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giovedì 29 aprile 2021

Marx populista (Jean-Claude Michéa)

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Le opere di Kevin B. Anderson (Marx at the Margins) e di Teodor Shanin (Late Marx and the Russian Road) hanno stabilito in maniera definitiva – basandosi anche sulla scoperta di manoscritti di Marx ancora inediti – come l’incontro di quest’ultimo con gli intellettuali populisti russi lo avesse progressivamente condotto, a partire dalla metà degli anni Settanta del XIX secolo, a rivedere in modo considerevole il suo iniziale giudizio negativo sulle forme di organizzazione comunitaria delle società contadine tradizionali (e più in particolare – come si nota nei suoi ultimissimi manoscritti conservati all’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam – su quelle russe, indiane, cinesi, algerine e indonesiane) [a]. Del resto proprio quell’incontro con i Narodniki lo spingerà in parte a correggere le sue valutazioni su tutta una serie di aspetti storici rilevanti, per esempio il significato politico della rivolta dei Sepoy e di quella dei Taiping (e in via più generale sul senso stesso della colonizzazione europea). È solo un peccato che questi due saggi – ormai indispensabili per chiunque voglia cogliere il pensiero finale di Marx in tutta la sua complessità – abbiano lasciato nell’ombra il ruolo decisivo svolto, in questa evoluzione dell’«ultimo Marx», dal suo incontro a Londra nel 1870 con la giovane populista russa Elisabeth Dmitrieff

mercoledì 14 aprile 2021

Le minoranze e la sinistra (Jean-Claude Michéa)

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Uno dei primi segnali di questa attrazione per le «minoranze» che, ai nostri giorni, è presente nel nocciolo di ogni progetto politico della sinistra liberale, lo si trova probabilmente in Flaubert
. In una lettera del maggio 1867, indirizzata a George Sand, scrive: «Otto giorni fa sono andato in visibilio davanti a un accampamento di bohémiens che si erano stabiliti a Rouen […]. La cosa incredibile è che eccitano l’odio dei borghesi, benché siano inoffensivi come agnelli […]. È un odio che risale a qualcosa di molto profondo e complesso. Lo si ritrova in tutte le persone perbene. È l’odio che si rivolge al beduino, all’eretico, al filosofo, al solitario e al poeta. E in esso si annida la paura. Io, che sono sempre per le minoranze, ne sono esasperato». Questa sollecitudine liberale [a] per le minoranze (in sé stessa ovviamente giustificata) è tuttavia sempre accompagnata, in Flaubert, da un disprezzo e da un odio ancora più marcati nei confronti delle classi popolari.

«Quanto è stupido il popolo!» scrive per esempio al suo amico Louis Ménard. «È un’eterna razza di schiavi che non riesce a vivere senza basto e senza giogo. Non è certo per esso che noi continuiamo a combattere, ma per il nostro sacrosanto ideale. Il popolo muoia pure di fame e di freddo!» (lettera del 30 aprile 1848). Non dovrebbe dunque sorprendere l’atteggiamento di Flaubert, oltre vent’anni più tardi, davanti alla Comune di Parigi. Nell’ottobre del 1971, ovvero solo qualche mese dopo la repressione dell’insurrezione parigina, in un’altra lettera a George Sand scrive: «Sono dell’idea che si sarebbe dovuta condannare l’intera Comune ai lavori forzati e costringere quei violenti imbecilli a sgombrare in catene le rovine di Parigi» [b].

venerdì 5 giugno 2020

La discriminante popolo nella dimensione eurasiatica (Francesco Boco)

"Come dubitare che in passato il mondo fosse in Dio? La Storia si divide tra un passato, in cui gli uomini si sentivano attratti dal nulla vibrante della Divinità, e un oggi, in cui il nulla del mondo è privo dell'afflato divino" E.M. Cioran

Nel porsi il problema del futuro non si deve ignorare l'importanza del popolo ed il ruolo fondante che esso ha per il mantenimento e la durevolezza di un ordine. L'esistenza di un'elite è necessaria al fine di guida del popolo, ma essa non può avere ruoli così esclusivi da dividerla dalla comunità. Ogni gruppo scelto che porti un nuovo ordine proviene in ultima istanza dal popolo, rappresentandone però la componente più dinamica e culturalmente superiore. L'esempio della Repubblica platonica, in cui l'educazione della città rende giusti i cittadini, ed al contempo i buoni cittadini rendono giusta la città, ci chiarisce il rapporto circolare di relazione tra la struttura statale e la componente umana. Di fatto sono le elite, le quali per prime prendono coscienza del cambio epocale necessario, a dare inizio, per mezzo di una infiltrazione culturale al circolo di cui sopra. L'elite che diventerà guida di popolo nel nuovo ordine ch'essa andrà ad instaurare è necessariamente quella che risulta vittoriosa dallo scontro che avviene tra i vari fronti di influenza. Il presupposto della nascita e sviluppo di un gruppo ristretto è la sua volontà di cambiamento radicale, essendo di natura dinamica essa si genera per aggregazione di elementi eterogenei attorno ad un'idea comune. Quelle che nei governi e nei sistemi di controllo consolidati vengono chiamate elite non sono aristocrazie di recente nascita, ma lo sviluppo di quelle che hanno originato un certo ordinamento; ne sono le eredi e la continuità nel tempo.