«Non è importante la vita. Importante è ciò che si fa della vita»: la frase è di quelle che suggestionano e che sembrano fatte apposta per dare alimento alla rabbia dei duri e puri. E' di Beppe Niccolai, pisano, deputato missino per due legislature, animatore di una opposizione interna che, se non piaceva a Fini, era considerata con una certa diffidenza anche da Rauti: il fatto è che Niccolai voleva ripercorrere da cima a fondo la storia del partito dal '46 in poi, voleva ridiscuterne tutte le scelte politiche -da quella della Destra nazionale, presentabile nei salotti buoni dell'anticomunismo moderato, a quella di certo estremismo barricadiero, talora allevato in vitro o, quanto meno, fatto crescere dai servizi segreti-, voleva alzare la bandiera di un fascismo nazional-popolare o, se si preferisce, di un socialismo tricolore capace di ricucire lo strappo del '14. E cioè la lacerante separazione di Mussolini dai compagni, nel nome dell'Italia e dell'Intervento: due miti d'azione che per il futuro Duce dovevano essere strappati di bocca al nazionalismo reazionario.
Niccolai credeva a Sansepolcro e a Salò, e aveva preso l'abitudine di chiudere i suoi discorsi con l'immagine di Nicola (anzi, di Nicolino) Bombacci che, da comunista fuori dai ranghi, se ne va a morire al Nord sotto le insegne di Mussolini. Per Niccolai, l'anima del fascismo non era di Destra;

