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martedì 23 giugno 2020

Radici metafisiche delle ideologie politiche (Alexander Dugin)


Attualmente, nella sociologia, nelle scienze politiche e nelle discipline affini come la storia delle religioni, l'etnologia e l'antropologia (che negli ultimi tempi ha sottratto un certo spazio alla statistica e all'economia politica, regna il caos più completo per quanto concerne la definizione degli orientamenti ideologici fondamentali, quali possono essere il fascismo, il comunismo, il socialismo, la democrazia eccetera. Come se non bastasse il fatto che gli stessi comunisti, fascisti e democratici definiscono le loro posizioni in maniera confusa e spesso contraddittoria (il che è dovuto in gran parte a esigenze propagandistiche), l'eccessiva popolarità di cui gode la metodologia proposta dalla Nuova Sinistra ha provocato una confusione totale in questo campo, sicché «fascismo» è diventato sinonimo di «male assoluto», mentre «comunismo» (leggasi «libertà totale di desideri») è diventato sinonimo di «bene assoluto». D'altro canto, presso i democratici e i liberali centristi gode una grande fortuna un'altra formula. diffusa soprattutto dai sovietologi: «comunismo uguale fascismo». Se aggiungiamo altri fattori come la religione, il governo autoritario, le peculiarità nazionali o i cataclismi ecologici, allora le strutture logiche si sfasciano come un castello di cartapesta e le argomentazioni razionali cedono alle prese di posizione passionali, le emozioni, alle simpatie nazionali e personali e così via.

Tutto ciò si riflette in misura ancora più grande nella nostra politologia sovietica, la cui situazione, già caotica di per sé (indipendentemente dal caos che regna nella medesima branca in occidente) si aggrava sempre più a causa della cronica necessità di mentire e di occultare il proprio punto di vista, cosa che comporta come conseguenza logica il predominino assoluto di «osservazioni indirette», vale a dire di opinioni basate sui dogmi totalitari, i cui riti formali non possono essere abbandonati nemmeno per un attimo.


martedì 23 gennaio 2018

La metafisica del nazional-bolscevismo (Alexander Dugin)


SOMMARIO

1. La definizione rinviata

2. L'inestimabile contributo di Karl Popper

3. La sacra alleanza dell'oggettivo

4. La Metafisica del Bolscevismo (Marx, visto "da destra")

5. Metafisica della Nazione

6. Il tradizionalismo (Evola, visto "da sinistra")

7. Terza Roma - Terzo Reich - Terza Internazionale



1. La definizione rinviata


Il termine "nazional-bolscevismo" può indicare cose molto diverse fra loro. E' emerso pressoché simultaneamente in Russia e in Germania a significare l'intuizione, da parte di alcuni teorici politici, del carattere nazionale della Rivoluzione bolscevica del 1917, celato dalla fraseologia del marxismo internazionalista ortodosso. Nel contesto russo, "nazional-bolscevichi" fu la denominazione abituale di quei comunisti orientati alla conservazione dello Stato e - coscientemente o meno - continuatori della linea geopolitica della missione storica Grande-Russa. Ma nazional-bolscevichi russi si ritrovarono sia fra i Bianchi (Ustrjalov, smeno-vekhovtsij, Eurasisti di sinistra) sia fra i Rossi (Lenin, Stalin, Radek, Lezhnev, ecc.). (1) In Germania il fenomeno analogo si associò alle forme di nazionalismo di estrema sinistra degli anni '20 e '30, nelle quali aveva luogo una combinazione fra idee socialiste non ortodosse, idea nazionale e attitudine positiva nei confronti della Russia Sovietica. Fra i nazional-bolscevichi tedeschi, il più coerente e radicale fu senz'altro Ernst Niekisch; a questo movimento possono inoltre essere ricondotti alcuni rivoluzionari-conservatori come Ernst Juenger, Ernst von Salomon, August Winnig, Karl Petel, Harro Schulzen-Beysen, Hans Zehrer, i comunisti Laufenberg e Wolffheim, e persino alcuni esponenti dell'estrema ala sinistra del Nazional-socialismo, come Strasser e, per un certo periodo, Joseph Goebbels. In verità, il concetto di "nazional-bolscevismo" per ampiezza e profondità travalica le correnti politiche sopra elencate.

lunedì 23 dicembre 2013

Ascia è il mio nome (Alexander Dugin)

Dostoyevskiy e la metafisica di St. Pietroburgo

L’autore che ha scritto la Russia

Il principale scrittore della Russia è il romanziere Fyodor Mikhaylovich Dostoyevskiy. La cultura e la mentalità russe si concentrano in lui come in un punto magico. Tutto ciò che lo precede anticipa Dostoyevskiy, tutto ciò che lo segue deriva da lui. Senza dubbio egli è il più grande genio nazionale di Russia.
L’eredità lasciataci da Dostoyevskiy è immensa e quasi tutti i ricercatori sono d’accordo sull’importanza centrale del suo romanzo “Delitto e Castigo”. Se Dostoyevskiy è il principale autore della Russia, “Delitto e Castigo” è l’opera principale della letteratura russa e il testo fondamentale della storia russa.*
Conseguentemente, non vi è nulla di accidentale e arbitrario riguardo ad esso, e non potrebbe esserci. Certamente questo libro deve contenere una sorta di misterioso geroglifico, in cui è concentrato tutto il destino russo. Decifrare questo geroglifico equivale ad attingere alla conoscenza dell’insondabile Mistero russo.

La Terza Capitale – la Terza Russia

Il romanzo è ambientato a S. Pietroburgo. Questo fatto, in se stesso, ha un significato simbolico. Qual è la funzione sacra di Pietroburgo nella storia russa? Per comprendere questo, dobbiamo avvicinarci alla posizione di Dostoyevskiy.