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domenica 6 luglio 2025

La Cina post-maoista come Fascista (James A. Gregor)

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Presentiamo qui l'ultimo paragrafo del libro dello storico James A. Gregor 
A Place in the Sun: Marxism and Fascism in China. Ci interessa questo tipo di analisi perché, continuando nel solco della distinzione fra "amici della società aperta" e "nemici della società aperta", è per noi fondamentale primo capire cosa pensano le élite liberali e, secondo, utilizzando parte della loro analisi, superare i limiti di una lettura forzatamente binaria e anti europea. Questa lettura anti europea ha creato la falsa dicotomia fascismo-comunismo, così da tenere le masse separate. Alcuni intellettuali liberali, hanno però dovuto per forza affrontare questo discorso superficiale, andando così a muovere le acque chete della sedazione forzata. 

Ovviamente essendo liberale e di visione angloamericana l'autore è terrorizzato dalla Cina comunista, non trova di meglio che accusarla di "fascismo", ma è proprio questo terrore che ci fa comodo. Perché il comunismo cinese è uguale al fascismo? Ovviamente secondo il professore statunitense vede un marxismo come qualcosa di inafferrabile e in via di sparizione. Ma noi sappiamo che il marxismo come concetto non può e non è mai stato chiaro e unico. E' la presentazione dei suoi nemici che lo ha definito meglio dei suoi estimatori, capaci di farsi guerre per anni. E' importante continuare a studiare e capire, ma liberandosi dalla propaganda e dalle limitazioni e gabbie dell'anticomunismo e dell'antifascismo, veri limiti per cambiare la società.

Tornando a Pechino: in effetti la Cina ha un sistema economico misto, è etnicamente molto compatta, ha un partito unico e una visione statale e statalista molto forte. E' una sorta di Fascismo. Come il Fascismo è una sorta di Comunismo. Di certo siamo anni luce lontani dalle visioni liberali in cui l'interesse dei privati, tutti immaginati piccoli miliardari, è la scusa per opprimere milioni, miliardi di individui e per cancellare culture millenarie. 

Ma vi lasciamo alla lettura del paragrafo, ognuno si dia da fare. 

La Cina post-maoista come Fascista


Del marxismo della Cina comunista rimane ben poco. La Cina contemporanea è un regime reattivo e sviluppista che non solo cerca la parità con le sue controparti “imperialiste” e “plutocratiche”, ma aspira a un posto al sole come “regno centrale”. Cerca non solo il suo adeguato “spazio vitale”, ma anche il suo ruolo di egemone in Asia orientale. La Cina contemporanea ha tutta l'aria di essere il tipo di sistema antiliberale, collettivistico, a dominanza partitica, elitario, militarista, plebiscitario, reattivo, nazionalista e fascista dello sviluppo con cui il ventesimo secolo ha familiarizzato. (1)

Anche prima delle trasformazioni derivanti dal riformismo rivoluzionario di Deng Xiaoping, i marxisti-leninisti dell'Unione Sovietica avevano individuato l'emergere di una “tradizione di grande potenza” in Cina, che minacciava la sicurezza di tutta l'Asia orientale e il futuro dell'intera regione del Pacifico. La Cina comunista è emersa come contendente per il posto e lo status in Asia orientale e, come tale, si rivela una potenziale minaccia per la pace e la sicurezza del nostro tempo.

Ci sono pochi dubbi sul fatto che la Cina rivoluzionaria, sotto l'egida di Sun Yat-sen, Chiang Kai-shek o Mao Zedong, soddisfacesse i requisiti per entrare nella classe dei nazionalismi reattivi e di sviluppo.(2) Inoltre, è ormai generalmente riconosciuto che il marxismo, in quanto teoria rivoluzionaria, ha svolto un ruolo scarso, se non nullo, nell'ideologia che ha governato il sistema emergente. Tutti sono ormai d'accordo sul fatto che il marxismo era minimo nel regime che ha governato la Cina continentale dal 1949 al 1976.

Il maoismo è stato identificato da molti come “totalitario” a causa dell'utopico tentativo di Mao di trasformare la nazione attraverso campagne di mobilitazione di massa che coinvolgevano le agenzie del partito e dello Stato.

lunedì 23 settembre 2024

Chandra Bose nostro eroe: podcast sul canale

Chandra Bose eroe della liberazione dell'India è un vero "rossobruno". Il nostro podcast sulla sua figura, i suoi ideali, il suo pensiero politico. L'impegno anticolonialista e rivoluzionario è un esempio ancora oggi. Il Canale youtube

Chandra Bose Nazbol


 

 

sabato 3 dicembre 2022

Le memorie di Trotsky (di Ernst Junger)


1. Lo studio di queste memorie molto profonde e rese disponibili dalla casa editrice S. Fischer, sarà più semplice per chiunque sappia guardare attraverso gli occhi dell’autore. Trotsky è un razionalista, anche se un razionalista del tipo più determinato, che non si accontenta affatto dell’ordine delle cose così come appare nei limiti della conoscenza. Piuttosto, egli è sempre pronto a realizzare quest’ordine nel regno dell’Essere [diese Ordnung im Sein verwirklichen] – purché ci siano le condizioni necessarie, cioè se ne ha il potere.

Può sembrare strano associare questo nome, indissolubilmente legato a uno dei più grandi processi di distruzione della storia moderna, alla nozione di ordine. Eppure, è giustificato. I lettori che possono avere certi preconcetti sulla natura della rivoluzione russa, come quelli diffusi nel nostro Paese, saranno sorpresi di trovare una mente precisa, educata all’economia politica, alla filosofia occidentale e alla dialettica della lotta di classe, che in una discussione pomeridiana ha probabilmente cose accattivanti da dire anche sui romanzi francesi, sulla pittura impressionista e su diversi tipi di caccia alle anatre.

Per conoscere l’aspetto scita-barbara di questa rivoluzione, bisogna consultare altre fonti. Queste comprendono principalmente il suo quadro teorico, il suo metodo di preparazione segreto e aperto, e i suoi principi organizzativi di presa e mantenimento del potere. Non è un caso che sia toccato a Trotsky plasmare il pricipale strumento del suo potere, l’Armata Rossa, e che il compito di razionalizzare scientificamente – soprattutto l’elettrificazione dell’industria degli armamenti – gli sia stato assegnato quando sembrava che la sua posizione fosse a rischio.

In questi ruoli, ha compiuto imprese significative. Nella misura in cui la rivoluzione fu un evento occidentale, si può dire che fu il suo vero elemento. La sua stella, tuttavia, era destinata a spegnersi nella misura in cui l’aspetto essenzialmente russo di questo fenomeno cominciò a diventare più chiaro. Qui Trotsky si muove su un terreno sempre più incerto. Egli diventa sempre più cieco di fronte alle potenze che emergono dal sottosuolo, la cui comparsa sfugge ai suoi calcoli. Ciò che vede di esse è solo il loro aspetto personificato, cioè uomini nuovi che gradualmente ne prendono il controllo. Li disprezza come piccoli borghesi, nazionalisti, termidoriani e falsificatori delle idee marxiste e leniniste, eppure non può fare a meno di essere manovrato in un modo per lui inspiegabile.

martedì 22 novembre 2022

Corporativismo e comunismo nel pensiero di Ugo Spirito (Luigi Punzo)

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Corporativismo e comunismo sono due termini che nel percorso, pur così frastagliato e complicato, del pensiero di Ugo Spirito, finiscono per esprimere, soprattutto se analizzati nella loro dimensione teoretica, la sostanziale continuità della sua concezione sociale ed esistenziale della vita degli uomini. Si tratta del resto di una continuità e di una contiguità più volte sottolineate dallo stesso Spirito in diversi suoi scritti. 

Può valere come esempio ciò che egli afferma nella relazione presentata al Congresso internazionale di filosofia di Roma del 1946, intitolata Il pensiero italiano di fronte al materialismo storico: "Non bisogna dimenticare che proprio dall'attualismo, il quale aveva preso le mosse da Marx, ebbe vita, tra il 1932 e il 1935, la prima formulazione di una dottrina comunista che sia stata formulata in Italia. Questa dottrina si ispirava ancora alla dialettica marxistica e cercava - sul fondamento dell'identificazione di individuo e Stato - di realizzare un tipo di società organizzato secondo i principi di una rigorosa economia programmatica"(1)

Ancora trent'anni dopo tornerà a ribadire la contiguità dialettica dei due termini: "Nel congresso di Ferrara del 1932, il mio quesito fu esplicito: fascismo o comunismo? La risposta, evidentemente, fu per il primo termine, ma il primo termine era pure carico del secondo. E allora fui perseguitato, infatti, come comunista. Il mio fascismo era il mio comunismo. Poi, quando il fascismo finì, mi ritrovai solo con il mio comunismo. Non avevo fatto un passo diverso, ma continuavo lungo la stessa strada. E nel 1970 ripubblicai, senza mutare neppure una virgola, i miei libri sul corporativismo. Ma pubblicai anche un grosso volume su Il comunismo (1965), inteso come precisazione e commento del passato. Perché, in effetti, non avevo nulla da modificare, ma soltanto da guardare e da proseguire in funzione delle nuove condizioni storiche"(2).

Si pone a questo punto la domanda se la continuità rivendicata da Spirito risponde solo all'esigenza di adeguare la sua riflessione alle mutate situazioni sociali e politiche, o se invece si fonda su una possibile identità di contenuti e, soprattutto, su una sostanziale, unitaria esigenza di ricerca, che caratterizza la sua riflessione sui temi della politica e, più in generale, tutto il suo pensiero.

lunedì 6 giugno 2022

Annotazioni sulla Germania (Pierre Drieu La Rochelle)

Pierre Drieu La Rochelle

Interessante analisi dei fascismi, nello specifico quello tedesco, e del loro "destino mancato" nella storia dell'Europa. Rileggendolo all'inizio di un nuovo millennio, ci sembra particolarmente importante ritrovarne il senso e il monito: l'Europa se vuole essere, deve essere socialista. 
*

Sono stato stupito oltre ogni misura dall'incapacità politica di cui hanno dato prova i Tedeschi nel 1939, '40 e '41, dopo le loro vittorie. È stato in quel momento che, con i loro errori politici, hanno siglato le loro future sconfitte militari.

Questi errori sembrano ancora più grandi di quelli commessi dai Francesi al tempo di Napoleone; sarebbe andata così per il semplice fatto che i Tedeschi non hanno saputo imparare la lezione dell'avventura francese.

Bisogna vedere dietro l'incapacità tedesca l'incapacità "fascista" in generale? O c'è in essa qualcosa di specifico? Entrambe le spiegazioni sono buone, in media.

La massima idiota portata avanti da Hitler, era: «Per prima cosa, faccio e vinco la guerra; poi, regolerò la politica interna dell'Europa». Questa massima era contraria a tutti gli insegnamenti della storia, a tutte le regole stabilite dai politici migliori, in particolare i Tedeschi: Frédéric e Bismarck. Clausexvitz aveva detto: «La guerra è solo una parte della politica».

Ma se si accetta, per un attimo, la massima hitleriana, allora si vedrà che il dittatore tedesco ha incominciato col fare degli errori militari.

1. Perché ha aspettato sei mesi tra la campagna di Polonia e quella di Francia?

2. Perché ha perso altri dieci mesi dopo la campagna di Francia?

3. Perché durante l'inverno '40-41 si è accontentato dell'offensiva aerea sull'Inghilterra, che era un fallimento fin da settembre, al posto di colpire l'Impero inglese nel suo punto veramente accessibile, Gibilterra?

giovedì 10 febbraio 2022

Diritti dell'uomo e libertà politica (Jean Claude Michéa)

Michéa, diritti dell'uomo

Una cosa è riconoscere, con tutti i socialisti del XIX secolo, che la «repubblica borghese» (o liberale, se si preferisce) rappresenta, sul piano delle libertà individuali, un progresso politico evidente rispetto a tutte le forme di assolutismo e di oppressione patriarcale [A]. Altra cosa, in compenso, è considerare il linguaggio liberale dei «diritti dell’uomo» come l’unico fondamento filosofico possibile di qualunque tutela della libertà politica [B]. Questa seconda tesi sembra dimenticare – senza nemmeno star qui a menzionare l’Habeas Corpus o la preziosa tradizione del «repubblicanesimo civico» – che molti pensatori dell’antichità possedevano già uno spiccato senso del principio di libertà. «La libertà – scriveva per esempio Cicerone – non può risiedere in nessuno Stato se non in quello in cui il potere supremo appartiene al popolo
Bisogna riconoscere che non esiste bene più dolce, e che se non è uguale per tutti non è nemmeno libertà. Ma come potrebbe la libertà essere uguale per tutti, non dico in un regno dove la servitù risulta chiara e palese, ma in uno Stato dove i cittadini sono liberi soltanto a parole?» (La Repubblica, libro 1). Contrariamente a quello che sembrano ancora pensare molti militanti della sinistra postmitterrandiana – eredi perfetti, sotto questo aspetto, dell’ideologia colonialista di Jules Ferry e della Terza Repubblica –, la storia della civiltà umana non inizia certo con la Francia del 1789 [C]. E del resto basterebbe un minimo di conoscenza della storia delle società antiche – per esempio quella dell’Egitto dei faraoni, della Mesopotamia o del Medioevo occidentale – per accorgersi in fretta che un certo numero di quelle libertà politiche o «sociali» che agli occhi di un teologo del «senso della Storia» dovrebbero caratterizzare unicamente la modernità capitalistica – che riguardino la condizione della donna, le possibilità effettive del divorzio, la tutela dei più deboli o la piena legittimazione dell’omosessualità – non erano per nulla estranee a quelle stesse società antiche, come invece ancora oggi pensa la maggior parte degli ideologi «progressisti» (nella sua opera classica sulla nascita e lo sviluppo delle persecuzioni in Europa, pubblicata nel 1987, lo storico inglese Robert Moore dimostrava in modo molto convincente che prima della comparsa del moderno Stato centralizzato – a partire dall’XI secolo – la maggior parte delle «minoranze», a cominciare dagli ebrei, dagli eretici e dai lebbrosi, godeva di uno statuto molto più protettivo e di molta più tolleranza).

sabato 27 novembre 2021

Considerazioni su un viaggio in Russia (Ernst Niekisch)

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In questo saggio del 1932, Ernst Niekisch, riflette sulla natura del nuovo Stato Sovietico, indicandone lucidamente pregi e difetti. Da teorico naturale di un vero nazionalbolscevismo si rende subito conto dell'eccessivo materialismo che andrebbe corretto con le verità indicate dai teorici della rivoluzione conservatrice; allo stesso tempo evidenzia il carattere propriamente russo e titanico di questa realtà che considera ovviamente e naturalmente un'alleato della Germania.  

Si può camminare per le strade russe e non imbattersi nella minima manifestazione, istituzione o misura con cui la Russia vorrebbe – o potrebbe – sedurre. La gente è mal vestita, come se ci fossero solo proletari che escono dalla fabbrica e vi ritornano. Gli uomini indossano berretti, donne e ragazze portano sciarpe. Lo straniero viene riconosciuto in base al cappello che indossa. Le scarpe sono di scarsa qualità, i negozi quasi vuoti. Lì, prima della guerra, erano ammassate tutte le prelibatezze d'Oriente e d'Occidente, adesso ci sono alcune scatole di conserve, mucchietti di rape, cetrioli e patate. Nelle vetrine, l'oggetto più trasandato e superfluo cerca di attirare il cliente: tre o quattro boccette di profumo, un vecchio mandolino, un foulard rosso per rallegrare. Nel mezzo di queste tristi cianfrusaglie, il busto di Lenin o Stalin sta al centro e funge da foglia di fico. I negozi sulla Prospettiva Nevski o di fronte al Cremlino, un tempo celebrati da tutto il mondo, assomigliano oggi a piccoli mercatini delle pulci di un oscuro sobborgo. Forse in questo momento è questo il vero carattere di città come Leningrado o Mosca. Ovunque c'è questo cupo grigiore che prima si incontrava solo nei quartieri popolari. Lo splendore dei vecchi palazzi è scomparso. I poveri volti, scavati dal dolore, guardano attraverso le alte finestre. I miserabili, con la bocca sdentata, sono stipati nelle stanze dove un tempo l'élite conduceva una vita in pompa magna, aperta al mondo. Questa Russia è effettivamente proletaria. Ad ogni occhiata, questo viene confermato. Essa non vuole ingannare con villaggi Potëmkin. Forse non aveva nemmeno la fantasia e la leggerezza per erigere simili villaggi. Non abbellisce nulla della monotonia della vita quotidiana, e nulla impedisce allo straniero di vedere il paese così com'è. Se vogliamo intraprendere un viaggio di scoperta, con i suoi rischi e pericoli, non abbiamo ostacoli contro cui scagliarci.

La Russia vuole essere uno stato proletario, e lo è. Uomini o donne - bisogna far parte della popolazione attiva per avere diritti civili, e persino il diritto alla vita. Chi non è un lavoratore non ha la possibilità di partecipare a una cooperativa che riceve, anche se in quantità limitata, i beni di consumo e li distribuisce ai propri soci sulla tessera annonaria a prezzo calmierato. In epoca feudale era necessario avere la terra, nell'era borghese era fondamentale possedere il capitale per poter essere un esponente della classe dirigente. In questo momento, è necessario lavorare per essere riconosciuti socialmente e politicamente.

Da un punto di vista storico, si comprende come la nuova Russia sia nata sotto forma di Stato operaio: quando, nel 1917 e negli anni successivi, i saccheggiatori stranieri e gli sfruttatori capitalisti cercarono di dividere la Russia e di colonizzarla, fu usata con successo l'idea di marxismo contro di loro.

martedì 6 luglio 2021

Mi inchino alla grandezza del Partito Comunista Cinese (Alexander Dugin)

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Innanzitutto, pensando che il campo ideologico nel mondo di oggi non sia molto chiaro, vorrei valutare il Partito Comunista Cinese dai risultati storici. Sia Mao Zedong che Deng Xiaoping erano sostenitori del marxismo, che da 70 anni a oggi ha svolto un ruolo molto importante nel governo del Partito Comunista Cinese.

La cosa grandiosa del Partito Comunista Cinese è che ha preservato la sovranità della Cina. Rispetto all'esperienza fallimentare del PCUS, il Partito Comunista Cinese ha molto successo. Nelle riforme, specialmente nelle riforme economiche e democratiche, il PCC ha ottenuto grandi risultati. Non ha portato alla distruzione del paese, ma ha reso il paese più prospero. Il Partito Comunista Cinese continua a svilupparsi e a rimanere saldo nel mondo, portando benessere al popolo cinese.

Allo stesso tempo, la sua ideologia è strettamente legata alla storia e alle tradizioni cinesi e alla cultura del popolo cinese, è una continuazione della civiltà cinese ed è avanzata e all'avanguardia in questo senso.

Oggi, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida del presidente Xi Jinping, è un partito veramente avanzato e rappresenta anche l'indipendenza della Cina, che l'Unione Sovietica non ha raggiunto. La Cina ha effettivamente subito deviazioni, ma può correggere il proprio percorso di sviluppo nel tempo, quindi voglio inchinarmi davanti alla saggezza e alla grandezza del Partito Comunista Cinese. Invece di imitare il nostro percorso e dirigersi verso la distruzione, sono diventati più ricchi e prosperi.

martedì 15 giugno 2021

L'Esempio come forza antiborghese (Fidia Gambetti)

Fidia Gambetti è un fascista intransigente, capace di rinunciare ai gradi e partire per la guerra come semplice camicia nera. Da prigioniero dell'Urss passerà nelle fila del Partito Comunista e vi rimarrà per il resto della vita. Nel 1942 a 31 anni, pubblica il libro "Controveleno" così descritto da Ezra Pound: "Ho ricevuto in questi giorni il volume di Fidia Gambetti, Controveleno, libro di dottrina e più che di dottrina, di fede e di stile fascista, di fascista nato. [...] Ecco un libro senza paura. Un libro che delinea e riafferma delle verità che abbiamo capito, ma che non dobbiamo dimenticare. Un libro fascista e confuciano, dunque!".
Di seguito un paragrafo del libro, in cui l'autore si concentra sui pericoli dello spirito borghese. 

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Il Fenomeno Borghese

Tutti sanno che il processo intentato dalla rivoluzione al fenomeno borghese, nel quale individua il nemico più tenace, l'anti-rivoluzione per eccellenza, non è diretto contro una categoria sociale, ma contro una categoria dello spirito, ben più difficile da circoscrivere e da combattere. Si tratta di una forma mentale e morale che alligna con eguale facilità nei soggetti di condizione e anche di educazione più disparata, che trova in ognuno di noi senza eccezioni, una naturale predisposizione. C’è colui che nasce segnato da codesto invincibile complesso, del quale non riuscirà mai a liberarsi, qualunque sia l’orientamento della sua vita: operaio, contadino o artista, tenderà costantemente ad evadere dal suo stato, nel quale non trova il punto d’equilibrio e di soddisfazione; aspirerà, nel primo caso, a lasciare l’officina e il mestiere per correre dietro al miraggio, verso cui lo sospinge la propria natura, di un posto di usciere o di piccolo impiegato; nel secondo caso, come per un primo passo, aspirerà al lavoro in fabbrica, ma soltanto, intendiamoci bene, sospinto e solleticato dalla illusione dei borghesi conforti urbani; nell’ultimo caso, l’incubo della ricchezza, del denaro, della celebrità che sono la negazione della vera arte e della vera gloria. Per costoro non v’è salvezza, poiché la natura umana non si può cambiare che in peggio.

Altri hanno facilità ad imborghesirsi: cioè, più precisamente, non sanno difendersi dal pericolo, si arrendono incapaci di combattere.

giovedì 3 giugno 2021

Jacques Doriot dal comunismo al fascismo (Erik Norling)

L'emancipation, Jacques Doriot, Parti Populaire Français, partito Popolare francese, unite totale de travailleurs

Figlio di un fabbro, Jacques Doriot nasce a Bresles in Francia nel dipartimento dell'Oise, il 26 settembre 1898. Proviene da un ambiente popolare, la sua famiglia è di origine operaia e contadina. Egli è, insieme a Mussolini, l'unico dirigente fascista di autentica estrazione proletaria di un movimento che per lo più è stato caratterizzato dell’origine borghese dei suoi dirigenti. Il padre di Doriot aveva origini italiane e sua madre era fiamminga, come molti degli immigrati di seconda generazione in Francia. Appena adolescente, nell'autunno del 1915, il giovane Jacques si trasferì da solo a Saint-Denis, una piccola città industriale a nord di Parigi, che oggi è un quartiere dormitorio della capitale francese. Lì lavora come manovale in vari lavori fino a specializzarsi come operaio metalmeccanico.

All'età di 18 anni si arruolò nel partito socialista a Saint-Denis, sezione fortemente influenzata dal sindacalismo rivoluzionario, ma fu chiamato alle armi poco dopo, nell'aprile 1917, e prestò servizio con coraggio durante la prima guerra mondiale sul fronte della Lorena, venendo poi trasferito nell'Armata d'Oriente, dove la Francia aveva rinomate truppe di pace, così Doriot poté essere presente in Ungheria allo scoppio della rivoluzione bolscevica di Bela Kun e a Fiume quando D'Annunzio si ribella in quel tentativo tragico-romantico di affermazione dell'italianità in questa città dell'Adriatico. Tutto ciò fa sicuramente una profonda impressione sul giovane idealista Doriot.

Nel 1920 tornò dall'esercito con un brillante curriculum di servizio ma sempre più convinto della necessità del pacifismo militante e degli orrori della guerra. Quando al Congresso di Tours avviene la scissione del Partito socialista, che sarà l'innesco per la creazione del Partito comunista francese, Doriot segue i dissidenti fedeli a Mosca. L'Internazionale Comunista aveva già notato questa giovane promessa e lo sostiene. Appoggiato dal Comintern, Jacques Doriot scala vertiginosamente il Partito. All'età di 26 anni è già membro del Comitato Centrale, leader della gioventù comunista dal 1922 e deputato, nonché delegato francese nel Comintern, che lo ha portato a visitare più volte l'URSS, per le sessioni plenarie di quell'organo di governo del comunismo mondiale, e di raggiungere la stessa Cina. Un vero agitatore professionista, educato nella più pura ortodossia del socialismo rivoluzionario, con molto in comune con il percorso di vita di Mussolini. La sua popolarità è innegabile, soprattutto tra i membri più giovani del partito, e le sue campagne a favore della smilitarizzazione della Ruhr, occupata dalla Francia dalla fine della prima guerra mondiale, o contro l'intervento francese nel Rif marocchino, lo tengono sotto i riflettori dei media.

venerdì 28 maggio 2021

Nicola Bombacci passione e rivoluzione (Beppe Niccolai)

Nicola Bombacci, Beppe Niccolai

In questo intervento del 1988 Beppe Niccolai, gigante della sinistra nazionale italiana, ricorda Nicolino Bombacci: le sue parole sono più che attuali, ancora oggi rimangono incomprensibili agli anfibi abitanti della palude liberale. Non è così per chi sente dentro di se la voglia di cambiare questa Italia e questa Europa. 

* * *
Nicola Bombacci o se si vuole, così come amava chiamarlo Mussolini, Nicolino Bombacci.

Risuonano, nel pronunciare il suo nome, tempi lontani ma per una contrapposizione che ha la forza di un urto violento; dentro coloro che quei tempi vissero e che questi tempi vivono; quel nome pone subito un confronto che, se ci fate caso è già, d'un colpo, tutto favorevole a Nicolino Bombacci e a coloro che 70-60-50-40 anni fa vissero, dalle varie sponde politiche, la passione del fare politica.

Il confronto fra quegli uomini di allora, gli uomini del Secolo delle Rivoluzioni e gli uomini di oggi; di questa Democrazia consociativa che, al posto delle idee si nutre di affari, di tangenti che, al posto delle passioni e delle idee, si accorda in ordine al motto «io da una cosa a Te e Tu dai una cosa a me», nel migliore dei casi perché, nel peggiore, la filosofia che oggi ispira la condotta politica e civile è quella della violenza.

Il cinismo ha demistificato tutto, al punto che i rapporti politici altro non sono che puri rapporti di forza per cui la mafia, in tutti i suoi comportamenti, non ultimo quello del linguaggio (il linguaggio ermetico dei politici che è fatto per ingannare) è divenuta cardine della vita politica italiana e Torino non è meno palermitana di Palermo.

Gli uomini politici dei tempi di Bombacci e quelli di Nicolazzi.

Cosa era la politica per Nicolino Bombacci? Un mestiere per fare soldi? Una professione? Una cultura, come si dice in giro?

Nulla di tutto questo. Era passione civile. La politica, lo scriverà senza vergognarsene, non era per lui cultura, ma, semplicemente, quella cosa per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri.

E per quei guai è disposto a dare la vita.

giovedì 27 maggio 2021

Fronti chiari! (Karl Otto Paetel)

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Il seguente saggio è stato scritto dall'intellettuale social-nazionalista Karl Otto Paetel in quel breve periodo 1929-30 quando era organizzatore del "
Arbeitsring Junge Front", un gruppo di pressione informale il cui ideale guida era la promozione di legami più forti e una più stretta cooperazione tra gruppi radicali di estrema sinistra e l'estrema destra. La maggior parte degli sforzi di propaganda del Fronte Giovane era concentrata sul NSDAP, un partito che Paetel e i suoi associati consideravano all'epoca il veicolo più promettente per il raggiungimento di una rivoluzione che sarebbe stata sia socialista che nazionalista. Sebbene Paetel non sia mai stato un membro del NSDAP, nondimeno mantenne stretti legami con esso in questo periodo: molti dei suoi amici erano membri del ramo radicale di Berlino-Brandeburgo, e sia il Fronte dei giovani che la sua organizzazione successiva (il "Gruppo dei Nazionalisti social-rivoluzionari", fondata nel maggio 1930) attirava gran parte dei loro membri dagli insoddisfatti della fazione Strasser del NSDAP. Il rapporto di Paetel con i nazionalsocialisti era abbastanza forte da essere un frequente contributore alle pubblicazioni del Partito, principalmente quelle pubblicate dalla casa editrice Kampfverlag di proprietà di Strasser. L'articolo riprodotto di seguito ne è un buon esempio, poiché la sua pubblicazione originale era nel Nationalsozialistiche Briefe , una rivista teorica dell'editrice Kampfverlag. Pur non essendo tecnicamente una pubblicazione ufficiale del Partito (il Kampfverlag e la sua produzione furono mantenuti formalmente indipendenti al fine di distanziare la loro associazione da Hitler) l' NS-Briefe era, accanto al Nationalsozialistische Monatshefte ufficiale, la principale pubblicazione intellettuale del movimento nazionalsocialista tedesco, ed è stata letta abbastanza ampiamente dai radicali nazionalisti. L'articolo di Paetel invita questi lettori a non "travisare" il "fronte" rosso e a riconoscere che il sistema, piuttosto che il Partito comunista tedesco (KPD), è il vero nemico della rivoluzione tedesca. Le critiche dell'autore al KPD e la sua apparente fede nel NSDAP non dovevano durare. Entro la fine dell'anno, deluso dalla deriva "borghese" del NSDAP ed entusiasta dall'apparente corso "nazionalista" del KPD , Paetel si sarebbe avvicinato al KPD e avrebbe iniziato a sostenere una posizione più in linea con quella successivamente espressa nel suo Manifesto Nazional-Bolscevico.


Le coalizioni o gli accordi politici possono essere il prodotto di considerazioni razionali o misure tattiche, ma possono anche essere forniti dalla situazione politica stessa. Le opinioni su altre forze politiche hanno un valore reale solo per un movimento che in qualche modo sa di essere un esponente di una filosofia spirituale fondamentale che è la caratteristica del suo tempo (perché solo in tali movimenti si può pensare di essere costretti alla politica), se sono in una certa misura già nell'aria e rappresentano la concretizzazione essenziale della sua conoscenza ideale.

Il socialismo tedesco si trova oggi di fronte a due di queste determinazioni. Sul piano interno, si trova di fronte al problema: come dovrebbe comportarsi se un giorno l'attività sovversiva del KPD, che è sempre più chiaramente svolta in conformità delle direttive di Mosca, tenti di fomentare "disordini" da qualche parte come base per una rivoluzione proletaria, e allo stesso tempo i guardiani(1) di Weimar chiamano giovani e pistole a lottare per "pace e ordine", per affrontare il "bolscevismo", e così ancora una volta tirare fuori le castagne dal fuoco sotto le bandiere nero-bianco-rosse della dittatura di Weimar e Versailles?

Si dovrebbe essere decisamente chiari su una cosa: se il nazionalismo social-rivoluzionario e il suo esponente per le masse, la NSDAP, segue questi slogan, allora avrà fallito nella sua missione storica che è quella di reintegrare i proletari sfrattati nel comune destino tedesco attuando un sistema socialista-corporativista, basato sulla natura tedesca, attraverso il conflitto della lotta di classe del lavoro contro il capitale internazionale e antinazionale. Una falsa partenza nella politica interna in una situazione del genere - un esempio è il rispetto in qualsiasi circostanza degli slogan di "pace e ordine" - imprimerebbe invece il marchio di Caino una volta per tutte sui socialisti tedeschi, contrassegnandoli come volenterosi o creduloni portabandiera di quel capitale finanziario che domina il sistema attuale anche a giudizio del democratico Haas(2), e bloccando per sempre quell'accesso al proletariato produttivo che il socialismo richiede.

domenica 16 maggio 2021

I primi Gilet Gialli nel febbraio 1934: destra e sinistra unite contro la partitocrazia (M. Bozzi Sentieri)

6 febbraio 1934, La Rochelle, Brasillach, Francia, Gilet Gialli

Les derniers coups de feu continuent de briller
Dans le jour indistinct où sont tombés les nôtres.
Sur onze ans de retard, serai-je donc des vôtres ?
Je pense à vous ce soir, ô morts de février.

 

“I capi si mescolino fra di loro come hanno fatto i soldati. Perché i soldati, Clérence, si sono mescolati su quella piazza. Ho visto i comunisti vicino agli uomini dell’estrema destra; li guardavano, li osservavano turbati, con uno strano desiderio dipinto sul volto. Per un pelo non si sono incontrati, in un miscuglio stridente, tutti gli ardori della Francia. Capisci, Clérence? Corri dai giovani comunisti, indica loro il nemico comune di tutti i giovani, il vecchio radicalismo corruttore” – così Drieu La Rochelle, uno degli scrittori francesi del “Romanticismo fascista”, fa dire a Gilles, protagonista del romanzo omonimo, pubblicato, nel 1939, da Gallimard e censurato dal governo della III Repubblica. E’ il 6 Febbraio 1934, a Parigi, in Place de la Concorde, per la prima volta, si sono incontrati, in una grande manifestazione di protesta contro l’emblema della partitocrazia, il Palais-Bourbon (La Camera dei deputati), e contro il governo del radical-socialista Daladier, militanti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, i Camelots du Roi, gli attivisti dell’Action Francais (il movimento monarchico-tradizionalista di Charles Maurras) ed i giovani operai della “cintura rossa”, membri delle Jeunesses Patriotes e militanti comunisti, ex combattenti e disoccupati.

martedì 4 maggio 2021

Giuseppe Stalin: il grande “SI” dell'esistenza (Alexander Dugin)

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"Ewig bin ich dein Ja
F. Nietszche

 

1. Stalin il despota

Stalin è una figura così imponente che qualsiasi riferimento alla sua personalità, alla sua funzione, alla sua missione storica ci pone immediatamente davanti a sfide immense. Si può parlare di Stalin dal punto di vista geopolitico – come del più grande eurasiatista in termini pratici; o dal punto di vista ideologico – come di un eminente, cruciale protagonista del socialismo mondiale; oppure dal punto di vista statale – come del fondatore del più potente impero nella storia mondiale. Spesso Stalin viene però associato all'emblematica, significativa idea della tirannia e del dispotismo. E da questo non è possibile prescindere neanche se ci interessano altri lati della sua personalità. Quali sono le radici profonde di questi tratti tirannici del grande protagonista della storia mondiale?

2. Stalin il sociologo

Stalin viene costantemente associato alle epurazioni, alle repressioni, all'espressione del terrore di Stato. Quando si tratta di spiegare la natura di questo fenomeno, ci scontriamo con spiegazioni primitive, che seguono i criteri di un pensiero banale e della ristrettezza mentale: paranoia personale, innato sadismo, crudeltà, megalomania patologica, natura disumana dell'ideologia bolscevica, e via dicendo. Sono banali bugie, e di conseguenza bisogna ricominciare tutto daccapo.

A chi servivano le purghe staliniste, dal punto di vista sociologico? Gli stessi leader dell'Unione Sovietica le hanno spiegate ogni volta in modo diverso, basandosi sull'“attualità del momento”. È evidente che si trattava di “linguaggio esopico”, e la sua particolareggiata e accurata decifrazione ci farebbe addentrare troppo nel labirinto dei dettagli storici. È evidente un fatto: le ondate permanenti di epurazioni ai vertici del potere sovietico. Non importa come di volta in volta si giustificassero, ma solo che si trattava di un fenomeno costante, evidentemente, strettamente connesso con la struttura sociologica della società sovietica nella prima metà del suo ciclo. Per spiegare il fenomeno delle “epurazioni” è più che mai utile ricorrere alla teoria del sociologo italiano Vilfredo Pareto, il quale ha formulato il principio della “circolazione delle élite”.

domenica 25 aprile 2021

Stanis Ruinas: un esempio di libertà (Filippo Ronchi)

Stanis Ruinas, Pensiero nazionale, liberazione, fascismo, 25 aprile

Dissidenti

Dopo la conquista del potere, il fascismo fu caratterizzato da un dissenso interno plateale, che si manifestò in una forte componente «movimentistica». Essa non riuscì ad affermarsi, ma si battè, tollerata (se non tacitamente appoggiata) dallo stesso Mussolini che in fondo non dimenticò mai le sue origini socialiste. La natura eterogenea dell'ideologia dei fasci, il valore strumentale e contingente attribuito ai «princìpi», la spregiudicata tattica politica erano stati, prima della marcia su Roma, i punti di forza del PNF. Successivamente si rivelarono elementi di debolezza. La «rivoluzione fascista» non ci fu. Allo scontro frontale con la liberaldemocrazia si sostituirono il compromesso governativo e il processo di inserimento nelle tradizionali strutture statali. Ma molti militanti che provenivano dalle esperienze del sindacalismo, dell'estrema sinistra, dell'arditismo, del legionarismo fiumano durarono fatica a rendersi conto ed a convincersi di quel che stava accadendo; alcuni anzi non accettarono mai l'involuzione. Fra questi il sardo Stanis Ruinas, al secolo Antonio de Rosas (1899-1984). Repubblicano, antiborghese e anticapitalista intransigente, egli rimase fedele alle sue idee durante il Ventennio, nel periodo della RSI ed anche nel secondo dopoguerra.

Nel Ventennio

Formatosi alla scuola del mazzinianesimo e del socialismo di Pisacane, Ruinas considerò Mussolini come colui che aveva inteso portare a compimento quella «rivoluzione nazionale» e popolare avviata dai democratici del Risorgimento, ma subito riassorbita dalla borghesia liberale e moderata post-unitaria. Così anche nel corso del Ventennio la borghesia che continua a condizionare pesantemente l'azione del fascismo originario, i gerarchi corrotti ed inetti, la monarchia e la Chiesa cattolica costituiranno -per Ruinas- nemici da battere, in nome della realizzazione del programma di San Sepolcro, espressione del «fascismo autentico» fautore di una rivoluzione antiborghese. Gli attacchi che Ruinas rivolge dai numerosi quotidiani di cui è collaboratore ("L'Impero", "Il Popolo d'Italia", "Il Resto del Carlino") o direttore ("Popolo Apuano", "Corriere Emiliano") all'establishment attirano i sospetti e le ire degli apparati del regime. Egli viene sospeso, reintegrato, radiato «per indisciplina e scarsa fede» dal PNF, sottoposto a vigilanza speciale, fino alla riconciliazione avvenuta alla vigilia della Seconda guerra mondiale grazie al libro "Viaggio per le città di Mussolini" (1939). E proprio aderendo alla guerra mussoliniana, Ruinas ritroverà le ragioni dello scontro supremo con le forze «plutocratiche» e «trustistiche» inglesi e statunitensi, nelle quali per lui si concretizza il sistema capitalistico, «che è il nemico numero uno del proletariato e della rivoluzione». La guerra fascista è interpretata, dunque, come strumento per sconfiggere prima le «demoplutocrazie occidentali» e poi, forti di quella vittoria, rovesciare il predominio del capitalismo interno e di quello internazionale.

giovedì 11 marzo 2021

Appello ai fratelli in camicia nera

Togliatti, fratelli in camicia nera, fascismo, comunismo

Appello del 1936 del Partito Comunista Italiano ai "fratelli in Camicia Nera" 


Agli operai e ai contadini,
Ai soldati, ai marinai, agli avieri, ai militi,
Agli ex-combattenti e ai volontari della guerra abissina,
Agli artigiani, ai piccoli industriali e ai piccoli esercenti, 
Agli impiegati e ai tecnici,
Agli intellettuali,
Ai giovani,
Alle donne,
A tutto il popolo italiano!
Italiani!

L'annuncio della fine della guerra d'Africa è stato da voi salutato con gioia, perché nel vostro cuore si è accesa la speranza di veder, finalmente, migliorare le vostre penose condizioni di esistenza. Ci fu ripetuto che i sacrifici della guerra erano necessari per assicurare il benessere al popolo italiano, per garantire il pane ed il lavoro a tutti i nostri lavoratori, per realizzare - come disse Mussolini - "quella più alta giustizia sociale che, dal tempo dei tempi, è l'anelito delle moltitudini m lotta aspra e quotidiana con le più elementari necessità della vita", per dare terra ai nostri contadini, per creare le condizioni della pace.

mercoledì 3 marzo 2021

La Spagna deve riconoscere i Soviet! (La conquista del Estado - JONS)

Jons, sindacalista, ledesma ramos, Spagna, Falange, Comunismo, Soviet

Tratto dal numero del 4 aprile 1931 del periodico 
La Conquista del Estado. Rivista guidata dal presidente Ramiro Ledesma Ramos capo delle J.O.N.S. Giunte di Offensiva Nazional-Sindacalista. Come si può notare era già chiaro il carattere fortemente nazionale del comunismo sovietico.

La Spagna deve riconoscere il governo russo. Noi, nemici radicali dello Stato comunista, possiamo esprimere questa opinione con tutto il vigore e l'autorità. È inutile ostacolare un evento trionfante, come quello russo, e non si capisce che tipo di paure impediscano alla Spagna di ottenere questo riconoscimento.

Oggi la Russia sovietica è un popolo in cui vengono condotti esperimenti economici e sociali di vasta portata. È conveniente averli ben visibili. D'altra parte, è diventato uno stato nazionale, attento alle sue preoccupazioni interne, e nessuno crede che i sovietici oggi siano interessati ad altro che al successo nazionalista del proprio compito. Forse uno dei nazionalismi più ferventi in Europa è quello dei russi, chiusi in se stessi, che coltivano l'ottimistica impresa della prosperità russa. Come qualsiasi altro popolo.

martedì 12 gennaio 2021

Marxismo e questione nazionale (Paetel, Karl Otto)

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Tratto dal Manifesto Nazional Bolscevico

Che Lenin, in ogni caso, abbia visto questo come un obiettivo futuro è indiscutibile. Lo ha espresso in modo chiaro e inequivocabile: “È con orgoglio che possiamo dire: al Primo Congresso eravamo infatti solo propagandisti; stavamo solo proclamando le nostre idee fondamentali tra il proletariato mondiale; abbiamo solo lanciato l'appello a combattere; ci stavamo semplicemente chiedendo dove fossero le persone capaci di intraprendere questa strada. Ora il proletariato avanzato è ovunque. Ovunque c'è, anche se spesso mal organizzato, un esercito proletario, e se i nostri compagni internazionali ora ci aiuteranno a organizzare un esercito unito, nulla ci impedirà di portare a termine il nostro compito.

Questo compito è la rivoluzione proletaria mondiale, la creazione di una repubblica sovietica mondiale. "(47)

Anche Trotsky, nel suo opuscolo "Contro il comunismo nazionale", propone chiaramente lo slogan degli "Stati Uniti sovietici d'Europa".

O, come dice Lenin: “Il movimento socialista non può trionfare nel vecchio quadro nazionale. Crea nuove, più alte forme di convivenza umana, in cui i bisogni legittimi e le aspirazioni progressive delle masse lavoratrici di ogni nazionalità saranno, per la prima volta, soddisfatte attraverso l'unità internazionale, a condizione che le partizioni nazionali esistenti siano eliminate". (48)

Lenin dice inoltre: "Nell'era dell'imperialismo, non ci può essere altra salvezza per la maggior parte delle nazioni del mondo che attraverso le azioni rivoluzionarie intraprese dal proletariato delle grandi potenze, che si diffondono oltre i limiti della nazionalità, abbattono quei confini e rovesciano la borghesia internazionale. Se questo rovesciamento non si verifica, le Grandi Potenze continueranno ad esistere, cioè rimarrà l'oppressione dei nove decimi di tutte le nazioni del mondo. Ma se la caduta della borghesia si verificherà, accelererà enormemente la caduta di ogni singola divisione nazionale ... "(49)

Nelle sessioni del 16° Congresso (1930, giugno / luglio), Stalin si espresse inequivocabilmente sulla questione del futuro delle lingue nazionali:

sabato 2 gennaio 2021

Il fascismo e Lenin (Ernesto Giménez Caballero)

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Tratto dal primo numero (14 de marzo de 1931) del periodico La Conquista del Estado. di cui l'autore è primo firmatario dopo il presidente Ramiro Ledesma Ramos capo delle J.O.N.S. Giunte di Offensiva Nazional-Sindacalista

Sono passati dieci anni da quando Il Secolo decise di inviare un ottimo giornalista - Luciano Magrini - per un mese in Russia per rivelare all'Italia che "in Russia bolscevica" tutto era fallito, compreso il bolscevismo del 1920. Era il vespro, con la luce della sera, che confondeva tutto, la sera, nell'aria italiana. Rantoli di fine guerra. Il pendolo della politica oscillava da un estremo all'altro. Destra-sinistra, sinistra-destra, come due mani nemiche che non riescono a conciliare al servizio integrale di un unico corpo. Anche la Russia era un crepuscolo. I più vistosi profeti del giudizio in Occidente erano limitati a formule mascherate: incomprensibile = enigma asiatico, caos slavo, abisso indefinibile ...

1920. L'Occidente non era per la contemplazione. La Russia bolscevica era un nuovo allarme nell'equilibrio sommario che "i vincitori" stavano cercando di ristabilire.

L'Occidente (Inghilterra, Francia) organizza forze di polizia di repressione e invia giornalisti e politici che portano in sé tutta la buona volontà, tranne quella dell'intesa. (Ad esempio, Wells. C'è qualcosa di più profondamente inutile - diremmo sciocco - della visione russa di Wells?). L'Occidente ha applicato la sua tipica mentalità - razionalista, demoliberale, individualista, scettica, sensuale - e tutto il resto ha scoperto che: un enigma , un caos. O come Magrini del Secolo: un fallimento del 1920.

Sono passati dieci anni. L'Inghilterra e la Francia non hanno cambiato molto la loro mentalità costitutiva, occidentale, europea. Per antonomasia, Francia, Inghilterra (e satelliti continentali centrali) sono ancora Europa. Ma qualcosa, qualcosa li ha fatti sentire che accanto a quell'Europa - o meglio dire, con Unamuno: contro quell'Europa - ce n'è un'altra, che non va considerata barbara. Un'altra Europa che ha cominciato a chiedere, a gridare, a diventare indipendente, a minacciare. Germania che dichiarando l'ovest intorpidito, delinea progetti di egemonia con la Russia, interpretando la Russia, approfittando della Russia. Spengler, Korherr, Keyserling ...: "Eurasia"; "Come Roma ha disciplinato il messianismo asiatico nella civiltà cattolica, così la Germania assimilerà, regolandolo, il nuovo messianismo orientale, che raggiunge l'Occidente attraverso la Russia".

lunedì 2 novembre 2020

Perché non siamo nel Partito Comunista? (Paetel, Karl Otto)

Manifesto Nazional Bolscevico, Paetel, Nazbol, Marxismo
Dal Manifesto del Nazional Bolscevismo

Come dimostrano queste tesi, il nazionalismo rivoluzionario e il movimento comunista oggi sono indiscutibilmente dalla stessa parte del fronte politico nella lotta contro il fascismo e il capitale e per il socialismo e la liberazione nazionale.

Perché non siamo nel KPD?

Il nazionalismo rivoluzionario tedesco lotta, come suo obiettivo politico finale, per la nazione sovrana tedesca, esistente in una comunità di stati liberi di popoli [Völker] indipendenti l'uno dall'altro.

Il marxismo rivoluzionario - il KPD - si sforza, come suo obiettivo finale, per la società senza classi, che (attraverso la lenta morte dello stato e la fusione delle nazioni) unisce i popoli in una più alta unità.

Il nazionalismo rivoluzionario afferma la lotta di classe come uno sconvolgimento organico nella direzione del corpo del Volk, che sostituendo le classi dominanti obsolete riorienta il nuovo giovane stato a una leadership basata sulle funzioni politiche e sociali del tutto.