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giovedì 23 marzo 2023

Filippo Corridoni: il rivoluzionario (Alceste de Ambris)


FIlippo Corridoni, Alceste de Ambris, testo

Pubblichiamo il profilo dedicato a Filippo Corridoni dal suo compagno e commilitone Alceste De Ambris e pubblicata nel 1922. In questo primo contributo De Ambris si sofferma sulla biografia e sul carattere rivoluzionario del protagonista. 

PREMESSA


I lettori comprenderanno senza sforzo perchè le pagine che presentiamo qui innanzi, lungi dall'avere la pretesa di una rigida e gelida obbiettività, risentono vivamente dell'affetto fraterno che legò il biografo a Filippo Corridoni, negli ultimi dieci anni della vita di questi; perdoneranno perciò il loro carattere spiccatamente personale.

Il biografo dubita tuttavia di poter trasmettere ai lettori la sensazione del commosso ardore con il quale ha scritto: soltanto chi ha avuto la fortuna di conoscere Filippo Corridoni e di amarlo e di esserne amato, nella intimità di una lunga amicizia, può comprendere interamente questo, che la penna è impari ad esprimere.

Perchè Filippo Corridoni non era solamente un magnifico agitatore, un condottiero di folle audace ed esperto, un soldato eroico della sua fede: egli era anche un dolce amico, un indimenticabile compagno, un irresistibile fascinatore di anime.

Ricordiamo che, essendo Egli stato a Parigi una sola volta e per pochi giorni, era riuscito a lasciare un ricordo incancellabile perfino negli uomini più freddi di quell'ambiente scettico e blasé, che ce ne parlavano ancora dopo molti mesi con affettuosa ammirazione.

Donde venisse quella sua singolare magnetica forza d'attrazione ch'Egli inconsciamente esercitava anche sugli individui meglio corazzati e più refrattari, non meno che sulle folle, ognuno che abbia intelletto d'amore potrà intendere, leggendo le pagine autobiografiche che pubblichiamo più innanzi.

Di Corridoni si può ben ripetere quello che Mazzini scriveva di Jacopo Ruffini : «Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno concetto di fede e costanza di sacrifìcio, creatura che ti somigli».

martedì 9 agosto 2022

La rivoluzione spirituale dell'uomo necans (Luca Onofri)



«L’industria moderna ha trasformato la piccola officina dell’artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Gli operai vengono concentrati in massa nelle fabbriche e organizzati a guisa di soldati. Come soldati semplici dell’industria vengono sottoposti alla sorveglianza di un’intera gerarchia di sottoufficiali e di ufficiali. Non sono soltanto servi della classe borghese, dello Stato borghese, ma vengono ogni giorno e ogni ora asserviti anche alla macchina, dal sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese padrone di fabbrica.»[1] Così Marx ed Engels descrivevano il sistema di sfruttamento della borghesia sul proletariato, cogliendo il fondamento del capitalismo nella sottomissione di chi deve essere sfruttato per il profitto dei capitalisti. A fronte di ciò tutto l’edificio costruito dal capitalismo può reggersi soltanto se gli sfruttati continuano a farsi sfruttare, fine per il quale il popolo deve essere reso inerme. Non solo asservito alla macchina, ma egli stesso macchina fatta di ossa, carni e tendini, priva di spirito.

giovedì 19 maggio 2022

I primi saranno soli, terribilmente soli (Jean Thiriart)

Guerriero, Thiriart

Vi sono delle persone che davanti ad una rivoluzione, nella sua origine, si comportano esattamente come dei giovincelli davanti alla porta di una casa di malaffare: dandosi dei colpi vicendevolmente col gomito: “se vai tu, vado anch’io”. Per finire che non ci va nessuno dei due. Così di fronte alla proposta di una “lunga marcia politica” si dileguano con il pretesto che “gli altri non ci sono ancora”. Sono prigionieri di comportamenti gregari e non fanno se non ciò che gli “altri” fanno. Questo per quanto riguarda gli uomini presi individualmente.

Quando invece si osserva la condotta di gruppi politici che pretendono di essere concorrenti - in realtà non lo sono perché hanno obiettivi differenti – questi trovano un pretesto nel fatto che “ciò sarebbe un avvicinamento” per restare nella propria posizione e temporeggiare. La selezione di un piccolo numero si opera partendo da un grandissimo numero.

Accade così per i salmoni di cui pochissimi raggiungono l’età adulta. Accade così per le élites umane ed in particolare per le élites rivoluzionarie.
Accade lo stesso per i gruppi o gruppetti rivoluzionari. Un gruppo rivoluzionario è sempre stato in partenza – per forza di cose – un gruppetto. Per questo è un obbligo iniziare da “soli”. Attendere gli altri, desiderare gli “alleati” vuol dire comportarsi da seguace e non da precursore.

lunedì 25 aprile 2022

La controrivoluzione progressista (Michéa, Jean-Claude)

Pruitt-Igoe, collasso, Usa, Michéa, liberali

Se per «rivoluzione» s’intende il «continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali» (Marx), allora è chiaro che una società capitalista è, per suo stesso principio, eminentemente rivoluzionaria («costruiamo in un mondo che si muove!»). Se invece – e in modo più classico – si sceglie di riservare il termine «rivoluzione» solo per il processo politico che consente a un popolo (fosse anche solo per poche settimane) d’impadronirsi di un potere fino a quel momento sequestrato da una casta o un’oligarchia, allora, al contrario,
si dovrà concludere che il movimento che nella seconda metà degli anni Settanta ha progressivamente portato al trionfo inconfutabile delle idee liberali (tanto sul piano economico quanto su quello politico e sociale) deve necessariamente essere definito – almeno nei suoi aspetti dominanti – come una vera e propria controrivoluzione culturale. Perché l’importante è vedere che, nelle condizioni storicamente inedite del sistema capitalista, ogni movimento ufficialmente «progressista» e avvenirista – sul genere, lo abbiamo visto, di quello degli ideologi della Silicon Valley [a] – può dunque rivelarsi senza dubbio, e allo stesso tempo, profondamente controrivoluzionario [b]

È del resto ciò che lo stesso re Luigi Filippo

sabato 26 giugno 2021

Tradizione e Rivoluzione (Edouard Rix)


Per cosa stiamo combattendo? Ogni soldato politico deve sollevare questa domanda. Per quanto possa sembrare contraddittorio, siamo inclini a rispondere che combattiamo per la Tradizione e la Rivoluzione.

La tradizione


Prima di tutto, non bisogna confondere la Tradizione con le tradizioni, cioè usi e costumi.

La Tradizione indica l'insieme della conoscenza di ordine superiore riguardo l'Essere e le sue manifestazioni nel mondo, così come ci sono state lasciate in eredità dalle generazioni precedenti. Non riguarda ciò che è dato nello spazio e nel tempo, ma ciò che è sempre. Ammette una varietà di forme - tradizioni - pur rimanendo una nella sua essenza. Non bisogna confonderla con l'unica tradizione religiosa, perché copre la totalità delle attività umane - politiche, economiche, sociali, ecc. . .

venerdì 28 maggio 2021

Nicola Bombacci passione e rivoluzione (Beppe Niccolai)

Nicola Bombacci, Beppe Niccolai

In questo intervento del 1988 Beppe Niccolai, gigante della sinistra nazionale italiana, ricorda Nicolino Bombacci: le sue parole sono più che attuali, ancora oggi rimangono incomprensibili agli anfibi abitanti della palude liberale. Non è così per chi sente dentro di se la voglia di cambiare questa Italia e questa Europa. 

* * *
Nicola Bombacci o se si vuole, così come amava chiamarlo Mussolini, Nicolino Bombacci.

Risuonano, nel pronunciare il suo nome, tempi lontani ma per una contrapposizione che ha la forza di un urto violento; dentro coloro che quei tempi vissero e che questi tempi vivono; quel nome pone subito un confronto che, se ci fate caso è già, d'un colpo, tutto favorevole a Nicolino Bombacci e a coloro che 70-60-50-40 anni fa vissero, dalle varie sponde politiche, la passione del fare politica.

Il confronto fra quegli uomini di allora, gli uomini del Secolo delle Rivoluzioni e gli uomini di oggi; di questa Democrazia consociativa che, al posto delle idee si nutre di affari, di tangenti che, al posto delle passioni e delle idee, si accorda in ordine al motto «io da una cosa a Te e Tu dai una cosa a me», nel migliore dei casi perché, nel peggiore, la filosofia che oggi ispira la condotta politica e civile è quella della violenza.

Il cinismo ha demistificato tutto, al punto che i rapporti politici altro non sono che puri rapporti di forza per cui la mafia, in tutti i suoi comportamenti, non ultimo quello del linguaggio (il linguaggio ermetico dei politici che è fatto per ingannare) è divenuta cardine della vita politica italiana e Torino non è meno palermitana di Palermo.

Gli uomini politici dei tempi di Bombacci e quelli di Nicolazzi.

Cosa era la politica per Nicolino Bombacci? Un mestiere per fare soldi? Una professione? Una cultura, come si dice in giro?

Nulla di tutto questo. Era passione civile. La politica, lo scriverà senza vergognarsene, non era per lui cultura, ma, semplicemente, quella cosa per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri.

E per quei guai è disposto a dare la vita.

giovedì 22 aprile 2021

Possiamo aspettare (Paetel, Karl Otto)

Nazionalbolscevismo, Germania, rivoluzione conservatrice, guerra, soldato

Siamo diventati scettici nei confronti dei molti strateghi rivoluzionari che hanno immediatamente predetto la rivoluzione tedesca.

È vero, le premesse oggettive per farla sono effettivamente presenti in questo periodo di crisi economica sempre più evidente.

Ma mancano tutti i presupposti più soggettivi. La sola fame non è sufficiente.

Oggi non c'è nessuna forza dinamica in Germania che agisca da motore della rivoluzione; questo, per quanto amaro possa essere, deve essere riconosciuto.

Alcuni saranno scoraggiati,
Alcuni quindi si smarriranno.

Non hanno importanza.

In Germania oggi spetta alle poche migliaia di giovani che possono aspettare, i quali, accesi del mito della "Germania", possono prepararsi per il giorno in cui il nascente

Ordine della nazione

sarà chiaramente visibile, isseranno così lo stendardo della Germania eterna che è stato ripiegato dai loro padri e formeranno le colonne del comunismo nazionalista tedesco nel campo della rivoluzione.

Ci chiamano! Queste pagine sono per loro.

Appartengono a noi.

Siamo certi che troveranno la loro strada per raggiungerci.

lunedì 12 aprile 2021

La nuova fede (Paetel, Karl Otto)


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Dal manifesto del nazional bolscevismo

Brüning, giustamente descritto come il più grande cancelliere tedesco dai tempi di Bismarck, governò non solo in virtù della leva burocratica e organizzativa dello Stato che rappresentava, non solo perché il capitale finanziario gli concesse tutto il suo sostegno come solido difensore della rivoluzione sociale. Questo cancelliere romano della nazione tedesca è stato il padrone della Germania perché è uno dei pochi uomini dei nostri giorni che vive di fede, che agisce per fede, che è sostenuto da una realtà spirituale:
fede nella Roma eterna. E la fede può sempre e solo essere vinta da una nuova fede, mai per negazione, mai per scetticismo.

La Roma eterna scomparirà dalle regioni tedesche solo quando la fede nella Germania eterna la sostituirà.

Roma, e con essa tutta la cristianità occidentale, possono affrontare con la massima tranquillità la banale pseudo-illuminazione dei circoli di libero pensiero, l'invettiva insipida diretta contro il sacerdozio. In virtù della sua fede sarà in grado di dominare tali mere tendenze "anti".

mercoledì 17 marzo 2021

La lotta di classe come richiesta nazionalista (Paetel, Karl Otto)

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Dal Manifesto del Nazional Bolscevismo

La lotta di classe non è un'invenzione dell'"ebreo Marx". (60)

È un dato di fatto della vita quotidiana, che riflette il contratto di lavoro tra datore di lavoro e dipendente, nonché le funzioni della stampa, dello stato e della vita culturale.

È una linea di battaglia stabilita da coloro che sono in possesso dei mezzi economici del potere, imposti a chi è "in basso", che risponde con furore. Non richiede un giudizio morale ma piuttosto una decisione dichiarata su quale parte vogliamo combattere. 

La lotta di classe non è un costrutto artificiale. Come ovunque nella vita delle cellule, la vita nuova e giovane sostituisce quella vecchia e debole; così anche nel corpo del Volk [Volkskörper] c'è la vecchia classe dirigente, che dopo aver adempiuto alla sua funzione per la comunità per un certo periodo, viene sostituita da nuove forze - di solito con la violenza.

Così la lotta di classe, indipendentemente dal fatto che questo processo si sta svolgendo in tutti i popoli, è un corso degli eventi nella vita del Volk [Volkslebens], un processo di rivalsa contro le forze di leadership all'interno di un organismo popolare. (61) [Volksorganismus].

Proprio come ogni rivoluzione precedente aveva il suo portatore sociologico - l'esempio più chiaro è la rivoluzione francese "borghese" - così vale anche per la rivoluzione in cui ci troviamo. La classe operaia, che oggi batte alle porte della storia tedesca, dovrà combattere la sua lotta di classe con gli attuali detentori delle risorse economiche e degli strumenti di potere in modo che possano essere trasferiti entrambi nelle mani dei lavoratori al momento della rivoluzione, essendo così pronta a dichiararsi nazione e a sostituire la vecchia dirigenza. (62) 

lunedì 22 febbraio 2021

I socialisti lasciano la NSDAP! (Otto Strasser)

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Il 4 luglio 1930 un titolo sorprendente salutò i lettori del quotidiano berlinese Der Nationale Sozialist: "I socialisti lasciano la NSDAP!" L'articolo, scritto dall'eminente radicale Dr. Otto Strasser e co-firmato dai suoi più fedeli alleati attivisti, delineava in dettaglio la loro insoddisfazione collettiva per lo sviluppo delle tattiche e dell'ideologia del NSDAP (Il partito nazional socialista) e i motivi delle loro rumorose dimissioni dal Partito. Il conflitto era scoppiato quasi dal primo ingresso di Strasser nel partito nel 1925. Ex socialdemocratico, Otto era un anticonformista sin dall'inizio, essendo stato uno dei protagonisti nel tentativo del 1926 di introdurre un nuovo programma di partito e di porre limiti all'autorità di Hitler, così come un critico aperto e aspro dell'abbandono del partito della sua strategia di "linea urbana" dopo il fallimento della conquista degli elettori proletari nelle elezioni del 1928. La sua pubblicazione di un altro programma radicale proposto ("Le 14 tesi della rivoluzione tedesca") alla vigilia del Reichsparteitag alla fine di luglio 1929 fu vista come un'ulteriore provocazione, così come i numerosi articoli critici successivi che scrisse diretti contro Hitler o la strategia elettorale del partito. La goccia che fece traboccare il vaso, tuttavia, fu molto più prosaica: la decisione di Otto nel marzo 1930 di pubblicare un'edizione berlinese del suo giornale Der Nationale Sozialist, direttamente contro gli ordini di Hitler e in aperta concorrenza con il tabloid berlinese di Goebbels Der Angriff. Un Goebbels infuriato chiese a Hitler di intercedere, e questo fu l'inizio della fine. Dopo un tentativo fallito di riavvicinamento da parte di Hitler all'Hotel Sanssouci, è del 30 giugno l'ordine ufficiale del Führer in cui si chiede l'espulsione dei ribelli rimasti. Otto sperava che la sua risposta pubblicata, l'articolo tradotto di seguito, avrebbe ispirato tutti coloro che erano insoddisfatti del Partito ad unirsi a lui e ai suoi seguaci nel loro esodo dal NSDAP. Rimarrà molto deluso. Circa 5000 membri del NSDAP al massimo seguirono Otto nel deserto politico, le reclute più significative erano diversi contingenti della Gioventù Hitleriana e alcuni degli organizzatori locali più radicali. Nessun Gauleiter di spicco o leader delle SA si unì ai ribelli e persino Gregor voltò le spalle a suo fratello (i due non avrebbero parlato di nuovo fino al 1933). i Kampfzeit di Otto, i suoi "anni di lotta", erano ora ufficialmente iniziati.


I socialisti lasciano il NSDAP!

Dr. Otto Strasser

Lettori, compagni di partito, amici! Da mesi seguiamo con profonda preoccupazione lo sviluppo del NSDAP, e con crescente apprensione siamo stati costretti a notare come, sempre più frequentemente e in questioni sempre più critiche, il Partito abbia violato l'Idea (1) del nazionalsocialismo.

Su numerose questioni di politica estera, di politica interna e, soprattutto, di politica economica, il Partito ha adottato una posizione che diventava sempre più difficile da conciliare con i 25 punti che abbiamo visto come programma esclusivo del Partito; ancora più difficile era l'impressione della crescente borghesizzazione del partito,

venerdì 15 gennaio 2021

Rivoluzione rurale? (Paetel, Karl Otto)

Landvolk, nazbol, Paetel, nazionalbolscevismo

Tratto dal Manifesto Nazional Bolscevico

Il nuovo nazionalismo, nato nel cuore di coloro che non hanno più alcun legame con lo stile di vita borghese per il chiaro riconoscimento che da esso non ci si può aspettare alcun dinamismo politico, inizia oggi a rivolgere il suo sguardo fiducioso alle forze della rivoluzione verso il Movimento Landvolk * - che da lì, dove la forza e la sostanza del popolo tedesco sono ancora radicate, si costruirà il domani.

E comincia a svilupparsi un romanticismo che, nutrito dal mito delle bandiere nere †, nutrito dal leggendario mito del nome Claus Heim ‡, si allontana sdegnosamente dalle masse metropolitane sradicate, si allontana con disprezzo dagli slogan materialistici del proletariato, credendo nella nuova rinascita della vita völkisch dal suolo e tenendo conto di poter fare a meno di lavoratori, città e asfalto.

Ma questa prospettiva trascura completamente che le forze trainanti dietro la volontà di resistere, specialmente nel caso dei contadini e di ogni tentativo di auto-aiuto del Landvolk, sono in realtà alla fine derivate esclusivamente dalla situazione personale degli individui in questione.

Là, dove la pace è parte dall'aia, il contratto d'affitto riscosso per costrizione, l'agricoltore prende la falce e atterra gli ufficiali giudiziari nel cortile. Là, dove l'ebreo fugge l'individuo, si risveglia l'autoaffermazione völkisch.

È in gran parte la stessa miseria che unisce anche il proletario sotto le bandiere rivoluzionarie.

venerdì 26 giugno 2020

George Sorel: fascismo e comunismo, la coerenza della rivoluzione (Mario Bernardi Guardi)

Georges Sorel muore il 27 agosto del 1922.

In un momento in cui per i bolscevichi in Russia e per i fascisti in Italia -gli uni e gli altri figli dell'ardente messianismo soreliano- c'è una specie di diritto alla rivoluzione o alla conquista dello Stato, che la guerra ha reso esplicito: paradossalmente i governi, mobilitando le masse e gettandole nella fornace del conflitto, hanno offerto al cives/miles l'occasione storica per diventare parte attiva dello Stato e, insieme, arma politica per contestarlo.

Kurt Suckert -il futuro Curzio Malaparte- lo capiva bene: il fante-carne-da-cannone -che si ribella alle idee di patria e di eroismo, imposte dagli stati maggiori e dalle oleografie borghesi, e contro di esse fa Caporetto- è il santo maledetto che, confusamente, una sua patria e un suo modello di eroismo intuisce ed evoca. E che il suo mito si chiami Italia o classe operaia non fa grande differenza, purché nell'una o nell'altra egli, depositario e dispensatore di energie nuove, si senta cittadino o compagno. O magari l'una e l'altra cosa?
È questo che vede e vuole il Sorel che, sul limitare della vita, ripensa il proprio socialismo, traccia bilanci, guarda con simpatia Lenin che ha fatto la rivoluzione e a Mussolini che sta per fare la marcia su Roma? Che Sorel muoia lasciando eredità di affetti sia tra i fascisti che tra i bolscevichi è indubbio. E come poteva essere diversamente? Ci ricorda comunque Giuseppe Ludovico Goisis che «l'interpretazione del sindacalismo rivoluzionario che è finita per imporsi è quella stessa che del fenomeno ha dato il fascismo».
Nella voce "Fascismo" firmata da Benito Mussolini nell'Enciclopedia Italiana si legge: «Nel grande fiume del fascismo troverete i filoni che si dipartono dal Sorel, dal Peguy, dal Lagardelle del Mouvement socialiste e dalla coorte dei sindacalisti italiani che tra il 1904 e il 1914 portarono una nota di novità nell'ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, con le "Pagine libere" di Olivetti, la "Lupa" di Orano, il "Divenire sociale" di Enrico Leone».

lunedì 29 giugno 2015

Ad un bambino indigeno (Subcomandante Marcos)

Al bambino Miguel A. Vàzquez Valtierra
La Paz, Baja California Sur


Miguel,
tua mamma mi ha consegnato la lettera assieme alla foto in cui sei con il tuo cane. Approfitto del fatto che tua mamma ritorna al tuo paese per scriverti queste righe frettolose, che forse non riuscirai ancor a capire. Tuttavia sono sicuro che un giorno, un giorno come questo in cui ti scrivo, capirai che è possibile che esistano uomini e donne come noi, senza volto e senza nome, che lasciano tutto. Anche la vita stessa, perché altri bambini (bambini come te, ma che non sono come te) possano alzarsi ogni mattina senza parole da tacere e senza maschere per affrontare il mondo. Quando quel giorno arriverà, noi, quelli senza volto e senza nome, potremo finalmente riposare sotto terra... morti, certamente, ma contenti. La nostra professione: la speranza. Il giorno sta per morire e si fa cupo quando si veste da notte, poi nascerà il nuovo giorno, prima con un velo nero, quindi con il grigio o l' azzurro a seconda che gli venga voglia di illuminare o no la polvere e il fango del nostro cammino. Il giorno sta per morire tra le braccia notturne dei grilli e allora viene questa idea di scriverti per dirti qualcosa che giunge dai "professionisti della violenza", come ci hanno definito. Ed è così, siamo professionisti. Ma la nostra professione è la speranza. Un bel giorno abbiamo deciso di farci soldati perché un giorno non siano più necessari i soldati. Abbiamo cioè scelto una professione suicida perché è una professione il cui obiettivo è scomparire, soldati che sono soldati perché un giorno nessuno debba più essere un soldato.

Neoliberismo: la quarta guerra mondiale (Subcomandante Marcos)

Subcomandante Marcos
Comandante dell' Armata Zapatista di Liberazione Nazionale

Il neoliberismo, come sistema mondiale, e' una nuova guerra di conquista di territori. La fine della terza guerra mondiale, cioè la guerra fredda, significa che il mondo ha superato la bipolarità e ha trovato stabilità sotto l'egemonia del vincitore. Ma e' difficile dire chi sia: Gli Stati Uniti? L'Europa? Il Giappone? Tutti e tre? La caduta dell' "Impero del Male" apre nuovi mercati, la conquista dei quali e' causa della quarta guerra mondiale. Come tutti i conflitti, anche questo costringe gli Stati Nazionali a ridefinire la propria identità. Il mondo torna ai vecchi tempi della conquista dell'America, dell'Africa e dell'Oceania. Una strana modernità i cui avanzamenti ci costringono a tornare indietro. La fine del XX secolo assomiglia ai crudeli secoli precedenti molto più che al futuro razionale descritto da tanta fantascienza. Vasti territori, ricchezze e specialmente un'immensa forza lavoro a disposizione attendono il loro nuovo padrone. E molti sono i candidati a questo ruolo. Da qui, la nuova guerra tra coloro che si ritengono parte dell' "Impero del bene".

PATRIA O MUERTE: Una lettura critica della figura di Ernesto "Che" Guevara (Eleuteros)

"La Rivoluzione si fa
attraverso l'uomo,
ma l'uomo deve
forgiare giorno
per giorno il suo
spirito rivoluzionario"
Ernesto "Che " Guevara
L' eroe di Santa Clara appartiene a quella categoria di personaggi che se scevri da schematismi preconfezionati, immediatamente affascina. Sfortunatamente però, gli schematismi ci sono e, soprattutto nel Belpaese, fondato sulla Resistenza e con l’eterna contrapposizione tra fascisti e antifascisti, costituiscono la regola. Tutti devono allora rientrare nelle gabbie ideologiche per poter essere facilmente etichettati, o da una parte o dall’altra. Che Guevara rappresenta, in questo campo, il classico caso da manuale. Da sempre definito comunista e da sempre “sbandierato” ad ogni raduno di piazza, è in realtà un personaggio anomalo, che differisce enormemente per pensiero e contenuti dalla sinistra europea di matrice comunista. Non prendendo in considerazione alcune biografie particolarmente agiografiche, secondo le quali leggeva Marx già alle elementari, possiamo affermare che la sua formazione politica avviene principalmente “sul campo”: i suoi lunghi pellegrinaggi lungo tutto il continente sudamericano lo portano a conoscere povertà e governi fantoccio, il cui responsabile è individuabile negli Stati Uniti e nella sua politica di sfruttamento. Del Cile, in Latinoamericana, scrive: «è un paese ricco di risorse, mai il suo futuro dipende dalla capacità di scrollarsi di dosso la dipendenza dagli Stati Uniti». Stesse considerazioni le farà per il Venezuela ed il Perù.

domenica 21 settembre 2014

Biografia di Filippo Corridoni

1887: Filippo Corridoni nasce il 19 agosto a Pausula in provincia di Macerata, dal 1931 ribattezzata in suo onore Corridonia, da Enrico, operaio in una fornace, e da Enrica Paccazocchi. Con lui tre fratelli: Maria, che in seguito sposerà Amilcare De Ambris, futuro segretario del sindacato metalmeccanico durante il fascismo e fratello del più noto Alceste De Ambris; Ubaldo (Baldino), che morirà nella prima guerra mondiale e Giuseppe (Peppino), grande mutilato della prima guerra mondiale, il quale, dopo aver aderito ai fasci di San Sepolcro ed aver subito un 'aggressione bolscevica in Piazza Mercanti, morirà poco tempo dopo .

1895-1904: grazie al prozio Filippo, frate francescano e missionario, noto predicatore, acquisisce nozioni di cultura classica ed una conoscenza base della lingua francese e latina. Studia alle elementari e viene avviato al lavoro in una fornace. La sua volontà di proseguire gli studi lo porta a Fermo dove si iscrive, aggiudicandosi una borsa di studio, all 'Istituto Superiore Industriale, ottenendo nel 1904 il diploma di perito e disegnatore di macchine. Legge testi di Mazzini e Pisacane, probabilmente studia Marx. Rivela immediatamente una forte intelligenza ed un carattere franco, ardito e leale, affezionato verso tutti e teso a difendere i deboli, sempre desideroso di apprendere.

Filippo Corridoni sindacalista rivoluzionario (Andrea Benzi)

PREFAZIONE
Che cosa resta? Che cosa resta del sacrificio di Filippo Corridoni, della sua azione pura e disinteressata, del suo martirio consumatosi nei borghi di Parma, di Bologna, nelle piazze e nelle vie di Milano e, infine, sulle trincee del Carso? Che cosa resta della sua lotta incessante per i diritti dei lavoratori e per la liberta e l 'unità della Patria? Se guardassimo la realtà odierna, la risposta più evidente sarebbe questa: nulla. Nulla di quel sacrificio oggi resta in questa Italia preda della politica partitica degli spot e della corruzione, preda del sindacalismo giallo e dell arroganza padronale, preda dei voleri stranieri e dell 'immigrazione selvaggia, dei poteri occulti e mafiosi, della televisione e delle discoteche, del fariseismo clericale e del neocorporativismo di qualsiasi minoranza sociale. Lo sconforto potrebbe prendere il sopravvento, ma non dobbiamo arrenderci: dobbiamo invece guardare alla realtà oggettiva e scoprirne gli incredibili elementi che spingono verso un futuro migliore.

Viviamo una fase in cui le grandi trasformazioni tecnologiche e la nuova economia stanno ridisegnando e rimodellando la società, rendendo inesorabilmente obsoleti i vecchi rapporti di potere, le certezze costruite su mezzo secolo di raccomandazioni, di monopoli, di asservimenti, di corse verso il carro del vincitore. Una classe politica educata al disprezzo della Patria, del lavoro, che nel totale perseguimento dei propri interessi affaristici, particolari e partitici, ha costruito le basi del suo potere, sta avviandosi verso la crisi definitiva. Ecco perché la riscoperta e la lettura di Filippo Corridoni diventa oggi bagaglio indispensabile per qualsiasi soggetto abbia a cuore la rivoluzione nazionale e per questa intenda agire. Perché? Perché vi è un 'incredibile similitudine fra il periodo in cui Filippo Corridoni maturò la propria esperienza, vale a dire la seconda rivoluzione industriale, ed i nostri anni, presenti e futuri: allora le aziende municipalizzate di servizi, in primis i trasporti tranviari, la diffusione della prima luce a gas, l 'utilizzo dell 'energia elettrica, il diffondersi delle prime auto, la comparsa dell 'aeroplano. Oggi la tecnologia informatica, internet, il cablaggio delle città attraverso le fibre ottiche, le biotecnologie. Ed identiche sono le frustrazioni, le delusioni, la paura di non farcela di coloro che innestavano su quegli incredibili processi di modernizzazione il giusto antagonismo politico.

domenica 25 agosto 2013

Rivolta contro il mondialismo moderno (Carlo Terracciano)

“E anche se non dovesse verificarsi la catastrofe temuta da alcuni in relazione all’uso delle armi atomiche, al compiersi di tale destino tutta questa civiltà di titani, di metropoli di acciaio, di cristallo e di cemento, di masse pullulanti, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi, dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta”…potrebbe salvare l’occidente soltanto un ritorno allo spirito Tradizionale in una nuova coscienza unitaria europea”.
(Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno)

“E’ allora che anche sul piano dell’azione potrebbe venire in evidenza il lato positivo del superamento dell’idea di patria, sia come mito del periodo romantico borghese, sia come fatto naturalistico quasi irrilevante ad unità di diverso tipo: all’essere di una stessa patria o terra, si contrapporrà l’essere o non essere per una stessa Causa”.
(Julius Evola, Cavalcare la tigre)