giovedì 22 agosto 2013

Il fantasma della dominazione mondiale (In Yu Shin)

Presentiamo un pezzo del 2002 per inquadrare la situazione nei primi anni duemila e capire meglio quello che succede oggi.


1. Ragioni geopolitiche

L’imminente guerra nel Golfo Persico iniziata dagli USA, allinea i suoi fattori geopolitici attorno a forti interazioni nelle seguenti direzioni:
USA e Iraq
USA e Israele
USA e Russia
USA e mondo.
É facile osservare che una stecca di queste interazioni sono gli USA, che formano attorno a sé una sorta di “quadrato magico” geopolitico. Cerchiamo di capire l’essenza di questo quadrato magico. All’inizio non spacchiamo il capello delle ragioni geoeconomiche che hanno indotto l’America a scegliere Bagdad come prossimo obiettivo. Sì, in quest’area il petrolio si trova alla superficie ma, in primo luogo, non tutto sta nel banale problema delle risorse energetiche e, secondo, dobbiamo capire che cosa – accanto al “petrolio” – spinge la Casa Bianca a tornare sempre in Iraq. La sequenza logica degli eventi, dal punto di vista della geopolitica, è la seguente: nell’autunno del 2001 gli USA proclamano l’inizio della lotta su scala mondiale contro il terrorismo internazionale e contro la mitica Al Qaeda, sotto tale cliché: noi cattureremo e fustigheremo quella dannata canaglia di Bin Laden che, "come tutti sanno", si nasconde tra le montagne dell’Afghanistan.
É difficile rubare nella tana di Usama, oh com’è difficile … Comunque una grande potenza ha le braccia lunghe. Da esperti cacciatori, gli yankees decidono di circondare da diverse direzioni la vecchia bestia selvaggia. Gli USA dispiegano le loro truppe in Pakistan e costruiscono basi militari “provvisorie” nel territorio delle repubbliche dell’Asia Centrale. Solo questo cambia radicalmente la situazione sul confine di due grandi spazi – quelli dell’Eurasia e dell’Islam Continentale – o su quella che nel linguaggio della moderna geopolitica viene definita come una Zona di interessi strategici per i due grandi spazi. L’influenza dell’atlantismo nella regione aumenta nettamente; comunque, è impossibile parlare di un suo diretto e pieno controllo su questa zona, come è impossibile parlare di un effetto similare sul territorio afghano dopo l’ascesa al potere del governo Karzai. Nello stesso tempo, vi è un processo estremamente interessante di una crescita de facto del grande spazio dell’Islam Continentale a più forte orientamento verso l’Occidente che verso l’Eurasia o verso l’Oriente. Il suo grande spazio cresce a spese delle repubbliche dell’Asia Centrale ed il suo nuovo confine si trova da qualche parte nel Kazakhstan settentrionale conservando un’enclave tadjika all’interno dei gruppi russi. Se prendiamo in considerazione che la Turchia è in realtà un fantoccio americano e che gli stati dell’Asia Centrale, dove gli USA hanno collocato i loro accampamenti temporanei appartengono all’area turca, ne consegue che lo strumento geopolitico del pan-turchismo riceve una reale concretizzazione. In questa connessione la recente dichiarazione sull’integrazione di Uzbekistan e Kazakhstan in uno stato unitario non è incidentale. Qui non vi è nemmeno l’odore di eurasismo, nonostante le reiterate assicurazioni di Nursultan Abishevic sul suo amore per la dottrina di Lev Gumilev. La rapida e “vittoriosa” guerra in Afghanistan permette una volta di più un guadagno tattico. Solo tattico, perché l’Afghanistan è solamente un obiettivo intermedio e gli strateghi di Washington hanno bisogno di metterlo sotto controllo, collegandolo innanzi tutto con grandi vie di trasporto. In pratica, gli ultimi eventi provano che Hamed Karzai governa solo Kabul ed alcune aree che sono incluse nella zona d’influenza dei suoi gruppi etnico-militari. Sì, mentre dà la caccia alla vecchia bestia selvaggia, a volte uno deve astrarre dalle “sciocchezze”, sebbene il prezzo possa essere alto. Il parametro più importante è il fatto che l’Iraq, come gli stati dell’Asia Centrale, si trova sul confine di due grandi spazi – quello Arabo-Musulmano e quello dell’Islam Continentale. Formalmente l’Iraq appartiene al primo; comunque, se teniamo conto del problema curdo, la natura geopolitica di transito per questo paese diviene più evidente. Così, che cosa accadrà dal punto di vista della geografia politica nel caso si stabilisca un parziale controllo sull’Iraq da parte degli USA? Accadrà quanto segue: il solo stato dell’Islam Continentale indipendente dall’atlantismo sarà circondato da direzioni diverse. Questo stato è l’Iran e, secondo i postulati della teoria dei sistemi, la sua destabilizzazione è assicurata in una prospettiva di medio ed anche breve termine. Ora, a proposito, ricorderemo che i peggiori nemici geopolitici ed ontologici di Israele sono l’ Iraq e l’Iran, e ci porteremo al lato successivo del quadrato magico. Con l’invasione dell’Iraq, l’America porta il colpo più pesante, anche psicologicamente, al grande spazio arabo-musulmano. Indubbiamente, anche in una prospettiva a breve termine, va prevista un’alternativa conveniente al fine di non trovarsi contemporaneamente a confronto con l’intero mondo islamico. In questo piano, Israele assume un ruolo chiave. Da una parte, la distruzione dell’Iraq indipendente elimina molti problemi legati alla sicurezza dello stato ebraico. Il sostegno finanziario ed infrastrutturale a molti gruppi islamici radicali che operano sul territorio della Palestina e a livello mondiale sarà indebolito in modo consistente. In questo caso, il governo palestinese diventerebbe più "controllato", il che permetterà ad Israele di dare maggiore “indipendenza” a queste famigerate autonomie. Dall’altra parte, molto dipenderà dal livello di ardore delle passioni nell’ambiente musulmano. Se questo sarà così elevato da porre una minaccia sostanziale alla saziata sicurezza dei filistei occidentali, si potrebbe presentare la tentazione, per l’attuale governo USA e per qualche stato dell’Occidente europeo, di gettare via Israele come un osso per tenere calmo il mondo islamico. Una tale alternativa non sembra troppo fantastica una volta che la esaminiamo nei dettagli. Certamente, anche ora Israele è un avamposto degli USA e dell’élite giudaica nel Vicino e Medio Oriente. Comunque, la conservazione di tale avamposto estremamente costoso può essere messa in dubbio, se l’America controllerà l’arco Turchia – Iraq – Afghanistan – Pakistan (più alcuni stati dell’Asia Centrale settentrionale). Per di più, non si dovrebbero trascurare le contraddizioni sempre più forti tra i clan anglosassoni ed ebraici nella politica americana. Gli Anglosassoni possono ben sognare di usare la resa di Israele come un colpo rituale sul “fratello-rivale”, come erano soliti dire i commentatori sportivi sovietici a proposito dei nobili atleti della Germania Orientale. Nello stesso tempo, non possiamo escludere la variante alternativa, in cui l’élite ebraica, avendo raggiunto un compromesso con gli Anglosassoni, la prossima volta agirà sull’esempio del patriarca Abramo, offrendo il corpo del proprio popolo in sacrificio agli zeloti musulmani – cosa accaduta più di una volta nella storia. E che dire della Russia? Perché è inclusa in questo quadrato magico? Sono così veramente grandi i suoi interessi in Iraq? Oppure la sua influenza nella regione è ancora così potente? Può il prezzo del petrolio essere una priorità così importante per la Russia? É così, e non lo è. Ricordiamo quello che accadde dopo la guerra del 1991 nel Golfo Persico. Ne seguì il collasso dell’URSS. È ragionevole sospettare che, nei confronti dell’allora principale oppositore geopolitico, gli Stati Uniti abbiano usato questa guerra come un test per l’azione finale di narcotizzazione “democratica” sull’impero sovietico. Il test si è rivelato positivo: l’impero – dal punto di vista della leadership e dello spirito morale della sua élite – era morto. Ed un cadavere, come tutti sanno, è più leggero da vestire. E l’anno dopo la potenza sovietica si è improvvisamente liquefatta. Ancora una volta gli USA possono usare la cartina al tornasole, ma questa volta in relazione al ceppo dell’impero – la Federazione Russa. In questa situazione non è nemmeno così rilevante se la Russia saprà gestirsi o fallirà nel bloccare l’aggressione contro l’Iraq (certamente, non ci riuscirà), ma sarà il segnale per l’atlantismo che il soggetto è maturo per la prossima nuova azione di spartizione. Se noi staremo in piedi, come durante la guerra in Yugoslavia, questo darà alla Russia la possibilità storica di sopravvivenza temporanea a livello di moncone. Quanto agli scenari della suddivisione, essi possono essere piuttosto differenti:
dopo la vittoria sull’Iraq, l’America, controllando circa i 2/3 delle risorse mondiali di petrolio, sarà in grado di manipolare del tutto il prezzo dell’ “oro nero” a condizione di tenere l’Arabia Saudita in posizione di schiavitù o di fedele alleato. I prezzi del petrolio precipiteranno a lungo al di sotto di 8 dollari a barile, e proprio nello stesso periodo ci sarà la riforma della compagnia EES [Sistemi di Energia Unificati], secondo il copione di Chubais. Non occorre essere un brillante economista per prevedere le conseguenze di questi due fattori nel 2003. E’ l’anno in cui i pagamenti sul debito estero della Russia raggiungeranno il culmine (17 miliardi di dollari). In tal caso, lo stritolamento della Russia avverrà in base alle zone di responsabilità delle compagnie di energia di nuova creazione dopo la frammentazione della società madre. Se le conseguenze delle operazioni di guerra avranno un forte impatto sulla capacità produttiva dell’industria irakena del petrolio, allora sarà possibile silurare la Russia costruendo un blocco politico-militare pan-turco, con il simultaneo inizio di azioni di guerra di piena o media intensità contro l’Iran, che si trasformerà in un “punto bianco” sulla superficie a stelle e strisce del grande spazio dell’Islam Continentale. In questo caso, è sicura un’ulteriore destabilizzazione del Caucaso, specialmente di Azerbaijan ed Armenia. Non parliamo della Georgia. All’interno della Federazione Russa vi saranno linee di instabilità nelle regioni del Trans-Volga, caucasica (stanno già sbocciando fiori dai colori magnifici) e perfino in quelle siberiane. Provocazioni nel territorio di Krasnodar e Stavropol saranno fornite dai Russi, dai governi locali e – perché no? – anche da quelli federali: in caso di resistenza ad attacchi etnici da parte di alcuni Turchi Meskhetniani, di Armeni o di qualsiasi altro, saranno accusati delle stesse colpe delle ex autorità di Yugoslavia. Se, al contrario, non ci sarà alcuna resistenza, tanto meglio – la costruzione della prossima "nuova Albania" avrà inizio da qualche parte sul Don. I passi successivi possono essere agevolmente previsti. Comunque questa alternativa è intrisa di forti azzardi militari e geopolitici, anche per coloro che concepiranno questo gioco, a causa della complessità di un tale processo. É difficile da immaginare, ma nei bunkers di Saddam Hussein gli Americani potrebbero anche individuare qualche corrispondenza segreta con il governo russo, che implichi fornitore di tecnologie proibite. La Russia, da membro della coalizione antiterroristica, si trasformerebbe in qualcosa di poco chiaro. Solo che bisognerebbe dimenticare che la Georgia sostiene i ragazzacci della Cecenia. O dire il minimo… Comunque, lo scenario reale della partizione della Russia ricaverà più verosimilmente le sue caratteristiche da tutte le combinazioni esposte in precedenza. E la Siberia (attenzione alla sua parte meridionale) non è stata qui richiamata per caso. Perché gli USA possono a fatica penetrare in Cina da sud-ovest: in primo luogo, in mezzo c’è l’India e, in secondo luogo, le condizioni climatiche e geografiche sono assolutamente sfavorevoli (il Tibet, quanto meno, - i Cinesi non hanno studiato geopolitica!). In questo modo, nel percorso verso il dominio sul Mondo Antico, e perciò anche sul resto, di fronte all’America rimarranno solo l’India, la Cina, le deboli ambizioni europee da parte della Germania, gli ondivaghi e parzialmente dipendenti Sauditi e la Russia. La Russia, certamente, in questo senso è più rilevante. Ed allora scopriremo “chi è il sig. Putin” …

2. Ragione geoeconomiche

Oggi pochissimi possono dubitare che l’economia mondiale, basata sui paesi occidentali ed anche sul Giappone, stia subendo una grave crisi strutturale. Nella sfera sociale questo è avvertito ancora debolmente, anche se nei paesi del Sud-est asiatico e in America Latina la crisi ha già raggiunto una fase conclamata. Gli Stati Uniti, essendo il perno di questo sistema, hanno un grande desiderio di evitare di pagare il conto; perciò cercano con tutte le forze di ritardare quel momento, usando ogni leva geopolitica e geoeconomica a loro disposizione. Queste ultime possono essere divise in tre gruppi principali:
A) Leve, le cui risorse si ridurranno a breve e medio termine:
I mezzi dei mercati finanziari delle principali aree geoeconomiche; la crisi gestita dell’11 settembre non ha portato il risultato atteso.
B) Leve, le cui risorse sono già state usate, ma sembrano non completamente ridotte per il “governo mondiale”:
Il dollaro/euro – porta ancora profitto a spese dell’Europa occidentale; il mantenimento dello stimolo all’economia attraverso la spesa statale nel complesso militare-industriale. A questo riguardo, la sottrazione di risorse all’Europa occidentale, come durante le due precedenti guerre mondiali, è ancora possibile ma molto difficile a causa delle conseguenze sociali e politiche. La seconda risorsa già non sembra più molto efficace, comunque coloro che hanno il potere non hanno nessun intellettuale o persona coraggiosa che prenda atto di questa realtà.
C) Leve, le cui risorse sono ancora abbastanza efficaci:
Le ultime acrobazie dell’espansione valutaria; le risorse petrolifere. La lista dei paesi le cui economie non sono ancora dollarizzate o eurizzate non è così lunga. Sono rimasti l’Iraq, l’Iran, La Corea del Nord, Cuba, La Cina, l’India. La Cina, l’India e l’Iran non possono essere raggiunte rapidamente, la Corea del Nord e Cuba sono troppo piccole, e qui interviene l’Iraq come obiettivo ideale. Ideale anche perché permette – come abbiamo già in precedenza sottolineato – di ottenere il controllo sui 2/3 delle risorse petrolifere mondiali. Il controllo del mercato mondiale dell’energia permetterà per qualche tempo di dimenticare la crisi strutturale della società occidentale, che non è solo per ragioni economiche ma anche social-demografiche. Spirito e progresso tecnologico-scientifico richiedono una trattazione a parte… In questa connessione è possibile sintetizzare come segue i processi economici in corso:
1) Il crollo del NASDAQ trapela alla Borsa di New York, e il mercato obbligazionario non è in grado di compensare la perdita come risultato della fuga qualitativa (inondazione di capitali dai segmenti di mercato a maggiore rischio verso quelli meno rischiosi). Questo causa una recessione dell’attività di investimento negli USA, che porta al collasso di alcuni settori della “new economy”.
2) Le maggiori TNC (corporations trans-nazionali) e TNB (banche trans-nazionali) accusano pesanti perdite a causa del crollo delle loro azioni. Il risultato è una crisi debitoria per molte società americane ed europee, che trascina le economie dei paesi sviluppati in una crisi “strisciante” permanente.
3) In seguito alla maggiore sensibilità dell’economia USA per i fattori negativi collegati alla “new economy”, gli investitori perdono ogni preciso punto di orientamento dal punto di vista del rischio geoeconomico, poiché alcuni indici fondamentali della zona dell’euro non sembrano migliori e a volte sembrano perfino peggiori di quelli americani. Comunque, per cause geopolitiche, inizia la fuga di capitali dagli USA. I valori di borsa perdono ogni prevedibilità. I capitali cercano ogni campo applicabile rimasto, e come risultato abbiamo un netto incremento delle quotazioni dei futures di beni reali, e specialmente del prezzo del petrolio.
4) La crisi controllata dell’11 settembre e l’operazione antiterroristica in Afghanistan non hanno prodotto gli esiti economici sperati. La situazione diviene ancora più grave e la crisi economica minaccia di evolversi nel suo stadio manifesto, in quanto le sue cause fondamentali (strutturali) non vengono rimosse.
5) Come rimedio per il superamento delle difficoltà economiche e per impadronirsi della chiave geopolitica per il dominio mondiale, gli USA intraprendono un’azioni militare in Iraq. Il mercato reagisce con un rialzo ancora maggiore dei prezzi del petrolio, ulteriormente stimolato dal desiderio americano di creare riserve di petrolio in caso del protrarsi del conflitto.

3. Il copione degli eventi

Al fine di prevedere lo sviluppo della situazione circa l’Iraq, è necessario capire quali costi e profitti sono in vista, per i principali attori geopolitici/geoeconomici, nel compiere o nel non compiere la campagna militare. Sembra che se gli Stati Uniti non iniziassero la prossima guerra “giusta” le cose andrebbero solo meglio, o su più vasta scala non cambierebbe nulla. Comunque, questo è un modo di vedere estremamente superficiale. In pratica, in caso di soluzione pacifica del “conflitto”, il prezzo del petrolio può crollare, migliorando un po’ il clima degli investimenti nella zona dell’euro e parzialmente in altri paesi sviluppati. In più, è possibile una facilità di contrasti tra i leaders dell’Europa Continentale – Germania e Francia – e il nucleo dell’area anglosassone (USA + Regno Unito). Naturalmente i pacifisti ed altri contestatori saranno soddisfatti, ma dal loro giudizio dipende solo l’umore di ogni minoranza “political correct”, come gay e femministe. Comunque i costi derivanti dal non iniziare alcuna guerra da parte degli USA, possono essere molto elevati. Primo, in una situazione di evidente crisi strutturale dell’intera economia mondiale, e di quella americana in particolare, l’inazione è equivalente ad un ulteriore aggravamento. Secondo, segnali sempre maggiori sottolineano l’esistenza negli USA di una “guerra fredda” tra i clan dominanti etno-confessionali che hanno le loro proprie sfere economiche di influenza. Minori sono le possibilità di aggressione diretta esterna, maggiore è la probabilità di una transizione ad una fase “calda”. Da una parte, il clan democratico (la lobby ebraica) forma ora un fronte unito anti-guerra, sperando di prendersi prima possibile la rivincita per la sconfitta alla scorse elezioni presidenziali. Il presente governo (repubblicani – la lobby anglosassone) viceversa può usare la guerra come un rimedio per stabilire un totale controllo sulla società e battere i propri avversari. Cercare un compromesso e scagliare questa energia negativa al di fuori, in un ambiente esterno, può essere conveniente per entrambe le parti. Inoltre, entrambe i clan si affrettano alla ricerca di vie di fuga dai problemi strutturali che, in caso di trasformazione in una crisi reale, possono provocare vasti problemi nell’intero sistema dell’economia mondiale. É curioso che tale duplicità della presente situazione sia caratteristica sia per la Russia che per Israele. Abbiamo già detto in precedenza della minaccia che la guerra in Iraq rappresenta per la Russia, nel caso che essa sostenga questa guerra. In ogni caso, la guerra può portare profitti tattici per l’economia russa in termini di prezzi più alti delle forniture di energia. Dall’altra parte, tra gli esperti meno acuti c’è un consenso diffuso che la guerra in Iraq sia estremamente sfavorevole per la Russia a causa del successivo collasso dei prezzi del petrolio dopo la vittoria dell’America. Questo è in pratica vero, ma è anche vero che quei prezzi scenderebbero, anche se non così nettamente, pure se la guerra non si combattesse e il retroterra psicologico dell’economia mondiale migliorasse un po’. Così le oscillazioni dei prezzi sono garantite in ogni caso. Nello stesso tempo, se il governo russo non si unirà agli aggressori, otterrà delle riserve ideologiche per consolidare il suo potere e per condurre una rigorosa politica eurasista, senza trovarsi in aperto confronto con gli USA. La colpa morale sarà sufficiente. La politica eurasista può trovare la sua reale manifestazione nell’economia:
Integrazione monetaria all’interno della “EVRAZES” [Unione Economica Eurasiana], mentre gli yankees sono impegnati con il Vicino e il Medio Oriente. In caso del protrarsi del conflitto, crescono le chances di successo dell’iniziativa;
Più stretta integrazione economica e politica con gli stati continentali dell’Europa Orientale. Spingere la “vecchia signora” verso una crescente “assuefazione” al nostro petrolio e al nostro gas;
Abbozzare un modello di limitata autarchia in caso di collasso del sistema di commercio internazionale. La condizione di Israele è simile a quella di uno sfortunato apprendista stregone (si può dire comunque la stessa cosa anche per lo Zio Sam) che ha pensato di montare sulle spalle di un potente genio. Il genio dell’11 settembre si è rivelato un figlio talmente diabolico e ingrato da essere pronto a far fuori la propria madre ed il proprio padre (lasciamo capire al lettore stesso di chi stiamo parlando). Di fronte ad Israele, più esattamente di fronte all’Ebraismo internazionale, si trova il seguente trilemma: non cedere il "corpo" (il paese) e usare la guerra contro il clan anglosassone; cedere il corpo, avendo raggiunto un compromesso con gli Anglosassoni, e salvare la rete; cedere il “corpo” e la rete al fine di … (quest’ultimo può essere escluso dal punto di vista teleologico). Abbastanza stranamente, per la Cina la guerra è più conveniente che onerosa. Molte cose portano ad accertare che il successo degli USA nella campagna irakena crea potenti leve di pressione sulla Cina. Comunque, vi è una ragione che può controbilanciare questo fattore negativo per la Repubblica Popolare Cinese. In pratica, la guerra metterà per qualche tempo da parte la transizione della crisi strutturale dell’economia mondiale verso il suo stadio manifesto. La Cina, il cui sistema economico è coerente con il presente modello di economia mondiale (l’Asia come fabbrica di assemblaggio, l’Occidente come consumatore finale), è vitalmente interessata a conservare il suo orientamento verso export, poiché un saldo positivo della bilancia dei pagamenti porta un flusso considerevole di investimenti che forniscono la velocità di sviluppo necessaria. Per la Repubblica Popolare Cinese questo può essere perfino più rilevante del prezzo del petrolio. Ora la maggior parte degli analisti seri ha smesso di chiedersi se ci sarà o non ci sarà una guerra. Balbettare e proferire banalità significa cercare una scusa per l’aggressione americana. Lo Zio Sam sta digrignando i denti dalla voglia e non è nemmeno capace di esprimere con chiarezza le proprie argomentazioni. Finora i fatti militari ed economici sono ancor più testimoni dell’inevitabilità della prossima campagna irakena. Ad esempio, secondo un rapporto dell’agenzia Reuters collegata al quotidiano kuwaitiano "Al-Kabas", i paesi del Golfo Persico hanno collocato al di fuori della regione circa 70 milioni di barili di petrolio e di sottoprodotti, come riserva in caso di un’aggressione USA contro l’Iraq. E questi sono solo i tre quarti del consumo giornaliero standard di petrolio da parte del mercato americano. In questo modo, è possibile delineare i seguenti principali scenari di sviluppo del conflitto:
a) Scenario 1. Blitzkrieg
L’esercito USA si impadronisce rapidamente (già il 1° novembre di quest’anno) dei punti (nodi) chiave militari e strategici e ottiene i suoi primi obiettivi: controllo parziale del territorio irakeno o perfino un raid che rovesci Saddam. Le operazioni proseguono fino a fine dicembre 2002 allo scopo di consolidare il controllo territoriale. Così già a fine novembre c’è una probabile soluzione al problema del petrolio, che porta alla riduzione del prezzo e ad un parziale scongelamento del petrolio irakeno. A gennaio, l’esercito degli USA proclama la “completa” vittoria in Iraq, dove viene installato un governo fantoccio filo-americano, viene abolita la valuta nazionale e, perciò, l’indipendenza economica. In una prospettiva a medio termine, ne consegue la destabilizzazione dell’Iran. La reazione degli Islamici non può essere valutata con precisione. Potrebbe verificarsi uno shock seguito da stupore nei valorosi ragazzi dai lunghi baffi, o una maggiore attività revanchista a livello locale e globale (network). In questo primo caso, gli Stati Uniti ritengono di avere acquisito quasi tutti i loro obiettivi geopolitici ed economici programmati: ma i problemi strutturali del sistema economico mondiale non sono risolti, il che avrà come risultato una febbrile ricerca di un nuovo oggetto di aggressione o di una causa per una nuova campagna di mobilitazione. Nel secondo caso, tale oggetto e causa è facile da trovare, ma la vittoria geopolitica sarà “fragile”. La probabilità di un simile sviluppo si può valutare anche sulla base che in un prossimo futuro l’Arabia Saudita può introdurre un regime speciale di registrazione per l’ingresso di Americani nel paese. Secondo l’agenzia Reuters, le autorità saudite prenderanno le impronte digitali dei cittadini USA che chiedono il visto. Tale misura sarebbe una ritorsione per l’inasprimento delle normative americane sull’ingresso nel territorio del paese da parte di cittadini di stati arabi.
b) Scenario 2. Un conflitto regionale persistente.
A metà novembre gli USA non riescono a consolidare i loro principali nodi geostrategici sul territorio irakeno. I prezzi del petrolio salgono ad un livello critico e, come risultato, l’Europa Occidentale può dare il via ad iniziative politiche aventi il carattere dell’intrigo, aperto o coperto, anche se non di opposizione frontale, contro l’America. La NATO diverrebbe un po’ instabile. Gli USA possono iniziare una nuova ondata di offensive, molto verosimilmente a metà gennaio. In primo luogo, sta arrivando il Natale e, secondariamente, è necessario un po’ di warm-up. In queste condizioni, è piuttosto verosimile l’allargamento del conflitto agli stati confinanti (Turchia, Siria, Iran, Israele) in forma di scaramucce di frontiera e di reciproco terrorismo. É assai possibile che una tale alternativa possa andare bene agli USA, se essi in ogni caso riescono a tenere sotto controllo i pozzi di petrolio irakeni e, perciò, indirizzano i prezzi delle risorse energetiche. Allora non ci sarebbe bisogno di inventare un oggetto di aggressione, in quanto a portata di mano ci saranno sempre: " Ehi, fratelli musulmani, chi è il prossimo della lista?!? " Comunque, le possibilità dell’ulteriore espansione geopolitica descritta nella prima parte di questo articolo possono diventare limitate, specialmente se sarà impossibile governare i prezzi del petrolio.
c) Scenario 3. Evoluzione del conflitto regionale in un conflitto etno-confessionale
Un’altra possibilità è l’evoluzione di questo conflitto dalla dimensione regionale a quella etno-confessionale, quando le contraddizioni tra i blocchi separati della meta-civilizzazione abramica assumono la forma di opposizione a tutti gli effetti. Le conseguenze geoeconomiche e geopolitiche di un simile scenario possono essere scarsamente previste nei dettagli, ma nel complesso non ne può derivare nulla di buono. Certamente, anche tenendo conto delle sopra esposte alternative di sviluppo degli eventi, sarà difficile fermare i nuovi candidati al trono del Principe di Questo Mondo – vedete, essi già credono alla propria onnipotenza. O la coincidenza cronologica tra la guerra in Iraq e la riforma dei Sistemi di Energia Unificati è solo casuale? La storia non finisce, signori …

10.10.2002

Pubblicato da Polyarnaya Zvezda (La Stella Polare)
Traduzione dal russo in inglese di M.Conserva

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