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martedì 27 agosto 2013

Occidente: fronte infame (Maurizio Murelli)

"L'appoggio che Osama Bin Laden riceve in Pakistan, Indonesia e Matalysia non mi stupisce. Quelli sono popoli convertiti all'Islam: per dirla brutalmente, non son arabi. E' la tipica nevrosi del convertito: dimostrare a tutti di essere un buon fedele. Più realista del re, insomma".

Lo dice il neo-premio Nobel per la letteratura sir Vidia Naipaul. Appunto, potremmo dire noi a proposito dei nostrani filoamericani. Anche noi non siamo yankees ma sbaviamo per essere buoni sudditi dello zio Sam e quindi, avanti con i deliri e gli sproloqui mediatici. Perché oggi la questione è appunto questa: che l'America sia un paese pericoloso, un paese predatore che intende subordinare alla propria legge e ai propri principi tutto il Pianeta, ebbene, questo non solo è palese e se vogliamo anche logico, al di là di tutte le menate sul concetto di libertà, democrazia, civiltà e quant'altro propinatoci dai nostri imbonitori mediatici: è naturale, è nella natura degli Stati. Ogni epoca vede una civiltà egemone che estende il suo potere culturale e militare sul mondo conosciuto.

La pace ad ogni costo

Comunicato del movimento EURASIA sulla partecipazione della Russia ad azioni di guerra al fianco degli USA contro i Talibani afghani
18 settembre 2001

domenica 25 agosto 2013

Risposte di Carlo Terracciano a tre quesiti della redazione di Poljarnaja Zvezda

Intervista frutto del periodo successivo all'11 settembre e la conseguente aggressione all'Afganistan. Ma utile per capire la rotta che bisogna tenere per una sistemazione adeguata delle forze.

Quanto è attualmente profonda la contrapposizione degli USA e dell'Europa? E' attualmente una contrapposizione di sistema o una frizione temporanea destinata a scomparire in contemporanea con l'inizio delle operazioni militari in Iraq?

domenica 11 agosto 2013

La lezione afgana che gli Yankees non hanno imparato (Ivan Yurkovets)

Per chi vuole ricostruire la situazione in Russia e non solo subito dopo l'11 settembre

Gli eventi di Mosca dell’ottobre scorso, così come molte azioni simili di terrorismo in altre città russe, sono state per molti aspetti possibili perché la principale attenzione del governo russo era focalizzata non sulla liquidazione del proprio terrorismo, ma sulla “lotta contro il terrorismo internazionale”. Perfino nelle primissime ore dopo la cattura degli ostaggi da parte dei Ceceni in uno dei teatri della capitale, Putin per prima cosa, collegava quanto accaduto alle manovre di terroristi sullo sfondo. Il “terrorismo internazionale” per il leader del Cremlino è come un foruncolo sul naso: dovunque egli guardi, lo vede. Tale incidente non è accaduto improvvisamente, ma proprio dopo che Putin aveva cominciato a “ritagliare una finestra sull’America”.