domenica 11 agosto 2013

Irak (Michel Schneider)

Ancora un contributo per inquadrare e non dimenticare

Gli Stati Uniti e Israele contro il resto del mondo: verso una resistenza mondiale.

Dietro l’ambiguità dei pretesi fini della guerra americana, l’opinione pubblica mondiale scopre progressivamente gli obiettivi non dichiarati, perché non dichiarabili, degli Stati Uniti, nuovo impero di pretesa mondiale. Nel momento in cui gli Americani pensavano di poter commettere in piena impunità il primo grande crimine contro l’umanità del XXI secolo, un numero crescente di paesi membri dell’ONU, e non dei minori, entrano in rivolta e si oppongono sempre più apertamente alla volontà di guerra di Mr Bush. Alla grande domanda: l'Irak rappresenta una minaccia per la comunità internazionale? L'America risponde sì.
Il resto del mondo, no. L'America in effetti ha praticamente perduto la prima fase della guerra, la battaglia dell’opinione. Ogni giorno che passa vede sfaldarsi, vede crollare la stessa argomentazione bellicistica degli anglosassoni, fondata su delle contro-verità e delle menzogne sempre più flagranti. Per vendere la prima guerra del Golfo all’opinione mondiale, l’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton aveva inventato la leggenda dei neonati kuwaitiani uccisi dagli irakeni nelle loro incubatrici. Questa volta, la catena televisiva di Rupert Murdoch, Fox News, insegna agli Americani che Saddam Hussein non ama nient’altro come il "fare la doccia con il sangue delle sue vittime". Un "Ufficio delle comunicazioni globali" (che si potrebbe anche chiamare "UniversalPropagandaStaffel") coordina da Washington, con l’aiuto di Alastair Campbell, il "signor immagine" di Tony Blair ed ex redattore di riviste pornografiche che aveva già prestato servizio durante la guerra del Kosovo, tutte le operazioni di propaganda, di corruzione di giornalisti e di più grossolana disinformazione. Lo scopo è quello di far passare delle voci e delle pure e semplici menzogne, per delle certezze attraverso la sola forza della loro ripetizione. La questione delle "prove" secondo le quali l'Irak sarebbe in possesso delle « armi di distruzione di massa » illustra bene questa strategia. Il 5 febbraio, Tony Blair, poco prima di Colin Powel, faceva sentire "la voce del suo padrone" e dichiarava senza mettersi a ridere che il dossier della Gran Bretagna sull’Irak era « molto molto chiaro » e che era « del tutto evidente » che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa. Alcune ore più tardi, Colin Powel, presentava davanti ad un Consiglio di Sicurezza a giusto titolo dubbioso, un pugno di prove concepite dai servizi americani, autentico catalogo di farse e tranelli, montature e manipolazioni di ogni genere. Egli approfittava per qualificare come “eccellente” il dossier inglese. Ahimé, l’8 febbraio si apprendeva che il dossier di 10 pagine di « prove » di M. Blair comprendeva 11 pagine scritte da studenti alcuni anni fa! La sera dell'11 febbraio, ancor prima della sua diffusione attraverso la catena ormai « sotto controllo » di Al-Jazira, Colin Powel annunciava una cassetta autenticata (e fabbricata) dal Pentagono del terribile Bin Laden, il terrorista che ricompare sempre quando gli Americani hanno bisogno di lui. Ora si sa che anche la CIA e il FBI si rifiutano di far proprie le menzogne di Bush e Rumsfeld sui pretesi legami tra l'Irak e Al-Quaïda. La missione essenziale dei servizi d’informazione inglesi e americani è di fornire ai loro padroni delle informazioni che li confortino nella loro paranoia o nel perseguimento di una politica già bloccata nonostante sembri il contrario. Manipolando l’informazione, inventandola quando serve, essi manipolano l’opinione. Il 7 marzo davanti all’ONU, Hans Blix e Mohamed El Baradei si sono apertamente lamentati di essere stati oggetto di grossolani tentativi di disinformazione da parte dei servizi anglosassoni che li hanno alimentati con « documenti falsi ». Già il 10 febbraio, per la prima volta ufficialmente a fianco di un Vladimir Putin favorevole, Chirac ha manifestato a due riprese qualche dubbio sull’esistenza stessa di armi di distruzioni di massa in Irak. E Scott Ritter, ex capo degli ispettori fino al 1998, lo ripete da parecchi mesi: "L'amministrazione Bush fabbrica degli elementi di prova. Niente è vero". Egli rivela anche come gli ispettori dell’ONU abbiano già manipolato nel dicembre 1998 per ingannare il Consiglio di Sicurezza e fornire al Pentagono il pretesto per una nuova campagna di massicci bombardamenti. In realtà, tutti i governi lo sanno, l'Irak non dispone più e da molto tempo, delle infrastrutture necessarie alla produzione o anche alla conservazione di “armi di distruzione di massa”. Hans Blix e El-Baradei non cessano di ripetere che le loro squadre di ispettori non hanno trovato alcuna prova dell’esistenza di armamenti proibiti in Irak, né tantomeno di collegamenti con l’ex agente della CIA Bin Laden. Con sinistro umorismo, Donald Rumsfeld ha ribattuto che "l'assenza di prove non è la prova dell’assenza di armi di distruzioni di massa". Si esige dunque che il popolo irakeno accusato dal tribunale divino di Bush provi la sua innocenza quando tutti sanno che in diritto romano è ben certo che è compito dell’accusa fornire le prove della colpevolezza. Il popolo irakeno è come quell’uomo nudo senza avvocato che comparisse davanti ad un tribunale il quale esigesse da lui la dimostrazione di non portare alcuna arma su di sè. È il grande ritorno di un’Inquisizione kafkiana e grottesca con Bush nel ruolo di grande inquisitore ispirato dalla Bibbia e dalle compagnie petrolifere... Sotto la guida di Bush, la nazione americana si crede ormai il nuovo popolo eletto che ha la missione di vincere il fantomatico « asse del male ». Questa teoria della guerra di religione è una nuova forma di spirito totalitario. Bush inizia la sua giornata con una preghiera in ginocchio e studia quotidianamente un passo della Bibbia. Anche le riunioni del suo gabinetto iniziano regolarmente con una preghiera. Il capo dei repubblicani alla Camera ritiene che Dio l’abbia scelto per promuovere una “visione biblica del mondo”. Questi atteggiamenti fanno irresistibilmente pensare a quelli degli ebrei ortodossi e degli integralisti musulmani. Attorno a Bush, una curiosa ed assai inquietate alleanza tra ebrei neoconservatori ed una estrema destra evangelica, ha fatto propria la teoria di Robert Kagan, storico e cantore del nuovo impero americano. Queste persone non hanno che disprezzo per la “vecchia Europa”, in ogni caso per un’Europa che avesse la minima velleità di esistere per se stessa. Perché, in realtà, dietro questa squadra tutta improntata ad una religiosità devota, si nasconde il perseguimento di interessi perfettamente secolari. Più che mai, Bush ha sottomesso la sfera pubblica agli interessi del mercato e più in particolare dell’oligarchia texana. I suoi soci in affari, come per suo padre, sono presenti nel commercio delle armi, nei servizi finanziari, nell’alta tecnologia e nella petrolchimica. Bush e Dick Cheney sono entrambi usciti dal settore petrolifero che ha largamente finanziato la loro campagna elettorale. Aprire l’Irak alla Exxon, alla Mobil e all’Amocco è un modo per rimborsare questo debito. Il 24 gennaio, il Pentagono ha riconosciuto che era stato preparato un piano per prendere il controllo dei circa 1500 pozzi di petrolio irakeni che, a termine, sono suscettibili di produrre nell’ordine di 9 milioni di barili. Ora si sa che con circa il 4% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti consumano il 25% dell’energia del pianeta! Fra vent’anni, essi dovranno importare il 75% del loro petrolio. Facendo man bassa sulla seconda riserva mondiale di idrocarburi, Bush e i suoi associati potranno sovvertire del tutto il mercato petrolifero planetario ed esercitare un ricatto permanente a livello delle forniture e del loro prezzo. Gli Stati Uniti non tollerano che una potenza regionale indipendente possa avere il diritto di esercitare un’influenza reale sullo sfruttamento del suo petrolio e sul suo prezzo. Il vero crimine dell’Irak è stato quello e non l’invasione del Kuwait nel 1990, incoraggiata d’altronde dall’America come pretesto per una prima guerra giudicata auspicabile e benefica per l’impero. Nell’occasione dell’attuale crisi, bisogna segnalare che la maggior parte delle compagnie petrolifere avendo fissato i loro investimenti e i loro costi sulla base di 10 dollari il barile, le grandi compagnie anglosassoni si apprestano, con un barile spinto ad oltre 40 dollari in caso di guerra, ad incassare dei colossali benefici sulle spalle dei consumatori europei e giapponesi. Già l’Asia centrale, ricca di riserve petrolifere e di gas naturale, diviene una base al seguito degli Stati Uniti. Ed è Condoleezza Rice, che ha trascorso nove anni alla Chevron prima di diventare direttore del Consiglio Nazionale di Sicurezza, che sovrintende a colpi di decine di milioni di dollari, l’estromissione dei Russi dalla regione. L'attuale presidente afghano, ad esempio, altro non è che un ex consulente della società petrolifera americana Unocal... Oltre a rendere perenne lo Stato coloniale israeliano permettendo a questo di mettere in atto la « soluzione finale » del problema palestinese, l’altro grande scopo di guerra di questa « teocrazia plutocratica » diretta dal nuovo "führer del Potomac" è di assicurarsi un’egemonia mondiale secolare per mezzo del controllo delle riserve, della produzione e della distribuzione del petrolio e, naturalmente, del suo prezzo, mezzo di ricatto efficace nei confronti dell’Europa, della Cina e del Giappone. In questo senso, la guerra contro l'Irak è una guerra contro il resto del mondo. Dal 1° ottobre 2002, gli Stati Uniti spendono un miliardo di dollari al giorno per la loro difesa (comprese le loro ingerenze armate, le loro aggressioni « preventive »). All’inizio del 2002, Rumsfeld ha chiaramente spiegato che gli Stati Uniti si sarebbero dati i mezzi militari per rovesciare un regime dove i loro interessi esigono che essi occupino la capitale. Gli Stati Uniti sono da lungo tempo abituati all’utilizzo unilaterale della forza e, senza risalire troppo nel tempo, si può citare gli interventi a Grenada (1983), in Nicaragua (1979-1989), a Panama (1989), in Somalia (1992). Nel suo "Rapporto sull’utilità delle guerre" presentato da J.K.Galbraith nel 1970, una quindicina di esperti americani concludeva che una situazione di pace permanente presenterebbe per la « stabilità della società » tali pericoli che bisognerebbe puntare al mantenimento di un « sistema fondato sulla guerra » come preferibile a quello fondato sulla pace. In questo rapporto, si può leggere: "Vi è una certa ironia nel constatare che questa funzione di primaria importanza a cui adempie la guerra – essere la principale fonte di stabilità di una società -, non è stata riconosciuta dagli storici che nei confronti delle società che lo riconoscono espressamente da sole, cioè le società pirata dei grandi conquistatori ..". La società americana risponde sempre più a questi criteri: una società sempre più totalitaria e predatrice, in stato di guerra permanente contro dei nemici più sovente suscitarti e mantenuti da se stessa per assicurare la perennità del « sistema ». Gli attentati di New York e di Washington, nel settembre 2001, sono stati una « occasione » se così si può dire, caduta dal cielo. Ma assai prima di questi attentati, Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz peroravano già una guerra utile » contro l'Irak. Senza nemici, l’America è una nazione senza scopo e senza direzione. Il governo di Bush si autorizza ormai, con il pretesto della lotta contro il terrorismo. A sospendere le libertà pubbliche e i diritti civili più elementari dei cittadini americani. Il Patriot Act, dell’ottobre 2001 e l’Homeland Security Act, accompagnati da una serie di misure regolamentari, portano gravi attentati alle libertà individuali. Da un anno, 625 cittadini di 42 paesi sono internati nelle gabbie di Guantanamo, primo campo di concentramento offensivo dell’impero, senza uno status, senza difesa e senza processo (si è appena registrato il ventesimo tentativo di suicidio). Sono gli ostaggi della benevolenza del nuovo crociato della democrazia George Bush. Ricordiamo che Washington non ha mai avuto il minimo scrupolo, in particolare i signori Cheney e Rumsfeld, nel sostenere l’orribile dittatore Saddam Hussein fino alla fine degli anni 80, e altri grandi democratici: Marcos nelle Filippine, Suharto in Indonesia, lo sha in Iran, Somoza in Nicaragua, Batista a Cuba, Trujillo a Saint-Domingue, Pinochet in Cile, Mobutu nel Congo-Zaire. Teodoro Obiang, sanguinario satrapo della Guinea Equatoriale è stato ricevuto con tutti gli onori da George Bush, non più tardi del settembre 2002. Ricordiamoci che all’ONU, nel 1982 e 1983 gli Stati Uniti furono i soli a votare contro la dichiarazione che stabiliva che il diritto all’educazione, al lavoro, alla sanità, ad una adeguata alimentazione e allo sviluppo nazionale fanno parte dei Diritti dell’Uomo. È così che la punizione e l’esclusione che gli Stati Uniti hanno inflitto all’Irak per dodici anni sono anche più severi di quelli che subirono la Germania e il Giappone dopo la Seconda guerra mondiale. 500.000 bambini morti in condizioni abominevoli sotto il regime dell’embargo e dei bombardamenti. Il 23 ottobre 1999, Madeleine Albright dichiarava, col cipiglio dell’assassino abituale, "Gli Stati Uniti sono buoni. Noi cerchiamo di fare dappertutto del nostro meglio". L’11 ottobre 2001, Bush riaffermava: "Noi siamo buoni". Eppure il dottor Stranamore reincarnato in mister Bush scatena una guerra senza averne svelato le autentiche ragioni, né al suo popolo né ai suoi « alleati ».. E’ proprio incredibile, ma purtroppo vero, come sempre con gli Stati Uniti. Bush vuole a tutti i costi scatenarsi in una nuova corrida tecnologica, in una nuova spedizione punitiva elettronica. Dopo avere ridotto in schiavitù i neri, sterminato gli Indiani, nuclearizzato i Giapponesi ed elargito il napalm ai Vietnamiti, era nella logica degli Americani volersi occupare degli Arabi. Essi lo hanno già fatto dal 1991 uccidendo sotto le bombe e sotto l’embargo, nel disprezzo di ogni convenzione internazionale, centinaia di migliaia di Irakeni, in gran parte bambini. Senza risoluzione delle Nazioni Unite, o contro la volontà della comunità internazionale, i prossimi « danni collaterali » sulle popolazioni civili costituiranno tanti atti criminali i cui responsabili saranno giudicabili da un tribunale come quello di Norimberga. Evidentemente, nel fatto di lanciare bombe e missili sulle città e sulle persone vi è qualcosa che attira i dirigenti americani, politici e militari. Di fronte al terrorismo di Stato praticato dagli Stati Uniti, come dal suo principale alleato Israele, un terrorista è qualcuno che possiede una bomba ma non ha esercito dell’aria. Per un’America che non aveva mai subito bombardamenti, ma li aveva sempre inflitti agli altri, i 2.950 morti dell’11 settembre 2001 sono delle perdite civili dovute alla guerra. Un recente libro ha appena ricordato ai nostri alleati tedeschi il terribile bilancio dei bombardamenti a tappeto degli anglosassoni alla fine della guerra : 635.000 civili. Allora, dei 2.950 morti a New York, certi forse commenteranno: "non sono un gran che".... La stampa americana oggi si scatena contro la Francia e il "New-York Post", sotto la foto di un cimitero americano, pensa bene di ricordare: "Essi sono morti per la Francia, ma la Francia ha dimenticato". No, non ha dimenticato e vi sono delle statistiche di cui bisogna effettivamente ricordarsi. Per "liberare l'Europa", in realtà perché essi ritenevano loro interesse parteciparvi, gli Americani lamentarono in tutto, perdite nell’ordine di 220.000 morti, militari. A fronte di questa cifra, i nostri compatrioti devono ricordarsi che il 27 maggio 1944, in una sola giornata, i bombardamenti americani uccisero altrettanti, se non più, civili francesi innocenti rispetto alle vittime civili a New York dell’11 settembre 2001: 1.752 morti ed oltre 100 dispersi a Marsiglia, 525 ad Avignone, 256 a Nîmes, 146 ad Amiens, 270 a Sartrouville e Maisons-Alfort, 50 a Rouen. In totale, dal 1940 al 1945, sono circa 70. 000 civili francesi, uomini, donne e bambini che sono stati falciati dalle bombe anglo-americane. Il 12 settembre 2001, Colin Powel condannava "le persone che credono di potere ottenere uno scopo politico con distruzione di edifici e morti". Eppure è lo stesso che diresse gli orribili bombardamenti di Panama e dell’Irak, che nel 1999 sovrintese al bombardamento della Yugoslavia per 78 giorni e notti. È logico che Washington ricusi "ogni potere d’indagine, di inchiesta o di perseguimento del Tribunale penale internazionale, il cui giudizio non si estende agli Americani". E’ per evitare che molti dirigenti degli Stati Uniti, ex o attuali, finiscano, come sarebbe normale, come dei volgari Milosevic.... Il 13 febbraio, Bush dichiarava: "L'America agirà in modo ponderato con il più grande esercito del mondo"... Il 6 marzo, il "predicatore-presidente" aggiungeva in un nuovo delirio mistico: "La mia fede mi porta perché io prego tutti i giorni (...) prego per la pace. Pregherò per i soldati, per la loro sicurezza. E pregherò anche perché siano risparmiate le vite di Irakeni innocenti"! La sera prima, il 5 marzo, il capo di stato maggiore di questo nocivo Mickey Mouse degenerato, Richard Myers, esponendo il suo piano d’attacco, non aveva nascosto che "delle persone sarebbero morte". "Noi dobbiamo far capire alle persone che è la guerra e quelli che pensano che sarà « asettica » si ingannano". Tanto poco “asettica” che sul campo di battaglia e di sperimentazione irakeno rischiano di essere utilizzate – per la prima volta dal 1945 – delle “mini-bombe” nucleari. Il costante bellicismo della politica estera americana e il suo carattere distruttivo sistematico sono oggi riconosciuti dall’opinione pubblica mondiale. La maggioranza dei popoli non vede in che cosa l’Irak minacci la pace del mondo più di Israele, della Corea del Nord o del Pakistan. Il 30 settembre 2002, Bush dichiarava: "Saddam Husseinè una minaccia per il mondo, per Israele e per l’America". E il 5 febbraio 2003, davanti alla commissione affari esteri del Senato, Colin Powel sosteneva che un successo militare contro l'Irak "potrebbe rimodellare a fondo questa regione in una maniera fortemente positiva che favorirebbe gli interessi americani". Egli avrebbe potuto aggiungere, per essere ancora più onesto, "e israeliani". Il "Washington Post" d’altronde titolava il 9 febbraio: "Bush e Sharon hanno punti di vista praticamente identici sulla politica del Medio Oriente". Per chi avesse dei dubbi, Zalman Shoval, consigliere di Ariel Sharon, è assai chiaro: "Il solo modo per la strategia americana di lottare contro il terrorismo, di dare prova di serietà, è di portare a conclusione i suoi piani contro l'Irak". Consiglio d’amico.... Robert Kagan, uno degli "intellettuali in tuta mimetica" ispiratori di Bush lo ha detto chiaramente: "Le ragioni della guerra in Irak non sono né la democrazia in Medio Oriente né il petrolio. Si tratta di un problema di sicurezza regionale". Egli ricorda anche: Noi non entrammo in guerra nel 1943 per democratizzare la Germania e il Giappone". Possano queste frasi illuminare chi non capisce! Già il 20 gennaio 1991, su TF1, Mme Simone Veil affermava: "Questa guerra è giusta e utile per i nostri interessi". L'imperium americano nella regione si basa effettivamente sul bipede turco-israeliano. Ora una maggioranza di paesi sta prendendo coscienza della realtà che l’imperialismo americano sta passando la misura e della totale impunità accordata alle ripetute esazioni delle sue staffette israeliane da più di cinquant’anni che favorisce la crescita dell’integralismo musulmano e del terrorismo che esso alimenta. "Forse che tentare di rimettere piede in casa propria costituisce un’aggressione imprevista?" chiedeva Michel Jobert l’8 ottobre 1973... Più che reticente alla prospettiva di una seconda risoluzione dell’ONU, Rumsfeld ha esclamato: "Non sarebbe la seconda, ma la diciottesima sull’Irak!". Bisogna dunque ricordargli che Israele e la Turchia, suoi alleati molto cari e molto privilegiati, assommano da sole più dei tre quinti delle violazioni non sanzionate commesse dai 181 Stati membri delle Nazioni Unite. Dal 1968, Israele non ha rispettato 32 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Bush non ha mai speso una parola per condannare la continua estensione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Israele, che sfida l'ONU da 35 anni in tutta impunità possiede sì delle armi di distruzione di massa, biologiche, chimiche e nucleari e occupa militarmente territori stranieri dal 1967. È Israele che attaccò l’Irak, in tempo di pace nel giugno 1981 a Tamuz, facendosi beffe, come al solito, di ogni regola di diritto internazionale (uno degli autori di questo bombardamenti, il pilota israeliano e terrorista di Stato Ilan Ramon, ha d’altronde appena subito un giusto castigo nell’esplosione della navetta spaziale americana). Le stesse ONG israeliane ritengono che il 46% delle terre di Cisgiordania siano già « di fatto israeliane ». Il "Grande Israele", sintesi quasi conclusa della teocrazia, del colonialismo e della discriminazione etnica è già una realtà concreta, edificata tappa per tappa con il continuo sostegno finanziario, diplomatico e militare degli Stati Uniti. Nella sua seduta plenaria del 10 novembre 1975, l'Assemblea generale dell'ONU aveva già considerato che "il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale". Gli ascoltatori di "Radio Arouts" saranno stati edificati il 7 e l’11 agosto 2002 ascoltando le incredibili argomentazioni di Jacques Kupfer, presidente del Likud mondiale, che qualificava i Palestinesi come "orde di barbari" e di "squatters arabi in Eretz Israël". "Non si può più vivere con loro ammesso che essi abbiano il diritto di vivere" e auspicava il loro "trasferimento". "Non bisogna mancare le occasioni come abbiamo disgraziatamente fatto nel 1948 o nel 1967". Il 25 gennaio scorso, durante la cena annuale del CRIF, è Roger Cukierman che ha mostrato, una volta di più, il volto dell’odio e auspicato che la Francia partecipi, “come in passato” alla guerra contro l'Irak. Altra intollerabile argomentazione espressa dal presidente di Francia-Israele, Michel Darmon, il 6 giugno 2002: "Da dieci anni, la comunità ebraica ha sbagliato battaglia. Non è Le Pen il nostro nemico, ma la politica estera della Francia". Quali parole anti-francesi sentiremo ora da parte di questi membri rappresentativi della lobby sionista? Qual è il punto comune di M.M.Glucksmann, Lellouche, Kouchner o Bruckner, rari difensori « francesi » della guerra americana? Le pressioni molteplici delle lobbies ebraiche internazionali e l’ossessivo pathos olocaustico di tutti i grandi media sotto controllo permanente di una « polizia del pensiero », sono giunte fino ad oggi a garantire una rendita di posizione, una immunità permanente a Israele. Ma nel contesto attuale, per quanto tempo ancora i membri della comunità internazionale tollereranno “l’eccezione israeliana”? Nella sua cronaca del 30 gennaio scorso, Jacques Attali scriveva: "Bisogna riservare la guerra ai regimi espansionisti". Non è precisamente il caso di Stati Uniti ed Israele? Tutte le cancellerie sono al corrente del pian Bush-Sharon secondo il quale la guerra contro l'Irak non farebbe che precedere un attacco contro l’Iran e uno smantellamento dell’Arabia Saudita auspicato dal vice-presidente Richard Cheney. Folle manifestazione del piano Sykes-Picot del 1915, prevede la deportazione in massa dei Palestinesi in Giordania la cui monarchia hashemita, sotto controllo americano, riceverebbe in compenso il cuore del territorio irakeno e una buona parte del regno saudita, giudicato ormai poco sicuro. Favorire l’egemonia anglosassone nel Vicino Oriente e la politica di colonizzazione israeliana in terra araba non poteva essere la politica di un’Europa europea, da Dublino a Vladivostok. Una guerra contro l'Irak sarebbe certo una guerra in più contro gli Arabi, ma soprattutto una guerra contro l’Europa. L'eccezionale e precoce politica di resistenza della Francia e della Germania, ben presto appoggiata esplicitamente o tacitamente dalla Russia, dalla Cina ed infine da una maggioranza di paesi membri dell'ONU, come ha mostrato la storica seduta del Consiglio di Sicurezza del 14 febbraio, confermata il 7 marzo, costituisce già una memorabile sconfitta per l’impero, ormai costretto, sia ad arretrare che ad andare unilateralmente alla guerra come un vero “Stato-criminale”. La schiacciante maggioranza dei giuristi europei afferma: "Non c’è alcuna giustificazione nella legislazione internazionale per l’uso della forza militare contro l'Irak". Gli anglosassoni intendono tuttavia presentare al voto del Consiglio di Sicurezza una risoluzione di guerra e l’ambasciatore americano Negroponte, con un’incredibile tracotanza, ha precisato: "E’ nostra opinione che non ci sia bisogno di dibattito su questa risoluzione molto semplice e diretta"! Il testo di "risoluzione-ultimatum" messo in circolazione da Jack Straw il 7 marzo, rimaneggiato in peggio il 12 marzo, è particolarmente ignobile nella sua formulazione e resterà negli annali come un nuovo esempio del cinismo e della doppiezza della diplomazia inglese. Giungendo immediatamente dopo il rapporto positivo degli ispettori, l'ultimatum del 17 marzo è uno schiaffo alla comunità dei paesi civilizzati. La posizione dei settari della guerra non cessa di degradarsi in proporzione all’enormità della sinistra farsa interpretata dagli anglosassoni all’ONU. Blair vacilla ogni giorno di più e l’esercito inglese ha dubbi. Sulla loro pelle, Aznar e Blair pagheranno il giusto prezzo della loro « esibizione di docilità » di fronte agli psicopatici della Casa Bianca. All’indomani del fiasco immediato dell’ultima buffonata del Foreign Office, Blair ha riconosciuto, il mattino del 13 marzo, che gli Americani molto probabilmente scatenavano la loro guerra senza il voto di una seconda risoluzione, il cui rifiuto porrà ufficialmente gli Stati Uniti e i loro piccoli complici bulgaro, spagnolo e inglese, al bando delle nazioni. L'aggressione programmata contro l'Irak avrà avuto il merito di mettere in rilievo la divisione fondamentale che mina l’Europa di Bruxelles. Una metà dell’Europa rifiuta di considerare una politica estera che non si inscriva in quella degli Stati Uniti. Questa Europa è essenzialmente l’Europa periferica: il Regno Unito, la Spagna di Aznar, i paesi a « vocazione satellitare » (il gruppo detto "di Vilnius") e la Turchia. Per quanto riguarda quest’ultima e nel momento in cui i generali turchi si apprestano a portare contro i Curdi dell’Irak una « guerra nella guerra », è significativo ricordare la risposta di Bush al ministro turco che lo metteva al corrente dei suoi scrupoli di fronte al « processo europeo ». “Ma l'Europa, io l’ho spezzata in tre!". Donald Rumsfeld lo ha recentemente ammesso spingendo in tutti i modi per l'allargamento indefinito dell’Europa – in particolare alla Turchia – e facendo lo stesso con la NATO, l’America insegue il suo obiettivo di distruzione sistematica di tutte le velleità franco-tedesche di un’Europa europea. L’Europa deve essere americana o non essere proprio. A fronte di questo obiettivo dichiarato, l’Europa « europea », quella dei paesi fondatori, erede dell’impero di Carlo Magno e saldata attorno al binomio franco-tedesco, avanguardia e nocciolo duro di un’Europa potente, ha preso coscienza del pericolo mortale che incombe su di sé. Opponendosi in seno alla NATO, alla messa in atto della logica di guerra imposta dagli Americani, la Francia, la Germania e il Belgio hanno mostrato di aver infine compreso che la NATO non ha più lo scopo di difendere l’Europa contro un pericolo inesistente, ma di uccidere il suo stesso progetto. Bisogna abbandonare una NATO divenuta una macchina da guerra politico-commerciale al servizio dell’impero USA. Perché l’Europa – senza per il momento tener conto di una Russia la cui presenza eppure s’impone – rappresenta una popolazione di 375 milioni di abitanti ed un PIL di circa 10.000 miliardi di dollari, di contro ad una popolazione di 280 milioni di abitanti ed un PIL di 7.000 miliardi di dollari per quanto riguarda gli Stati Uniti. Gli Europei, oggi potenza virtuale perché disarmata, potrebbero senza il minimo dubbio destinare alla loro difesa delle somme che li metterebbero alla pari con gli Americani. La politica estera e la difesa restano ad oggi i frutti più stentati del processo di normalizzazione burocratica perseguito da Bruxelles. Bisogna avere l’audacia di approfittare di questa crisi per rifondare l’Europa attorno al nucleo franco-tedesco aperto alla Russia. Qui è l’avvenire, la sola possibilità di un’Europa europea “da Dublino a Vladivostok". Ma ci sono gli uomini di Stato suscettibili di mettere in opera questo processo storico? La seconda guerra del Golfo assomiglierà di certo ad « un confronto tra integralisti evangelici, musulmani ed ebraici » ma, al di là di questo, la sua realtà sarà quella di un vero conflitto di potenze che oppone già gli Americani e gli Europei. In questa prospettiva e di fronte all’ordine mondiale imposto sotto le bombe dai nuovi barbari d’oltre Atlantico, i paesi di antica civiltà come quelli dell’Europa, dell’Asia e del mondo musulmano, sapranno trovare nel loro seno le generazioni di resistenti uniti nella stessa lotta di liberazione contro il nuovo “impero del male”. Alla grande domanda: l'America del Signor Bush rappresenta oggi una minaccia per l’insieme della comunità internazionale? La risposta è: SI.

Michel Schneider
Già direttore delle riviste
"Stratégie & Défense" e
"Nationalisme & République"


Edward Spannaus

Possono Bush e Rumsfeld
essere processati per crimini di guerra?

Ciò che hanno fatto gli Stati Uniti, la sera del 19 marzo, nel lanciare una guerra imperiale, “preventiva” contro l’Iraq, è indubbiamente in violazione della Carta delle Nazioni Unite e degli altri accordi dai quali gli Stati Uniti d’America, in quanto firmatari, sono vincolati. Infatti, il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan dichiarava più volte nei giorni che portavano verso l’attacco degli USA, che un attacco unilaterale da parte degli Stati Uniti all’Iraq, sarebbe stato una violazione della Carta dell’ONU. Se l’azione illegale degli Stati Uniti stabilisse un precedente, l’ONU, di cui l’America è stata parte attiva nella sua iniziativa e fondazione alla fine della II Guerra Mondiale come mezzo per prevenire la guerra, si troverebbe allo sfacelo e le relazioni tra le nazioni si ridurrebbero ad un hobbesiana “guerra di ciascuno contro tutti” in cui la forza bruta, e non la moralità o la legalità, sarebbe il solo valore. Con le Nazioni Unite incapaci di proteggere le nazioni minori dalla superpotenza USA, è meno probabile che i paesi portino le contese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU; e traendo l’ovvia lezione dal modo in cui gli USA vanno contro l’Iraq e la Corea del Nord, essi vedranno l’acquisizione di armi nucleari come il solo mezzo per dissuadere gli Stati Uniti ed ottenere rispetto. L’amministrazione Bush è ovviamente consapevole che questa guerra non ha nessuna base legale. Le giustificazioni legali che vengono cinicamente offerte dall’Amministrazione sono così nitidamente fraudolente e rifiutate dalla maggior parte del mondo, che i suoi portavoce possono solo sperare che la gran parte dei cittadini non vadano dietro ai titoli e alle dichiarazioni; soprattutto, che essi non agiscano come veri cittadini, prendendosi la responsabilità personale per il destino ed il futuro della nazione.

L’istruzione legale della Casa Bianca
Ad esempio, nell’incontro con la stampa del 13 marzo alla Casa Bianca, il portavoce Ari Fleischer veniva interrogato sulla legalità della guerra e rispondeva leggendo un’opinione legale predisposta, proveniente evidentemente dal Consigliere Legale del Dipartimento di Stato. Fleischer dapprima leggeva: "La Risoluzione n.678 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, autorizza l’uso di tutti i mezzi necessari per difendere la Risoluzione n.660 del Consiglio di Sicurezza e le risoluzioni seguenti e per ristabilire la pace internazionale e la sicurezza nell’area. Questa è stata la base per l’uso della forza contro l’Iraq durante la Guerra del Golfo." (In effetti, la Risoluzione 678 autorizzava l’uso della forza solo allo scopo di espellere i militari irakeni dal Kuwait, portato a pieno compimento nel 1991). "Da allora," ha continuato Fleischer , "la Risoluzione n.687 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha dichiarato il cessate il fuoco, ma ha imposto parecchie condizioni, comprese quelle legate alle armi di distruzione di massa. Quelle condizioni hanno fornito i requisiti essenziali per il ripristino della pace e della sicurezza nell’area. Una violazione materiale di queste condizioni rimuove la base del cessate il fuoco e fornire il terreno legale per l’uso della forza.." (Ma, quello che Fleischer ha mancato di dire, è che l’attuazione dei provvedimenti per il disarmo di cui alla Risoluzione n.687 è lasciata solamente al Consiglio di Sicurezza il quale era "per approfondire la questione e per intraprendere tali ulteriori passi che potevano essere richiesti per l’attuazione della presente risoluzione e per garantire la pace e la sicurezza nell’area".)

La Carta dell’ONU
Questo è, in effetti, coerente con quanto previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, firmata nel 1945. L’articolo 2 della Carta ha reso chiaro che uno degli scopi principali delle creazione dell’ONU è stata che gli stati-membri fossero per “frenare nelle relazioni internazionali la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi stato”, con l’eccezione di alcune circostante strettamente delimitate. Gli stati-membri sono sempre per la ricerca di una soluzione alle loro dispute attraverso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Consiglio di Sicurezza Art.33) ed è demandato al Consiglio di Sicurezza di prendere delle decisioni rispetto ad una minaccia per la pace, un’interruzione della pace o un atto di aggressione e di determinare quali misure si debbano prendere per mantenere o ripristinare la pace e la sicurezza internazionale. (Art.39). É solo il Consiglio di Sicurezza che può decidere sull’uso della forza. "Progetti per l’applicazione della forza saranno realizzati dal Consiglio di Sicurezza con l’assistenza dello Staff Militare del Comitato." (Art.46). Il Consiglio di Sicurezza può designare tutti o qualcuno dei suoi Stati-membri ad usare la forza per esprimere le sue decisioni, ma solo il Consiglio di Sicurezza ha il potere di prendere una simile decisione. "L’azione necessaria per portare a compimento le decisioni del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale sarà intrapresa da tutti i membri delle Nazioni Unite o da alcuni di essi, in base alla determinazione del Consiglio di Sicurezza..." (Art.48). L’eccezione si configura quando uno stato-membro viene attaccato da un altro stato: "Niente della presente Carta intaccherà il diritto inerente all’individuo o alla collettività di auto-difendersi se avviene un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, finché il Consiglio di Sicurezza abbia preso le misure necessarie pere mantenere la pace e la sicurezza internazionale" (Art.51). Con questo si intendeva includere generalmente il caso in cui un attacco fosse imminente, così imminente che lo stato-membro non avesse il tempo di portare la questione al Consiglio di Sicurezza. Ma questo non è ovviamente il caso che riguarda gli Stati Uniti e l’Iraq; nessuno, nemmeno il più fanatico dei falchi-conigli, può sostenere seriamente che l’Iraq sia una minaccia imminente per la sicurezza degli Stati Uniti. Infatti, con l’eccezione di Israele, quei paesi che si trovano effettivamente all’interno del raggio d’attacco di Saddam Hussein si oppongono all’attacco USA e l’idea che l’indebolita e distrutta nazione dell’Iraq ponga una minaccia alla sicurezza nazionale americana, è un non senso – ed è vista come tale dalla stragrande maggioranza delle nazioni del mondo.

La Risoluzione n. 1441 e il Consiglio di Sicurezza
Ma che dire della Risoluzione n.1441, unanimemente adottata lo scorso novembre, che viene costantemente citata dal Presidente Bush e dai membri del suo Gabinetto in quanto fornisce agli Stati Uniti l’autorità di attaccare l’Iraq? La Risoluzione n.1441 non minaccia l’Iraq di "serie conseguenze" se l’Iraq rimanesse in "violazione materiale" dei suoi obblighi di disarmare? La risposta è sì; ma di nuovo, la decisione di “considerare” in materia è stata esplicitamente lasciata al Consiglio di Sicurezza, non a uno o due dei suoi membri. É chiarissimo che il Consiglio di Sicurezza non ritiene che sia avvenuta una violazione materiale che giustifichi l’immediato uso della forza. Dopo le pressioni alla ricerca di un voto al Consiglio di Sicurezza, in cui tutti i membri avrebbero dovuto "alzarsi e dimostrare da che parte stanno," Bush è stato obbligato ad abbandonare la ricerca di un voto, quando è stato chiaro che la maggioranza dei membri del Consiglio si opponeva alla risoluzione di USA-Gran Bretagna-Spagna. E la sintesi ufficiale delle dichiarazioni dei 15 paesi-membri al dibattito del 19 marzo, dimostrava che nessun altro paese, oltre a Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna, sosteneva l’uso della forza contro l’Iraq - nemmeno la Bulgaria, che era stata conteggiata come quarto voto a favore della risoluzione degli Stati Uniti. Vi erano sempre i cinque paesi noti ad opporsi agli Stati Uniti e ce n’erano sei “indecisi”. In conclusione, tutti questi sei si sono al momento opposti alla fine delle ispezioni e al ricorso alla forza. Così, quando gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iraq, non è stato un semplice "by-passing" del Consiglio di Sicurezza; è stata una flagrante violazione delle intenzioni e della volontà del Consiglio di Sicurezza.

Il precedente del Tribunale di Norimberga
Il disperato tentativo dell’Amministrazione di fornire una giustificazione legale alla guerra, è indubbiamente correlato al fatto che molte dichiarazioni e commenti l’hanno sfidata su questo punto - ma può anche aver a che fare con il fatto che sono comparsi numerosi commenti e articoli i quali avvertivano che il Presidente Bush ed il segretario alla Difesa potrebbero alla fine trovarsi accusati di crimini di guerra di fronte alla recentemente inaugurata Corte Criminale Internazionale (ICC). Mentre EIR reputa l’ICC come un abominio (vedi EIR, 27 luglio 2002), è nondimeno il caso che gli Stati Uniti siano vincolati da altri trattati e convenzioni che hanno sponsorizzato e firmato, i quali potrebbero mettere in pericolo legale Bush e gli altri del partito della guerra Ad esempio, come abbiamo mostrato (EIR, 18 ottobre 2002), l’avvio di una guerra di aggressione è una violazione della Carta del Tribunale di Norimberga, a cui gli Stati Uniti sono vincolati in quanto firmatari e i cui principi sono stati formalmente adottati dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1950. L’accordo delle Quattro potenze che creò il Tribunale militare Internazionale per la Germania comprendeva nel suo elenco di reati per i quali c’era la responsabilità individuale: "a) Crimini contro la pace - vale a dire, pianificazione, preparazione, inizio o conduzione di una guerra di aggressione o di una guerra in violazione di trattati, accordi o garanzie internazionali, oppure partecipazione comune a un progetto o cospirazione per il compimento di quanto sopra" L’accusa nel processo dei principali criminali di guerra a Norimberga conteneva quattro capi: 1) Cospirazione; 2) Crimini contro la pace; 3) Crimini di guerra; e 4) Crimini contro l’umanità. Il Capo Due dell’accusa recitava: "Tutti gli imputati, con diverse altre persone, nel corso di un periodo di anni precedente l’8 maggio 1945, hanno partecipato alla progettazione, preparazione, avvio e conduzione di guerre di aggressione che sono state anche guerre in violazione di trattati, accordi e garanzie internazionali." Dodici imputati furono dichiarati colpevoli del Capo Due, in combinazione con altri capi, sette furono condannati a morte mediante impiccagione e gli altri furono condannati al carcere.

Che cos’è la guerra di aggressione?
Nel 1974, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una “Definizione di Aggressione” che dice: “L’aggressione è l’uso di una forza armata, o di qualsiasi altro metodo in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite, da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato." Essa inoltre dichiara che tra gli atti che si qualificano come aggressione, vi sono: "L’invasione o l’attacco da parte delle forze armate di uno Stato, del territorio di un altro Stato, o qualsiasi occupazione militare, ... bombardamento da parte delle forze armate di uno Stato contro il territorio di un altro Stato." Il delegato Capo degli Stati Uniti, Warren R. Austin, diceva il 30 ottobre 1946 all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che gli Stati Uniti erano vincolati dai principi di legge dichiarati dalla Carta di Norimberga come dalla Carta dell’ONU, affermando che la Carta “rende la pianificazione o la conduzione di una guerra di aggressione, un crimine contro l’umanità per il quale gli individui come le nazioni possono essere portati alla sbarra della giustizia internazionale, processati e puniti."

Questo articolo appare sul numero del 28 marzo 2003 di Executive Intelligence Review.

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