coloro che saranno supinamente pronti a sottomettersi ai nuovi “padroni del mondo” o a trasformarsi gradualmente in “ausiliari” e “collaboratori” dei loro stessi dominatori/oppressori; del secondo, faranno parte tutti coloro che (e sono la stragrande maggioranza degli abitanti della Terra!) rifiuteranno categoricamente e virilmente – al di là delle loro attuali sensibilità ideologiche e politiche - di rinunciare alla libertà, all’indipendenza, all’autodeterminazione ed alla sovranità politica, economica, culturale e militare del proprio popolo e della propria nazione.

Durante una prima fase, la composizione o il delineamento dello schieramento antiamericano, si effettuerà spontaneamente e disordinatamente. Assumerà delle connotazioni psicologicamente istintive, politicamente multicolori e strutturalmente dilettantistiche. Ed essendo, per essenza, uno schieramento esclusivamente “anti”… “qualcosa”, tenderà soprattutto ad esprimersi ed a manifestarsi “negativamente”, attraverso il semplice rifiuto endemico della supremazia statunitense. Una supremazia che gli adepti di quel nascente e crescente schieramento continueranno, ogni giorno di più ed ognuno per suo conto, a percepire ed a considerare, come arrogantemente innaturale e sfacciatamente ingiusta ed immorale.

In una seconda fase, invece, lo schieramento antiamericano – dopo avere constatato l’inadeguatezza e/o l’inutilità della sua lotta amatoriale, disorganizzata e negativa – si vedrà obbligato (se vorrà essere coerente e conseguente con i suoi scopi iniziali) a ricercare e ad adottare delle forme positive, funzionali e propositive di confronto con gli USA, sia per contrastare concretamente il loro tentacolare e soffocante espansionismo che per tentare di scrollarsi di dosso la loro opprimente e desolante dominazione.

E’, dunque, in quest’ultima e cruciale fase – quella, cioè, che dovrebbe portare all’eventuale organizzazione di una futura ed inevitabile lotta di liberazione nazionale dei diversi popoli e nazioni del mondo – che le forze che si reclameranno (o che si sono sempre reclamate) della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione e della sovranità politica, economica, culturale e militare dell’insieme dei popoli e delle nazioni del mondo, potranno giocare il loro ruolo fondamentale, privilegiato e dinamico.

Lo schieramento (fino a quel momento spontaneista…) antiamericano, infatti, per avere una qualunque chance di riuscire nei suoi intenti, sarà costretto, volens, nolens, a razionalizzare e ad organizzare le sue strutture. Sarà ugualmente costretto a fissare degli obiettivi pratici e ad approntare – per poterli effettivamente e concretamente raggiungere - un’adeguata ed efficace strategia ed una consequenziale tattica. Sarà altresì costretto a forgiare delle nuove idee e delle nuove parole d’ordine (e/o ad ispirarsi di idee e di visioni del mondo che, nel corso della storia, abbiano già dimostrato la loro validità e la loro efficienza), sia per rafforzare le sue fila, sia per attirare nuove reclute, sia per dotarsi di validi antidoti e di sicure armi di combattimento che possano essere simultaneamente in condizione di neutralizzare, controbattere e sconfiggere l’organizzazione, gli obiettivi pratici, la strategia e la tattica, nonché le idee e le parole d’ordine dello schieramento avversario. In particolare: i temi e gli argomenti della sua propaganda; le giustificazioni ideologiche del suo imperialismo/espansionismo; le strutture logistiche della sua colonizzazione pratica; nonché il melting-pot socio-politico-economico che - nel frattempo - sarà riuscito a realizzare; lo sfruttamento generalizzato che sarà riuscito ad imporre; l’oppressione globalizzata che sarà riuscito ad infliggere.

Come l’avrete senz’altro percepito, quelle idee e quelle parole d’ordine non potranno, in nessun modo, esulare (o discostarsi di molto) dalle principali aspirazioni e dalle naturali attese e speranze di ogni genuino popolo e di ogni autentica nazione. Quelle, in particolare, che – da che mondo è mondo – hanno avuto la loro sintesi ideologica e politica nei concetti di libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare.

A noi, dunque – coscienti assertori e strenui ed irremovibili difensori del «Diritto dei popoli a disporre di loro stessi, dei loro territori, delle loro ricchezze e del loro destino» - di ricavarne i necessari insegnamenti e di trarne le debite o dovute conclusioni.



Alberto B. Mariantoni

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Antonio Venier
Considerazioni intorno alla distruzione
dello Stato irakeno da parte degli USA




Sommario:
0. Introduzione.
1. Qualche richiamo alla storia recente.
2. Il regime del partito Baath
3. Operazioni militari USA contro Irak (1991-2003).
4. Il costo ed il risultato della "guerra" del 2003.
5. Considerazioni finali riassuntive.



0 - Introduzione

0.1 - I recenti avvenimenti del Medio Oriente, conosciuti come "terza guerra del Golfo" e con altre varie denominazioni (più o meno fantasiose), presentano caratteristiche ben specifiche, senza precedenti nella storia recente, e comunque non facilmente comprensibili razionalmente. Queste caratteristiche insolite sono principalmente da cercarsi nella lunghissima preparazione (oltre 10 anni di bombardamenti e blocco commerciale), nello svolgimento della breve guerra con curiosa dichiarazione di "vittoria", e nella resistenza tuttora in corso.

0.2 - Osserviamo che quanto avvenuto nel decennio ora trascorso sembra staccarsi sensibilmente, rispetto a quello che finora era stato considerato come "guerra", cioè contrasto con mezzi militari fra Stati sovrani riconosciuti. I fatti recenti sono del tutto fuori dai principi generali del diritto internazionale, riconosciuti e codificati dall'O.N.U., e più o meno seguiti fino ad ora, anche se con notissime ed accettate eccezioni. In particolare non sembra più esistere quanto era conosciuto come "Jus ad bellum - Jus in bello" (diritto alla guerra - diritto nella guerra), negato esplicitamente dalla potenza ora dominante nel mondo, oltre che dai minori suoi seguaci e collaboratori.

0.3 - Consideriamo tuttavia utile, prima d'inoltrarci in discorsi di guerra, almeno tenerne presente la definizione (finora generalmente accettata), espressa con concisa chiarezza al tempo di Hegel e di Napoleone. Nella prima pagina del celebre "Della guerra" del Clausewitz troviamo scritto: "La guerra è dunque un atto di forza che ha per scopo di costringere l'avversario alla nostra volontà" (op.cit. libro I -cap.1- para. 2) Da questa definizione discende che la guerra ha termine quando una delle parti ha raggiunto tale scopo, che è appunto la vittoria. Osserviamo che si parlava di "avversario" e non di bandito, criminale, selvaggio, etc. etc., e che lo scopo non era portare distruzione o sterminio (casomai questi sarebbero mezzi e non fini), e neppure la uccisione dei governanti del paese vinto.

0.4 - Sembra invece che, secondo il criterio e la definizione sopra citati, non possano essere decentemente considerate guerre le così dette "guerre indiane" del Nord America, né i massacri tribali dell'Antico Testamento, o parecchie "guerre coloniali" dei secoli scorsi, ed in verità neppure qualche operazione militare molto più recente. Fatte queste sommarie premesse, prendiamo in considerazione il conflitto USA-Irak, nel suo svolgimento e nelle sue implicazioni, utilizzando per quanto possibile le scarse e talvolta inaffidabili notizie di dominio pubblico.

1 - Qualche richiamo alla storia recente ed alle condizioni economico-sociali dell'Irak

1.1 - Come è certo ben noto alla gran parte dei lettori, l'Irak (scritto anche Iraq) fu costituito nel 1920 come "mandato" britannico, nel quadro della spartizione dei territori già appartenenti all'Impero Ottomano, con i tre "vilayet" ottomani di Mosul, Baghdad e Bassora, più una parte del deserto siriaco. Il territorio dell'Irak risultava quindi sostanzialmente coincidente con quello di precedenti formazioni statali, antichissime e come l'impero babilonese di Hammurrabi o più vicine nel tempo, quale il califfato di Baghdad del medioevo.

Il periodo del "mandato" britannico e poi della nominale indipendenza (ma di fatto protettorato) è stato caratterizzato da rivolte, repressioni e colpi di stato militari. In proposito conviene ricordare che la prima rivolta contro la occupazione inglese è del 1920, e quindi precede persino la nomina del re "fantoccio" Feysal, della famiglia araba degli Hashemiti dell'Hegiaz.

Il solo tentativo di indipendenza è stato quello del governo nazionalista di Rashid Ali al-Gaylani. Tuttavia il dominio britannico fu ripristinato con la breve guerra anglo-irachena del marzo/aprile 1941, che rimise in sella la monarchia e "l'uomo forte" degli inglesi Nuri Said, il quale provvide a colpire duramente, con numerose esecuzioni capitali ed epurazione dell'esercito, coloro che avevano sostenuto il governo nazionalista.

La monarchia filo - britannica restò al potere fino al 1958, quando venne rovesciata dal gruppo militare degli "Ufficiali liberi".

Il re, parte della famiglia reale hashemita ed il primo ministro Nuri-Said "uomo degli inglesi" furono uccisi, e fu proclamata la repubblica, con a capo il generale Kassem, uno degli "Ufficiali liberi" e quindi per la prima volta dal 1920 lo stato irakeno ebbe un governo indipendente, salvo che per la breve parentesi sopra citata di Al-Gaylani (1940-41)

1.2 - Il primo governo repubblicano ed i seguenti furono immediatamente messi di fronte, sia al problema di riformare la struttura sociale che di prendere il controllo delle risorse petrolifere irachene; condizione questa evidentemente necessaria per disporre delle risorse per la modernizzazione dello Stato ed il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione irachena.

Il periodo intercorso fra il 1958 e 1968 fu caratterizzato da grande instabilità politica, con alcuni colpi di stato militari spesso cruenti. La presa del potere da parte del partito Baath (luglio 1968) capeggiato da Hassan al-Bakr e Saddam Hussein segna l'inizio di un lungo periodo di stabilità politica interna.

Questo periodo è stato caratterizzato da enorme progresso nella società irachena, con un governo a partito unico fortemente repressivo, ma anche da due eventi bellici importanti; il primo contro l'Iran, concluso favorevolmente per gli iracheni, ed il secondo contro gli Stati Uniti, concluso ora con la demolizione dell'apparato statale costruito nei 35 anni di regime baathista, e con sviluppi finora non ben prevedibili.

1.2 - Le condizioni economiche e sociali

Durante il governo della monarchia "hashemita" l'Irak presentava una enorme concentrazione della ricchezza, soprattutto sotto forma di proprietà terriera. La classe media era quasi inesistente, praticamente rappresentata da una parte dei militari e dai commercianti. Il reddito proveniente dai giacimenti petroliferi era già consistente prima del 1958, ma non era utilizzato né per la costruzione di infrastrutture nè per elevare il livello di vita e di istruzione della popolazione.

I dati numerici di seguito riportati (da H.Batatu-Old social classes and revolutionary movements in Iraq-Princeton, 1978) mettono in evidenza le condizioni di estrema disuguaglianza sociale esistenti prima del 1958, causa importante dell'instabilità politica negli ultimi due decenni del regime monarchico. Infatti nel 1958 risultavano senza alcuna proprietà i quattro quinti della popolazione irachena (presumibilmente anche in condizioni di analfabetismo). Circa 4,5 milioni di ettari (45.000 Kmq, equivalenti al 56% di tutto il terreno agricolo) erano posseduti soltanto da 2500 persone; i 49 maggiori proprietari terrieri avevano ben 1,4 milioni di ettari. Anche le attività mercantili, manifatturiere e bancarie mostravano una estrema concentrazione della ricchezza, poiché le maggiori 23 famiglie possedevano circa 60% di tutto il capitale industriale e commerciale.

Queste condizioni non erano sensibilmente progredite rispetto a quelle esistenti alla fine del dominio ottomano. Sia pure senza disporre di dati statistici precisi per il periodo monarchico (di fatto protettorato inglese) si può certamente affermare che alla fine degli anni '50 l'Irak presentava le caratteristiche del sotto-sviluppo, con la enorme concentrazione della proprietà terriera prima citata, con un tasso di analfabetismo molto alto, e con molte scarse infrastrutture, sia stradali che ferroviarie.

Partendo da queste condizioni arretrate i governi repubblicani, soprattutto dal 1968 in poi, operarono una trasformazione radicale della società irakena, principalmente utilizzando le risorse degli enormi giacimenti petroliferi, nazionalizzati nel 1972.

Questa trasformazione sociale ad economia dell'Irak fu ottenuta da un regime dittatoriale di partito unico, anche con l'impiego di mezzi repressivi. Tuttavia i risultati sono stati certamente molto importanti, come può ricavarsi dai dati statistici sotto riportati (da fonti diverse).

a) Bilancia commerciale costantemente attiva (basata sull'esportazione del petrolio) fino al 1990, inizio della 2° guerra del Golfo:
(In Milioni $ USA)
Nel 1960 = Imp.391/Exp.654
Nel 1963 = Imp.319/Exp.781
Nel 1979 = Imp.5.591/Exp.20.343
Nel 1981 = Imp.7.504/Exp.10.000
Nel 1987 = Imp.7.415/Exp.9.014
Nel 1989 = Imp.11.730/Exp.14.520

b) Prodotto nazionale per abitante:
(dollari USA) :
nel 1963 = 200 $/ab.
fra 1970 e 1978 = +9,3% incremento medio annuo.
nel 1981 = 3020 $/ab.
nel 1985 = 2942 $/ab.
nel 1991 = 710 $/ab.

c) Posti - letto negli ospedali:
nel 1963 = 13.900,
nel 1982 = 25.000,
nel 1993 = 27.200.

d) Rete stradale:
nel 1963 = 8.142 Km.,
nel 1982 = 25.200 Km.,
nel 1993 = 47.214 Km.

e) Istruzione pubblica: (numero degli allievi nelle scuole primarie/secondarie e superiori):
nel 1958/59 = P/S 576.000, sup. 8.600
nel 1975/76 = P/S 2.226.000, sup. 75.300
nel 1995 = 4.378.000 (complessivo)

Tasso di analfabetismo (in % della popolazione oltre 15 anni):
nel 1965 = 56%,
nel 1985 = 11%
(per confronto nel 1985 Kuwait = 30 %, Iran = 49%, Barhein = 27% (fonte Banca mondiale)
Istruzione obbligatoria e gratuita dal 1977.

Questi interventi dello stato nella società irakena comportarono ovviamente un aumento enorme nel numero dei dipendenti pubblici, soprattutto dopo la nazionalizzazione del petrolio (1972).

Infatti già nel 1977/78 almeno il 25% della popolazione complessiva dipendeva direttamente dallo Stato come fonte di sostentamento.

Possiamo quindi concludere che il lungo periodo di governo del partito Baath ha certamente modificato profondamente le strutture economiche e sociali dell'Irak, sia per mezzo di una sensibile distribuzione della ricchezza nazionale, sia ancora di più con la formazione di una consistente classe media.

2 - Il regime del partito Baath

Il partito Baath si insediò stabilmente al potere in Irak nel 1968, dopo un tentativo fallito nel 1963. Questo partito ha quindi governato ininterrottamente il paese per oltre un trentennio, attraversando due guerre, la prima contro l'Iran (1982-1988) e la seconda contro gli Stati Uniti ed alleati (1991), riuscendo a sopravvivere ad entrambe, ed anche al successivo "embargo" e bombardamento diffuso degli anni 1991-2002.

La distruzione del partito Baath e del regime politico instaurato in Irak è stato indicato come obbiettivo importante dell'azione militare USA del 2003. Alla luce degli ultimi sviluppi della situazione irakena, si può anzi ritenere che questo sia stato il vero obbiettivo di tale azione militare, più del controllo del petrolio irakeno, ed ovviamente della eliminazione di armamenti notoriamente inesistenti.

Può essere quindi utile qualche notizia su questo movimento politico, sia per meglio comprendere gli avvenimenti trascorsi, sia per avere qualche idea sul prossimo futuro.

Il partito Baath (che significa "rinascita", scritto anche Baas) fu fondato a Damasco nel 1947, ad opera di un gruppo di intellettuali ed ideologi prevalentemente siriani, con a capo Michel Aflak e Salah Al-Bitar. Le origini risalgono al movimento di rinascita araba degli anni '30, fortemente influenzato sia dalle idee della cultura politica europea dell'800, particolarmente dal pensiero mazziniano, che dal successo del movimento fascista. Nel 1953 confluisce nel Baath il partito arabo socialista, ed il partito diventa "partito socialista arabo della rinascita nazionale".

Il Baath, movimento profondamente laico e modernizzatore, ha avuto come obbiettivo prioritario la indipendenza nazionale, cosa ben comprensibile data la condizione di colonia e protettorato dei paesi arabi. Connessa con la volontà di indipendenza è la richiesta di recuperare le risorse naturali del territorio (petrolio), allora totalmente sotto controllo straniero. Il Baath raccolse aderenti e consensi nelle classi medie ed in minore misura fra i militari (evidente analogia con l'origine dei movimenti fascisti), ed ovviamente non fra i grandi proprietari terrieri ed i collaboratori delle potenze coloniali.

Il partito Baath prese il potere nel 1968 per mezzo di un colpo di stato, e non certo per via democratica (cioè elezioni generali libere, cosa peraltro del tutto sconosciuta in tutto il Medio Oriente).

Il colpo di stato fu diretto dal generale Hassan al-Bakr (n.1914) che diventa capo dello Stato, e dal giovane (n.1937) Saddam Hussein, entrambi provenienti dalla città di Tikrit. Dal 1979 Saddam Hussein diventa capo del governo e del partito.

Il regime instaurato, che era del tipo a partito unico (con evidente modello dall'Europa anni '30) esercitò il potere con energia ed efficienza, reprimendo con spietata durezza le opposizioni. Il risultato fu un lungo periodo di stabilità politica, ed una profonda trasformazione della società irakena (come appare dai sommari dati statistici prima riportati).

Conviene ricordare che il progetto di indipendenza nazionale, di progresso sociale e di Stato laico del Baath fu sempre duramente ostacolato sia dai nemici esterni (Iran, monarchie "petrolifere", U.S.A. e soprattutto Israele), sia dagli oppositori interni, principalmente fanatici religiosi e separatisti curdi.

Volendo sintetizzare all'estremo, possiamo considerare il regime del Baath un tentativo sostanzialmente riuscito di affermazione nazionale e di progresso sociale ed economico, che tuttavia ha avuto come contropartita (necessaria, se si vuole essere realisti) la spietata repressione delle opposizioni, con uso abbondante di esecuzioni capitali, imprigionamento e tortura. Tuttavia per considerare seriamente l'argomento, conviene tenere conto di una situazione di fatto importante, quella che in tutto il Medio Oriente, da Israele fino al Pakistan, è costume generalizzato (e non certo tenuto nascosto) la uccisione degli avversari politici e la assoluta noncuranza dei diritti e delle libertà di tipo europeo. In questo contesto dovrebbero quindi essere considerati gli scopi ed i risultati ottenuti con questo uso violento del potere.

3 - Le oprazioni militari degli Stati Uniti contro l'Irak (1991-2003)

3.1 - Le operazioni militari degli Stati Uniti contro l'Irak si sono articolate in tre fasi. La prima fu la "guerra del Kuwait" (o 2° guerra del Golfo, essendo stata la prima fra Iran ed Irak) della primavera 1991, conclusa con la distruzione della forza militare irakena ed il grave danneggiamento dell'apparato industriale. La seconda fase fu il lungo "embargo" accompagnato da sorveglianza e bombardamenti aerei selettivi, presumibilmente allo scopo di far crollare il regime Baath senza ulteriori costose operazioni belliche.

La terza fase è quella di quest'anno 2003, che ha finalmente raggiunto l'obbiettivo, cioè la distruzione del regime politico e forse della stessa struttura statale dell'Irak.

3.2 - Nella "Guerra del Golfo" 1991 la durata delle operazioni militari terrestri era stata di soli quattro giorni, dal 24 al 27 Febbraio, poiché le forze armate irachene erano state quasi del tutto distrutte dalle cinque precedenti settimane di campagna aerea, che avevano anche danneggiato gravemente infrastrutture, impianti industriali e rete di comunicazioni.

All'inizio del 2003 le forze armate irachene erano certamente molto più deboli che nel 1991, mancando totalmente di una componente aerea ed essendo state sottoposte sia ad "embargo" che a sistematico martellamento aereo per oltre cinque anni. Pertanto la previsione degli specialisti militari, di una campagna della durata di 4-6 giorni, era del tutto ragionevole. Questo tempo sarebbe stato più che sufficiente per ottenere la capitolazione delle forze armate irachene, sottoscritta dai responsabili politici o militari.

3.3 - Ma le cose non si sono svolte in questo modo, tanto logicamente prevedibile. Gli attacchi aerei "alleati", o per meglio dire americani sono stati molto meno intensi che nel 1991, anche se applicati per un tempo alquanto maggiore.

Gli obbiettivi prescelti prioritariamente sono stati gli edifici del potere politico (Ministeri, Residenze presidenziali), le infrastrutture civili (elettricità, acquedotti) e le telecomunicazioni. Minore attenzione è stata rivolta ad obbiettivi specificamente "militari", peraltro quasi inesistenti e comunque difficilmente identificabili. Soprattutto grande cura è stata posta per non avere perdite fra il personale americano, impiegando per questo scopo con larghezza missili di crociera e mini aeroplani robot, nonostante la loro minore efficacia bellica rispetto ai "vettori" pilotati.

Osserviamo che la possibilità di accettare una capitolazione irachena, sottoscritta dai responsabili politici o militari, era stata subito praticamente esclusa dal governo degli Stati Uniti, che aveva dichiarato la sua intenzione di considerare "criminali di guerra" i governanti iracheni, destinandoli alla forca od alle gabbie di Guantanamo, con una nuova ed assai particolare interpretazione del diritto e delle convenzioni internazionali.

3.4 - Le forze terrestri utilizzate per l'attacco all'Irak, e tuttora presenti (fine agosto 2003) sul territorio complessivamente ammontano a circa 160.000 uomini, dei quali 140.000 americani e 20.000 britannici. Tenendo conto delle esigenze di supporto logistico di un esercito moderno, particolarmente gravose per quello degli Stati Uniti, possiamo stimare in circa 40.000 il numero dei soldati idonei al combattimento. Si tratta evidentemente di una quantità di personale del tutto insufficiente per il controllo del territorio iracheno, che è prossimo per superficie all'Italia ( sup. tot. 434.000 Kmq, di cui circa il 45% desertici). Tuttavia le forze alleate sono ampiamente adeguate per azioni "puntuali" sui singoli obbiettivi (cattura ed uccisione di personaggi del governo iracheno, gruppi di resistenza ecc.).

Come riferimento, le forze alleate presenti in Baghdat sono circa 15.000 presumibilmente con alta percentuale di idonei al combattimento. Queste forze non si occupano dell'ordine pubblico nella immensa città (5 milioni di abitanti su 4.000 Kmq), e ne controllano soltanto alcuni punti strategici (ministeri, centro di comando, telecomunicazioni, aeroporti ecc.)

Possiamo considerare come non realistica la ipotesi di un controllo diretto "alleato" sull'Irak ovviamente facendosi carico delle funzioni statali sia per l'enorme costo, sia perché questo controllo richiederebbe oltre 500.000 uomini agli ordini della potenza occupante.

Appare certo più prevedibile per l'Irak un futuro di tipo "afgano", corrispondente ad una condizione di anarchia e disordine permanente, con il così detto governo centrale controllante più o meno la città capitale, e con il potere locale di fatto sul territorio nelle mani di capi-tribù, integralisti religiosi e predoni.

Tuttavia questa sistemazione di tipo afgano, certamente auspicata e gradita dagli USA potrebbe incontrare ostacoli per la sua realizzazione essendo le caratteristiche sociali ed economiche dell'Irak (ed anche la coscienza nazionale) molto diverse da quelle che esistevano nell'Afganistan al momento dell'intervento americano. Pertanto gli sviluppi della situazione irachena restano al momento (agosto 2003) largamente imprevedibili.

4 - Il costo ed il risultato della "guerra" del 2003

4.1 - Uno degli scopi principali dell'attacco militare americano è senza dubbio quello di poter disporre a piacimento delle consistenti risorse petrolifere dell'Irak. Questa motivazione è anzi dai più considerata come la sola veramente importante, poiché non era certo da considerare seriamente quella della minaccia militare proveniente da un paese disarmato e con gravi problemi di sopravvivenza, quale appunto l'Irak dopo le distruzioni del 1991 ed il successivo embargo. Invece non era generalmente considerata come primaria motivazione il rovesciamento del regime politico iracheno e la eliminazione fisica dei suoi dirigenti. Questo non tanto perché esplicitamente in contrasto con la carta dell'ONU, quanto perché difficilmente spiegabile all'opinione pubblica.

4.2 - Tuttavia l'accettazione della motivazione "petrolifera" come la sola veramente importante richiede, a nostro avviso, una analisi specifica. Infatti conviene ricordare che ogni guerra, anche se molto limitata, ha un costo non trascurabile che di norma viene fatto pagare alla parte perdente, in modo diretto come "riparazioni" ed indiretto come condizione di vassallaggio prolungato. In alcuni casi molto particolari della storia recente (Vietnam e guerra del Kuwait) il costo delle operazioni belliche è stato invece sopportato da alcuni alleati del vincitore: direttamente nel 1991, per mezzo di manovre finanziarie nel caso Vietnam. Tuttavia ora questa soluzione (pagamento da parte degli alleati) non sembra applicabile.

4.3 - Utilizzando qualche dato numerico di pubblico dominio vogliamo confrontare le spese di guerra sostenate dagli USA con le risorse irachene, costituite praticamente soltanto dal petrolio. Le indicazioni provenienti dalla amministrazione americana sono state inizialmente (prima dell'inizio delle operazioni) di 75 miliardi di dollari, riferite alle previsioni di un mese di operazioni militari e 5 mesi di occupazione dell'Irak. Conviene tenere presente che le spese belliche sono costantemente sottostimate, e che comunque la durata delle operazioni è stata superiore al previsto e che la durata della occupazione difficilmente sarà inferiore ai 10-12 mesi. Pertanto la spesa bellica sostenuta dagli USA potrebbe stimarsi più realisticamente intorno a 120-150 milioni di dollari. A questa cifra dovrebbe aggiungersi il debito iracheno verso l'estero, che a fine 2002 era stimato in almeno 60 milioni di dollari (dalla Banca mondiale)

4.4 - La capacità produttiva dei giacimenti petroliferi iracheni in condizioni normali era di 2,5 milioni di barili al giorno (un barile = 159 litri = 42 galloni USA). Supponendo di ripristinare rapidamente questa capacità produttiva la produzione annua corrisponde a circa 900 milioni di barili annui. Il costo di produzione del petrolio iracheno (uno dei meno costosi al mondo) e di circa 4 dollari/barile. Considerando un prezzo medio di 24 dollari/barile, dalla totalità della produzione petrolifera irachena sono ricavabili circa 18 miliardi di dollari per anno. Supponendo di dedicare totalmente questa somma al pagamento delle spese americane, trascurando qualsiasi problema di sopravvivenza della popolazione dell'Irak, il tempo necessario per tale pagamento risulterebbe dall'ordine di 7-8 anni escludendo le spese di riattivazione impianti ed interessi sul capitale. Evidentemente questa ipotesi estrema non potrebbe essere seriamente considerata neppure dai più estremisti neo-conservatori americani, poiché comporterebbe la eliminazione fisica di qualche milione di persone, od al meglio la loro emigrazione verso l'Europa.

4.5 - La ipotesi di un aumento consistente della produzione irachena è tecnicamente possibile. Per raddoppiarla tuttavia sarebbero richiesti investimenti dell'ordine di 30 miliardi di dollari, da aggiungere alle spese belliche da rimborsare. Tuttavia bisogna considerare che una produzione irachena di 5 milioni barili/giorno provocherebbe certamente una caduta dei prezzi del petrolio, e sarebbe ostacolata dagli altri paesi produttori.

Queste semplici considerazioni numeriche, come abbiamo detto basate su dati di pubblico dominio, fanno pensare che la "privatizzazione" dei giacimenti petroliferi dell'Irak a beneficio esclusivo delle compagnie americane non sia stata il motivo della guerra del 2003, od almeno non ne sia stato quello principale.

Ovviamente non è seriamente da considerare un grossolano errore di valutazione da parte americana, poiché sono ben noti e prevedibili, sia la consistenza delle risorse petrolifere che i costi militari.

5 - Considerazioni conclusive finali

5.1 - Dall'esame delle vicende della "strana guerra" del 2003 (che abbiamo qui molto sommariamente esposto) è possibile ricavare soltanto qualche certezza, ma non certo rassicurante per il prossimo futuro. Avvolte nel dubbio restano le ipotesi sulle conseguenze, ipotesi talvolta razionali, ma anche spesso al limite della fanta-politica, o se vogliamo della fanta-geoeconomia.

Le certezze ricavate riguardano la assoluta inesistenza dai motivi addotti dagli Stati Uniti per giustificare l'attacco e la distruzione dello Stato iracheno. Non certo le armi "distruzione di massa", notoriamente inesistenti, e neppure una minaccia di tipo "convenzionale", poiché il governo iracheno aveva accettato tutte le più vessatorie condizioni di ispezione, distruzione materiali bellici ed embargo richieste da ONU ed USA. Neppure può considerarsi seriamente il dichiarato desiderio USA di dare prosperità al popolo iracheno, poiché gli strumenti utilizzati per tale scopo erano piuttosto inadatti (espropriazione petrolio, bombardamenti su infrastrutture, ecc.). Resta tuttavia plausibile l'intenzione di "liberare" il popolo iracheno da un governo tirannico e sanguinario. Tuttavia appare almeno dubbio che questa "liberazione" (termine che fastidiosamente ricorda cose del passato, quali i bombardieri "liberator") possa giovare agli iracheni, poiché il governo del partito Baath indubbiamente autoritario e repressivo, è stato certamente il migliore mai esistito in Irak da almeno sette secoli.

5.2 - Non crediamo che possano considerarsi serie motivazioni di guerra, e di contrasto con la comunità internazionale, le farneticazione millenaristiche e sanguinarie dei così detti "nuovi cristiani" ben presenti negli USA. Vogliamo ricordare che gli interventi americani nelle due guerre mondiali hanno avuto motivazioni alquanto più serie dei "14 punti" di Wilson e dell'attacco di Pearl Harbour. Vogliamo aggiungere che l'azione contro l'Irak è durata un decennio, sotto diversi governi USA, e non può essere quindi essere considerata soltanto un folle capriccio dell'entourage del presidente G.W.B.

5.3 - Appare quindi necessario andare alla ricerca di motivazioni più consistenti di quelle presentate ai buoni cittadini USA. Abbiamo visto, con qualche cifra a sostegno, che il petrolio dell'Irak non basta per pagare le spese belliche. Tuttavia un ipotetico (ma non troppo) possesso diretto di tutto il petrolio del Medio Oriente, inclusa la proprietà dei giacimenti, più di quello di Libia, Algeria, Nigeria e Venezuela potrebbe certamente risolvere il tragico problema dell'enorme deficit commerciale USA, (attualmente di 1,4 miliardi di dollari al giorno) dovuto allo sbilancio fra consumi e capacità produttiva.

Di fronte a questa (fantasiosa?) ipotesi i 150 miliardi di dollari della guerra all'Irak diventano del tutto trascurabili, anzi sarebbero stati un ottimo investimento.

Secondo questa ipotesi, che riconosciamo fantastica ed estrema, lo scopo della "strana guerra" sarebbe quello di ammonimento agli stati in possesso di risorse petrolifere e privi di mezzi difensivi. Dopo la "lezione" irachena, nessuno dovrebbe avere la velleità di sostituire parzialmente l'euro al dollaro per le sue transazioni, cosa fatta dal governo iracheno alla fine del 2000.

5.4 - Resta inoltre valida, a nostro parere, come motivazione fondamentale degli Stati Uniti, la eliminazione del regime politico dell'Irak, e soprattutto del partito Baath. La esistenza, ed ancora più la diffusione nella zona del Medio Oriente di regimi politici fortemente dominati da motivazione di indipendenza nazionale e di progresso sociale è veramente una minaccia gravissima agli Stati Uniti. Infatti una diffusione di governi quali il cessato governo Baath in Irak, ostacolerebbe gravemente il dominio delle grandi compagnie petrolifere USA, ed anche potrebbe essere l'embrione di un grande stato nazionale arabo, dal Mediterraneo al Golfo Persico.

Questa ipotesi, per quanto remotissima, sarebbe comunque grave ostacolo per il grande disegno di neo-imperialismo economico degli Stati Uniti, disegno che presuppone governi alle dipendenze americane sia economicamente che militarmente. Infine questi tentativi di indipendenza e progresso sociale dei Paesi Arabi non sono neppure graditi al piccolo ma importante "alleato" israeliano, che sembra ascoltato consigliere per la politica americana nel Medio e Vicino Oriente.

*

Larry Chin
I retroscena politici della rimozione di regime in Iraq:
conquista palese, operazioni coperte



Pubblicato da http://globalresearch.ca/articles/CHI211A.html
Centro di ricerche sulla globalizzazione
Rivista Online ottobre-novembre 2002.
Copyright Larry Chin 2002. For fair use only/ pour usage équitable seulement
Traduzione dall'inglese per www.asslimes.com a cura di Belgicus
Testo completo. Pubblicato originariamente come una serie in cinque parti (24 ottobre - 22 novembre 2002)




Come va in stampa questo rapporto, ha inizio un nuovo giro di “ispezioni sugli armamenti” da parte dell’ONU. Questa sciarada, designata a creare l’apparenza di un consenso internazionale, rinvierà, ma non fermerà, il furioso agitarsi americano. In assenza di prove idonee ad implicare l’Iraq, la prova sarà fabbricata. In assenza di giustificazioni, nuovi pretesti saranno costruiti e quelli vecchi rispolverati e reiterati. Il capo delle ispezioni ONU, Hans Blix, l’uomo incaricato di decidere se l’Iraq stia detenendo armi di distruzione di massa, “non può garantire che le sue squadre d’ispezione non includano spie occidentali”.

I) Dentro l’abisso

L’amministrazione Bush sta dando i ritocchi finali all’invasione dell’Iraq e possibilmente dell’Arabia Saudita, dell’Iran e oltre. La prossima fase della guerra, da lungo tempo pianificata e susseguente all’11 settembre, comporterà la rimozione di Saddam Hussein e l’instaurazione di un nuovo regime fantoccio di occupazione militare USA oppure l’assorbimento e la suddivisione del territorio irakeno da parte di surrogati USA (Giordania, Kuwait e Curdi). Questo rapporto tenterà di spiegare i modi in cui l’Iraq presumibilmente cadrà, i gruppi e gli individui che portano avanti questo discorso e i vari ordini del giorno occulti che i principali media hanno rifiutato di analizzare, o almeno di riportare.
Il Medio Oriente: premio-chiave della Guerra dell’11/9

Il "cambio di regime", il rovesciamento criminale di nazioni sovrane, è stato con noncuranza annunciato per mesi dall’amministrazione Bush e dai media USA, ma non è una novità. L’Iraq Liberation Act, che è stato approvato dal Congresso USA ed è divenuto legge nel 1998, si riferisce esplicitamente ad un cambio di regime. L’interesse predatore di Washington verso l’Iraq viene esplicitamente dichiarato nella Strategia per la Sicurezza Nazionale del Presidente:



"Lo scopo dell’impegno degli USA, come esposto nella NSS è quello di proteggere gli interessi vitali degli Stati Uniti nella regione---un ininterrotto, sicuro accesso per gli USA/Alleati al petrolio del Golfo."
http://www.milnet.com/pentagon/centcom/chap1/stratgic.htm

Inoltre, la "agevolazione dell’accesso degli USA alle forniture del Golfo Persico" è una priorità dichiarata nel Rapporto Nazionale USA sulle Politiche per l’Energia del 2001 - il noto "Cheney Report". A breve termine, l’obiettivo dell’amministrazione Bush è di spezzare la schiena all’OPEC, portarsi fuori da un imminente crollo dell’industria petrolifera USA e salvare un’economia USA disastrata che è sull’orlo del collasso. Prendere l’Iraq significherebbe realizzare questo. Come riportato nell’Observer (10/06/02) da Ed Vulliamy, Paul Webster e Nick Paton Walsh, "Gli attuali elevati prezzi del petrolio stanno trascinando l’economia USA ancor più nella recessione. Il controllo USA delle riserve irakene, forse il maggiore deposito inesplorato del mondo, romperebbe la supremazia saudita sul cartello dell’OPEC e detterebbe i prezzi per il prossimo secolo." Gli addetti ai lavori di Washington non si sono curati di dissimulare il loro zelo da sangue-contro-petrolio. Lawrence Lindsey, consigliere economico di George W. Bush, ha detto, "Quando ci sarà un cambio di regime in Iraq, potrete aggiungere dai 3 ai 5 milioni di barili di produzione alle forniture mondiali. Il successo nel perseguimento della guerra sarebbe un bene per l’economia." L’ex direttore della CIA James Woolsey ha fatto eco a questa modo di sentire: "L’Iraq sta esportando solo un milione di barili al giorno e sotto un’occupazione USA la produzione potrebbe crescere da 3 a 4 milioni di barili al giorno come misura di controllo del prezzo." Un altro ex operativo della CIA, Reuel Marc Gerecht, componente dell’American Enterprise Institute, ha aggiunto, "L’OPEC è già divisa in modo significativo e il controllo USA sul petrolio irakeno si aggiungerebbe alle frizioni interne già esistenti. Farebbe diminuire in modo definitivo l’influenza saudita (sugli Stati Uniti) e causerebbe un mucchio di problemi al regime iraniano. "
Il Grande Rivolgimento

Il vero ordine del giorno a lungo termine che sta guidando la progettata operazione nel Medio Oriente è puntare alle maggiori riserve rimanenti di petrolio in un mondo che lo sta esaurendo. Questo terrorizzante fatto scientifico, che è stato ben compreso dalle elites mondiali, è stato volutamente tenuto fuori dalla conoscenza del pubblico. (Vedi http://www.dieoff.com/ ) Come illustrato in una serie di rapporti da Dale Allen Pfeiffer, geologo ed editore esperto in energia per From the Wilderness, "in base alla Curva di Hubbert (una misura standard dei massimi e minimi di produzione del petrolio), in cinque anni, noi non saremo più in grado di produrre abbastanza carburante per andare incontro alle necessità della nostra civiltà del petrolio."

· Il retroscena è il petrolio
· Quale sarà il prossimo obiettivo del colpo petrolifero
· E’ l’Impero sul petrolio?
· E’ la Cina il gioco finale per il petrolio?
· http://www.fromthewilderness.com/free/ww3/102302_campbell.html

Il Professor Richard Heinberg, editore di The Museletter scrive: "Dopo quel ‘Grande Rivolgimento’ come viene chiamato da uno dei geofisici USGS, ogni anno ci saranno pochi punti percentuali in meno disponibili per andare incontro alla crescente domanda mondiale, qualsiasi sia l’attività." Nel contesto di questo cataclisma incombente, il conseguente accaparramento da parte dell’amministrazione Bush delle maggiori ricchezze petrolifere mondiali (Asia Centrale, Medio Oriente, Balcani, Venezuela, Colombia, Mar Cinese Meridionale, etc.), con il pretesto di una “guerra al terrorismo”, è tanto prevedibile quando spudorato:

· L’Iraq ha 113 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate, secondo nel mondo solo ai
Sauditi. L’Iraq controlla l’11% del petrolio del pianeta. Il Dipartimento Usa per l’Energia valuta che l’Iraq abbia quantomeno 220 miliardi di barili in riserve non ancora scoperte.

· Vi sono in Iraq 70 campi petroliferi conosciuti, solo 15 dei quali sono stati sviluppati.

· L’Arabia Saudita, che è sull’orlo della guerra civile e contemporaneamente un conveniente obiettivo di conquista per gli USA, possiede un altro 25% dei rifornimenti mondiali di petrolio.

· "I due paesi insieme, che non hanno ancora raggiunto il massimo della capacità produttiva e che sono le due sole nazioni con la capacità di un immediato aumento del prodotto, possiedono il 36% del petrolio accertato nel mondo" secondo Michael C. Ruppert (From the Wilderness, 8/12/02)

· Michael Klare, autore di The Resource Wars, aggiunge: "L’Iraq è il solo paese accanto ai Sauditi che può aggiungere alla produzione giornaliera milioni di barili per i prossimi 10-20 anni."

"Negli anni a venire," scrive Pfeiffer, "l’egemonia continuata degli USA dipenderà dal mantenimento del controllo e dell’accesso delle riserve di idrocarburi in diminuzione, la maggior parte delle quali si trovano nel Medio Oriente." E l’elite del petrolio, guidata dall’amministrazione Bush, non si fermerà di fronte a nulla per assicurarsi le riserve rimanenti e disporre del loro uso. Contro questo assaggio di crisi globale, l’esplicita politica degli USA nei confronti dell’Iraq è stata quella di un cambio di regime, un processo iniziato dapprima sotto l’amministrazione di George H.W. Bush. Come ha osservato Joe Taglieri (From the Wilderness 10/1/02), sin dal 1991, una cricca strettamente intrecciata di attuali ed ex funzionari e guerrafondai della Casa Bianca, affiliata con i circoli conservatori stava sviluppando una strategia per rimuovere il regime irakeno. Nel piano più recente tracciato da Dick Cheney e Paul Wolfowitz e riportato da Stratfor , l’Iraq scomparirà e la nazione stessa sarà sparpagliata in tre direzioni. La parte centrale dell’Iraq, attualmente popolata da Arabi sunniti, dovrebbe divenire parte della Giordania e governata dal re giordano Abdullah. La regione curda dell’Iraq settentrionale e nord-occidentale, compresa Mosul ed i vasti campi petroliferi di Kirkuk, diventerebbe uno stato autonomo. L’Iraq sud-occidentale diventerebbe una parte del Kuwait. Un altro punto cardine di Washington riportato nel Wall Street Journal (11/12/02) comporta un piano simile a quello per il Giappone del secondo dopoguerra - un’occupazione militare capeggiata da un americano e assistita da esuli irakeni alleati degli USA e da tecnocrati. In base a liste predisposte da oppositori irakeni, gli attuali funzionari del Partito Ba’ath verrebbero processati come criminali di guerra. Come messo in luce dall’installazione di nuove basi militari permanenti in tutto il Medio Oriente ed in Asia Centrale e da nuove forniture di guerra a lungo termine (come un contratto di cinque anni firmato il 5 agosto del 2002, tra la US Navy e la Maersk Shipping Line per approntare serbatoi per mezzi corazzati anfibi, munizioni ed altri armamenti da Diego Garcia al Golfo Persico), gli USA sembrano preparati per un grande conflitto in Medio Oriente. La regione è completamente accerchiata dalle forze USA, le quali continuano a rafforzarsi di giorno in giorno. Secondo la Reuters, "Washington ritiene che le migliori condizioni per un attacco all’Iraq da parte delle forze USA siano nei primi mesi dell’anno prossimo." La piena complicità del Congresso USA ha già “posto il timbro” sulla guerra. L’intransigenza di certi membri delle Nazioni Unite la rinvierà, ma probabilmente non la fermerà, in quanto si continua a negoziare sulla spartizione delle spoglie del post-Saddam.
Confronto per i predomini
Non è una sorpresa che gli "sgradevoli" regimi di Giordania, Kuwait e Turchia stiano assistendo l’impegno USA La monarchia che regna in Giordania è stata strettamente connessa a Washington per decenni. L’ultimo re giordano Hussein si giovava di un rapporto con la CIA risalente agli anni 1950. L’attuale regime giordano è stato installato dagli Stati Uniti. Secondo il Guardian (2/17/99), "all’inizio del 1999, una combinazione di manipolazioni della CIA, di intrighi di palazzo e di pressioni da parte della moglie americana di Hussein, la regina Noor, ebbe per risultato che colui che da lungo tempo era il Principe della Corona, Hassan, fu scaricato a vantaggio di Abdullah, figlio della moglie britannica di Hussein e comandante delle Special Forces giordane. E così, Abdullah II divenne re del regno hashemita di Giordania". La Giordania è anche il quartier generale dell’Accordo Nazionale Irakeno, connesso alla CIA ed uno dei gruppi di opposizione irakena favoriti. Similmente, il regime del Kuwait, guidato dalla famiglia Sabbah, è profondamente legato a Washington e alla famiglia Bush. Furono le trivellazioni Kuwaitiane in Iraq, unite alle numerose provocazioni di George H.W. Bush (compreso un piano per fissare il prezzo del petrolio a livello internazionale) che innescarono l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990. Anche il Kuwait assistette l’amministrazione Bush nella creazione di parte della più ingannevole propaganda della Guerra del Golfo. Secondo il corrispondente dell’UPI Morgan Strong, la virulenta propaganda anti-Saddam Hussein prodotta durante la Guerra del Golfo fu creata da membri del regime kuwaitiano e da una impresa di pubbliche relazioni di Washington, DC, con stretti legami con l’amministrazione Bush.

"Anche se le truppe irakene commisero delle atrocità nel Kuwait, essi non strapparono mai i neonati dalle incubatrici né li uccisero", ha scritto Strong. "La giovane che testimoniò l’orrore di fronte al Congresso? Era la figlia dell’Ambasciatore kuwaitiano a Washington. Mentre gli Irakeni invadevano il Kuwait, ella si trovava a Parigi. Non ha mai lavorato in un ospedale; non ha mai lavorato in vita sua. Suo padre fa parte della dinastia immensamente ricca che comanda in Kuwait. La donna che testimoniò davanti all’Assemblea generale? Neppure lei era in Kuwait al tempo dell’invasione. Era la moglie del ministro dell’informazione kuwaitiano."

Alla Turchia, alleato di vecchia data degli USA, è stata offerta la diretta compartecipazione al petrolio irakena e maggiori finanziamenti per l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan in cambio della sua assistenza. Secondo il giornalista curdo Husayn Al-Kurdi, "Il coinvolgimento della CIA in Turchia è antico quanto la stessa Agenzia e gli Stati Uniti sostengono fino in fondo la Turchia e i suoi gruppi paramilitari di destra."
11/9: la madre di tutti i pretesti creati
L’uomo della strada non si accorge del diavolo nemmeno quando il diavolo lo sta tenendo per la gola. (Goethe)

La legittimazione della prossima grande guerra è stata incardinata nella narrativa ufficiale dell’11 settembre, che promuove il mito per cui gli Stati Uniti si trovano sotto attacco da parte di terroristi stranieri impazziti. Basata su prova documentaria compilata ed analizzata dal Professor Michel Chossudovsky www.globalresearch.ca/articles/CHO210A.html , la "guerra al terrorismo" - che comprende ora per estensione la “guerra agli stati canaglia" (Iraq) - è una gigantesca frode. In effetti, una preponderanza di prove raccolte durante lo scorso anno accusa l’amministrazione Bush per la sua complicità negli attacchi dell’11/9 e il probabile coinvolgimento in numerosi incidenti di terrorismo post 11/9 - tutto ciò sembra un’operazione sofisticata di intelligence fatta scattare da interruttori controllati dalla CIA e dai massimi livelli all’interno dell’amministrazione Bush. Come riassume Ruppert:

"Noi ora sappiamo che Bush e altri erano abbastanza a conoscenza da poterlo prevenire, ma non l’hanno fatto. È già stato dimostrato che membri dei servizi segreti del Pakistan collegati alla CIA hanno aiutato a finanziarlo; che cinque dei dirottatori hanno ricevuto l’addestramento al volo presso installazioni militari USA; che nessun caccia è stato fatto decollare in tempo per fare qualcosa e che il Presidente Bush ha mentito dicendo di non avere alcuna idea che gli aerei potessero essere usati come armi. Noi sappiamo che è un segreto di stato se le agenzie di intelligence abbiano riferito a Bush quello che noi sappiamo essere a loro conoscenza."

"Le precedenti amministrazioni USA hanno sostenuto, incoraggiato e dato rifugio al terrorismo internazionale", scrive Chossudovsky. Sin dalla Guerra Fredda, gli USA hanno continuato a proteggere la "Rete dei Militanti Islamici" ed altri gruppi terroristici come un esplicito strumento della loro politica estera. Inoltre:

· La "Rete dei militanti islamici" è stata una creazione della CIA, costruita appositamente per combattere la guerra sovietica in Afghanistan come uno strumento della politica estera USA a partire dall’amministrazione Carter sotto il suo pioniere, Zbigniew Brezezinski, che rimane all’avanguardia della pianificazione della politica USA.

· I gruppi militanti islamici post-guerra fredda, compresa al Qaeda sono delle risorse dell’intelligence USA.

· Tramite i gruppi che agiscono per procura, molti dei quali non sono consapevoli di chi o che cosa li finanzi e li controlli, la CIA continua ad usare il terrorismo per gestire gli interessi geo-economici USA e occidentali

· La CIA esercita un sostanziale controllo sui suoi terroristi per procura e fa il monitoraggio delle sue cellule in tempo reale tramite numerosi metodi sofisticati. Non c’è stato nessun “vuoto di intelligence” l’11 settembre, né ce n’è oggi.

Per mesi, l’amministrazione Bush ha corroborato la sua menzogna della “guerra al terrorismo” con un crescendo di nuove falsità sulle “armi di distruzione di massa” dell’Iraq. Queste bugie sono state ripetutamente scoperte. In una sessione ristretta con i funzionari dell’amministrazione Bush, il membro del Congresso Anna Eshoo (D-Calif.) ha chiesto più volte se avessero la prova di un’imminente minaccia di Hussein contro i cittadini degli Statin Uniti. "Essi hanno risposto 'no'," ha detto. "Non 'no, ma', oppure 'forse', ma 'no'. Io rimasi sbalordita. Non scioccata. Non sorpresa. Sbalordita." (San Francisco Chronicle, 9/20/02). Secondo l’ex ispettore dell’ONU sugli armamenti Scott Ritter, che ha fornito chiara prova che l’Iraq non pone nessuna minaccia credibile, "Il Presidente Bush rifiuta di considerare il "sì" una risposta. Le azioni dell’amministrazione Bush si fondano sulla vuota mitologia che si combatta questa guerra al di là di qualsiasi minaccia portata da armi di distruzione di massa irakene. È diventato chiaro che il suo obiettivo è l’eliminazione di Saddam Hussein."
Una guerra di terrorismo: il terrorismo americano

Non è una sorpresa che la rimozione del regime irakeno caratterizzerà ancora un altro lancio di gruppi paramilitari armati “sgradevoli” e criminali d’allevamento USA, messi in pista con cura dalla CIA sin dalla Guerra Iran-Iraq. L’amministrazione Bush e la CIA stanno mettendo insieme una coalizione simile all’afghana “Alleanza del Nord” che consiste essa stessa di banditi, narco-trafficanti, stupratori, signori della guerra e criminali di guerra. I gruppi di opposizione irakena e di esiliati che stanno ora ricevendo un addestramento aggiuntivo dell’ultimo minuto dalla CIA e dalle US Special Forces parteciperanno all’attacco terrestre. I loro principali leaders presumibilmente prenderanno i posti chiave nel nuovo regime(i) fantoccio, una volta conclusa la carneficina. Il vaso di Pandora è spalancato.

II) La CIA ed i gruppi di opposizione irakeni

Se l’invasione dell’Iraq va secondo il copione dell’amministrazione Bush e della confraternita dei guerrafondai di Washington, il mondo sarà testimone di uno spettacolo familiare da incubo. Un rampollo della CIA (un Bush) rovescerà un ex alleato degli USA, un’ex risorsa della CIA ed ex partner in affari (Saddam Hussein) utilizzando gruppi paramilitari, di opposizione e dispositivi della CIA per installare nuovi regimi di clienti affiliati alla CIA, controllati da e in vista degli interessi USA.
Saddam Hussein: un gioco a lungo condotto dalla CIA e l’ossessione degli USA

Il potere reale gioca in tutti i campi di un conflitto, alternativamente sostenendo o sovvertendo (dall’interno e dall’esterno), manovrando una parte contro un’altra, "gestendo la tensione", fino a raggiungere i risultati desiderati. Un esempio ben documentato è l’Afghanistan dove, sulla scia della Guerra Sovietica afgana, gli USA hanno installato e rovesciato con la violenza una successione di regimi (Rabbani, Hekmatyr, Alleanza del Nord, Talibani), fino a raggiungere il risultato soddisfacente: un governo fantoccio degli USA, guidato dall’ex consulente della Unocal e strumento della CIA Hamid Karzai, dai signori della guerra/banditi trafficanti di droga dell’Alleanza del Nord ed affiancato dall’assistenza dell’inviato USA Zalmay Khalilzad, addetto ai lavori di intelligence per il Pentagono, ex consulente della Unocal e assistente dell’attuale Vice-Segretario della Difesa Paul Wolfowitz. In Iraq, gli US e la CIA hanno fatto per decenni un gioco del genere, mettendo in piedi gruppi paramilitari e armati con origini che risalgono alla Guerra Iran-Iraq degli anno 1980 e oltre. "Gli Americani sono stati lasciati all’oscuro per quanto riguarda i maneggi della CIA nel Medio Oriente, nutriti con una continua dieta di poltiglia fantasy in cui Arabi e Musulmani sono inesorabilmente presi di mira come terroristi irrazionali, fanatici," ha scritto il giornalista curdo Husayn Al-Kurdi. "La vera storia del coinvolgimento della CIA nella regione ci narra una vicenda di gran lunga differente." Il ruolo diretto della CIA in Iraq si estende all’indietro negli anni 1950. Lo stesso Saddam Hussein è stato una creazione USA, un alleato USA ed una carta della CIA. Come ha osservato Al-Kurdi, "dopo aver sostenuto il regime corrotto di Nuri Said, gli USA si rivolsero contro Abdul Karim-Kassem, il cui colpo di stato con sostegno popolare aveva eliminato il vecchio agente britannico Nuri nel1958. Tra coloro che furono reclutato dalla CIA per fare il lavoro sporco ci fu il Partito Baath Irakeno, compreso uno sfrontato avventuriero assetato di potere di nome Saddam Hussein. "La CIA progettò allora il rovesciamento e l’assassinio di Kassem nel 1963, con Saddam a svolgere un ruolo principale nel colpo verso Kassem e nella successive liquidazione dei Comunisti. Per decenni, fino all’inizio della Guerra del Golfo nel 1990, Saddam fu un alleato chiave degli USA nella regione, sia come loro partner commerciale che come associato in affari di George Herbert Walker Bush. (In un altro emisfero, l’uomo forte di Panama Manuel Noriega svolgeva un ruolo simile nello stesso periodo) Le Direttive di Decisione per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione Bush (rivelate in un’inchiesta del LA Times del 1992), come le registrazioni dettagliate dei rapporti Bush-Saddam attraverso la nota BCCI e la Banca Nazionale del Lavoro (BNL), offrono la prova evidente che il governo di Saddam Hussein era esplicitamente e consapevolmente armato e finanziato dagli USA e coinvolto personalmente con Bush. Dopo la Guerra del Golfo, con il pretesto di un "rifugio sicuro per i Kurdi", la CIA creò un protettorato ed una base per attività coperte designate a destabilizzare il regime irakeno, mentre contemporaneamente continuava il permesso di sopprimere curdi e Musulmani. Con George H.W. Bush, la CIA ha speso a quanto si dice, 20 milioni di dollari in propaganda anti-Saddam e almeno 11 milioni di dollari in aiuti a numerosi gruppi d’opposizione irakeni e curdi. Come ci mostra As Al-Kurdi: "Era chiaro dall’inizio che questo "rifugio sicuro" era un’operazione per fornire "copertura" alle operazioni della CIA contro l’Iraq e alle incursioni turche sui Curdi e non "sicurezza", come implicava la sua designazione ufficiale. Veniva rafforzato uno stato di dipendenza in cui i ‘fornitori’ potevano tenere i fantocci curdi a briglia corta." Quando i Musulmani shi’iti nell’Iraq meridionale inscenarono una rivolta contro Saddam nella primavera del 1991 sotto l’occhio attento della CIA, l’amministrazione di Bush (padre) permise alle truppe irakene di Saddam di schiacciarla. Per prevenire un movimento popolare islamico all’interno dell’Iraq (uno che poteva minacciare gli interessi petroliferi occidentali e gli interessi affaristici), Bush non fece nulla quando il suo ex partner e nemico sconfitto schiacciò la rivolta. Lasciare Saddam Hussein vivo ma castrato (attraverso le sanzioni, le no-fly zones, etc.) ha permesso agli USA di mantenere forze militari in Arabia Saudita, mentre si discutevano i piani per un eventuale cambio di regime in Iraq. Nel frattempo, la ricostruzione dell’Iraq e varie forme di commercio coperto si rivelavano lucrose per numerose corporations occidentali (come la Halliburton, la General Electric e altre). Il mercato nero era anche un mezzo di controllo. "Chiudendo un occhio sul contrabbando di petrolio", scrive l’ex agente della CIA Robert Baer nel suo libro “See No Evil, "gli USA combinarono di rivolgere l’opposizione curda contro se stessa anche perché aiutavano Saddam a pagare la sua guardia pretoriana, proprio ciò che vi aspettereste da una superpotenza intelligente che vuole sostenere segretamente il despota locale." A metà degli anni 1990, la CIA dell’era Clinton iniziò a perseguire due strategie primarie contro Saddam. Una comportava un’operazione militare tesa ad un’insurrezione popolare guidata dal Congresso Nazionale Irakeno (INC) e dai paramilitari curdi. La seconda strategia si focalizzava su una “congiura di palazzo” da parte dell’Accordo Nazionale Irakeno (creazione CIA-MI6 britannico), un gruppo di ex ufficiali militari irakeni con base fuori Londra. Mascherata da "aiuto umanitario", l’operazione del governo USA "Operation Provide Comfort" serviva da copertura per queste ed altre operazioni. Nel 1994, l’INC capeggiò un’insurrezione da una base nel Kurdistan irakeno spalleggiata dalla CIA. Nel marzo 1995, la CIA assisteva ad un’operazione combinata INC-Curdi per prendere le città di Mosul e Kirkuk ed ad una ribellione simultanea di truppe irakene. Senza il sostegno USA, l’operazione andò in pezzi, permettendo alle forze di Saddam Hussein di invadere il rifugio sicuro e distruggere l’opposizione. Circa 130 membri dell’INC furono uccisi. Il tirarsi indietro all’ultimo minuto da parte dell’amministrazione Clinton fece infuriare la CIA. Per coprire il suo abbaglio politico nel Nord dell’Iraq, l’amministrazione Clinton lanciò dei missili Cruise sull’Iraq meridionale. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riprese il Programma Petrolio-per-Cibo. Gli sforzi della CIA nel corso degli anni 1990, che ebbero come risultato una manciata di sollevamenti, di tentativi di assassinio (la CIA e il MI6 britannico complottarono di assassinare Saddam Hussein nel 1995), fallirono a causa delle lotte per il potere tra i gruppi di opposizione curda, le fughe d’informazioni e i tradimenti e i bisticci tra i falchi all’interno della CIA e alla Casa Bianca di Clinton.
George W. Bush scatena l’inferno

Una volta salito al potere, George W. Bush promise di attuare pienamente l’Iraq Liberation Act, che era stato votato come legge da parte del Congresso e firmato da Clinton nel 1998, ma gestito in modo prudente da un’amministrazione Clinton impreparata a scatenare una guerra nel Medio Oriente. All’inizio del 2002, Bush (che durante la sua campagna presidenziale si era vantato che avrebbe “preso Saddam") diede alla CIA ed alle Special Forces USA la facoltà di usare la forza letale ed “ogni risorsa disponibile” per uccidere o catturare Saddam Hussein e di condurre operazioni coperte mirate a rovesciare il suo regime. Questo ordine esecutivo implicava un accresciuto sostegno ai gruppi di opposizione irakena (denaro, addestramento, intelligence ed equioaggiamento) ed il raccordo di quanto raccolto dall’intelligence della CIA all’interno dell’Iraq. Gli ufficiali USA hanno lavorato in modo continuo con l’opposizione irakena per tutto il 2002.

· Ex ufficiali irakeni si sono incontrati nel marzo 2002 presso una sede militare a Washington per discutere i piani atti a rovesciare Saddam Hussein e formare un governo post-Saddam.

· Nell’aprile 2002, i leader curdi sono volati fino a Francoforte in Germania e poi verso un campo di addestramento della CIA nella Virginia del Sud per discutere le strategie del colpo.

· In giugno, secondo lo Scotsman, fonti locali curde hanno riferito che “truppe USA e inglesi hanno già iniziato ad installare equipaggiamenti per le comunicazioni nella provincia di Sulaimaniya nella regione del Kurdistan irakeno"

· Tra il 12 ed il 15 luglio 2002, circa 70 esiliati tra ufficiali militari irakeni e capi di vari gruppi di opposizione irakena si sono incontrati a porte chiuse in una località presso Londra per pianificare una nuova rivolta per rovesciare con la forza Saddam Hussein e per richiedere un maggiore ruolo nell’imminente operazione USA, insieme all’aiuto militare (addestramento ed equipaggiamento di combattenti). A capo di questo meeting vi era il Congresso Nazionale Irakeno, il gruppo di opposizione paravento con stretti legami con gli ufficiali militari irakeni in esilio e con la CIA.

· In agosto, i rappresentanti di sei differenti gruppi dell’opposizione irakena si sono incontrati a Washington in seguito ad un "invito congiunto" del Dipartimento della Difesa e del Dipartimento di Stato. Hanno partecipato a questo incontro al vertice:

- Donald Rumsfeld
- Marc Grossman, sottosegretario di Stato per le questioni politiche
- Doug Feith, sottosegretario alla difesa
- Dick Cheney (via video-conferenza dal Wyoming)
- Colin Powell
- Richard Myers, Presidente dei Capi Congiunti
- Ahmed Chalabi (Congresso Nazionale Irakeno)
- Jalal Talabani (Unione Patriottica del Kurdistan)
- Maggiore Generale Tawfiq al-Yassiri (Coalizione Nazionale Irakena)
- Hoshyar Zebari, aiutante di Massoud Barzani (Partito Democratico Kurdo)
- Ayadh Allawi (Accordo Nazionale Irakeno)
- Shaif Ali Bin Hussein (Partito Monarchico Costituzionale)
- Abdelaziz Al-Hakim fratello del leader SCIRI Muhammad Bakr al-Hakim
- Maggiore Generale Saad Obeidi, già capo della guerra psicologica irakena
- Principe Hassan di Giordania, zio di re Abdullah di Giordania.

· In un altro incontro di metà agosto, secondo Knight-Ridder, "rappresentanti dei vertici USA e membri dell’opposizione irakena hanno elaborato i dettagli del governo post-Saddam Iraq, aggiustando il numero di seggi in parlamento."

· "Dozzine di militari USA e dei servizi di intelligence sono stati inviati nel nord dell’Iraq" secondo l’Agenzia France-Presse (12/10/2002). Il capo della CIA George Tenet ha"visitato personalmente l’Iraq settentrionale durante il suo ultimo giro nella regione e ha dato l’ordine di far partire i piani per la sicurezza dopo che il Presidente George W. Bush approvava una decisione di chiedere alla CIA di rovesciare Saddam". Al Re giordano Abdullah è stato dato ordine di tenere pronti due aeroporti militari in Giordania per le forze USA. Circa 2.000 soldati americani sono già stati finora schierati in Giordania. Dozzine di questi militari USA, insieme ad agenti della CIA, sono già stati inviati in territorio irakeno.
Quali sono i gruppi di opposizione?

- Congresso Nazionale Irakeno (INC) : Il Congresso Nazionale Irakenp, una coalizione di monarchici irakeni, di Curdi e di Musulmani sanniti e shi’iti irakeni, è una creazione della CIA. Il gruppo fu formato nel 1992 quando le due principali fazioni curde, il Partito Democratico Curdo (KDP) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), parteciparono ad un incontro che fu il primo importante tentativo di unire le forze da parte delle fazioni anti-Saddam. Al gruppo venne dato il nome dalla CIA e nel corso degli ultimi anni 1990 ha ricevuto oltre 100 milioni di dollari in finanziamenti occulti, poi ha ricevuto ulteriori fondi dopo la promulgazione nel 1998 dell’Iraq Liberation Act. Esso riceve correntemente 8 milioni di dollari l’anno dal governo USA. La CIA ha, tra le altre cose, finanziato le stazioni radio e televisiva dell’INC nell’Iraq settentrionale. L’INC è capeggiato da Ahmed Chalabi (di educazione Americana), intimo amico di Dick Cheney, che alcuni hanno etichettato come "protegé di Cheney". Egli gode di stretti legami con l’American Enterprise Institute ed ha partecipato alle riunioni del think tank a Beaver Creek in Colorado. Dopo essere fuggito dall’Iraq sulla scia del colpo mancato dall’INC nel 1995, Chalabi fu co-firmatario, con quaranta "importanti americani", di una lettera aperta al Presidente Clinton nel 1998 che in seguito divenne nello stesso 1998 l’Iraqi Liberation Act. Tra i firmatari di quella lettera troviamo l’attuale Vice Presidente ed ex Segretario alla Difesa Dick Cheney, Richard Perle, l’attuale Vice Segretario alla Difesa Paul Wolfowitz, l’attuale Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, l’ex Segretario alla Difesa e partecipe dello scandalo Iran-Contra Caspar Weinberger, l’ex Segretario alla Difesa Frank Carlucci, l’attuale Sottosegretario alla Difesa Douglas Feith e l’attuale Vice Segretario di Stato e compartecipe dell’Iran-Contra Richard Armitage. Chalabi è un banchiere shi’ita in esilio ed un criminale. All’inizio degli anni 1990, Chalabi fu dichiarato colpevole di riciclaggio di denaro in Giordania e a quanto si dice "ha perduto" 4 milioni di dollari dei finanziamenti ottenuti da Washington. Proviene da una ricca famiglia irakena shi’ita di banchieri ed ha un dottorato in matematica all’Università di Chicago. Dopo un periodo susseguente alla Guerra del Golfo in cui l’INC ricevette tra i 15 e i 100 milioni di dollari in finanziamenti da Washington, Chalabi entrò in disgrazia con certi elementi della CIA e dell’amministrazione Clinton. Il Dipartimento di Stato USA si chiuse temporaneamente per l’INC dopo il tentativo di far fallire una conferenza di esuli irakeni sponsorizzata dal Dipartimento di Stato in cui l’INC non era incluso. Quando George W. Bush assunse il potere nel gennaio 2001, i finanziamenti all’INC ripresero. L’INC riceve correntemente 8 milioni di dollari l’anno. I documenti della strategia di Chalabi per ’chiudere i giochi’ sono circolati per Washington ed hanno ricevuto per un decennio l’attenzione di varie commissioni di esperti. Questo piano comporta una rivolta popolare ed un colpo militare, portati avanti dalle fazioni curde e dai dissidenti irakeni, con l’uso di armi americane. Dall’11 settembre 2001, Chalabi ha fatto pressione per un nuovo piano di battaglia, caratterizzata da una base all’interno dell’Iraq, da una dichiarazione di un governo provvisorio (senza dubbio con rapido riconoscimento degli USA), reclutamento tra gli shi’ti irakeni, pesanti bombardamenti da parte degli USA e spiegamento di migliaia di unità delle US Special Forces. Anche questo piano fa appello all’assistenza militare dall’Iran. In base a promesse di finanziamenti dal Dipartimento del Tesoro USA dell’Ufficio Controllo sui Beni Stranieri, il regime di Khatami in Iran è d’accordo nel concedere alle forze dell’INC di attraversare il confine iraniano nell’Iran meridionale. In un’intervista del febbraio 2002 con il Guardian di Londra, Chalabi ha detto che "tutto ciò di cui avevo bisogno erano 11 settimane di addestramento per i suoi seguaci, armi anti-tanks, copertura aerea, sostegno da parte delle Special Forces e delle attrezzature contro attacchi chimici e biologici’. Una volta andato incontro a queste necessità, egli ha dichiarato che le sue forze saranno pronte ad attraversare il confine del Kuwait nella regione di Basra e ad organizzare una resistenza di massa. La sua posizione verrebbe protetta dalla forza aerea USA, che presumibilmente terrebbe sgombra una via per lui ed i suoi uomini sino a Badgad." Nonostante il generale sostegno di Washington nel corso degli anni verso l’INC in quanto "alternativa democratica", i massimi ufficiali USA hanno dubbi sulla limitata esperienza militare dell’INC, come sulla sua capacità di tenere in piedi un governo sulla scia del colpo militare. Il tentativo fallito dall’ INC-PUK-KDP di Chalabi nel 1995, lo ha costretto a spostare la sua base operativa a Londra. Vi è un’altra ragione per cui Chalabi è preferito a Washington: il petrolio. L’INC propone la creazione di un consorzio di compagnie americane per sviluppare i campi petroliferi irakeni. Secondo il San Francisco Chronicle (29/9/02), "Chalabi ha dichiarato che l’INC a capo di un nuovo governo irakeno, significherebbe contratti per le compagnie petrolifere USA. Le compagnie russe e francesi sarebbero, nel migliore dei casi, dei partners minori."

- Il Gruppo dei Quattro e l’opposizione kurda: Il Gruppo dei Quattro consiste nell’Accordo Nazionale Irakeno (INA, di Waffik), nel Partito Democratico Curdo (KDP), nell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) e nel Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI). Come riferisce Al-Kurdi, i due gruppi principali curdi, capeggiati dal PUK e dal KDP hanno "un terrificante apparato di sicurezza che porta avanti una repressione stile squadroni della morte contro i Curdi loro oppositori. Entrambi i partiti si sono guadagnati il disgusto dei Curdi con le loro operazioni da gangster nel quadro di “rifugio sicuro." Si stima che il KDP e il PUK abbiamo una forza combinata tra i 40.000 e i 70.000 combattenti. Sin dagli anni 1990, i due gruppi si sono reciprocamente combattuti nel tentativo di controllare i processi del contrabbando e di altre attività economiche, reprimendo ferocemente in questo la popolazione curda. Secondo il New York Times (6/7/02), "I leaders curdi sono dilaniati da lotte intestine e devono ancora giungere ad un accordo con la CIA per consentire ai funzionari dell’intelligence americana, agli addestratori delle special forces o ai diplomatici di fissare lì il campo". Essi sono riluttanti a sostenere l’operazione USA "a meno di non ottenere forti garanzie che l’amministrazione Bush progetti di andare comunque fino a Baghdad" e che le città curde siano protette dall’attacco irakeno.

- Accordo Nazionale Iraleno (INA) : L’Accordo Nazionale Irakeno è stato fondato nel 1990 ed è una creazione della CIA, del MI6 britannico e dell’intelligence giordana, su iniziativa di Turki ibn Faisal. L’ex agente della CIA Ralph McGehee ha confermato che "l’INA è pesantemente sponsorizzato dagli Stati Uniti e sotto l’influenza della CIA" e ha citato un’altra figura dell’opposizione irakena la quale afferma che "è di dominio comune tra i dissidenti irakeni che l’Accordo è direttamente finanziato dalla CIA. "L’INA è capeggiato da Shi’ite Ayad Alawi. L’INA cerca di rovesciare Saddam Hussein utilizzando ex funzionari irakeni ed alti ufficiali di Baghdad, conservando lo stato irakeno. Sono terroristi che hanno rivendicato la responsabilità di attentati esplosivi verso obiettivi civili, compreso un cinema a Baghdad e sedi di quotidiani. Secondo addetti dell’INA, le attività sono state effettuate al fine di "impressionare la CIA". Secondo la Federazione degli Scienziati Americani, il genero di Saddam Hussein Husayn Kamil al-Majid (un autore dei programmi irakeni sulle armi di distruzione di massa), era fuggito in Giordania "per collaborare con l’INA, il che aveva fatto pensare a molti nella regione che la presa di Saddam sul potere si fosse indebolita. Ma nel giugno 1996, il tentativo dell’INA fu denunciato, portando all’arresto di 100 militanti dell’INA ed all’esecuzione di altri 30. L’INA è stato in grado di ricompattarsi dopo questa debacle, con il supporto della Giordania.

- Partito Democratico Kurdo (KDP): Il suo fondatore, Mulla Mustafa Barzani, lavorava per la CIA da prima degli anni 1960. "Fu raggiunto un accordo segreto tra la CIA e Mulla Mustafa Barzani inell’agosto 1969. Negli anni 1970, il KDP combatté il governo irakeno a vantaggio di Iran, Israele e USA. Il vecchio Barzani fu un fedele alleato USA, che aveva promesso di cedere agli USA i campi petroliferi irakeni. Dopo che Iran ed Iraq giunsero ad un accordo, sancendo la fine della necessità della ribellione del KDP, Barzani si trovò in esilio negli USA, dove morì nel 1979. Il KDP è attualmente guidato da Massoud Barzani, figlio del fondatore. Il KDP cerca di formare uno stato curdo nell’Iraq settentrionale, mantenendo il controllo sui campi petroliferi di Kirkuk. Il gruppo ha una faida con il PUK suo rivale, su una varietà di questioni, come i proventi del contrabbando di petrolio. Questo conflitto è proseguito per tutta la metà degli anni 1990. Il disprezzo di Barzani per Jalal Talabani ed il PUK erano così forti che egli aiutò Saddam Hussein a schiacciare il PUK e a cacciare l’INC alla fine degli anni 1990. Barzani non ha partecipato a numerosi importanti meetings dell’opposizione Bush-Irakena a Washington, nonostante gli venisse offerto un aereo privato (che lo portasse in volo dalla Turchia sud-orientale) e un incontro personale con Bush. La sua assenza, secondo il New York Times 158/02), è stata "un colpo per i funzionari dell’amministrazione Bush che avevano orchestrato il meeting in parte per dimostrare che le forze dell’opposizione irakena erano state unificate dietro una nuova campagna". Barzani era agitato per il rifiuto dell’amministrazione Bush di fornire garanzie che le aree curde sarebbero state protette da un violento attacco irakeno. Dick Cheney, a quanto si dice, ha dato una tipica, ambigua non risposta: "Le forze USA risponderanno a debito tempo e luogo alle sue scelte". Il successivo piano “hshemita” tracciato da Cheney-Wolfowitz riguarda alcuni interessi di Barzani.

- Fronte Patriottico del Kurdistan (PUK) : Il PUK è stato fondato negli anni 1960 dal suo attuale leader, Jalal Talabani, un ex membro del KDP. Grande opportunista, egli si è guadagnato una reputazione di “agente di chiunque”. Il primo obiettivo del PUK è di rimuovere Saddam Hussein e di fondare uno stato curdo. Secondo Al-Kurdi, il PUK "pone un approccio ‘moderno’ alla politica curda, cucinando gli interessi curdi in ogni salsa concepibile, con sapori che servono a costruire ed attrarre sostenitori tra i governi di Israele, Arabia Saudita, Iran, Turchia, Stati Uniti e l’ospitalità di altri.. Il leader del PUK Talabani ha apertamente corteggiato Israele, gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, l’Iran, Saddam Hussein e la Turchia, entrando in una varietà di “intese” con tutti questi stati in tempi recenti."

- Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) : Il SCIRI consiste negli Shi’iti dell’Iraq sud-orientale ed è spalleggiato dall’Iran. La sua forza di guerriglia conta tra i 7.000 e i 15.000 uomini. L’Ayatollah Mohammad Bakr al-Hakkim è il capo del SCIRI. Il gruppo si oppone all’invasione USA dell’Iraq, ma sosterrà un’operazione interna aiutata dagli USA per rovesciare Saddam e un governo provvisorio di un anno seguito da elezioni. Mohammad al-Harari, rappresentante libanese del SCIRI, ha detto in un’intervista con la Reuters del luglio 2002, "qualsiasi azione militare deve essere nelle mani degli Irakeni, non in mani straniere dall’estero". E che il gruppo si oppone ad un attacco che causi “inutile sofferenza tra il popolo irakeno”. Il SCIRI è stato selezionato come gruppo da finanziare da parte degli USA in base all’Iraq Liberation Act del 1998, ma esso ha rifiutato.

Altri gruppi dell’opposizione

Oltre ai gruppi principali, ci sono altri 60 gruppi minori di opposizione irakena e numerosi individui coinvolti in attività anti-Saddam, molti dei quali hanno legami con la CIA. Secondo il New York Times (18/8/2002), essi comprendono Nizar al-Khazraji, che collaborò all’uso di gas tossico contro l’Iran verso la fine degli anni 1980, con l’aiuto delle amministrazioni Reagan e George H.W. Bush .

- Liberal Nazionali Irakeni (INL) è un gruppo di opposizione composto da altri ex ufficiali irakeni in esilio. Secondo il Centro per la Ricerca Cooperativa , l’INL ha di recente tentato di reclutare il generale Nizar al-Kharraji, sotto inchiesta in Danimarca per un massacro di 100.000 Kurdi nel 1988.

- Movimento Nazionale Irakeno (INM): fondato nel 2001, una scheggia sunnita dell’ INC comprendeva 100 ex ufficiali militari e funzionari politici. Il gruppo si è incontrato di recente con Wayne Downing, vice-consigliere USA alla sicurezza nazionale per la lotta al terrorismo. Successivamente, il Dipartimento di Stato ha concesso a questo gruppo la soma di 315.000 dollari.

- Coalizione Nazionale Irakena (o Consiglio Nazionale Irakeno) : è un gruppo-ombrello composto da 2000 ex ufficiali militari irakeni guidati dall’ex generale di brigata Tawfiq al-Yasiri, capo dell’accademia militare irakena e dal generale Saad Ubeidi, ex capo delle operazioni psicologiche militari. Questo gruppo è a favore di un crescendo degli attacchi aerei USA, ma si oppone ad un’invasione americana.

Un ex ufficiale della CIA descrive l’opposizione curdo/irakena

In una discussione presente su internet sulle operazioni della CIA in Iraq dagli anni 1990, Ralph W. McGehee, ex agente della CIA da tempo critico nei confronti dell’Agenzia, ha detto che l’atteggiamento dell’allora direttore della CIA John Deutch e del suo direttore delle operazioni, David Cohen, si rifletteva anche nella catena di comando tramite il capo divisione per le operazione nel Vicino Oriente e capo della stazione irakena della CIA, ‘Bob’." "Bob" faceva riferimento al caso dell’ex ufficiale della CIA Robert Baer, operativo in servizio nell’Iraq durante quel periodo, il cui libro "Non vedo alcun male" contiene 42-pagine di prima mano circa i tentativi della CIA dell’era Clinton contro Saddam e osservazioni dettagliate su INC, PUK e KDP. Il memoriale Baer è un lavoro parziale che ritrae la CIA come un’istituzione "priva di artigli" e "demoralizzata" che manca di sufficienti "risorse umane". Il contrariato Baer è un sostenitore del ritorno ai “vecchi tempi d’oro” delle operazioni clandestine condotte senza restrizioni.dagli Americani. Inoltre osservando l’efficacia di "outsourcing" delle carte non americane e delle branche affiliate come l’ISI pakistano e della nuova tecnologia di spionaggio, l’accusa di Baer è contraddetta dalle dichiarazioni ufficiali della CIA comprese quelle del Vicedirettore James Pavitt, che si vantava "Nell’intera storia della CIA, io sono quello che ha più spie che rubano più segreti." http://www.cia.gov/cia/public_affairs/speeches/pavitt_04262002.html
Comunque, il libro di Baer è utile prima di tutti per gli aneddoti che vengono rivelati e non intenzionalmente condannati.
- Sul sostegno della CIA e del governo USA per un colpo di stati irakeno:

"Bob, sto portando avanti un’operazione sporca della CIA di cui il Consiglio di Sicurezza Nazionale non sia a conoscenza. L’assistente di (Anthony) Lake per il Vicino Oriente, Martin Indyk, ha autorizzato personalmente la CIA ad organizzare una base clandestina nell’Iraq settentrionale, quella di cui ora sono stato messo a capo."

"Vogliamo buttare fuori Saddam. È il popolo irakeno che lo ha tenuto al potere in tutti questi anni."

"Il solo segnale che dovevo dare era ciò che avevo inteso essere la politica americana: che avremmo sostenuto qualsiasi serio movimento per sbarazzarci di Saddam Hussein. Quelli erano i miei ordini come io li ho intesi, la ragione che aveva portato la mia squadra nell’Iraq settentrionale. Ed io presi i miei ordini sul serio."

"Non molto tempo dopo, Saddam iniziò lo scambio petrolio per cibo, che alleviò la sofferenza all’interno dell’Iraq, proprio quel tanto da arginare la marea delle defezioni nel suo esercito. Così, se ora lo vogliamo eliminare, ci vorrà probabilmente una guerra, non un colpo di stato.[mia sottolineatura - LC]."

- Su Ahmed Chalabi (INC): "Camminando attraverso l’atrio di Key Bridge Marriott nel suo completo Saville Row, cravatta italiana in seta da $150 e oxfords in pelle di vitello cuciti a mano, assomiglia di più al banchiere levantino di successo che era una volta, che ad uno che sta per entrare a Baghdad sopra un tank. Basso e pesante, il suo fisico mostra gli effetti di troppi pranzi d’affari in ristoranti europei di prima classe. Quando mi dà la mano, avverto una debole traccia di sapone profumato. Per quanto l’apparenza di Chalabi sia incongrua, la prosecuzione offre meno ancora la promessa che egli un giorno possa guidare un’opposizione irakena vincente… Al di fuori dell’Iraq, Chalabi è stato un criminale; all’interno è rimasto quasi del tutto sconosciuto". Egli aveva prodotto un lungo documento dal titolo ‘Fine del gioco’ su come dare il via alle sollevazioni nel marzo 1991, quando gli Shi’ti e i Curdi avevano approfittato della fine della Guerra del Golfo per tentare di ottenere potere da Saddam. Il documento era stato ben accolto nei dintorni di Washington al tempo in cui Chalabi si presentò a me con una copia - ad un ristorante sushi di Georgetown, due giorni dopo il nostro primo incontro, ma se l’idea non era particolarmente nuova, ‘Fine del gioco’ lo aiutò a a mettersi in luce". Baer, rispondendo alla domanda di Chalabi sul sostegno di Washington ad un’insurrezione condotta dall’INC: "Ne programmi una e poi chieda”, risposi.

- Su Masoud Barzani (KPP): "Quando si giunse a convincere i Curdi ad unirsi alla rivolta, l’osso più duro da rodere fu Barzani. Le mie relazioni personali con Barzani furono acide dall’inizio…Una volta quando gli dissi che gli USA erano stufi dei Curdi e che un giorno avrebbero abbandonato il nord, Barzani perse le staffe. Si portò dov’ero seduto, mi puntò l’indice addosso e sibilò a denti stretti, ‘Non minacciarmi’." L’ "Operation Provide Comfort, la protezione aerea fornita dagli aerei americani, giunse gratis - gli USA non hanno quasi mai tentato di interferire con i suoi (di Barzani) affari - e alla fine del 1994, Barzani ha avuto il suo piccolo business nel contrabbando di petrolio irakeno."

- Sul contrabbando di petrolio irakeno: "Il petrolio contrabbandato era vitale anche per Saddam, che usava il denaro per finanziare i servizi di intelligence e le Guardie Speciali Repubblicane - le forze che lo mantenevano in vita. Infatti ciascuno sembrava guadagnare dal contrabbando, eccetto Talabani che non otteneva un penny perché nessun tratto della via contrabbandiera passava per il suo angolo di Kurdistan. Con Barzani che accumulava denaro nella sua cassa di guerra, il petrolio contrabbandato iniziò a destabilizzare il nord in modo pericoloso. Bastava solo fare poche miglia nel nord, per capire le dimensioni delle operazioni del contrabbando. I camion per il trasporto del petrolio formavano file indiane lunghe spesso anche venti miglia, in attesa di entrare in Turchia". "Washington sapeva tutto del contrabbando, ma fingeva che non esistesse. Per quanto ne so, né il Dipartimento di Stato né la nostra ambasciata ad Ankara ha mai pressato la Turchia che avrebbe potuto chiudere l’intera operazione con una sola telefonata". "Quello che non potevo capire era perché la Casa Bianca non intervenisse. Tutto ciò che doveva fare era chiedere all’Arabia Saudita di vendere alla Turchia un centinaio di migliaia di barili di petrolio a prezzo di favore. Era quasi come se la Casa Bianca volesse che Saddam avesse un po’ di movimento di denaro". [mia sottolineatura - LC]"

- Su Jalal Talabani (PUK): "Talabani ha goduto del ruolo di simpatica canaglia. Talabani era un nazionalista irakeno. Credeva che i Curdi dovessero avere un grado di autonomia ma non voleva vedere l’Irak diviso tra i suoi gruppi etnici. Diversamente da Barzani, Talabani sembrava sinceramente volere che Saddam se ne andasse ed era pronto ad ogni sacrificio per raggiungere quello scopo".

Non se, ma quando

Anche se non è chiaro come saranno effettivamente condotte la guerra e la “cancellazione” dell’Iraq, lo sfacciato piano “hashemita” Cheney-Wolfowitz (www.stratfor.com/fib/fib_view.php?ID=206509) sembra rimuovere molti degli ostacoli precedenti sulla strada della “rimozione di regime”. La formazione di uno stato autonomo curdo appagherà il KDP e il PUK. Mentre l’assegnazione a due surrogati USA, la Giordania ed il Kuwait, delle due rimanenti porzioni del territorio garantisce “stabilità” – controllo USA – sui più importanti pozzi petroliferi. Non occorre dire che qualsiasi “operazione” del genere comporterà epurazioni politiche ed etniche, atrocità e distruzione ad ampio raggio, innescherà un allargamento del conflitto a tutto il Medio Oriente e l’Asia Centrale e minaccerà la stessa umanità. Che genere di persone intendono aprire un tale vaso di Pandora? Ne La CIA e il culto dell’Intelligence, Victor Marchetti e John D. Marks hanno scritto, "Nonostante occasionali sogni di grandezza da parte di alcuni suoi operatori clandestini, la CIA non agisce di scelta propria per rovesciare governi sgraditi o per determinare quale regime dittatoriale vada sostenuto. I metodi e le disponibilità dell’Agenzia sono una risorsa che viene con la Presidenza."

III) La lobby USA della guerra: i discepoli del NSC-68

Le origini della politica dell’amministrazione di George W. Bush per il “cambio di regime” in Iraq possono essere rintracciate nelle strategie formulate dall’inizio degli anni 1990 da un piccolo network di inveterati elementi da Guerra Fredda legati da un linguaggio filosofico e da collaborazioni in politiche di intelligence militare. Questa cricca strettamente intrecciata si estende attraverso l’attuale Casa Bianca e la precedente, attraverso il Dipartimento di Stato, la Cia, il Consiglio di Sicurezza Nazionale, le commissioni di esperti neo-conservatori e i consigli di amministrazione delle corporations transnazionali (comprese le compagnie dell’energie e della tecnologia militare legate a Washington). Virtualmente tutti i protagonisti sono dei membri degli organismi di pianificazione dell’elite (come il Council on Foreign Relations). Molti di loro sono accusati di crimini – cinque individui sono stati dei diretti partecipi dell’operazione Iran-Contra. Tutti hanno, durante le loro intersecate carriere, sostenuto delle politiche imperialistiche comportanti 1) guerre preventive, 2) conquista dell’Iraq e dell’Iran e frammentazione dell’Arabia Saudita, 3) forte sostegno ad Israele, e 4) accerchiamento e contenimento di Russia e Cina.

Lo schema del network per il cambio di regime irakeno: tutti gli uomini della gang

1. 1992 Direttiva di Pianificazione Difensiva del Pentagono. Come osservato da Joe Taglieri (From the Wilderness 10/1/02), questo fu uno dei primi piani ufficiali di rimozione del regime, preparato per l’allora Segretario alla Difesa, Dick Cheney. I suoi autori:

· L’attuale Vice-Segretario alla Difesa Paul Wolfowitz
· Lewis Libby

2. La lettera aperta del 1998. Nel febbraio del 1998, quaranta "eminenti Americani" firmarono una lettera aperta al Presidente Clinton http://www.iraqwatch.org/perspectives/rumsfeld-openletter.htm , che formò la base dell’Iraqi Liberation Act del 1998. Questa lettera che faceva appello per un’insurrezione e per un riconoscimento del Congresso Nazionale Irakeno (spalleggiato dalla CIA) come governo ufficiale dell’Iraq, fu pilotata da Ahmed Chalabi dell’INC e si basava sui precedenti progetti di colpo di stato di Chalabi. Firmatari di questa lettera:

· Wolfowitz
· Il presidente del Consiglio per la Politica di Difesa Richard Perle
· Il vice presidente Dick Cheney
· Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld
· L’ex Direttore della CIA James Woolsey
· Il Sottosegretario alla Difesa Doug Feith
· L’ex vice-assistente del segretario alla Difesa, Frank Gaffney
· L’ex Vice-Segretario di Stato e partecipe all’Iran-Contra Richard Armitage
· L’ex agente della CIA e partecipe all’Iran-Contrat Duane "Dewey" Clarridge
· Il funzionario del NSC, ex segretario di Stato e partecipe all’Iran-Contra Elliott Abrams
· L’ex Segretario alla Difesa e partecipe all’Iran-Contra Caspar Weinberger
· L’ex Segretario alla Difesa e presidente del Carlyle Group Frank Carlucci
· Zalmay Khalilzad, attuale inviato USA in Afghanistan, ex consulente della UNOCAL e funzionario della RAND Corporation
· L’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale e partecipe all’Iran-Contra Robert McFarlane

3. Iraq Liberation Act del 1998. L’Atto stesso www.fcnl.org/issues/int/sup/iraq_liberation.htm fu promosso al Congresso da Woolsey, Clarridge e dall’attuale Vice-Consigliere della Sicurezza Nazonale per il contro-terrorismo Wayne Downing. L’Atto (un pezzo di retorica propaganda anti-Saddam pieno di falsi storici) passò al Congresso e fu siglato da Clinton tra la scarsa attenzione da parte del vasto pubblico. I suoi principali sponsors:

· Wolfowitz
· Cheney
· Rumsfeld
· Feith
· Woolsey
· Clarridge
· Downing
· Carlucci
· Armitage
· Newt Gingrich

4. 1998-Viene selezionato il team di politica estera di Bush II. Nell’estate del 1998, in un incontro organizzato dall’ex Presidente George H.W. Bush a Kennebunkport nel Maine e capeggiato da Condoleeza Rice, viene scelto il team di politica estera di George W. Bush - i "Vulcans". "Se il gruppo di cervelli riflette chi il governatore metterà in carica se eletto presidente, la sua amministrazione sarà sulla linea non solo di quella del padre, ma anche di quella di Ronald Reagan", scrive Robert Novak al Washington Post. Tra i membri che guidano il gruppo troviamo:

· Perle
· Wolfowitz

Giungendo veloci al presente, noi ritroviamo questo network alla guida della politica dell’amministrazione Bush e all’interno del Pentagono.

5. Consiglio per la Politica di Difesa. Questo gruppo di consulenza “di civili”, fornisce “raccomandazioni” sulla politica del Pentagono al Dipartimento della Difesa (Rumsfeld, Wolfowitz e Feith)

· Perle presidente
· Woolsey
· Gaffney
· Eliot Cohen, presidente del PNAC
· Henry Kissinger
· L’ex Direttore della CIA James Schlesinger
· Gingrich

6. La Paul H. Nitze School di Studi Internazionali Avanzati (SAIS). Questa commissione di esperti della Johns Hopkins University è assai nota per sfornare politiche basate sull’aggressione USA. Associati alla SAIS sono:

· Perle
· Wolfowitz
· Woolsey
· Zbigniew Brezezinksi
· Gaffney
· Cohen
· Thomas Donnelly

7. Il Progetto per un Nuovo Secolo Americano (PNAC). Questa commissione ha pubblicato nel 2000 un piano per rovesciare l’Iraq basato sulla Direttiva per la Pianificazione Difensiva di Wolfowitz-Cheney-Libby del 1992.

· Wolfowitz
· Cohen (presidente)
· Cheney
· Rumsfeld
· Gaffney
· Donnelly
· Abrams
· Jeb Bush

8. Centro per la Politica di Sicurezza (CSP).

· Gaffney (presidente)
· Perle
· Woolsey
· Feith (ex presidente)

9. Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS). Attorno alla tavola di questa commissione troviamo uno spaccato dei peggiori falchi della lobby della guerra all’Iraq, accanto ad ex funzionari orientati a “maggiore diplomazia”:

· L’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Brent Scowcroft (presidente)
· Cheney
· Woolsey
· Kissinger
· Schlesinger
· Ray Lee Hunt (Hunt Oil, Texas)

10. Commissione Consultiva per l’Intelligence all’Estero

· Scowcroft (presidente)
· L’ex Direttore della CIA John Deutch
· Hunt

11. American Enterprise Institute (AEI).

· Perle
· L’ex consulente di Reagan per la sicurezza nazionale, Michael Ledeen
· L’ex agente della CIA Reuel Marc Gerecht

12. Istituto Ebraico per le Questioni di Sicurezza Nazionale (JINSA). Gruppo sostenitore della guerra totale in Medio Oriente.

· Ledeen
· Perle
· Woolsey
· Gaffney
· Abrams

13. Camera di Commercio USA-Azerbaijan. Come documentato dal Professor Michel Chossudovsky in Guerra e Globalizzazione, l’alleanza per il GUUAM (Georgia-Ukraina-Uzbekistan-Azerbaijan-Moldavia) formata dalla NATO nel 1999 si trova al fulcro della ricchezza del petrolio e del gas del Caspio. Centrale per il GUUAM è l’Azerbaijan , stato-cliente degli USA. La sua Camera di Commercio va letta come un who’s who della Guerra 11 settembre

· Wolfowitz
· Perle
· Cheney
· Armitage
· Brezezinski
· Kissinger
· Schlesinger
· Scowcroft
· L’ex Segretario di Stato James Baker
· L’ex SenatoreLloyd Bentsen

14. Comitato per la Liberazione dell’Iraq (CLI). Un gruppo “di sostegno” di Washington e sottoprodotto del Progetto per un Nuovo Secolo Americano. Costituito nel novembre 2002.

· Bruce Jackson, ex VP Lockheed Martin
· Randy Scheunemann, ex consigliere del Senatore Trent Lott
· Perle
· Rice
· Il Vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley
· Gaffney
· Downing
· McCain
· L’ex Senatore Bob Kerry
· L’ex Segretario di Stato George Schultz

Quando tutto cominciò: Nitze e NSC-68

Gran Parte se non tutti i leaders della lobby della guerra all’Iraq sono discepoli, protégé e studenti dei proto-falchi Paul H. Nitze e della Nitze School of Advanced International Studies (SAIS). Nitze, ex banchiere nella Dillon, Read investment (la cui company aveva lanciato prestiti per il Terzo Reich) e membro del Council on Foreign Relations, fondava la SAIS nel 1944. Nitze fu consigliere di cinque presidenti e tenne posizioni governative di alto livello in ogni amministrazione presidenziale (eccetto quello di Jimmy Carter) fino al suo ritiro nel 1989. Nel 1950 il NSC Memorandum 68, scritto da Nitze (per l’allora Segretario di Stato Dean Acheson) costituì la base politica della Guerra Fredda. Ogni successiva amministrazione USA ha messo in atto politiche le cui linee principali si possono direttamente far risalire al NSC-68, che si appellava alla distruzione dell’Unione Sovietica e ad un potere militare americano senza rivali. Secondo l’ex agente della CIA Philip Agee, il NSC-68 fu il piano di rimilitarizzazione che portò all’istituzione di una permanente economia di guerra e ad un perenne apparato di “sicurezza nazionale”. Il memo affermò anche per la prima volta, in nome della sicurezza nazionale, le preventive rivendicazioni USA sulle scarse risorse economiche e sociali, ovunque nel mondo. Il NSC-68 dichiarava specificamente che "la dominazione sovietica del potere potenziale dell’Eurasia, se acquisita con un’aggressione armata o con mezzi politici e sovversivi, sarebbe strategicamente e politicamente inaccettabile per gli Stati Uniti." La stessa Guerra dell’11 settembre è la realizzazione dell’imperativo “eurasiano” del NSC-68. Zbigniew Brzezinski, un protégé di Nitze, membro del consiglio della SAIS è stato a lungo ossessionato dall’ "Eurasia". La sua geostrategia dello "Scontro di Civiltà", che include la creazione e l’alimentazione dell’Islam militante, è espressa nel libro “La Grande Scacchiera” - una mappa virtuale dell’attuale conflitto. Un’altra figura in vista alla Johns Hopkins è Fouad Adjami che per un decennio è apparso sui programmi dei network televisivi come esperto del Medio Oriente per castigare il “pazzo” Saddam Hussein ed esprimere il suo sostegno alle guerre USA nella regione.

La cricca Perle-Wolfowitz

Altri due discepoli di Nitze, Paul Wolfowitz e Richard Perle, si può sostenere che siano i conduttori chiave della politica di guerra di Bush. I due fanatici falchi, hanno collaborato per oltre due decenni. Come rivelato in un articolo sul New York Times (10/12/01), i componenti della fazione Perle/Wolfowitz si riunirono per oltre 19 ore il 19-20 settembre 2001 per "creare il caso" per una guerra contro l’Iraq, per la rimozione di Saddam Hussein e per impossessarsi del petrolio irakeno, immediatamente dopo la conclusione della guerra in Afghanistan. Il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld partecipò a questi incontri. Parte della discussione si focalizzò sul come collegare Saddam Hussein agli attacchi dell’11 settembre. Prima di diventare Vice segretario alla Difesa, Wolfowitz è stato presidente e decano della SAIS. É uno "stratega" sin dal 1973, ha assunto numerosi incarichi di alto livello nella difesa ed è stato sottosegretario alla difesa durante l’amministrazione di George H.W. Bush. Dall’11 settembre, Wolfowitz ha spinto in modo aggressivo per l’azione militare unilaterale USA in Iraq e ovunque nel mondo. Immediatamente dopo l’11 settembre, Wolfowitz sottoponeva un piano (al quale dentro il Pentagono si fa riferimento come "Operazione Guerra Infinita") che propugnava il bombardamento di Iraq, Siria e Libano. Perle si è guadagnato il soprannome di "Il Principe delle Tenebre" per i suoi punti di vista fanatici che comprendono l’uso di armi nucleari. Perle, sostenitore militante di Israele, cerca di "mettere in ginocchio il mondo musulmano." E’ stato assistente segretario della difesa per la sicurezza internazionale durante l’amministrazione Reagan ed è un esponente dell’American Enterprise Institute. E’ attualmente presidente della potente Defense Policy Board che fornisce consulenza (e molti ritengono che controlli) il team di Bush preposto alla Difesa. È al corrente di informazioni classificate (pur essendo un “civile”) e si dice che abbia manipolato delle informazioni al fine di portare avanti gli obiettivi politici della sua fazione. In una (amichevole) intervista con David Corn del The Nation (5/10/02) riguardante i progetti per un colpo irakeno, l’arrogante Perle ha dichiarato che ci sarebbero voluti solo quarantamila uomini per “prendere il controllo del nord e del sud, tagliare fuori il petrolio di Saddam e renderlo povero".

James Woolsey: agente dell’opposizione irakena

L’ex Direttore della CIA Woolsey è un importante discepolo di Nitze, membro della Defense Policy Board, membro del consiglio della SAIS e collega di Perle-Wolfowitz. Nitze chiamò Woolsey nel team dei negoziati SALT I durante gli anni di Carter. Woolsey servì Perle come consulente generale della Commissione del Senato per i Servizi Armati. Durante l’era Reagan-Bush, Woolsey lavorò con la commissione per le forze strategiche di Brent Scowcroft e in altri incarichi per la difesa. Woolsey fa anche parte del consiglio di amministrazione di certe compagnie industriali militari-spionistiche come DynCorp, Martin Marietta, British Aerospace Inc, Fairchild Industries. Assieme a numerosi esponenti dell’elite USA, egli è profondamente coinvolto nelle politiche petrolifere dell’Asia Centrale ed è membro della Camera di Commercio USA-Azerbaijan. Subito dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, Woolsey comparve sui media per incolpare dell’operazione Saddam Hussein. Woolsey volò a Londra nell’ottobre 2001 con funzionari dei Dipartimenti di Stato e della Difesa per raccogliere prove che collegassero Hussein all’11 settembre. Ad un simposio svoltosi il 24 luglio 2002 a Washington presso l’Institute of World Politics, Woolsey diceva al pubblico, "Ci troviamo in una guerra mondiale, nella Quarta Guerra Mondiale". Egli dichiarava anche che essa aveva avuto inizio l’11 settembre e faceva appello per un attacco preventivo contro l’Iraq - anche senza una "pistola fumante". Nel suo discorso, Woolsey affermava che il “generale sostegno di Saddam al terrorismo” era una giustificazione sufficiente. La posizione anti-Saddam di Woolsey non è una sorpresa, considerando che egli è un partner dello studio legale di Shea & Gardner. Shea & Gardner è registrato come un “Agente all’Estero” per il Congresso Nazionale Irakeno. Nel 1998, Woolsey difese sei combattenti della resistenza irakena affiliati all’INC che l’amministrazione Clinton stava cercando di far rientrare in Iraq. (http://www.library.cornell.edu/colldev/mideast/wools.htm) Woolsey alla fine negoziò un accordo che domiciliò cinque degli angenti irakeni nel Nebraska. Woolsey era così infuriato con l’amministrazione Clinton e la comunità di intelligence che lo aveva “disdegnato”, da definire con amarezza l’America “un paese fascista”. I fanatici punti di vista di Woolsey sull’Iraq continuano ad essere rappresentati prevalentemente attraverso il media Salon.com, su cui Woolsey ha connesso l’11 settembre all’attentato del 1993 al World Trade Center e ha insinuato che Ramsey Youssef fosse un agente irakeno (non un membro di Al Qaeda).

Rumsfeld "va pesante"

L’11 settembre 2001, appena cinque ore dopo che il volo American Airlines 77 era piombato sul Pentagono, il Segretario alla Difesa Rumsfeld chiedeva ai suoi collaboratori di presentarsi con dei piani per attaccare l’Iraq - anche se non c’era alcuna prova che collegava Saddam Hussein agli attacchi. L’11 settembre, secondo il corrispondente della CBS David Martin (9/5/02):

"Rumsfeld ordinò ai militari si iniziare a lavorare sui piani di attacco (contro l’Iraq). E alle 2:40 del pomeriggio, le note citano Rumsfeld dicendo che egli voleva "al più presto le migliori informazioni. Valutare nel contempo le possibilità di colpire S.H." - vale a dire Saddam Hussein - Non solo UBL" – iniziali che egli usava per identificare Osama bin Laden. "Andate pesante," le note citano le sue parole. "Spazzate via tutto. Le cose correlate o meno." Ora, circa un anni dopo, non c’è ancora nessuna prova che l’Iraq sia stato implicato negli attacchi dell’11 settembre. Ma se queste note sono precise, questo non ha importanza per Rumsfeld."

In un articolo dell’11 agosto 2002 sul New York Times, il sinistro Rumsfeld dichiarava cinicamente, "Sarebbe meraviglioso se l’Iraq fosse simile all’Afghanistan, se un pessimo regime venisse rovesciato, se la gente venisse liberata, potesse entrarvi del cibo, i confini potessero essere aperti, se cessasse la repressione, se le carceri fossero aperte. Intendo, non sarebbe favoloso?". Rumsfeld, sostenitore da tempo del Congresso Nazionale Irakeno, fu anche direttamente responsabile per l’armamento di Saddam Hussein nel corso della sua permanenza come inviato in Medio Oriente durante la presidenza Reagan. Il giornalista Jeremy Scahill, "Nel 1984, Donald Rumsfeld si trovava in una posizione tale da focalizzare l’attenzione mondiale sulla minaccia chimica di Saddam. Egli era a Baghdad quando le Nazioni Unite avevano concluso che armi chimiche erano state usate contro l’Iran. Egli era fornito di una recente comunicazione dal Dipartimento di Stato che parlava di prove concrete che l’Iraq stesse usando armi chimiche. Ma Rumsfeld non disse niente."

Note su altri personaggi

Oltre ad essere da tempo alleato dell’INC e di altri gruppi dell’opposizione irakena, Dick Cheney sfruttò la situazione post-guerra del Golfo come dirigente operativo della Halliburton. Secondo il Washington Post (2/20/00), Dresser-Rand e Ingersoll-Dresser Pump, controllate della Halliburton Corporation, svolsero un ruolo dominante nella ricostruzione dell’industria petrolifera irakena. Mentre gli Stati Uniti e i Britannici effettuavano raid aerei quasi ogni giorno contro installazioni militari nel nord e nel sud dell’Iraq, la Halliburton faceva affari con il governo di Saddam Hussein e lo aiutava a ricostruire la sua industria petrolifera colpita. Si ritiene che la Halliburton abbia guadagnato un miliardo di dollari supplementari dall’esportazione illegale di petrolio attraverso i canali del mercato nero. Come Cheney, John Deutch ebbe un doppio percorso in Iraq. Come Direttore della CIA, fu il supervisore di alcuni tentativi dell’Agenzia di colpo di stato e di assassinio di metà-fine anni 1990. Ma Deutch trasse profitto nel periodo post-Guerra del Golfo in quanto membro del consiglio di amministrazione della Schlumberger, la seconda maggiore compagnia USA di servizi petroliferi (oggi egli rimane nel consiglio). La compagnia ottenne almeno tre contratti per fornire attrezzature per il carotaggio e software geologico all’Iraq attraverso una filiale francese, la Services Petroliers Schlumberger e tramite la Schlumberger Gulf Services di Bahrain. Deutch è in ottima posizione. Oltre ad essere Professore al MIT, un direttore di Citigroup, un membro del Council on Foreign Relations, della Trilateral Commission e del Bilderberger, egli siede nel consiglio di Raytheon. Nel 1999, la CIA sospese l’accesso alla sicurezza di Deutch dopo aver concluso che egli aveva gestito arbitrariamente dei segreti nazionali sul suo computer di casa. Wayne Downing è l’attuale Direttore del consiglio di Lotta al Terrorismo per la Difesa della Sicurezza Nazionale. Come riferisce il giornalista Seymour Hersh (New Yorker, 12/20/01), Downing gestì il commando delle Special Forces durante la Guerra del Golfo e fu coinvolto in un’operazione Delta Force che si valuta abbia ucciso 180 Irakeni, senza nessuna perdita per gli USA. Secondo Hersh, "A Downing questo piaceva." Nel 1997-1998, Downing redasse un piano con il veterano della CIA Duane "Dewey" Clarridge per rovesciare Saddam Hussein utilizzando combattenti curdi e shi’iti. Clarridge è stato Capo Divisione alla CIA e capo delle operazioni CIA di sostegno ai Contras dal 1982-1984. Clarridge si incontrava regolarmente con Manuel Noriega, Jorge Morales e altri narco-trafficanti. Aveva aiutato Oliver North a creare la base aerea di Ilopango (El Salvador) come tappa delle operazioni CIA di rifornimenti ai Contras/traffico di cocaina. Uno dei principali protagonisti dell’Iran-Contra che fu accusato di spergiuro in sette contee dal Consigliere indipendente Lawrence Walsh. Egli forniva anche aiuto logistico inviando armi USA all’Iran. Nel suo famoso atto finale come presidente, George H.W. Bush graziò Clarridge, Elliott Abrams, Caspar Weinberger e Robert McFarlane - i quali avevano tutti svolto un ruolo attivo nelle recenti operazioni anti-Saddam.
Contrasti all’interno della lobby della guerra

Mentre c’è intesa unanime con l’amministrazione Bush sul “cambio di regime” in Iraq, (ed un forte sostegno dal Congresso, compresi i Senatori Lieberman, Biden, McCain e Daschle), ci sono stati dei disaccordi tra i falchi su come esso andrebbe realizzato. La fazione militante di Perle-Wolfowitz si è scontrata con le elites favorevoli ad un approccio orientato ad un maggiore “consenso internazionale” (Powell, Kissinger, Scowcroft). Anche il Vice segretario di Stato e operativo coperto Richard Armitage, firmatario della lettera originaria anti-Irq del 1998 e di supporto all’Iraq Liberation Act, ha visto con sospetto alcuni dei piani Perle-Wolfowitz-Congresso Nazionale Irakeno. Nell’imbarazzante agitarsi per dare una scadenza, ad un briefing del 10 luglio 2002 del Consiglio per le Politiche di Difesa, l’analista della RAND e protégé di Perle, Laurent Murawiec identificava l’Arabia Saudita come un nemico degli Stati Uniti. Molti ritengono che Perle abbia progettato questa mossa, la quale ha provocato agitazione sul piano mondiale e fatto arrabbiare altri membri del gabinetto Bush. Resta da vedere quale fazione di guerra prevarrà e che tipo di furia sarà scatenata.


IV - 1) Saddam Hussein e George H.W. Bush: un business non concluso

In un’intervista sulla CNN molto pubblicizzata del 18 settembre 2002, l’ex presidente e direttore della CIA George H.W. Bush ha dichiarato di "odiare" Saddam Hussein. Questo specchietto per le allodole propagandistico è stato progettato per coprire il fatto storico che Bush senior "ha amato" Saddam Hussein, come un alleato chiave in Medio Oriente, una carta della CIA ed un partner in numerosi affari illeciti. Infatti, il recalcitrante Saddam Hussein pone una grave minaccia alla segretezza che copre il coinvolgimento della famiglia Bush in alcuni dei più sgradevoli episodi della storia americana.
"Leggi le mie labbra, sto mentendo"

"Io odio Saddam Hussein," ha detto fremendo il presidente all’intervistatrice Paula Zahn. http://www.cnn.com/2002/ALLPOLITICS/09/18/elder.bush.saddam/ "Io non odio molte persone. Io non odio facilmente, ma penso che egli sia, come dire, non di parola e che sia brutale. In me, per lui non c’è che odio". Ha aggiunto Bush, minacciosamente, "Egli ha un mucchio di problemi, ma l’immortalità non è tra questi." Non contento di offrire semplicemente un’opinione ingannevole, Bush senior ha iniziato a tirar fuori falsi storici, a partire dall’oggi classica leggenda delle “gassazioni” di Saddam Hussein. "Ha usato gas tossici sul proprio stesso popolo!", ha dichiarato Bush, senza naturalmente menzionare che lui e gli altri membri delle amministrazioni Reagan-Bush armarono il regime irakeno con questi gas tossici ed incoraggiarono il loro uso. Come documentato dalle registrazioni del Congresso USA, l’amministrazione Reagan - con il vicepresidente George H.W. Bush a condurre la politica di massimo livello - rifornì l’Iraq di materiali biologici e chimici per tutti gli anni 1980. Questo proseguì nel corso dell’amministrazione Bush , fino all’inizio della Guerra del Golfo. Il gas tossico usato nella guerra Iran-Iraq era stato fabbricato utilizzando materiali forniti, a quanto si dice, dalla LaFarge Corporation, di cui Bush era sostanziale proprietario e Hillary Rodham Clinton era un direttore. Il 3 luglio 1991, il Financial Times pubblicava che una compagnia della Florida guidata da una persona di nazionalità irakena aveva prodotto cianuro - una parte del quale era finito in Iraq per essere usato nelle armi chimiche – lo aveva spedito via nave tramite un imprenditore della CIA. Secondo il giornalista investigativo Tom Flocco http://www.tomflocco.com/, Baker & Botts, lo studio legale dell’allora segretario di Stato James Baker, mantiene numerosi legami finanziari con una compagnia chimica di Boca Raton, in Florida, capeggiata dal terrorista irakeno Ihsan Barbouti. Questa connessione è continuata, secondo Flocco, "durante il periodo in cui i precursori del gas nervino proibito venivano imbarcati dalla compagnia di Boca Raton verso l’Iraq solo pochi mesi prima dello scoppio delle ostilità nella Guerra del Golfo". Con l’aiuto dell’allora Procuratore Generale Richard Thornburgh, Bush costruì un "conflitto di abbandono di interessi" che assolveva la sua amministrazione dalla continuazione del crimine. Naturalmente, la rinuncia fu tenuta segreta per il Congresso. I dettagli di un altro legame diretto Bush-Iraq emersero nel settembre del 1992, quando un’indagine di sei mesi condotta da John Connolly su Spy Magazine mise in luce che la Wackenhut Corporation (una front company della CIA) aveva introdotto in Iraq nel 1990 delle attrezzature per la costruzione di armi chimiche. George Wackenhut è un intimo amico della famiglia Bush ed elargisce enormi contributi alle campagne di tutti i membri della famiglia Bush quando essi si candidano alle elezioni. Una recente storia in prima pagina del New York Times (18/08/02), "Ufficiali affermano che gli USA aiutarono l’Iraq in guerra nonostante l’uso dei gas", ha rivelato che l’amministrazione Reagan forniva all’Iraq assistenza nei piani di battaglia nonostante fosse a conoscenza che contro l’Iran si stavano usando armi chimiche. Furono pesantemente coinvolti anche membri dell’attuale amministrazione Bush, avanzi del regno del precedente Bush. Il giornalistat Jeremy Scahill http://www.commondreams.org/views02/0802-01.htm riferisce che nel 1984, "Donald Rumsfeld era nella posizione di richiamare l’attenzione mondiale verso la minaccia chimica di Saddam. Egli era a Baghdad quando le Nazioni Unite avevano concluso che armi chimiche erano state usate contro l’Iran. Egli era fornito di una recente comunicazione dal Dipartimento di Stato che vi erano le prove concrete che l’Iraq stesse usando armi chimiche. Ma Rumsfeld non disse niente." Reagan-Bush rifornirono Saddam anche di tecnologia doppio-uso - computers, veicoli corazzati, elicotteri, prodotti chimici - attraverso una vasta rete di compagnie, situate negli USA e all’estero. Gli apologeti di Bush potrebbero sostenere che, al di là del coinvolgimento USA, l’Irak gassò ancora i Curdi. Questo non è del tutto vero. Secondo il Professor Peter Dale Scott della UC Berkeley (http://socrates.berkeley.edu/~pdscott/qfiraq3.html), Stephen Pelletiere, capo della CIA a Langley nel 1980 per quanto riguardava l’argomento Iraq, (e autore de L’Iraq e il sistema internazionale del petrolio: perché l’America è andata in Guerra nel Golfo) conferma che parecchie centinaia di Curdi furono probabilmente uccisi dall’Iran - non dall’Iraq. Inoltre, queste morti furono causate da gas cianuro che l’Iraq non aveva utilizzato nella guerra contro l’Iran (usavano iprite) e che, dice Pelletiere, essi non erano in grado di produrre. Pelletiere sostiene che la morte per gas di 100.000 Curdi proclamata dal Segretario di Stato George Shultz era un falso totale e che quel giorno non fu mai trovato alcun corpo. Scott conclude che sebbene vi sia la prova che entrambe le parti abbiano usato dei gas e che il gas iraniano abbia ucciso i Curdi, questa informazione non è stata rivelata sino al 1990 - lasciando l’impressione che solo l’Iraq fosse implicato e consolidando la leggenda "Saddam ha gassato i Curdi" - per sfruttarla e ripeterla all’infinito. Papà Bush ha spiegato a Zahn perché Saddam fu lasciato al potere. "So che cosa sarebbe accaduto. So che la coalizione si sarebbe sfasciata. Il mio solo rimpianto è che mi sbagliai, come ogni altro leader, nel pensare che Saddam Hussein se ne sarebbe andato." Questa spiegazione è ingannevole. In realtà, Saddam fu deliberatamente lasciato al suo posto (sebbene disarmato e appiedato) come "minaccia persistente" in modo che gli USA potessero 1) giustificare una presenza militare permanente in Arabia Saudita (e in altri paesi vicini) e in tutta l’immediata regione per sorvegliare il petrolio medio-orientale, e 2) organizzare un colpo di stato o una insurrezione e installare un nuovo regime-fantoccio a Baghdad per loro accettabile (il secondo passo è in cantiere dal 1991 ed è stato difficile da eseguire http://onlinejournal.com/Special_Reports/Chin103102/chin103102.html ), e 3) limitare la capacità dell’OPEC di influenzare i prezzi mondiali del petrolio. Come inganno finale, Bush ha affermato, in risposta alla domanda di Zahn su ciò che intenderebbe fare ora il paese con il leader irakeno, "Questo è un problema di fronte al Presidente degli Stati Uniti d’America, non a me." Di fatto, Bush senior rimane intimamente coinvolto con l’amministrazione di suo figlio e molti ritengono che egli partecipi alla politica attiva. Nel luglio 2001, Bush contattò personalmente il principe ereditario saudita Abdullah per "chiarire le politiche di suo figlio in Medio Oriente.” Anche nell’estate del 2001, Bush propose a suo figlio un piano politico per la Corea del Nord redatto dall’ “esperto sull’Asia” ed ex ambasciatore in Corea, Donald Gregg. Gregg è un veterano con 31 anni di servizio nella CIA ed ex consigliere nazionale per la sicurezza di Bush senior, la cui esperienza comportò la partecipazione al Phoenix Program (squadre della morte) all’epoca del Vietnam, al contrabbando di eroina Air America, all’impegno di "pacificazione" in El Salvador e Guatemala, alla "October Surprise", e all’operazione Iran-Contra. Pochi mesi dopo, la Corea del Nord fu annoverata nell’ “Asse del Male” da George W. Bush, proprio accanto all’Iraq - senza dubbio influenzato dai “suggerimenti” di Bush-Gregg ". Bush continua ad essere aggiornato dalla CIA, una "privilegio" garantito a tutti gli ex presidenti USA. Ma Bush riceve questi aggiornamenti più frequentemente degli altri ex-presidenti.
Gli scheletri BCCI-BNL-Iraqgate che continuano a scricchiolare

Come Direttore della CIA e durante le amministrazioni Reagan-Bush, Bush ha incanalato denaro verso Saddam Hussein senza l’approvazione del Congresso, tramite la Bank of Credit and Commerce International (BCCI) e la Banca Nazionale del Lavoro (BNL). Fu attraverso questi prestiti ed altre operazioni coperte che fu armata la macchina da guerra irakena. La stessa BCCI fu un prodotto originale della guerra afghano-sovietica, la banca coperta primaria per la CIA, per i sindacati globali del crimine e virtualmente per ogni governo mondiale. Funzionari di entrambe i partiti politici USA vi sono stati profondamente implicati. Tra gli altri clienti della BCCI troviamo il Cartello di Medellin, Manuel Noriega, il signore della guerra Khun Sa del triangolo d’Oro dell’eroina. La commessione tra la famiglia Bush e la BCCI (e i suoi agenti e le successive incarnazioni) rimane oggi intatta. L’ex dirigente della BCCI ed azionista del Carlyle Group, Khalid bin Mahfouz, è il banchiere della famiglia reale saudita ed è collegato sia ai Bush che alla famiglia bin Laden. Un’associazione d’affari con il banchiere d’investimento texano e connesso alla CIA James Bath lega George W. Bush direttamente ad Osama bin Laden e alla BCCI. Bath ha prestato servizio nella Guardia Nazionale Aerea Texana ed è stato comproprietario della Arbusto Energy con Bush junior. Bath è un broker per conto dell’impero finanziario bin Laden e gestore del portafoglio di bin Mahfouz. Come ha fatto notare Russ W. Baker nella Columbia Journalism Review (Marzo/Aprile 1993) http://www.cjr.org/year/93/2/iraqgate.asp , l’oscura filiale di Atlanta della BNL, "contando parzialmente su dei prestiti garantiti dai contribuenti USA, finanziò l’Iraq per 5 miliardi di dollari dal 1985 al 1989. Alcuni prestiti sostenuti dal governo si supponeva fossero per finalità agricole, ma furono utilizzati per l’acquisto di qualcosa di più forte del frumento. Nel febbraio del 1990, il Procuratore Generale Dick Thornburgh fermò gli investigatori USA in viaggio verso Roma e Istanbul per indagare sul caso. Siamo ora a conoscenza, in modo ancor più schiacciante, che esponenti di medio calibro dello staff del dipartimento del commercio alterarono delle licenze di esportazione in Iraq per dissimulare i materiali militari esportati - prima di inviare i documenti al Congresso che stava indagando sulla questione. Secondo il Financial Times, funzionari al massimo livello del Fondo Monetario Internazionale e del Pentagono lanciarono l’allarme sul prestito all’Iraq garantito dalla Export-Import Bank, che permetteva lo sviluppo e lo stoccaggio di una maggiore produzione chimica bellica in Iraq. Tra le compagnie che imbarcarono tecnologia verso l’Iraq vi erano la Hewlett-Packard, la Tektronix e la Matrix Churchill, tramite la filiale dell’Ohio. Nightline dell’ABC, che per un certo periodo stava seguendo l’Iraqgate, si agganciò con il Financial Times in una insolita e produttiva organizzazione. Il 2 maggio 1991, il team pubblicava le minute segrete del Consiglio Nazionale di Consulenza del Presidente al quale, nonostante i precedenti rapporti di abusi, un sottosegretario di stato dichiarava che chiudere con i prestiti all’Iraq sarebbe stato contrario alle intenzioni del Presidente (di Bush)". Nel suo libro Defrauding America, l’investigatore ed ex ispettore federale Rodney Stich documenta il caso BNL-Iraqgate ancora più dettagliatamente: "Parte del denaro fornito dagli USA fu utilizzato per acquistare gas tossico che fu usato sui villaggi curdi irakeni; gran parte di esso fu acquistata tramite la Cardeon Industries in Cile, una proprietà della CIA. Secondo i documenti, la CIA trattenne deliberatamente la prova della transazione. Il Giudice Distrettuale Marvin Shoob: "Gli addetti della BNL furono pedine o modesti comprimari in una sofisticata cospirazione assai più grande e di ampio raggio che coinvolse la BNL di Roma e forse grandi corporation americane e straniere ed i governi di Stati Uniti, Inghilterra, Italia e Iraq." Al direttore della filiale di Atlanta della BNL, Christopher Dragoul, fu ordinato dal suo superiore di Roma, che a sua volta aveva ricevuto ordini dai rappresentanti USA, di foraggiare lo storno fraudolento di fondi e di falsificare i documenti contabili. Anche gli inglesi furono implicati nello storno dei fondi. Ancor prima del 1984, la Kissinger Associates fu implicata nella gestione di alcuni prestiti dalla BNL al governo irakeno per finanziare le sue acquisizioni di armi da una poco conosciuta filiale della Fiat Corporation. Brent Scowcroft e Lawrence Eagleburger furono assunti da Kissinger. A George H.W. Bush fu inviato un mandato di comparizione. Testimonianze e prove che dimostravano il coinvolgimento di Bush nell’imbroglio furono ripetutamente bloccate, sia dal Dipartimento di Giustizia di Bush che di Clinton." Defrauding America di Stich espone in dettaglio altre due esplosivi esempi di malversazione nascosta dell’amministrazione Bush, correlata alla Guerra del Golfo:

· Parecchi giorni prima dell’invasione irakena del Kuwait del 25 luglio 1990 (che fu messa a punto e provocata dall’amministrazione Bush e dal governo del Kuwait), Bush preparò un accordo segreto con il Presidente russo Mikhail Gorbachev, per cui l’URSS non sarebbe intervenuta se gli USA avessero invaso l’Iraq. In cambio, gli USA avrebbero fornito all’URSS un ingente aiuto finanziario. L’operatore della Naval Intelligence/ONI-CIA Gunther Russbacher fu una delle otto persone (assieme al Direttore della CIA William Webster ed al Consigliere per la Sicurezza Nazionale Brent Scowcroft) che volarono a Mosca su quattro aerei SR-71 della CIA per assicurarsi la firma di Gorbachev. Russbacher parlava il Russo, aveva avuto incarichi all’ambasciata Americana di Mosca e conosceva Gorbachev personalmente. Russbacher, che ha partecipato a numerose operazioni coperte della CIA, incluse "October Surprise" (fu uno dei piloti che portarono Bush a Parigi), Inslaw, Iran-Contra e saccheggi (attraverso front companies della CIA), fu promosso in seguito a questa missione moscovita. Perché costituiva una seria minaccia per gli altri funzionari in quanto informatore, Russbacher fu accusato di numerosi reati federali, imprigionato e messo a tacere.

· Il comandante della CIA/ONI/ Navy Seal Robert Hunt participò nell’aprile 1992 ad una esercitazione di guerra simulata conosciuta come Operation Auger Mace. Secondo Hunt: "La nostra missione era di entrare a Baghdad e cercare di riportare realmente Saddam negli USA. Lo scopo era di aiutare il Presidente Bush ad essere rieletto. Bush era a conoscenza del gioco a tal punto da essere preoccupato. Così ci recammo a Bahrain e da Bahrain andammo a Tel Aviv, lavorando con un generale israeliano di nome Uri Simhoni. Egli era nel contempo un attaché all’ambasciata israeliana di Washington. Era un maggiore generale e con la sua rete di intelligence noi dovevano recarci a Baghdad, prelevare Saddam Hussein, riportalo indietro, similmente a quanto fatto con Noriega. Quest’operazione fu messa assieme con la mia unità ed anche con un’unità Delta, e noi eravamo pronti ad andare sul posto con gli Israeliani e prelevarlo dal suo quartier generale, appena fuori Baghdad e portalo proprio al di fuori."

Come Russbacher ed altri informatori, Hunt fu imprigionato sulla base di accuse inventate (ed in seguito fu rilasciato)
Il bottino di miliardi della squadra dei segugi

Secondo l’investigatore Sherman Skolnick http://www.skolnicksreport.com/ , Bush e Saddam Hussein traevano vantaggio da una lucrosa relazione personale che andava assai oltre gli affair diplomatici ufficiali. Nei documenti ottenuti nel Caso No. 90C 6863, Il popolo dello Stato dell’Illinois ex rel Willis C. Harris contro il Consiglio dei Governatori del Federal Reserve System (Corte di Appello degli USA, Settimo Circuito, Chicago), le registrazioni bancarie eliminate della BNL comportano la partnership in affair privati segreti congiunti tra Bush e Saddam Hussein, che a quanto riportato si spartirono 250 miliardi di dollari in tangenti sul petrolio del Golfo Persico tra il 1980 e il 1990, che furono incanalati attraverso la BCCI. In queste registrazioni, Bush è anche implicato in altri enormi affari trattati con altri “sgradevoli” leader mondiali, incluso Manuel Noriega. Skolnick e la sua squadra sono stati i soli giornalisti che parteciparono alle udienze in tribunale. Egli afferma di aver ripetutamente intervistato gli implicati nel caso ed essi hanno confermato le transazioni Bush-Hussein. Skolnick ha sostenuto per anni di avere una registrazione completa del caso Bush-Saddam, compreso un affidavit del Consiglio Generale della CIA, che ammoniva che rivelare i dettagli dei documenti avrebbe costituito una violazione della sicurezza nazionale. Skolnick è presidente/fondatore del Comitato dei Cittadini per Ripulire le Corti di Giustizia, un gruppo di pubblico interesse che indaga sulla corruzione giudiziaria e sui delitti politici. La sua inchiesta ha spedito in carcere numerosi giudici. A tutt’oggi, nessuno ha confutato le accuse di Skolnick , né i fatti del caso Harris contr. Federal Reserve.
Rimuovere Saddam, cancellare la storia

Il 1 novembre 2001, George W. Bush emanava un Ordine Esecutivo dichiarando che alla luce della “emergenza nazionale” dell’11 settembre, il rilascio di documenti delle Presidenze Reagan e George H.W. Bush sarebbe rimasto secretato anche se fosse stato richiesto in base al Presidential Records Act del 1978. Come ex partner d’affari di Bush ed ex alleato USA, Saddam Hussein si trova nella posizione di fornire una testimonianza diretta di decenni di crimini per tradimento di Bush e di violazioni del diritto internazionale commesse dagli Stati Uniti. Manuel Noriega era nella stessa posizione prima che gli USA invadessero Panama nel 1989. Anche se l’amministrazione Bush fa la prepotente, intimidisce, ricatta, minaccia e spiana la sua strada verso la guerra in Iraq, questo sottinteso non può essere messo da parte. Nella sua intervista alla CNN, Bush ha sibilato che "non c’è niente sa salvare" per quanto riguarda Saddam Hussein. Esiste qualcosa da salvare per quanto riguarda George Herbert Walker Bush, l’uomo che è collegato in pratica ad ogni principale crimine politico degli ultimi quarant’anni? C’è qualcosa da salvare a proposito dell’illegalmente insediato George W. Bush, la cui amministrazione totalitaria (e l’Impero finanziario che essa rappresenta) hanno commesso più atti criminali consapevoli, più distruzioni di massa e più danni irreversibili alle regole del diritto (e all’edificio della società civile), rispetto a qualsiasi regime della storia moderna, e in minore tempo?

IV - 2) L’Impero Americano e il business dell’Iraq

Nonostante il suo status di nazione canaglia, l’Iraq è stato nel corso di decenni un lucroso condotto per il commercio coperto transnazionale. In effetti, le Nazioni Unite e le compagnie americane connesse all’oligarchia di Bush, sono state tra i migliori clienti di Saddam Hussein. Il commercio, accuratamente celato dietro cortine fumogene propagandistiche, è continuato con l’incoraggiamento della Casa Bianca, anche attraverso la “guerra al terrorismo” post 11 settembre – anche se i piani di invasione all’Iraq continuano ad andare avanti.
Commerciare con (e rubare al) "nemico"

Sin dalla creazione nel 1996, le compagnie petrolifere USA hanno utilizzato il Programma Petrolio per Cibo delle Nazioni Unite come mezzo per rubare miliardi di dollari di petrolio irakeno e mietere significativi profitti. Attraverso lo sfruttamento di questo programma (per cui l’Iraq è stato costretto a vendere il suo petrolio al di sotto delle quotazioni del mercato internazionale, in cambio di aiuti umanitari) le compagnie USA come ChevronTexaco, Exxon-Mobil, BP-Amoco, Valero, Clark e Marathon-Ashland hanno comprato petrolio a buon mercato per piazzarlo tramite venditori e intermediari russi, europei e cinesi. Queste compagnie con questo schema hanno fatto miliardi per anni. Come ci rivela la corrispondente delle Nazioni Unite Carola Hoyos www.truthout.org/docs_01/02.23D.Cheney.Circumvented.htm , le corporation americane hanno canalizzato il business attraverso delle sussidiarie europee e di altra provenienza, "molte delle quali sono poco più che dei prestanome per le transazioni; le compagnie sono trattate come europee invece che come richiedenti USA." Le principali compagnie americane di servizi petroliferi come Halliburton, Baker Hughes, Schlumberger, Flowserve, Fisher-Rosemount e altre, hanno lavorato tramite le Nazioni Unite attraverso sussidiarie francesi, belghe, tedesche, indiane, svizzere, del Bahrain, egiziane e olandesi. General Electric ha fatto affair con l’Iraq, anche quando i jets e le navi da battaglia hanno attaccato l’Iraq, con armi GE. Sotto Dick Cheney, Halliburton (attraverso la sue controllate Dresser-Rand e Ingersoll-Dresser Pump) ha aiutato a ricostruire le infrastrutture petrolifere irakene e, a quanto si dice, guadagnato un miliardo di dollari in più dall’esportazione illegale di petrolio attraverso i canali del mercato nero. L’Iraq è stato anche cliente della Schlumberger (nel cui consiglio siede un altro deciso propugnatore della guerra all’Iraq, l’ex direttore della CIA John Deutch). Ancora altre compagnie sono state autorizzate a fare affairi direttamente con l’Iraq sin dal 1997. Secondo un rapporto del Middle East Economic Development, esse comprendono Bayoil, Mobil (ora ExxonMobil), Texaco (ora ChevronTexaco) e Coastal Corporation (ora parte della El Paso Corporation). Come viene rivelato in un penetrante resoconto di Margie Burns www.buzzflash.com/contributors/2002/10/04_Oil.html (Buzzflash, 10/4/02), "nonostante il bellicoso tentativo dell’amministrazione Bush di collegare l’Iraq al terrorismo internazionale, le vendite irakene e le importazioni USA di petrolio irakeno rimangono elevate, senza nessun segno che la Casa Bianca abbia considerato questo una crepa nella sicurezza nazionale." Burns ha anche descritto quanto segue:
* l’America ha importato dall’Iraq circa 290 milioni di barili di petrolio greggio nel 2001, secondo il Dipartimento dell’Energia, circa 795.000 barili al giorno, facendo dell’Iraq il sesto maggior fornitore del 2001 per l’America. Gli USA sono stati "il principale mercato per il greggio irakeno" secondo il Middle East Economic Survey.
* Forbes stima che le compagnie USA abbiamo acquistato il 70% del petrolio irakeno del 2001 e cita tra gli acquirenti ChevronTexaco, ExxonMobil, BP-Amoco e Marathon.
* The London Times ha scritto nel gennaio 2001 che BP ed ExxonMobil comprarono petrolio dall’Iraq prima che Bush entrasse alla Casa Bianca, nonostante i problemi comportati da corruzione e pubbliche relazioni. Il dipartimento di Stato di Bush emise una lettera che faceva pressione sulle compagnie USA perché non pagassero troppo e non cedessero alle spedizioni supplementari di Bagdad.
* Secondo l’American Petroleum Institute, le compagnie USA hanno importato dall’Iraq una media di 611.000 barili al giorno dal gennaio al giugno 2002, facendo dell’Iraq il quinto maggior fornitore di petrolio all’America nella prima metà del 2002.
* l’Iraq trasporta apertamente milioni di barili di petrolio tramite l’oleodotto che attraversa la Turchia ed i petrolieri che riforniscono le compagnie USA caricano a Ceyhan molti delle loro spedizioni irakene - cosa di cui il governo federale USA è a piena conoscenza e che permette.
Il maggiore partner d’affari di Saddam sono state in realtà le Nazioni Unite e la vendita di petrolio irakeno è il loro programma più consistente http://opinionjournal.com/columnists/cRosett/?id=110002335. Le Nazioni Unite sono state coinvolte nel commercio di petrolio irakeno per circa 55 miliardi di dollari. Combinando esportazioni di petrolio irakeno e importazioni di aiuti, le Nazioni Unite sovrintendono ad un flusso medio di capitali di circa 15 miliardi di dollari l’anno, oltre cinque volte il nucleo del loro bilancio annuo. Secondo il corrispondente di ABC News, John Cooley http://abcnews.go.com/sections/world/DailyNews/iraq010720_cooley.html (ABC, 20/07/02), "la fame di petrolio irakeno delle raffinerie americane è tuttora in corso" e quel 90 % dell’effettivo ammontare stimato irakeno di 1,8 milioni di barili al giorno finisce nelle raffinerie della costa del Golfo negli USA. Fonti dell’industria petrolifera hanno detto all’ABC "le compagnie americane più pesantemente coinvolte sono Chevron, Exxon-Mobil, Bayoil e Koch Petroleum, che lo utilizzano nelle loro raffinerie in Louisiana e Texas.
Il mercato nero dell’Iraq

Il regime di Saddam Hussein è stato anche implicato in un prospero mercato nero del petrolio e di altri prodotti, con la Turchia (un alleato USA), la Giordania (un altro alleato USA) ed altri paesi. Questo commercio è proseguito senza ostacoli da parte di USA e Nazioni Unite. Secondo l’ex agente della CIA Robert Baer, "Washington sapeva tutto sul contrabbando, ma fingeva che esso non avvenisse…ciò che non ho potuto capire è perché la Casa Bianca non intervenisse…Era quasi come se la Casa Bianca volesse che Saddam avesse un po’ di movimento di denaro contante." Una prova clamorosa della partecipazione americana a questo mercato nero è stata rivelata in un processo portato avanti il 31 ottobre 2002 dall’Unione Europea contro RJ Reynolds Tobacco http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A50913-2002Nov13.html (Washington Post, 14/11/02). Nello scorso decennio, secondo questa causa, "R.J. Reynolds e le sue consociate hanno introdotto illegalmente in Iraq sigarette per un valore di milioni di dollari violando direttamente le sanzioni commerciali USA e in più ha consapevolmente aiutato il crimine organizzato russo e i trafficanti di droga colombiani a riciclare miliardi di dollari." Il processo, che si basa sull’applicazione di leggi dei paesi europei, accusa il Presidente irakeno Saddam Hussein e suo figlio, Uday, di aver raccolto milioni di dollari illegali dalla vendita di sigarette. Come fatto notare da Michel Chossudovsky in War and Globalisation , "la demarcazione tra ‘capitale organizzato’ e ‘crimine organizzato’ è labile" in ogni angolo del Nuovo Ordine Mondiale.
La guerra per il petrolio: riassestare la carta, cambiare le regole

Sebbene gli interessi USA abbiamo tratto profitto dal commercio indiretto irakeno, la Russia, la Francia e la Cina si sono collocate al "posto di guida", grazie ai diretti legami con Baghdad. Contratti di sfruttamento di compagnie chiave petrolifere compresa Lukoil (che ha un contratto di sfruttamento per i pozzi del Qurna occidentale), Zarubezhneft, Slavnet e il gigante francese del petrolio TotalFinaElf (che ha la più forte posizione in Iraq, con diritto esclusivo di trattativa per sviluppare i pozzi di Majnoon). Se le sanzioni della Nazioni Unite venissero addirittura tolte, queste compagnie non americane si troverebbero a dominare lo sfruttamento del petrolio irakeno - uno scenario ovviamente inaccettabile per l’elite USA. In un solo violento colpo, un “cambio di regime” in Iraq architettato dagli USA (ed un simultaneo rovesciamento della monarchia saudita sull’orlo della guerra civile) eliminerebbe la competizione russo/franco/cinese, svuoterebbe di senso i contratti esistenti, distruggerebbe l’OPEC e appianerebbe la via al controllo totale delle forniture di petrolio, che gli USA vogliono e di cui hanno un disperato bisogno. L’amministrazione Bush deve agire rapidamente al fine di rianimare un’economia USA sull’orlo del collasso e di assicurarsi immediatamente il controllo sulle maggiori riserve di petrolio rimanenti sul pianeta (La fine catastrofica del petrolio, discussa precedentemente sul prima citato, http://onlinejournal.com/Special_Reports/Chin/102402/chin102402.html è stata confermata dal celebre geologo Colin Campbell http://www.fromthewilderness.com/free/ww3/102302_campbell.html ).
Il migliore scenario petrolifero per gli USA è stato pressoché sintetizzato da Robert Collier (San Francisco Chronicle, 29/02/02):

"Il maggiore giacimento mondiale di petrolio di recente memoria può essere proprio dietro l’angolo, portando alle compagnie petrolifere USA enormi profitti ed ai consumatori americani benzina a buon mercato per i prossimi decenni. E tutto può giungere per gentile concessione di una guerra con l’Iraq…gli analisti del petrolio ed i leader irakeni in esilio credono che un nuovo governo filo-occidentale solleciterebbe gli USA e i giganti multinazionali del petrolio a precipitarsi in Iraq, aumentando considerevolmente la produzione di una nazione le cui riserve petrolifere sono seconde solamente a quelle dell’Arabia Saudita. Una volta che la produzione avrà raggiunto la sua piena capacità, dicono, l’enorme incremento potrebbe indebolire l’OPEC, il cartello dei produttori di petrolio guidato dall’Arabia Saudita, ribassare i prezzi internazionali del petrolio per il prossimo futuro e cambiare l’equilibrio di potere tra i maggiori produttori mondiali di petrolio.."

Come riportato nel Dawn Newspapers http://www.dawn.com/2002/11/04/int14.htm (4/11/02), il surrogato USA Ahmed Chalabi del Congresso Nazionale Irakeno si è già incontrato con i dirigenti di tre multinazionali petrolifere USA per spartire le riserve di petrolio irakeno. Chalabi, un leader della lobby della guerra di Washington http://www.onlinejournal.com/Special_Reports/Chin103102/chin103102.html , ritiene che gli USA guiderebbero un consorzio per sviluppare il petrolio irakeno. Secondo l’ex Direttore della CIA James Woolsey, "è abbastanza semplice: Francia e Russia hanno compagnie petrolifere ed interessi nell’Iraq. Se esse mettono in gioco la loro sorte con Saddam, sarà pressoché impossibile convincere il nuovo governo irakeno a lavorare con loro." Come evidenziato da accordi dell’ultimo minuto e da negoziati segreti con i leader dell’opposizione irakena, i rappresentanti russi e francesi temono giustamente che i contratti di trivellazione esistenti saranno azzerati con la rimozione di Saddam http://www.observer.co.uk/international/story/0,6903,805530,00.html. In uno strano sviluppo d’agosto, Russia e Iraq hanno firmato un accordo di cooperazione economica decennale del valore di 40 miliardi di dollari. Questo trattato, riferito da Dmitry Chirkin (Pravda, 19/08/02), comporta 67 contratti nei campi dell’estrazione di petrolio e gas, del trasporto e della comunicazione. In effetti, la Russia ha concluso un accordo con il regime irakeno che viene ampiamente ritenuto sul punto di essere fatto cadere. La Russia sta scommettendo - sperando - che i piani USA non avranno un completo successo?

I globalizzatori si leccano i baffi sulle spoglie del post-Saddam

Non è sorprendente che l’elite corporate anglo-americana abbia già iniziato a formulare dei piani per trasformare l’Iraq post-Saddam in un altro “mercato emergente in cui investire” per il grande capitale USA. In un formulario scritto da Ariel Cohen e Gerald P. O’Driscoll, Jr. della Heritage Foundation http://www.heritage.org/Research/MiddleEast/bg1594.cfm ("La strada verso la prosperità per un Iraq del Post-Saddam Iraq" 25/09/02), http://www.heritage.org/Research/MiddleEast/bg1594.cfm i progettisti prevedono un Iraq "gestito" dagli Stati Uniti (attraverso il FMI, la Banca Mondiale ed altre “organizzazioni internazionali governative e non-governative”) e aperto a "riforme strutturali", privatizzazione, deregulation e investimento estero. Questa ricetta familiare, attraverso la quale nazioni dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa sono state sistematicamente spogliate della loro sovranità nazionale per essere controllate e sfruttate da Wall Street, è ora in preparazione per l’Iraq. Essa verrà propinata a forza. Nelle parole di Cohen e O’Driscoll, "la privatizzazione lavora dovunque".

La conclusione dolorosamente ovvia

Il 30 ottobre, il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer ha dichiarato che "la Casa Bianca non ha alcun interesse a controllare le riserve di petrolio irakene se l’amministrazione Bush decide di intraprendere un’azione militare per rimuovere il leader irakeno Saddam Hussein." http://asia.reuters.com/news_article.jhtml?type=topnews&StoryID=1659024 (Reuters 30/10/02) "Questa non è la maniera Americana di lavorare," ha detto... Lo stesso giorno, Oil and Gas International (30/10/02) pubblicava un rapporto che confutava direttamente Fleischer. Il rapporto http://oilandgasinternational.com/departments/world_industry_news/oct02_meeting.html documenta il fatto che la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato USA hanno in programma degli incontri con i leader dell’opposizione irakena per suddividere le riserve irakene di petrolio e di gas. "L’amministrazione Bush vuole un gruppo di lavoro di 12-29 persone da concentrare sul petrolio e il gas dell’Iraq per essere in grado di consigliare ad un governo ad interim i modi per riattivare il settore petrolifero dopo un attacco militare al fine di incrementare l’esportazione di petrolio per pagare un possibile governo d’occupazione militare USA - alimentando ulteriormente il punto di vista che il controllo del petrolio irakeno sia il cuore della campagna di Bush per sostituire Hussein con un regime più compiacente." La Casa Bianca sta dicendo delle menzogne. Ecco il modo in cui lavora l’amministrazione Bush.

V) Il vaso di Pandora della guerra infinita

Questi uomini verrebbero forniti di armi e si muoverebbero invisibilmente dietro gli innocenti ed ingenui partecipanti. (Istruzioni per gli assassini in un manuale di guerriglia della CIA)

All’inizio di quest’anno, con un’espressione di crudezza tipicamente volgare, George W. Bush dichiarava, "Sono entrato nell’ordine di idee che Hussein se ne debba andare. La politica del mio governo è che egli se ne vada. E’ di tutto ciò che voglio farvi partecipi." Questa rapporto ha tentato di documentare le crude realtà e i programmi che Bush e la sua cricca di emuli della Guerra Fredda e di operativi coperti hanno fatto del loro meglio per oscurare, nascondere, coprire e distorce. L’imminente invasione dell’Iraq è la prossima ed estremamente critica fase dei piani a lungo raggio della Guerra dell’11 settembre, una conquista sequenziale per il controllo delle ultime forniture restanti di petrolio sulla terra. Non è una guerra “al”, ma “di” terrorismo, senza precedenti nella storia mondiale, per la conservazione di un Impero Americano e la sopravvivenza delle sue corrotte elites. È una guerra illegale combattuta sul pretesto costruito di una "guerra al terrorismo" ed in nome dell’11 settembre - un’atrocità che è stata compiuta con la consapevolezza e la complicità dell’amministrazione Bush per creare "la massima minaccia esterna diretta percepita a livello di massa" necessaria per "forgiare un consenso" per una guerra senza fine. É la realizzazione del dominio USA da tempo previsto sul continente eurasiano, dove si trovano circa i tre quarti del patrimonio energetico mondiale - "l’arena centrale del globo" come è stata definita da Zbigniew Brezezinski e da altri pianificatori dell’elite. Secondo le stime di Medact (un’organizzazione Britannica di addetti ai lavori nel campo della sanità) la guerra potrebbe portare via almeno 500.000 vite umane http://www.newscientist.com/news/news.jsp?id=ns99993043. Queste orribile stima non è basata sulla grandezza potenziale della guerra. Come scrive Chossudovsky www.globalresearch.ca/articles/CHO210A.html , il conflitto, una volta seriamente iniziato, è certo che ingloberà una regione molto più vasta, estesa dal Mediterraneo, attraverso l’innesco del Medio Oriente, fino all’Asia Centrale. È probabile che comporti l’uso di armi nucleari. Il conflitto si espanderà se Russia e Cina saranno costrette ad essere coinvolte. La Guerra dell’11 settembre minaccia la stessa civiltà. Come viene pubblicato questo rapporto, inizia un nuovo giro di “ispezioni sugli armamenti” da parte delle Nazioni Unite. Questa sciarada, designata a creare un’apparenza di consenso internazionale, rinvierà ma non arresterà il furioso aggirarsi dell’America. In assenza di prove idonee che accusino l’Iraq, la prova sarà prodotta. In assenza di giustificazioni, saranno fabbricati nuovi pretesti, e quelli vecchi, rispolverati e reiterati. Il capo degli ispettori ONU, Hans Blix, l’uomo a cui è affidata la decisione se l’Iraq nasconda armi di distruzioni di massa, “non può garantire che le sue squadre di ispezione non comprendano spie occidentali.". http://news.independent.co.uk/world/politics/story.jsp?story=352870 Il 22 novembre, Richard Perle ha dichiarato che gli USA attaccherebbero l’Iraq anche se gli ispettori delle Nazioni Unite non trovassero armi (Daily Mirror, 22/11/02) http://www.mirror.co.uk/news/allnews/page.cfm?objectid=12377231&method=full&siteid=50143 L’ex ministro della difesa e parlamentare laburista Peter Kilfoyle ha detto: "L’America sta prendendo in giro il mondo facendo credere di sostenere gli ispettori. Il Presidente Bush ha intenzione di entrare in guerra anche se gli ispettori non trovano nulla. Ciò rende ridicolo l’intero processo e rivela la reale determinazione americana di bombardare l’Iraq." Secondo rapporti di testimoni oculari, la regione OPEC è già circondata e lo stesso Iraq lo è, con le forze USA pronte ad attaccare. In un discorso del 1994 al Business Council delle Nazioni Unite, David Rockefeller affermava: "Siamo sull’orlo di una trasformazione globale. Tutto ciò che ci serve è la crisi principale giusta e le nazioni accetteranno il Nuovo Ordine Mondiale." Oggi, Rockefeller ha la sua crisi. Esso non sarà accettato.

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