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lunedì 19 luglio 2021

Fidel, Che e Primo De Rivera: eroi del nazional populismo (Luigi Copertino)

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Articolo di chiaro stampo cattolico, è particolarmente interessante per riflettere sulle figure della rivoluzione cubana e non solo


Franco Cardini, da ultimo, ha pubblicato, per i tipi de La Vela editore, un libro con un titolo molto significativo: “Neofascismo e neoantifascismo”. Dal noto storico fiorentino lo scrivente ha imparato, contro ogni storicismo, che la storia non ha alcun senso immanente e, contro ogni determinismo, che la storia è sempre imprevedibile. Benché sia possibile individuare alcune costanti, più che altro dovute al comportamento umano, quindi di carattere antropologico, essa ha un andamento carsico. Molte sono le connessioni, le relazioni, le corrispondenze insospettabili per coloro che si fermano al luogo comune alimentato dal basso livello di molta divulgazione mediatica.

Il paradigma consolidato vorrebbe, ad esempio, che tra fascismo e antifascismo ci sia soltanto scontro e mai incontro. Invece gli incontri, al di sotto della superficie e delle apparenze, non solo ci sono stati ma sono stati non episodici ed assolutamente sostanziali. Senza ricorrere all’appello che Togliatti, nel 1936, rivolgeva alla sinistra fascista, chiamando i fascisti di sinistra “fratelli in camicia nera”, e senza d’altro canto rammentare i “corporativisti impazienti delle more di sviluppo di una idea” con cui Giovanni Gentile nel 1943 si rivolgeva ai comunisti, vogliamo qui scavare negli anfratti delle simpatie e delle segrete complicità rintracciabili tra alcune forme di populismo, a modo loro “cristiano”, generalmente, e molto inappropriatamente, bollate come di destra o di sinistra.

Parliamo di movimenti e regimi politici nati in area culturale ispanica, tra penisola iberica e America latina: falangismo, franchismo, peronismo e socialismo cubano.

I primi tre vengono ritenuti di destra e l’ultimo di sinistra. In realtà già tra i primi tre la classificazione a destra è molto problematica: perché se certamente autoritario e nazional-conservatore fu il franchismo, altrettanto non si può dire né del falangismo originario né del peronismo argentino che furono piuttosto movimenti nazionalisti di modernizzazione con forti propensioni sociali se non addirittura socialiste e, pertanto, annoverabili, pur con tutte le loro peculiari caratteristiche, nella tipologia “fascista”, la quale di per sé già sfugge al riduttivo schema “destra-sinistra” ricomprendendo, appunto, quei movimenti che tentarono nel XX secolo una sintesi tra nazionalismo e socialismo.

Ma è soprattutto del socialismo caraibico che si dovrebbe evidenziare il carattere affatto marxista, nel senso duro e puro della filosofia dialettico-materialista di Marx, quanto piuttosto populista tipicamente sudamericano, quindi persino a suo modo “cristiano”, che lo avvicina strettamente al peronismo argentino.

Tanto Che Guevara quanto Fidel Castro non nascono comunisti, semmai lo diventano. E lo diventano secondo una esegesi che non consente di classificarli come marxisti in senso stretto.

Il Che e il Lider Maximo nascono nazional-populisti. Iniziarono la loro avventura politica in nome delle rivoluzioni nazionali “libertadoras” e antimperialiste. Riecheggiava qui, senza dubbio, l’eredità bolivariana, da sempre forte nel Sud America, e, mediante essa, anche un certo influsso “massonico progressista” (1). Ma, soprattutto, vi era, in quell’inizio, l’eco del giustizialismo argentino, del peronismo. Il colonello Juan Domingo Perón in pochi anni era riuscito a modernizzare l’Argentina, in nome dell’indipendenza economica della Nazione, per sottrarla dal dominio del capitale anglo-americano, e in nome della giustizia sociale attuata secondo un interclassismo socialmente avanzato. «Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana», era scritto nel Manifesto politico di Perón.

Tuttavia vi era, nella fase iniziale della rivoluzione nazionale cubana, anche un terzo, potente influsso culturale, mediato per l’appunto dal peronismo: quello del falangismo joseantoniano, mai giunto effettivamente al potere ma la cui eredità ideale si era sparsa per tutto l’orbe ispanofono.

mercoledì 7 aprile 2021

Che Guevara, rivoluzionario conservatore (Maxim Medovarov)

Che Guevara, patria o muerte, hasta la victoria, rivoluzione conservatrice, destra sinistra

I nemici di Ernesto Guevara sono, di solito, ridotti a due categorie: liberali e neonazisti che al solo sentirne il nome sono presi da una totale isteria.

Tuttavia, scavando più in profondità: dove si colloca Che Guevara nel piano cartesiano politico, fra destra e sinistra? Questa figura non è forse significativa per quanto concerne la sua sintesi, per quanto concerne la Rivoluzione conservatrice? Negli ultimi anni sono stati pubblicati molti reportage sia sul caudillo spagnolo Franco che sul leader argentino Peron in quanto avevano legami con Che e Fidel. Da un banale punto di vista ideologico questo sarebbe stato impensabile, ma in pratica lo era. Qual è la chiave? Qual è il vettore economico della rivoluzione conservatrice, a cui contribuì anche Che Guevara?

La risposta può essere trovata in Immanuel Wallerstein: si tratta dell'opposizione alla commercializzazione delle terre e alla proletarizzazione del lavoro, queste due realtà del sistema mondiale capitalista. Ogni forza politica che mina queste due realtà apre la porta alla liberazione. E tale fu durante il periodo di Arbenz in Guatemala, durante il suo regime Che Guevara iniziò la sua carriera politica, quando Arbenz nazionalizzò la multinazionale americana della frutta.

I veri movimenti di sinistra sono capaci di combattere la commercializzazione delle terre e la proletarizzazione del lavoro? No.

lunedì 29 giugno 2015

PATRIA O MUERTE: Una lettura critica della figura di Ernesto "Che" Guevara (Eleuteros)

"La Rivoluzione si fa
attraverso l'uomo,
ma l'uomo deve
forgiare giorno
per giorno il suo
spirito rivoluzionario"
Ernesto "Che " Guevara
L' eroe di Santa Clara appartiene a quella categoria di personaggi che se scevri da schematismi preconfezionati, immediatamente affascina. Sfortunatamente però, gli schematismi ci sono e, soprattutto nel Belpaese, fondato sulla Resistenza e con l’eterna contrapposizione tra fascisti e antifascisti, costituiscono la regola. Tutti devono allora rientrare nelle gabbie ideologiche per poter essere facilmente etichettati, o da una parte o dall’altra. Che Guevara rappresenta, in questo campo, il classico caso da manuale. Da sempre definito comunista e da sempre “sbandierato” ad ogni raduno di piazza, è in realtà un personaggio anomalo, che differisce enormemente per pensiero e contenuti dalla sinistra europea di matrice comunista. Non prendendo in considerazione alcune biografie particolarmente agiografiche, secondo le quali leggeva Marx già alle elementari, possiamo affermare che la sua formazione politica avviene principalmente “sul campo”: i suoi lunghi pellegrinaggi lungo tutto il continente sudamericano lo portano a conoscere povertà e governi fantoccio, il cui responsabile è individuabile negli Stati Uniti e nella sua politica di sfruttamento. Del Cile, in Latinoamericana, scrive: «è un paese ricco di risorse, mai il suo futuro dipende dalla capacità di scrollarsi di dosso la dipendenza dagli Stati Uniti». Stesse considerazioni le farà per il Venezuela ed il Perù.

Creare due, tre, molti Vietnam...(Ernesto Che Guevara)

Sono passati ventun anni dalla fine dell'ultima guerra mondiale e molte pubblicazioni, in lingue diverse, celebrano l'avvenimento, di cui è simbolo la sconfitta del Giappone. Un clima di apparente ottimismo regna in molti settori degli avversi campi in cui è diviso il mondo. Ventun anni senza guerre mondiali, in questo tempo di grandi contrapposizioni, di scontri violenti e di trasformazioni repentine, sembrano molti. Ma, senza analizzare i risultati pratici (miseria, degradazione, sfruttamento sempre più intenso di enormi settori del mondo), di questa pace per la quale tutti noi ci dichiariamo disposti a lottare, bisogna chiedersi se essa è reale. Non è nostra intenzione, in queste note, fare la cronaca dei numerosi conflitti locali che si sono susseguiti dopo la resa del Giappone; né è nostro compito fare il resoconto delle lotte civili, numerose e sempre più intense, succedutesi durante questi anni di pretesa pace. È sufficiente portare come esempio, contro questo avventato ottimismo, la guerra di Corea. In essa, dopo anni di lotta feroce, la parte settentrionale del paese fu sottoposta alla più terribile devastazione che appaia negli annali della guerra moderna: crivellata di bombe, priva di fabbriche, scuole e ospedali; priva di qualsiasi tipo di abitazione per ospitare dieci milioni di persone. In quella guerra sono intervenuti, sotto la ingannevole bandiera delle Nazioni Unite, decine di Paesi guidati militarmente dagli Stati Uniti, con la partecipazione in massa di soldati nordamericani e l'impiego della popolazione sudcoreana, arruolata come carne da cannone. Nell'altro campo, l'esercito e il popolo coreano e i volontari della Repubblica popolare cinese contavano sulle forniture e sulla perversione dell'apparato militare sovietico. I nordamericani, da parte loro, sperimentarono ogni sorta di armi distruttive - eccetto le termonucleari, ma comprese le batteriologiche e chimiche, sia pure in scala ridotta.