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sabato 26 giugno 2021

Tradizione e Rivoluzione (Edouard Rix)


Per cosa stiamo combattendo? Ogni soldato politico deve sollevare questa domanda. Per quanto possa sembrare contraddittorio, siamo inclini a rispondere che combattiamo per la Tradizione e la Rivoluzione.

La tradizione


Prima di tutto, non bisogna confondere la Tradizione con le tradizioni, cioè usi e costumi.

La Tradizione indica l'insieme della conoscenza di ordine superiore riguardo l'Essere e le sue manifestazioni nel mondo, così come ci sono state lasciate in eredità dalle generazioni precedenti. Non riguarda ciò che è dato nello spazio e nel tempo, ma ciò che è sempre. Ammette una varietà di forme - tradizioni - pur rimanendo una nella sua essenza. Non bisogna confonderla con l'unica tradizione religiosa, perché copre la totalità delle attività umane - politiche, economiche, sociali, ecc. . .

venerdì 5 marzo 2021

La Tecnologia divoratrice di uomini (Ernst Niekisch)

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Ernst Niekisch
uno dei padri nobili del nazional bolscevismo attraverso questo articolo ci spiega una delle essenze di questa ideologia: l'individualismo moderno, prodotto dell'occidente liberale e tecnologico può essere sconfitto solo con il socialismo, prodotto della Tradizione e dello spirito. 

Lo scatenamento dell'individualismo e il perfezionamento della tecnologia sono due fenomeni paralleli. Inizialmente dolcemente, timidamente, l'uomo ha sollevato - con coscienza inquieta - il velo che copriva i segreti - e non è morto. Ha scoperto cose inaspettate. Ciò che era misterioso divenne naturale e spiegabile. Non ha avuto rispetto per l'ignoto e chi mancava di questo rispetto raccolse i suoi frutti. Il successo ottenuto lo ha incoraggiato a ricominciare. La sua visione scrutatrice andava nel profondo delle cose. Ha fatto sperimentazione e ricerca. Ma ogni nuova conoscenza acquisita è un mezzo per imporre alla natura una nuova servitù. Il perfezionamento della tecnologia ha aumentato la resa generale. L'aumento del consumo, il richiamo di possibilità illimitate richiedevano un cambiamento nell'organizzazione economica. In una certa fase di sviluppo, la tecnologia corrisponde sempre a una particolare forma di struttura economica. L'individuo attraversa passaggi successivi. Il sentimento della sua superiorità e la consapevolezza della sua forza aumentano. Mette in discussione le relazioni sociali tradizionali e conclude che, a causa della sua conoscenza avanzata, non possono più essere giustificate. Si ribella, avendo finalmente vinto la causa e trasformando in questo modo le condizioni sociali. La tendenza a oltrepassare i limiti segna tutta questa evoluzione. La tecnologia si crede finalmente all'altezza di tutti i compiti. La produzione industriale spinge a una crescita insondabile. L'individuo si sente liberato. In linea di principio, non riconosce più alcun limite. Le regole, l'ordine e l'armonia dell'insieme non derivano dalle cose. Eppure, nella misura in cui rispettiamo i confini, lo facciamo unicamente da un punto di vista esterno, cioè dal punto di vista della redditività. La tecnologia si rivolge a nuovi compiti quando vale la pena investire. Ha bisogno di capitale da mettere a sua disposizione nella speranza di riscuotere, un giorno, interesse. La produzione di beni è regolata dalle prospettive di profitto. Quando c'è una possibilità di profitto, il capitale scorre. Più il capitale funziona, più il dominio dell'uomo su queste cose si allarga. In generale, l'individuo usa la sua libertà nella misura in cui gli è utile. È tanto più "libero" in quanto rappresenta il capitale, in quanto è "ricco".

mercoledì 15 luglio 2020

L'isola del tramonto (Alexander Dugin)

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Gli autori tradizionalisti - soprattutto quelli che si ispirano a René Guénon - e taluni storici delle religioni hanno sottolineato la fondamentale importanza che inerisce alla nozione di spazio qualitativo o spazio sacro del nostro pianeta; essi hanno inoltre scoperto l'influenza immensa e segreta esercitata dalle scienze tradizionali sull'immaginario collettivo dei popoli. Sembra però che questa fondamentale importanza sfugga alla maggior parte degli intellettuali che si occupano di geopolitica e di geoeconomia mondiali. Nei loro lavori, infatti, non figura quasi mai una seria analisi relativa all'impatto residuale degli archetipi della geografia sacra - sedimentati nell'immaginario collettivo - sulla struttura stessa del pensiero geopolitico e sulle modalità di comprensione, da parte dei popoli, di tale o talaltro evento planetario. Probabilmente è l'inerzia del pensiero razionalista e positivista a impedire agli Europei di apprezzare debitamente le scoperte dei tradizionalisti e degli storici delle religioni. 

Comunque sia, ci sembra estremamente importante procedere allo studio del problema americano - che diviene oggi il problema numero uno nella geopolitica mondiale - nel quadro di un mito originario centrato sulle funzioni dei continenti nel complessivo ambiente planetario e saldamente custodito nel profondo dell'anima dei popoli. 

L'America, su un piano simbolico, si identifica col Continente dei Dormienti, con la terra d'Occidente, che nella maggior parte delle mitologie era connessa al mondo sotterraneo, al paese dei morti, delle ombre, delle tenebre. 

lunedì 6 luglio 2020

Parvulesco: la stella di un Impero invisibile (di Alexander Dugin)

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Professione: visionario


Jean Parvulesco è un mistero vivente della letteratura europea. Mistico, poeta, romanziere, critico letterario, conoscitore di intrighi politici, rivoluzionario, amico e confidente di molte celebrità europee della seconda metà del XX secolo (da Ezra Pound e Julius Evola a Raymond Abellio e Arno Breker). La sua vera personalità rimane un mistero. Rumeno, fuggito in Occidente negli anni '40, è uno dei più brillanti stilisti francesi in prosa e poesia contemporanee. Ma non importa quanto diverse fossero le sue opere, dalle stanze tantriche ai complessi romanzi occulti alle biografie di eminenti amici (in particolare "Red Sun of Raymond Abellio"), la sua vera vocazione era - "visionario", diretto e ispirato contemplatore delle sfere spirituali, aperto al prescelto dietro l'aspetto cupo e banale del mondo profano contemporaneo.

martedì 30 giugno 2020

Lenin, l'avatar rosso dell'Eurasia (Alexander Dugin)

In questo articolo Dugin parla di come è cambiata la sua opinione riguardo Lenin. Dapprima considerato negativamente, poi coraggiosamente e grazie all'evidenza storica di nuovo eretto sul piedistallo dei Titani del Continente.
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Prima [Vladimir Ilyich] Lenin (1870–1924) non mi piaceva. Tutti intorno a me dicevano: "Lenin, Lenin..." La maggioranza ha sempre torto. Durante l'era sovietica, portavo mio figlio piccolo a sputare sulle statue di Ilyich. All'epoca, leggevo Evola e Malynsky e credevo che Lenin fosse il principale agente contro-iniziatico del "mondo moderno", che distrusse l'ultima roccaforte della tradizione: l'impero russo ortodosso.

Ho deriso Lenin e ho disprezzato i leninisti e, vedendo citazioni dalle sue opere, mi è venuta voglia di versare acqua bollente sugli autori che hanno usato queste citazioni. Ricordiamo che, a quei tempi, la stragrande maggioranza dei riformisti liberali di oggi erano entusiasti leninisti, glorificando Ilyich con le loro lingue sempre pronte, avvolgendosi nelle loro giacche, contorcendosi e strillando come in un buco umido e accogliente.

Sono nato troppo tardi per assistere a un periodo in cui le persone credevano sinceramente a Lenin (e Stalin) come divinità. Sono venuto a vivere in una Sovdepia in disgustosa decomposizione, dove nessuno sapeva o credeva più in qualcosa, chinandosi verso chiunque fosse al potere in quel momento. Ho pensato che Lenin fosse un idolo oscuro (tagut), violentando gli ultimi Untermenschen sovietici mentre grugnivano con piacere.

Mi sono sbagliato.

giovedì 25 giugno 2020

L'impero sovietico e i nazionalismi nel periodo della perestrojka (Alexander Dugin)


Il valore dell'Impero


Per me personalmente, in quanto tradizionalista (nel senso che mi identifico, tra gli autori contemporanei, soprattutto nella linea di René Guénon e Julius Evola), l'Impero, l'idea di Impero, costituisce la forma positiva e profondamente sacra dello Stato tradizionale. Il nazionalismo, invece, non è che una tendenza sovversiva, profana, laica, che si dirige contro l'Unità dell'ordine sovranazionale dell'Impero, della forma ecumenica. D'altra parte, per me in quanto russo, l'Impero costituisce il modo di vita più idoneo e, in qualche maniera, più naturale. Noi siamo forse l'ultimo popolo imperiale rimasto al mondo. E' per questo che presso i Russi l'idea di nazione è strettamente legata all'idea di Impero, e il nostro «nazionalismo» ha in sé qualcosa di «imperiale». Quando diciamo «i Russi», noi vogliamo dire per lo più «i nostri», e vi includiamo la grande quantità dei popoli che abitano le nostre terre e condividono con noi l'immenso spazio geopolitico che è la Russia. Dostoevskij diceva che «essere russo significa essere l'uomo universale (vsëcelovek)». Indubbiamente questo particolare atteggiamento è responsabile del sentimento che anima oggi i Russi nei paesi baltici.. Essi hanno fatto del concetto di «nostri» una sorta di idea politica che trascende la questione della nazionalità, dell'ideologia politica ecc. «I nostri» per cui si battono e muoiono i difensori dell'unità dell'URSS in ogni angolo delle varie repubbliche non costituiscono un gruppo politico, sociale, nazionale o razziale, ma sono tutti coloro che, qualunque sia lo strato sociale o razziale cui appartengono, sono contrassegnati dalla presenza dell'istinto imperiale. Qui non si tratta né di demagogia politica, né di ipocrisia. Ad agire è la «coscienza imperiale», il sentimento quasi mistico di essere vsëcelovek, «uomo universale».

venerdì 5 giugno 2020

Maoismo e Tradizione (Claudio Mutti)

“Lo studio ideologico dev’essere basato al 99% sulle opere del Grande Timoniere Mao Tse Tung, perché esse superano, in qualità, le opinioni di Marx, Engels, Lenin e Stalin.” Lin Piao

ORIGINI TAOISTE DELLA TEORIA DELLE CONTRADDIZIONI
Mao Tse Tung afferma: “La legge delle contraddizioni inerenti alle cose, cioè la legge dell’unità degli opposti, è la legge fondamentale della natura della società e, per estensione, del pensiero”[1].

Mao ammette, con Marx, che la contraddizione è il motore universale di tutto lo sviluppo. Ma il pensiero di Mao differisce da quello marxista nel momento in cui, collocandosi sotto la tutela della tradizione taoista, esso descrive il carattere complementare degli avversari: “Senza l’alto, non c’è basso, senza il basso, non c’è alto”[2].

Secondo gli insegnamenti taoisti, yin e yang sono “dei principi opposti e, allo stesso tempo, complementari e inseparabili, che possiedono delle valenze multiple: sono l’eterno mascolino e l’eterno femminino, l’attivo e il passivo, il Cielo (in senso lato) e la Terra, il luminoso e l’oscuro, il creativo e il ricettivo, e così in eterno”[3]. Lo yin e lo yang sono “due categorie simboliche degli eterni opposti, seppur non siano opposti in senso stretto, ma complementari l’uno con l’altro, necessari l’uno all’altro, l’uno non potrebbe esistere senza l’altro”[4].

E’ il principio della complementarità, presente nei due principi della tradizione estremo-orientale, quello che troviamo al centro della teoria maoista della contraddizione, la quale considera gli avversari nella loro interdipendenza: “E’ ciò che si produce attraverso tutti gli opposti; in certe condizioni essi sono opposti tra loro, in altre sono reciprocamente legati: si completano, sono reciprocamente permeabili, sono interdipendenti; questo è ciò che noi chiamiamo identità”[5]. Secondo il taoismo, “l’essere e il non-essere si succedono, si posizionano davanti e dietro, si completano in alto ed in basso, possibile ed impossibile sono delle differenziazioni complementari”[6], ecc. Nel taoismo, l’azione permanente dei contrari dà luogo a delle modificazioni che “talvolta si completano, talvolta si trasferiscono l’una all’altra”[7].

Gli ebrei e l'Eurasia (Alexandr Dugin)

1.      Insufficienza degli schemi interpretativi

La questione ebraica continua ad eccitare le menti dei nostri contemporanei. Né l’ignorarla artificialmente, né le affrettate urla apologetiche, né la primitiva giudeofobia possono risolvere questo problema. Il popolo ebraico è un fenomeno unico nella storia mondiale. Esso segue chiaramente un sentiero etico-religioso completamente speciale, peculiare solo ad esso, portando avanti nei millenni una misteriosa e ambigua missione.

Qual’è il senso di questa missione? Come risolvere l’enigma degli Ebrei? In cosa consiste la mission des juifs, che così tanti pettegolezzi ispira?

E’ un tema troppo vasto per rischiare di coprirlo appieno. Perciò, dovremo limitarci soltanto al ruolo degli Ebrei nella storia Russa del XX secolo, dato che tale questione abbraccia dolorosamente un insieme di persone, indipendentemente dal campo ideologico cui esse appartengano.

Allo stesso tempo dovremo prestare attenzione al fatto che oggi non esiste alcuna trattazione di questo tema che sia convincente e completamente soddisfacente. Una parte degli storici è generalmente incline a negare la rilevanza del fattore ebraico nella storia Russa e Sovietica, il che è fare violenza alla verità. Sarà sufficiente guardare alla lista dei cognomi fra i principali bolscevichi e l’élite politica dello Stato Sovietico, e la sproporzionata quantità di nomi ebraici salterà all’occhio. Ignorare questo fatto, sviando a bella posta con affermazioni senza senso, è scorretto anche dal punto di vista puramente scientifico e storico.

La seconda versione concernente la funzione degli ebrei in Russia (URSS) nel XX secolo è caratteristica dei circoli nazional-patriottici di casa nostra. Qui il ruolo degli ebrei è rappresentato come qualcosa di esclusivamente negativo, sovversivo, di abbattimento.  E’ la famosa teoria della «cospirazione ebraica», che fu particolarmente popolare tra le Centurie Nere [chernosotenny], successivamente circoli delle «guardie bianche». Da questo punto di vista, gli ebrei, seguendo un’unica tradizione etnico-religiosa e chiusi in una solitaria comunità condannata dallo status messianico, hanno coscientemente organizzato il distruttivo movimento bolscevico, hanno tenuto in esso le posizioni dominanti e hanno ridotto in pezzi l’ultimo baluardo dello stato, della cultura e della tradizione cristiana. I giudeofobi conservatori duri a morire hanno trasferito lo stesso modello interpretativo alla distruzione dell’URSS, imputandone la colpa agli ebrei, riferendosi al gran numero di rappresentanti di origine ebraica fra i ranghi dei riformatori. La debolezza di questo concetto è data dal fatto che le stesse persone sono simultaneamente accusate di aver creato lo stato Sovietico e poi di averlo distrutto, essendo alla massima guida della concezione socialista e antiborghese e poi agendo come i maggiori apologi del capitalismo. Inoltre, una conoscenza non faziosa della sorte dei bolscevichi ebrei mostra la loro convinzione completamente sincera nell’ideologia comunista, nel sacrificare prontamente la propria vita, cosa che sarebbe impossibile da concepire se dovessimo seriamente accettare la versione che li descrive come un gruppo di «cinici e falsi sabotatori». Nel suo complesso, questa versione antisemita non convince, pur essendo più vicina alla verità della prima, dato che al contrario di essa, riconosce l’unicità del ruolo degli ebrei nel processo storico. E’ curioso che una simile ammissione trovi d’accordo gli antisemiti ed i più coscienziosi e conseguenti sionisti.

La discriminante popolo nella dimensione eurasiatica (Francesco Boco)

"Come dubitare che in passato il mondo fosse in Dio? La Storia si divide tra un passato, in cui gli uomini si sentivano attratti dal nulla vibrante della Divinità, e un oggi, in cui il nulla del mondo è privo dell'afflato divino" E.M. Cioran

Nel porsi il problema del futuro non si deve ignorare l'importanza del popolo ed il ruolo fondante che esso ha per il mantenimento e la durevolezza di un ordine. L'esistenza di un'elite è necessaria al fine di guida del popolo, ma essa non può avere ruoli così esclusivi da dividerla dalla comunità. Ogni gruppo scelto che porti un nuovo ordine proviene in ultima istanza dal popolo, rappresentandone però la componente più dinamica e culturalmente superiore. L'esempio della Repubblica platonica, in cui l'educazione della città rende giusti i cittadini, ed al contempo i buoni cittadini rendono giusta la città, ci chiarisce il rapporto circolare di relazione tra la struttura statale e la componente umana. Di fatto sono le elite, le quali per prime prendono coscienza del cambio epocale necessario, a dare inizio, per mezzo di una infiltrazione culturale al circolo di cui sopra. L'elite che diventerà guida di popolo nel nuovo ordine ch'essa andrà ad instaurare è necessariamente quella che risulta vittoriosa dallo scontro che avviene tra i vari fronti di influenza. Il presupposto della nascita e sviluppo di un gruppo ristretto è la sua volontà di cambiamento radicale, essendo di natura dinamica essa si genera per aggregazione di elementi eterogenei attorno ad un'idea comune. Quelle che nei governi e nei sistemi di controllo consolidati vengono chiamate elite non sono aristocrazie di recente nascita, ma lo sviluppo di quelle che hanno originato un certo ordinamento; ne sono le eredi e la continuità nel tempo.

lunedì 28 marzo 2016

I germogli di sangue (Francesco Boco)

Il suicidio di Mishima ed il suo significato nella modernità
Il rifiuto della modernità e la rivalutazione della Tradizione.
L’impetuosa potenza dello spirito travalica la materia.




Un uomo che a più di trent’anni dalla morte ancora scuote coscienze, sprona uomini, spinge all’azione, indica una via; un autore essenziale, una guida irrinunciabile, uno spirito eroico tra i più puri e tragici, poiché non v’è eroismo se non tragico. 


Analizzeremo brevemente nelle righe che seguono il significato del suo suicidio rituale avvenuto il 25 novembre 1970, un gesto di rifiuto e rivolta, un estremo segno di eroismo, la fredda lama dello spirito che trafigge il futuro! 



Ci piace tuttavia considerare l’ultimo decennio di attività letteraria come eroico; certamente la venatura estetizzante nelle sue opere non scomparve, è comunque doveroso ricordare quella che possiamo definire una reazione al mondo moderno, alla sua estetica ed alle sue leggi.

domenica 11 agosto 2013

Domani quale Europa? (Tahir de la Nive)

Intervento di Tahir de la Nive, del Consiglio Islamico di Difesa Europea, autore de : « Les Croisés de l’Oncle Sam » Animatore di «Centurio» il 29 giugno 2003 a Parigi, Sale « Les Berthelots »  

Invitato da Thierry a farvi partecipi del mio pensiero su quale sarà o potrebbe essere l’Europa di domani, accade che io abbia appena riordinato un testo da conferenza in vista di stamparlo : Guénon, Clausewitz e la dottrina islamica del Tawhid, dimostrando le convergenze della dottrine clausewitziane e guénoniane con quella dell’Unità trascendentale o, meglio, come le prime due si integrino nella terza. Il colonnello Trinquier ha scritto che Clausewitz era il meno letto degli autori più spesso citati – allo stesso modo si potrebbe dire che il Corano è, tra tutti i libri sovente citati, quello che ha subito più falsificazioni, come ne ho dato dimostrazione nella mia opera « Les Croisés de l’Oncle Sam ».