Il comunismo può essere apprezzato particolarmente da un intellettuale ex fascista, proprio in quanto proveniente dal fascismo e quindi formatosi sulla base dell'attualismo di Giovanni Gentile.[...]
Per poter fare "l'analisi logica" del comunismo è indispensabile addivenire ad un parallelismo fra la dottrina marxista in esame e quella attualistica da cui traiamo le nostre esperienze.[...]
Marxismo e gentilianesimo, comunismo e fascismo, avrebbero in comune diversi elementi, a partire dalla concezione hegeliana dello Stato: la società comunistica rappresenta per Marx il futuro, e tra la società capitalistica e questo futuro trascorrerà un periodo di transizione politica, caratterizzato dalla dittatura rivoluzionaria del proletariato; questa dittatura non potrà che essere impersonificata nello Stato hegeliano, in cui una minoranza che abbia raggiunto uno stadio di autocoscienza che le consenta di porsi a capo della rivoluzione, conduca la società verso la Comune. Questa minoranza si impersonificò in Russia nel Partito comunista, in Italia nel partito fascista. Il parallelo potrà sembrare assurdo, ma un attento esame dimostrerà il contrario, poiché se il regime fascista perdette di vista l'ideale politico marxista e meritò l'accusa di conservatorismo, ciò è un fatto che non interessa in questa sede, poiché dovuto a cause estrinseche, assolutamente estranee alle aspirazioni dell'idea. L'antinomia fra i due regimi socialisti non sussiste nell'essenza ideologica, ma in elementi di ordine formale. Il regime bolscevico rappresenta, oggi, la più grande realizzazione storica dello Stato hegeliano: alla concezione totalitaria dello Stato-Chiesa Lenin e Stalin hanno sostituito quella di Stato-Lavoro. Questa professione di materialismo non ha in realtà che il fine dell'idealismo, e particolarmente dell' attualismo, che vuole eliminare ogni altro legislatore che non sia lo Stato ed ogni altro valore che non sia il Lavoro.[...]
Naturalmente il rozzo principio del materialismo dialettico è totalmente mutuato dalla critica attualistica: l'uomo con la sua volontà è l'artefice della storia, l'uomo come materia pensante è la causa genetica dell'economia,questo dato evidente è rilevato da tutti i continuatori di Marx: Engels, Lenin, Sorel, Gentile, Stalin, Mussolini nel documentare il dogma non poterono che annotare fatti i quali non si spiegano con il processo dialettico insito nella materia, ma con il dinamismo insito nella volontà umana decisa a conseguire i suoi obbiettivi economici, a soddisfare i suoi bisogni materiali.[...]
Questa esigenza materialistica fu sentita in Italia da Gentile, che tra il 1932 ed il 1935, nella sua qualità di teorico del fascismo, arrivò a formulare una vera e propria dottrina comunista, iniettando nella concezione materialistica della vita e della storia tutti i valori positivi dell'attualismo, forgiatosi alla luce del pensiero italiano.[...]
Purtroppo negli ultimi anni del regime, Rosenberg ebbe il sopravvento su Gentile e la "cultura fascista" fu pervasa da un vento di follia, dimentica della sua alta missione di innestatrice del pensiero marxista nel ceppo romano e cristiano della vita. "La civiltà del lavoratore" ed un nuovo umanesimo ispirato al lavoro, rappresentò per Gentile quella società futura preconizzata da Marx ed avviata alla realizzazione mediante l'instaurazione della dittatura rivoluzionaria dei lavoratori, cioè dello Stato di Hegel; naturalmente perché lo Stato totalitario impersonifichi realmente lo spirito del mondo, bisogna che, tenuto conto della critica soreliana, divenga l'espressione delle associazioni dei lavoratori: a questo dovrà tendere - e nel più breve tempo possibile - l'élite dirigente, poiché il raggiungimento di questa mèta è la conditio sine qua non per l'ulteriore passo verso la Comune.
Giovanni Gentile avvertì il bisogno di sollevare l'ideale comunista alle esigenze critiche del pensiero occidentale, identificando nello Stato fascista l'ente di trasformazione. Di fatto quella di Mussolini - delle cui origini e della cui mentalità marxista non si discute - fu una grandiosa esperienza comunista, compromessa sul nascere e protrattasi per vent'anni contro tutto un mondo che l'odiava a morte e che ne soffocava ogni anelito rivoluzionario.
Lando Dell'Amico, da un suo articolo comparso sulla rivista "Il Pensiero Nazionale" numero 14 del 1° dicembre 1947
