giovedì 3 settembre 2020

Omaggio a Jean Thiriart (Robert Steuckers)

Nelson, eagle, Thiriart, born death, biografy, steuckersOmaggio a Jean Thiriart (1922-1992) 


Il 23 novembre 1992, Jean Thiriart, fondatore e animatore del movimento politico «Jeune Europe» negli anni 60, si spegne improvvisamente, colpito in piena salute ed in piena attività. Dopo Jean van der Taelen, che apprende la notizia dal loro comune legale, Jean-Pierre de Clippele, io sono il primo a saperlo. Jean mi chiama subito, verso le ore 20 e 30, mentre sto lavorando a mettere in ordine dei vecchi documenti nella mia cantina. Con il morale a terra, salgo i gradini quattro a quattro: l'invincibile, lo sportivo, l'incarnazione dell’energia, l’imperatore romano, il burlone, il vecchio miscredente, è appena stato portato via dalla “Grande Falciatrice”

Ci si aspettava la scomparsa di molti altri, più sofferenti, meno vigili, più anziani, non la sua. Ben presto, il telefono squilla e odo voci costernate, lacrime, da Parigi a Mosca, passando per Milano o Marsiglia. Per alcune idee ben articolate, Jean Thiriart ha dato un impulso nuovo a questa sfera che si qualifica «nazional-rivoluzionaria» e che sfugge a tutte le classificazioni semplicistiche, tanto le sue preoccupazioni, le sue varianti sono vaste e differenziate. Thiriart ha anche enunciato dei principi d’azione che conservano tutta la loro validità, non solo per questo microcosmo NR, ma anche per ogni praticante della politica, quale che sia l’orientamento ideologico del suo impegno. 

Nato nel 1956, io non potei osservare in azione Jeune Europe, sull’ondata della decolonizzazione, subito prima del maggio 68. Avendo acquisito le mie prime convinzioni politiche verso i 14-15 anni, cioè nel 1970-71, constatando ben presto le turpitudini del regime, le sue chiusure che impediscono al cittadino normale, senza legami di parte, confessionali o associativi, di partecipare attivamente alla vita della città, coltivai le mie idee al di fuori di ogni organizzazione o associazione fino all’età di 24 anni, quando scoprii le attività della «Nuova Destra».
Jeune Europe non aveva lasciato tracce né dentro la società, all’epoca affogata nella stupidità sessantottarda, «freudo-marxista», né all’interno delle sfere militanti che, in maggioranza di sinistra, facevano leva sull’esotismo angolano, boliviano o vietnamita, senza più preoccuparsi delle alienazioni che colpiscono i popoli europei. A fortiori poche opere facevano riferimento all’azione e agli scritti di Thiriart. In certi fogliacci di sinistra, male redatti, volgari, infarciti di errori di sintassi e di ortografia (come è giusto nella buona logica egalitarista) il suo nome compariva a volte come quello di un «satana» ed io non vi prestavo attenzione. In un’opera che prefigurava le monomanie dei nostri ultimi cinque anni, Il razzismo nel mondo di Pierre Paraf, pubblicata con il sostegno della LICRA, «la rivista Jeune Europe di Bruxelles» era descritta come «anti-americana e anti-gaullista», e, beninteso, come «razzista». Dopo averne acquisito una raccolta presso un rivenditore di libri usati, dieci o undici anni dopo potei invece constatare che essa conteneva due articoli di Thiriart che criticavano aspramente la nocività pratica del razzismo, in cui esso veniva descritto come il camuffamento di problemi affettivi, spesso di origine sessuale. Gli ambienti che fanno professione di «anti-razzismo» mi sembrarono da quel momento dei cenacoli di esaltati isterici che, alla maniera degli illuminati «razzisti», hanno bisogno di capri espiatori per appagare il loro mal vivere. Razzismi e anti-razzismi non sono che delle varianti di una medesima malattia, di uno squilibrio psichico che risale senza dubbio alla prima infanzia. Thiriart ne era convinto, lo ripeteva a chi voleva capirlo e la chiamava la «psicopatologia dei gruppuscoli politici». È con la scoperta di un esemplare di Europa, un impero di 400 milioni di uomini, sulla bancarella di un libraio che ho appreso chi era veramente Jean Thiriart. La buona tenuta di questo libro, la chiarezza e la limpidezza degli argomenti che egli vi sviluppava, l’apporto delle carte geopolitiche, mi convinsero subito che Jean Thiriart non era un agitatore esaltato di estrema destra, come tentavano di far credere quei buoni a nulla della sinistra post-sessantottarda, trasandati, mai in pace con se stessi, anti-politici, privi di ogni senso storico, che avevano allora per lettura di base l’assai effimero Hebdo 75, assortito di vignette di pessimo gusto che la dicevano lunga sulla psico-patologa dei loro autori. Jean Thiriart non sembrava come uno di quei polemisti di destra che esibiscono, forse in modo molto brillante, i loro brontolii su fogli popolari (e a volte plebei) senza mai proporre niente di concreto. È così che appresi che era esistita Jeune Europe. Nello stesso momento, in un quaderno del molto ufficiale CRISP (Centro di ricerca e d’informazione socio-politica), compariva una storia dell'«estrema destra» belga firmata da Etienne Verhoeyen. Ed è così che scoprii il contesto nel quale veniva cacciata, un po’ arbitrariamente, «Jeune Europe». Di tutti i cenacoli, gruppuscoli, partiti o associazioni che avevano infarcito la cronaca «destrorsa» belga dopo il 1945, incontestabilmente «Jeune Europe» si distingueva. E per i giovanissimi che noi eravamo e che stavamo vivendo un età d’oro e di abbondanza che senza dubbio non tornerà mai più, lettori di classici latini, di La Rochefoucauld, di Nietzsche per «far imbestialire» i parroci e i conformisti, di Marcuse (maggio 68 impone), delle Lettere sull’Umanesimo di Heidegger, perché ci erano state imposte, di Koestler, di Camus e di Orwell, «Jeune Europe» sembrava subito un possibile strumento della politica, meglio, qualcosa di naturale, di non ideologico, di portatore di storia. «Jeune Europe» non ci appariva certo come un’organizzazione di sinistra perché, in questo caso, non l’avremmo amata, dal momento che la sinistra, già allora, era la tosse asinina dei professori che si piccavano di essere intellettuali e, visto che questi professori ci davano ai nervi, noi evidentemente prendevamo un piacere maligno nel contrariarli. Ma «Jeune Europe» conteneva delle idee universali che si confacevano ai giovani lettori di Koestler e di Camus che eravamo: «Jeune Europe» era europea e noi ci sentivamo molto naturalmente «europei» o «imperiali», al di là delle frontiere esistenti; «Jeune Europe» non era nazionalista belga, cosa che ci faceva piacere perché tutto ciò che riguardava lo Stato belga, i suoi uomini politici, le sue istituzioni, ci sembrava una buffonata oppure qualcosa di spregevole. Decidemmo di rintracciare degli ex di Jeune Europe. È così che dopo una lunga ricerca capitammo su Bernard Garcet, un ex animatore della sezione di Louvain di Jeune Europe. Garcet aveva conservato qualche documento di quell’epoca movimentata in cui era studente militante. Le nostre domande lo divertirono e ben presto egli decise di riformare, a casa sua con la complicità della sua affascinante signora, una piccola scuola-quadri nello stile di «Jeune Europe». Accettammo ed è così che successivamente scoprimmo le tesi di Mosca e di Pareto (in particolare la circolazione delle élites), i corsi di Raymond Aron sulle grandi figure della sociologia, La sociologia della rivoluzione di Jules Monnerot, che completammo con alcune tesi di Jean Baechler, il sistema di Pitirim Sorokin, L'era degli organizzatori di James Burnham, Lo stupro delle masse da parte della propaganda politica di Serge Tchakhotine. È in questa cerchia privata e molto ristretta che tenni bene o male le mie due prime conferenze: una sulla descrizione del conservatorismo in Ideologia e Utopia di Karl Mannheim e l'altra sulle tesi di Louis Rougier circa il Basso Impero romano (che Garcet criticava). Per noi, «Jeune Europe» era sinonimo di università privata. L'immagine che avevamo dell’organizzazione non era né politica né attivistica. Era senza dubbio un errore di ottica, Jeune Europe, nello spirito di Thiriart, che voleva uno strumento di «politica pura», in cui l’azione diretta precedesse ogni speculazione teorica. È così che io sono sempre stato un po’ in posizione precaria con Thiriart. Tuttavia, non credo che si possa sempre fare politica concreta senza una formazione storica e teorica solida, che si acquisisce con molta pazienza e tempo. Le nostre società sono diventate troppo complesse per lanciare dei semplici militanti nella battaglia o innalzarli ai posti di comando di una società o di uno Stato attraverso i meccanismi di un’elezione o di una rivoluzione: si va ben presto verso la catastrofe, cosa che forse voleva dire Thiriart, quando stigmatizzava gli avvenimenti di Croazia del 1991-92: «Uno tassista si impadronisce di una mitraglietta e recluta venti marginali in un caffè e diviene così un leader politico. È aberrante!».

Vidi per la prima volta Jean Thiriart nel 1979, un giorno in cui avevo lasciato cadere i miei occhiali e avevo bisogno di un nuovo paio nel più breve tempo possibile. Quel giorno, ruvido, Thiriart mi disse che non voleva più avere niente a che fare «con tutti quei brocchi della politica». Ma io risvegliai la sua attenzione parlandogli del libro del Generale austriaco Jordis von Lohausen, che stavo riassumendo per un lavoro universitario e che avrei pubblicato a fine 80 sotto forma di un primo numero speciale di Orientations. Dopo, rimanemmo in contatto. All’inizio, era molto episodico. Poi, nel 1981-82, dopo essere stato aggredito da degli scagnozzi che difendevano non so quale causa fumosa, Thiriart decise di riprendere a scrivere, specialmente nella rivista Conscience européenne, in cui si esprimerà regolarmente e che era stata fondata nel gennaio 1982 da Alain Derriks, oggi deceduto, e da Roland Pirard, che ha lasciato la politica, prima che questa passasse in altre mani a partire dal 1984. Il ritorno della geopolitica nel dibattito, con i lavori di Jordis von Lohausen nell’area tedesca e quelli di Marie-France Garaud, del Generale Gallois, dell'Ammiraglio Célérier, di Yves Lacoste, di Hervé Coutau-Bégarie in France, di Colin S. Gray negli USA, etc., interessavano al massimo Thiriart. Egli ritrovava una tonalità che aveva scoperto, alcuni decenni prima, presso uno dei suoi autori preferiti: il grande, il prolisso Anton Zischka, che aveva iniziato la sua carriera nel 1925, con un libro sulla guerra del petrolio e l’ha terminata, fino a nuovo ordine, nel 1987, con una rimarchevole opera sull’imperialismo del dollaro, comparsa in appendice, per quattro settimane, sulla rivista Der Spiegel. Il libro di Zischka preferito da Thiriart era senza dubbio Afrique, Complément de l'Europe (Laffont, Parigi, 1952). Per un uomo che aveva ricominciato una carriera politica nell’effervescenza della decolonizzazione, questo libro evidentemente rivestiva un’importanza capitale. Recensito con calore sulla stampa belga agli inizi degli anni 50, questo libro intendeva pianificare la fusione economica e geopolitica dell’Europa e dell’Africa. Questa fusione avrebbe fatto del Mediterraneo un “mare interno”, avrebbe dato all’Europa lo spazio che le mancava per il suo surplus demografico e le materie prime necessarie alla sua industria e alla sua potenza militare. Questo progetto, fu reso impossibile e irrealizzabile, dalla decolonizzazione teleguidata da Washington, condannando l’Europa alla stagnazione, alla disoccupazione e alla sotto-occupazione, generatrici di inquietanti squilibri sociali. Quest’opera è stata capitale per la genesi del pensiero geopolitico di Thiriart, cosa che egli ammetteva con franchezza. Noi non potremmo chiudere questo paragrafo sul rapporto intellettuale Thiriart/Zischka senza ricordare che Zischka fu pure autore di un’opera tradotta e pubblicata a Bruxelles durante la guerra: La scienza frantuma i monopoli (Ed. de la Toison d'Or, 1941). Thiriart, e l'élite belga indipendentemente da ogni opzione ideologica, seppero apprezzare nel suo giusto valore questa grande opera, chiara, precisa, didattica e programmatica. D’altronde, la vedova del prigioniero di guerra belga, socialista e massone, Somerhausen la elogia nelle sue memorie, senza che si possa accusarla di essere germanofila e nazionalsocialista! Una buona parte di ciò che è stato chiamato lo «scientismo» e l'«iper-pragmatismo» di Thiriart è uscito da questo volume. In effetti, una semplice occhiata ai titoli dei capitoli permette di rendersene conto. Zischka comincia con il ragionare sulla «più grande di tutte le vittorie: la vittoria sulla paura». La paura della fame fa agire gli uomini, è la ragione per cui essi cominciano a creare monopoli che, assai presto, dettano legge sulla nostra vita e bloccano ogni nuova progressione. La scienza chimica e biologica, ad esempio con un Liebig, rende estremamente redditizio il suolo europeo e sottrae le popolazioni al pericolo di carestie. Questo processo di scoperte costanti deve essere mantenuto libero da ogni ostacolo, perché permette di acquisire e di conservare la potenza, di abolire i privilegi di classe. Così, se un tempo i monopoli sono stati utili per l’autonomia alimentare dell’Europa, essi non hanno il diritto di bloccare le iniziative che renderebbero le loro posizioni precarie perché, così agendo, renderebbero fragile l’indipendenza della comunità europea e rinforzerebbero l’alienazione di larghi strati della sua popolazione. Questa logica della priorità del sapere sul possesso dei mezzi di produzione che, in ultima istanza, emerge dall’opera di Joseph A. Schumpeter, Thiriart l'ha sempre fatta propria, specialmente nella sua lotta sindacale nel settore dell’ottica e dell’optometria. Egli combatteva dei blocchi, diceva, dei monopoli ingiusti che non miravano a proteggere il consumatore, ma a mantenere delle posizioni acquisite, dei benefici economici. Nel corso di quel nuovo periodo di effervescenza, che seguì immediatamente l’attentato di cui era stato vittima, Thiriart classificò i suoi documenti, aggiornò le sue tesi, eliminò dal suo pensiero tutte le scorie di anti-sovietismo dei tempi della guerra fredda e della crisi di Cuba. Parallelamente al movimento pacifista tedesco, condotto dalla sinistra verde e dall’ala sinistra della socialdemocrazia (Eppler, Lafontaine), ma anche, dietro le quinte, da un neo-nazionalismo neutralista, Thiriart definì l’unico nemico dell’Europa in quanto possibile potenza: l'America. Egli si ritrovava così con la Nuova Destra che aveva optato per la medesima via, dopo la comparsa del magistrale testo di Giorgio Locchi (sotto lo pseudonimo di Hans-Jürgen Nigra), nei numeri 27-28 di Nouvelle Ecole, la rivista di Alain de Benoist. Guillaume Faye ne seguì subito l’esempio, con la verve ed il talento oratorio che gli è proprio. Faye, d'altronde, ammirava la chiarezza di vedute di Thiriart e ritrovava nel leader di Jeune Europe, una persona in sintonia, nel senso in cui entrambe erano lettori assidui di Pareto. Qui, debbo una rettifica: nell’opuscolo intitolato Petit Lexique du Partisan Européen, non è Faye che ha scritto la frase in omaggio Thiriart, contrariamente a quanto affermato da una sfilza di polizieschi scribacchini di Le Monde, o da quel piccolo maestro di delazione che è Celsius, ma da Pierre (Willy) Fréson. Tuttavia, nel fondare l’associazione EUROPA nel 1987, dopo aver rotto con il GRECE, Faye optò per un europeismo molto simile, nelle sue linee principali, a quello di Thiriart, ma corretto dall’ottica del CIPRE di Yannick Sauveur. Faye rese d’altronde un implicito omaggio al leader di Jeune Europe in una delle sue opere: Nouveau discours à la Nation européenne (Albatros, 1985). Il 21 gennaio 1987, un gruppo di giornalisti americani della rivista The Plain Truth (California) giunse ad intervistare e a filmare Jean Thiriart a Bruxelles. Lo script completo di questa intervista di 35 minuti su videocassetta contiene a mio avviso il pensiero di Jean Thiriart in tutta la sua maturità (qui l'intervista completa in italiano ndr)

Naturalmente, la caduta del Muro di Berlino ha cambiato le carte. Interrogato contemporaneamente a diverse importanti personalità europeo, Thiriart poté formulare i propri punti di vista su un piano di parità, senza censure mutilanti. Tra gli intervistati, segnaliamo: l'eminente storico britannico, conservatore ed europeista, Paul Johnson, il giurista inglese Leo Price e il diplomatico olandese, ex vicesegretario generale dell’ONU, Dr. J.G. de Beus. Nelle sue risposte, Thiriart evoca l’impatto della geopolitica sul suo pensiero, l'impatto delle concezioni di Friedrich List, gli errori piccolo-nazionalisti di Hitler e dei nostalgici del III Reich (accusati di essere incapaci di pensare l'«osmosi» tra le nazioni europee, Russia compresa), la sua concezione di un blocco euro-sovietico, la sua concezione della strategia navale, il suo progetto di pace con la Cina, le garanzie da offrire ad Israele nel caso della partenza della VI flotta americana dal Mediterraneo, le sue vedute sulla guerra economica tra gli Stati Uniti e l’Europa. In quest’opera breve ma densa, si è lontani dalle polemiche dei primi anni di Jeune Europe. Si nota con interesse che Thiriart propone cose concrete, offre ai suoi avversari dei progetti realizzabili e sostenibili, non li costringe al peggio. Come Haushofer (che egli stranamente ed ingiustamente critica), egli propone una dinamica delle forze all’opera nel mondo, una dinamica centripeta di dimensioni continentali, che deve condurre ad una pace durevole, ad una nuova versione della pax romana. Il miei rapporti epistolari con Jean Thiriart, nel corso dei primi sei-sette anni del decennio 80, non sono stati certo armoniosi. Sarebbe ipocrita negarlo. Jean Thiriart giudicava che i lavori delle nuove destre fossero troppo eclettici, troppo diversificati, troppo dispersi. Adepto del principio «politica innanzi tutto», come Maurras, Carl Schmitt o Julien Freund, Thiriart aveva orrore per la letteratura, per la filosofia puramente speculativa e per le « varietà ». Egli strillava quando pubblicavo articoli di archeologia (per esempio nel n. 4 di Orientations). Ma, malgrado il suo stile epistolare assai colorito, infarcito di epiteti degni del Capitano Haddock, non me la presi mai con lui perché, nonostante la loro insufficienza o la loro impertinenza globale, le sue osservazioni o le sue critiche contenevano sempre un nucleo irriducibile di verità, del quale ho voluto sempre tenere conto. Ma questi appunti avevano la debolezza di essere pronunciati nella prospettiva del solo Thiriart. Lettore di Nietzsche, so che una prospettiva non è mai falsa a priori, ma che il reale deve essere giudicato a partire da diverse prospettive alla volta e che l’attore dell’osservazione deve essere capace di saltare da una prospettiva all’altra: plurilogica di un mondo plurale. Plurilogica che Thiriart, assai caratterizzato dal pensiero meccanicista (che egli allegramente confondeva con il «materialismo»), concepiva con molta difficoltà. Lettore assiduo ed appassionato dell’opera di Joseph Vialatoux, La Cité totalitaire de Hobbes, Théorie naturaliste de la civilisation, Essai sur la signification de l'existence historique du totalitarisme (Chronique sociale de France, Lione, 1952), Thiriart ne distribuiva delle copie, in cui era molto significativamente messa in evidenza, di propria mano, la seguente frase: «Quello a cui Hobbes dà valore, è che la concezione di stato autenticamente totalitaria è un naturalismo, che il naturalismo autentico è un materialismo e che il materialismo autentico è un meccanicismo puro». O ancora: «La Città di Hobbes è una Gesellschaft contrattuale; è il tipo stesso del raggruppamento “societario”, in opposizione al “comunitario”... E’ da Hobbes che Tönnies ha preso a prestito il modello della Gesellschaft; ed è in opposizione a questa città contrattuale che egli ha definito la Gemeinschaft comunitaria». Più avanti: «Si riconoscerà lo Stato totalitario e si misurerà il suo totalitarismo specialmente al punto in cui la politica vi sarà concepita e praticata come una pura tecnica. La pratica totalitaria sarà machiavellica. Essa dipenderà, non più da una virtù di prudenza politica al governo di soggetti, al servizio di persone, ma da una tecnica manipolatrice di oggetti, di manutenzione di cose». E, p. 80: «La teologia, dirà Hobbes, ha scatenato le controversie, e le controversie, le guerre (...) ed è alla pace geometrica e meccanica delle cose che va chiesto il segreto della pace degli uomini sulla terra». P. 145: «L'uomo non sfugge alla malasorte che sottomettendosi ad un dominium». P. 151: «Le nazioni tra loro non sono per nulla in stato naturale di diritto internazionale, ma in stato naturale di guerra internazionale». Queste poche citazioni del libro di Vialatoux su Hobbes riassumono magnificamente la visione thiriartiana del politico: spiegazione di tutti i fenomeni del mondo e della scena politica attraverso un materialismo che è meccanicismo o tecnicismo puro. Thiriart resterà impenetrabile ad ogni logica organica, nata dal biologismo romantico, nonostante qualche infatuazione per l’etologia di Konrad Lorenz, che si fonda su basi diametralmente contrarie a quelle dell’hobbesianesimo. Nel materialismo, nel fascino che egli provava di fronte al magnifico macchinario euclideo di Hobbes, Thiriart credeva di avere scoperto le formule magiche (eh sì!) della sua politica. Sfortunatamente, quello che era novità al tempo di Hobbes, era completamente obsoleto nella seconda metà del XX secolo, a fortiori dopo l’avvento della fisica quantistica e delle leggi della genetica. L'opzione di Thiriart per la Gesellschaft meccanica contro la Gemeinschaft organica era evidente, nonostante il nome che egli aveva scelto per definire l’ideale sociale di Jeune Europe: il «comunitarismo». Questo vocabolo, autentica antitesi nel linguaggio sociologico e filosofico di ciò che Thiriart pensava veramente, doveva suscitare delle controversie e non pochi quiproquo. Alla fine, nella logica di Hobbes, quale l’aveva presentata Vialatoux, il concetto di totalitarismo si unisce a quello di «politica pura», cosa che resta da dimostrare, perché i tre o quattro ultimi decenni che abbiamo appena vissuto hanno provato che le tecniche di manipolazione liberali, si sono rivelate più efficaci e più perverse. L'euclidismo hobbesiano e thiriartiano, con la sua chiarezza e la sua trasparenza, è stato soffocato dall’edulcorazione liberale e consumistica. Da quest’opera di Vialatoux derivano anche il machiavellismo dimostrato da Thiriart e la volontà di manipolare esseri e cose senza patemi d’animo. Ora, se la constatazione che consiste nel dire che la manipolazione è al cuore della politica è giusta, ha il merito di non farci cadere nell’illusione, la manipolazione dei governanti non è sempre di puro ordine meccanico perché, in questo caso, essa sarebbe troppo visibile e immediatamente individuata, come lo era d’altronde in Thiriart, ma spesso è più sottile, più psicologica, più organica e più centrata sugli istinti e sulle patologie dello spirito. Alla fine, come Hobbes designava la teologia come generatrice di dissensi civili, Thiriart considerava le «cose dello spirito», la letteratura, la religione, le ideologie sentimentali, come dei vettori di controversie sterili. La visione hobbesiana della «guerra internazionale» corrisponde al rifiuto di Thiriart di prendere in considerazione le ideologie e i sentimenti irenici. Thiriart s'interessò prima di tutto di polemologia. E su questi due ultimi punti, nessuno potrebbe dargli torto. Gli interessi comuni che condividemmo Thiriart ed io sono naturalmente la geopolitica (ma Thiriart mi rimproverava di essere «haushoferiano»; tuttavia io non sono «haushoferiano» più che «mackinderiano» o «kjelleniano» o qualcos’altro, in quanto la geopolitica forma un tutto indivisibile) e la storia delle formazioni territoriali. Thiriart rimproverava ad Haushofer di essere un «regionalista», divisore di Stati e di Imperi, prendendo a pretesto il fatto che egli aveva difeso la germanicità del Sud-Tirolo nel 1927, nella sua opera Grenzen (Frontiere). Ora, in quest’opera, Haushofer tratta specialmente delle nozioni di «frontiere strutturate e smembrate»; gli Stati sostenibili debbono avere frontiere organizzate e non frazionate (annettendo la Lorena, l'Alsazia e la Franca-Contea, la Francia smembrò la frontiera occidentale dell’Impero e lo condannò all’insignificanza politica). Fu Richelieu l’inventore di questi concetti e Vauban, il tecnico che li concretizzò. Haushofer notava, a proposito del Sud-Tirolo, che l'Austria, e pertanto la Germania che già auspicava l'Anschluß, avevano perduto un versante in direzione della pianura del Po e dell’Adriatico e che così le loro frontiere era smembrate. L'intenzione di Haushofer non era dunque per nulla di fare del «regionalismo» ma di ragionare in termini di potenza, secondo la stessa logica di Richelieu. Oltre a questa predilezione per la geografia politica, Thiriart era appassionato per i meccanismi di presa del potere (Lenin, Jules Monnerot), per la tecnica del colpo di Stato (Malaparte). Due idee di Thiriart da mantenere in ogni campo: dotarsi, in ogni circostanza, di un «polmone esterno», cioè avere una base di ripiego sicura, una riserva inaccessibile di materiale o di argomenti. Infine, forgiare delle alleanze extra-europee in politica estera perché l’europeismo di Thiriart non è per niente uno sterile ripiegamento dell’Europa su se stessa. La debolezza del pensiero di Thiriart è di non avere suggerito niente di ben solido in diritto (costituzionale o amministrativo) o in economia. Thiriart, due mesi prima di morire, mi rimproverò il contenuto del mio articolo Vers l'unité européenne par la révolution régionale? (cf. R. S., Testi e riflessioni), precisamente perché questo testo pubblicizzava un’organizzazione territoriale del grande ensemble europeo sulla base di criteri oggettivi quali la regione storica o la nazione etno-linguistica, criteri che Thiriart si ostinava a credere soggettivi e non oggettivi, mentre i soggettivismi sono dei fatti del mondo oggettivo. Tale era, fondamentalmente l’oggetto della nostra questione! Questione che ha basi filosofiche che si individuano perfettamente nella lettura fatta da Thiriart del lavoro di Vialatoux. Tuttavia, io rimango felice di aver permesso a Thiriart, senza dubbio involontariamente e indirettamente, di vivere le sue due ultime grandi gioe. In effetti, io consigliai a Michel Schneider di aprirgli le colonne di Nationalisme et République, cosa che fu fatta. E quando Alexandr Dugin, il 31 marzo 1992, mi chiese a Mosca se Thiriart desiderasse tenervi una conferenza, io gli dissi che ne sarebbe stato entusiasta, che egli l’avrebbe sentita come il coronamento della sua carriera. E Thiriart si recò a Mosca nell’agosto 1992, dove incontrò il Colonnello Alksnis e Yegor Ligatchev, molto intrigati dal fatto che i NR o la ND europeo-occidentali non fossero degli anti-sovietici arrabbiati, soprattutto dopo il discorso fatto a Mosca da Alain de Benoist, in sua presenza, per ottenere la liberazione dei prigionieri politici della disavventura dell’agosto 1991 che, personalmente, ho trovato maldestra e fuori luogo, un gesto da desperados
Thiriart e de Benoist, per una volta d'accordo, non erano del mio avviso. Questione di prospettiva, senza dubbio. Ma Carl Schmitt non ci ha insegnato le virtù dell’amnistia? L'errore dell’agosto 1991 è fallito così rovinosamente che il perdono s’impone. Speriamo che Boris Eltsin non sia così ottuso come lo Stato belga, che poco a poco si esaurisce, specialmente a causa dei residui della repressione del 1944-51, che la Fiandra, offesa e straziata, non ha mai accettato. E, detto tra parentesi, tanto meno Thiriart.

 Al di là della morte di Jean Thiriart, confidiamo che le generazioni future, qualunque siano le loro opinioni filosofiche, non dimentichino le teorie insuperabili che insegnava la scuola dei quadri di «Jeune Europe». E che esse ricevano stimoli dalle opere di Hobbes, Pareto, Mosca, Michels, Tchakhotin, Lenin, Machiavelli, Clausewitz e Schmitt.

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