Per capire dove siamo finiti.
La guerra d'Iraq non è finita. Negli Stati Uniti, il presidente Bush ha dovuto ammettere che le sue accuse contro Bagdad a proposito dell'acquisto di uranio dal Niger erano false. Nel Regno Unito, il suicidio di David Kelly, che aveva denunciato le "esagerazioni" introdotte da Tony Blair nel suo rapporto sull'Iraq, rende fragile l'avvenire del primo ministro. Poco a poco, le "menzogne di Stato" dei dirigenti della "coalizione" sono rivelate al pubblico. Infine, sul territorio iracheno, le operazioni si moltiplicano contro le forze d'occupazione americane che subiscono perdite quotidiane. Il Consiglio di governo instaurato dall'amministrazione che dirige Paul Bremer sembra incapace di far uscire il paese dal caos.
Il mese di settembre 2002 è stato contrassegnato da importanti avvenimenti intimamente legati. Da una parte, gli Stati Uniti, lo Stato più potente della storia dell'umanità, hanno messo in campo una nuova strategia di sicurezza nazionale (1), annunciando che essi avrebbero mantenuto la loro egemonia mondiale in maniera permanente e che avrebbero risposto a qualsiasi sfida attraverso la forza, terreno sul quale non contano alcun rivale dopo la fine della guerra fredda.