Gennadij A. Zjuganov, Stato e potenza, Edizioni all'Insegna del Veltro, Parma 1999
"Chissà che cosa diranno a Ravenna, alla sede del club interista-leninista. Chissà che dolore. Non bastava la crisi della beneamata nerazzurra, il trauma dell'esonero di Gigi Simoni e il salto nel buio col romeno Mircea Lucescu. Ci mancava pure la rivelazione che uno dei soci più autorevoli del club ha tenuto rapporti con la destra neonazista europea ed italiana. Il colpevole? Il leader del partito comunista della Federazione russa Gennadij Andreevic Zjuganov. (...) Proprio lui che il 7 settembre 1998 aveva ricevuto dalle mani di Armando Cossutta, allora ancora presidente di Rifondazione comunista e capo di una delegazione del partito a Mosca, la tessera di interista-leninista. Ma come è possibile che l'ex consigliere speciale di Gorbaciov ed ex viceideologo del Pcus sia entrato in contatto con la destra più estremista?"
Questi interrogativi non se li è posti la "Gazzetta dello Sport", ma il "Corriere della Sera" del 9 dicembre 1998 (in una pagina di politica interna, non in una pagina sportiva), in seguito alla pubblicazione di un ben documentato articolo di Marco Montanari sul periodico di geopolitica "Limes". Quell'articolo tracciava una sintetica storia dei rapporti di Zjuganov con ambienti politici dell'Europa occidentale che sia il "Corriere" sia un "cappello" redazionale di "Limes" definivano sbrigativamente, demagogicamente e falsamente come "neonazisti".
Un tentativo di rispondere in maniera seria agli interrogativi formulati dal "Corriere della Sera" venne effettuato, dopo la pubblicazione di Stato e potenza presso le Edizioni all'insegna del Veltro, da Adriano Guerra su "L'Unità" del 30 maggio 1999.
"Che ci fa un libro di un comunista russo - scriveva Adriano Guerra - in una collana diretta da Mutti? Basta aprire il libro e leggere la prefazione dello stesso Mutti (...) per capire che non siamo di fronte ad una stranezza, ad un'operazione editoriale particolarmente spregiudicata. No, Stato e potenza ci sta bene fra i libri di Mutti perché nelle sue pagine circola davvero - filtrata forse attraverso gli scritti di Aleksandr Dugin (...) - quel pensiero "rosso-nero" che in Occidente ha avuto i suoi maestri, più che in Evola, in Jean-François Thiriart (...)".
Effettivamente, come scriveva il collaboratore dell'"Unità", nel catalogo delle Edizioni all'insegna del Veltro ci sono diversi titoli che possono ben rappresentare il retroterra culturale su cui si innesta il libro di Zjuganov.
Potremmo citare La setta mondialista contro la Russia, edizione italiana di Rusofobija dell'accademico Igor Safarevic, che assieme a Zjuganov fu uno dei dirigenti del Fronte di Salvezza Nazionale; potremmo citare la raccolta di documenti del gruppo Pamjat intitolata La rinascita del nazionalismo russo; oppure potremmo citare il volume collettaneo La Russia che dice di no, che tra l'altro comprende il manifesto intitolato La parola al popolo, diffuso in Russia dieci giorni prima del cosiddetto putsch dell'agosto 1991 e firmato da dodici esponenti dell'opposizione nazionalpatriottica: intellettuali, politici e militari di varie tendenze, tra i quali appunto Gennadij Andreevic Zjuganov.