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martedì 21 gennaio 2025

Filippo Corridoni: il volontario (Alceste de Ambris)

IN CASERMA ED AL FRONTE


Non appena la dura lotta ebbe raggiunto lo scopo e la guerra fu finalmente dichiarata, la «pensione» di via Eustacchi si vuotò ad un tratto. La stanzetta nella quale ci riunivamo due volte al giorno per i pasti modesti e per le assordanti discussioni, divenne muta. Tutti i commensali della pensione si erano arruolati come volontari per fare quella guerra che avevano predicata: primo fra tutti, Filippo Corridoni.
Corridoni, De Ambris, guerra, sindacalismo


Lo ricordo — fu l'ultima volta che lo vidi — appunto nella sala da pranzo della pensione, quando egli era stato appena vestito da fantaccino, e rideva delle sue scarpe troppo larghe é dei suoi calzoni troppo corti. Fu un colloquio breve. Io pure dovevo partire per recarmi al deposito del mio reggimento. Ci abbracciammo e ci baciammo con gli occhi pieni di lacrime. Partendo, recai con me la disperata certezza che non avrei più riveduto Filippo Corridoni.

Questa certezza, del resto, era in tutti coloro che ne conoscevano la temeraria audacia ed il proposito fermo di offrire, con l'olocausto della propria vita, un esempio memorabile.

A questo punto credo doveroso lasciare la parola ad uno che gli fu sempre vicino durante tutta la campagna di guerra, da quando nella vasta Caserma di via Lamarmora studiava il passo coi suoi commilitoni, e prestava attento orecchio alle istruzioni dei graduati o degli ufficiali, fino al giorno della sua morte gloriosa!

In caserma — scriveva Dino Roberto, il suo compagno d'armi — era il soldato più disciplinato. Unica sua aspirazione era di andare al fronte il più rapidamente possibile. Ricordo che ogni giornata trascorsa in caserma senza esercitazioni utili o pratici insegnamenti lo rendeva di malumore e non rare volte protestava ad alta voce contro un supposto ostruzionismo che faceva lenta ed uggiosa la preparazione militare dei volontari.

domenica 2 aprile 2023

Filippo Corridoni: l'interventista (Alceste de Ambris)

Guerra, Corridoni, sindacalismo rivoluzionario

L'INTERVENTISTA


UN FOCOLARE DI FEDE


Quando scoppiò la guerra europea, Filippo Corridoni si trovava in carcere, per una delle solite montature giudiziarie, con le quali la polizia si illudeva di «mettergli giudizio».

Corridoni era allora alla testa dell'Unione Sindacale Milanese ed io — ritornato dall'esilio l'anno precedente — facevo vita comune con lui in una modesta «pensione» posta al quarto piano di una casa di via Eustachi, nei nuovi quartieri fra Porta Venezia e Loreto. Oltre a Corridoni ed a me, s'assidevano quotidianamente al desco della «pensione» Attilio Deffenu — un piccolo sardo, morto anch'e gli eroicamente al fronte combattendo con la Brigata Sassari —Michele Bianchi, Cesare Rossi, e mio fratello Amilcare, compagno di Corridoni nella dirigenza dell'Unione Sindacale Milanese.

Era un cenacolo rivoluzionario, la «pensione» di via Eustachi, e non mancava di carattere. L'omogeneità politica di coloro che la componevano non escludeva le più profonde diversità individuali. Ma fra quegli uomini di tutte le razze e di tutti i temperamenti, che s'armonizzavano in una idealità comune, vigeva un'amicizia, così sincera e fraterna da escludere perfino — cosa estremamente rara nei cenacoli politici — le meschine gelosie, le malignità e le maldicenze reciproche.

Io, che ho avuto la fortuna di far parte di quel gruppo fino a che la guerra non venne a scioglierlo, non posso ripensare senza commozione alla «pensione» di via Eustachi. Povera «pensione», divenuta silenziosa e vuota dalla fine del maggio 1915: mentre prima era così piena di fervore, di entusiasmo operoso, di feconde discussioni, di amichevoli alterchi, di voci e di risa!

giovedì 23 marzo 2023

Filippo Corridoni: il rivoluzionario (Alceste de Ambris)


FIlippo Corridoni, Alceste de Ambris, testo

Pubblichiamo il profilo dedicato a Filippo Corridoni dal suo compagno e commilitone Alceste De Ambris e pubblicata nel 1922. In questo primo contributo De Ambris si sofferma sulla biografia e sul carattere rivoluzionario del protagonista. 

PREMESSA


I lettori comprenderanno senza sforzo perchè le pagine che presentiamo qui innanzi, lungi dall'avere la pretesa di una rigida e gelida obbiettività, risentono vivamente dell'affetto fraterno che legò il biografo a Filippo Corridoni, negli ultimi dieci anni della vita di questi; perdoneranno perciò il loro carattere spiccatamente personale.

Il biografo dubita tuttavia di poter trasmettere ai lettori la sensazione del commosso ardore con il quale ha scritto: soltanto chi ha avuto la fortuna di conoscere Filippo Corridoni e di amarlo e di esserne amato, nella intimità di una lunga amicizia, può comprendere interamente questo, che la penna è impari ad esprimere.

Perchè Filippo Corridoni non era solamente un magnifico agitatore, un condottiero di folle audace ed esperto, un soldato eroico della sua fede: egli era anche un dolce amico, un indimenticabile compagno, un irresistibile fascinatore di anime.

Ricordiamo che, essendo Egli stato a Parigi una sola volta e per pochi giorni, era riuscito a lasciare un ricordo incancellabile perfino negli uomini più freddi di quell'ambiente scettico e blasé, che ce ne parlavano ancora dopo molti mesi con affettuosa ammirazione.

Donde venisse quella sua singolare magnetica forza d'attrazione ch'Egli inconsciamente esercitava anche sugli individui meglio corazzati e più refrattari, non meno che sulle folle, ognuno che abbia intelletto d'amore potrà intendere, leggendo le pagine autobiografiche che pubblichiamo più innanzi.

Di Corridoni si può ben ripetere quello che Mazzini scriveva di Jacopo Ruffini : «Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno concetto di fede e costanza di sacrifìcio, creatura che ti somigli».

martedì 15 giugno 2021

L'Esempio come forza antiborghese (Fidia Gambetti)

Fidia Gambetti è un fascista intransigente, capace di rinunciare ai gradi e partire per la guerra come semplice camicia nera. Da prigioniero dell'Urss passerà nelle fila del Partito Comunista e vi rimarrà per il resto della vita. Nel 1942 a 31 anni, pubblica il libro "Controveleno" così descritto da Ezra Pound: "Ho ricevuto in questi giorni il volume di Fidia Gambetti, Controveleno, libro di dottrina e più che di dottrina, di fede e di stile fascista, di fascista nato. [...] Ecco un libro senza paura. Un libro che delinea e riafferma delle verità che abbiamo capito, ma che non dobbiamo dimenticare. Un libro fascista e confuciano, dunque!".
Di seguito un paragrafo del libro, in cui l'autore si concentra sui pericoli dello spirito borghese. 

Spirito borghese, Gambetti, fascismo, comunismo, antiborghese

Il Fenomeno Borghese

Tutti sanno che il processo intentato dalla rivoluzione al fenomeno borghese, nel quale individua il nemico più tenace, l'anti-rivoluzione per eccellenza, non è diretto contro una categoria sociale, ma contro una categoria dello spirito, ben più difficile da circoscrivere e da combattere. Si tratta di una forma mentale e morale che alligna con eguale facilità nei soggetti di condizione e anche di educazione più disparata, che trova in ognuno di noi senza eccezioni, una naturale predisposizione. C’è colui che nasce segnato da codesto invincibile complesso, del quale non riuscirà mai a liberarsi, qualunque sia l’orientamento della sua vita: operaio, contadino o artista, tenderà costantemente ad evadere dal suo stato, nel quale non trova il punto d’equilibrio e di soddisfazione; aspirerà, nel primo caso, a lasciare l’officina e il mestiere per correre dietro al miraggio, verso cui lo sospinge la propria natura, di un posto di usciere o di piccolo impiegato; nel secondo caso, come per un primo passo, aspirerà al lavoro in fabbrica, ma soltanto, intendiamoci bene, sospinto e solleticato dalla illusione dei borghesi conforti urbani; nell’ultimo caso, l’incubo della ricchezza, del denaro, della celebrità che sono la negazione della vera arte e della vera gloria. Per costoro non v’è salvezza, poiché la natura umana non si può cambiare che in peggio.

Altri hanno facilità ad imborghesirsi: cioè, più precisamente, non sanno difendersi dal pericolo, si arrendono incapaci di combattere.

venerdì 14 maggio 2021

Mussolini, Bombacci, Silvestri: tre socialisti riscrivono l'Italia

Mussolini, Bombacci, Silvestri, Giramondo, tricolore, fascio e martello

La Repubblica Sociale Italiana sarebbe dovuta essere, ad avviso di Mussolini, una “Repubblica Socialista Italiana” e non solo nel nome, anche nei fatti.
L’ultimo Mussolini infatti, ritrova tutta la verve socialista rivoluzionaria degli anni giovanili; questo è ben visibile dalla legge del febbraio 1944 detta “della socializzazione”: la legge socialmente più avanzata della storia d’Italia grazie alla quale gli operai entrerebbero direttamente nella gestione delle aziende. La legge in questione, benché approvata, non entrerà in vigore davvero a causa dei nazisti, impegnati nella guerra e a quel punto molto più vicini ai borghesi che al Duce.

In questo scenario di ritorno al socialismo, hanno grandissima importanza le poche persone che frequentavano il Duce assiduamente: fra queste soprattutto Nicola Bombacci e Carlo Silvestri. Il primo fondatore del Partito Comunista il secondo esponente del socialismo riformista. Questi tre socialisti italiani s’incontravano spesso e nel segreto dello studio di Mussolini, passavano ore in speculazioni che purtroppo non potremo mai apprezzare.

domenica 25 aprile 2021

Stanis Ruinas: un esempio di libertà (Filippo Ronchi)

Stanis Ruinas, Pensiero nazionale, liberazione, fascismo, 25 aprile

Dissidenti

Dopo la conquista del potere, il fascismo fu caratterizzato da un dissenso interno plateale, che si manifestò in una forte componente «movimentistica». Essa non riuscì ad affermarsi, ma si battè, tollerata (se non tacitamente appoggiata) dallo stesso Mussolini che in fondo non dimenticò mai le sue origini socialiste. La natura eterogenea dell'ideologia dei fasci, il valore strumentale e contingente attribuito ai «princìpi», la spregiudicata tattica politica erano stati, prima della marcia su Roma, i punti di forza del PNF. Successivamente si rivelarono elementi di debolezza. La «rivoluzione fascista» non ci fu. Allo scontro frontale con la liberaldemocrazia si sostituirono il compromesso governativo e il processo di inserimento nelle tradizionali strutture statali. Ma molti militanti che provenivano dalle esperienze del sindacalismo, dell'estrema sinistra, dell'arditismo, del legionarismo fiumano durarono fatica a rendersi conto ed a convincersi di quel che stava accadendo; alcuni anzi non accettarono mai l'involuzione. Fra questi il sardo Stanis Ruinas, al secolo Antonio de Rosas (1899-1984). Repubblicano, antiborghese e anticapitalista intransigente, egli rimase fedele alle sue idee durante il Ventennio, nel periodo della RSI ed anche nel secondo dopoguerra.

Nel Ventennio

Formatosi alla scuola del mazzinianesimo e del socialismo di Pisacane, Ruinas considerò Mussolini come colui che aveva inteso portare a compimento quella «rivoluzione nazionale» e popolare avviata dai democratici del Risorgimento, ma subito riassorbita dalla borghesia liberale e moderata post-unitaria. Così anche nel corso del Ventennio la borghesia che continua a condizionare pesantemente l'azione del fascismo originario, i gerarchi corrotti ed inetti, la monarchia e la Chiesa cattolica costituiranno -per Ruinas- nemici da battere, in nome della realizzazione del programma di San Sepolcro, espressione del «fascismo autentico» fautore di una rivoluzione antiborghese. Gli attacchi che Ruinas rivolge dai numerosi quotidiani di cui è collaboratore ("L'Impero", "Il Popolo d'Italia", "Il Resto del Carlino") o direttore ("Popolo Apuano", "Corriere Emiliano") all'establishment attirano i sospetti e le ire degli apparati del regime. Egli viene sospeso, reintegrato, radiato «per indisciplina e scarsa fede» dal PNF, sottoposto a vigilanza speciale, fino alla riconciliazione avvenuta alla vigilia della Seconda guerra mondiale grazie al libro "Viaggio per le città di Mussolini" (1939). E proprio aderendo alla guerra mussoliniana, Ruinas ritroverà le ragioni dello scontro supremo con le forze «plutocratiche» e «trustistiche» inglesi e statunitensi, nelle quali per lui si concretizza il sistema capitalistico, «che è il nemico numero uno del proletariato e della rivoluzione». La guerra fascista è interpretata, dunque, come strumento per sconfiggere prima le «demoplutocrazie occidentali» e poi, forti di quella vittoria, rovesciare il predominio del capitalismo interno e di quello internazionale.

venerdì 19 febbraio 2021

Fascio e martello: Il fascismo come dittatura del proletariato (Antonio Pennacchi)

Pennacchi, fascismo, destra, sinistra, comunismo, proletariato

1 – Tra destra e sinistra

A me certe volte mi sa – soprattutto man mano che vado avanti con questo studio sulle bonifiche e sul fenomeno delle città nuove – certe volte mi sa, o mi viene il sospetto, che non è vero che il fascismo era di destra: era di sinistra. Dice: “Ma che non lo sapevi? Hai fatto la scoperta dell’America: lo sanno tutti che era di sinistra”. Sì, ho capito. Ma un paio di maniche è dirlo così, al bar: “Era di sinistra. Nino, portami un’altra grappa”. Un altro paio di maniche è dirlo per davvero, in sede storica, con tanto di argomentazioni, specie adesso che pure Ciampi ha detto che non si può dire: “Studiate quello che vi pare, ma guai al revisionismo”. Roba che uno dice: “Ma allora il fascismo ci sta adesso. E che madonna: prima ancora che comincio a cercare, tu già mi dici quello che posso o non posso trovare? Se trovo questo va bene, se trovo quell’altro lo rificco sotto?”. E quei quattro scemi, pur di stare al governo, gli hanno detto: “Sissignore. Che stiamo a scherzare? Il più grande statista era De Gasperi”. De Gasperi? Una testa d’alce che non è riuscito a governare nemmeno cinque anni filati. Se lo giocavano a palla, i suoi: Pella, Fanfani, Segni, Gronchi. Gli facevano fare la testa di turco. E nel ’53 lo hanno proprio preso a zampate ai fianchi. E poi ragioniamo: ma che lo aveva messo in piedi lui quel partito? I voti erano suoi? Se dietro non avesse avuto i preti non governava manco la Polisportiva del paesetto suo. M’avessi detto Togliatti, che alle masse gli faceva fare quello che voleva e quando, dopo l’attentato, lo stavano portando in camera operatoria – che già avevano chiamato le pompe funebri e proclamato l’insurrezione – gli ha detto ai suoi, sulla barella: “Nun state a fa’ i scemi”. E sono scattati sull’attenti.

In ogni caso è vero che non ho scoperto l’America: mica arrivo primo. Prima di tutti c’era già arrivato proprio Togliatti nel 1935, a sostenere che il fascismo “E’ un’ideologia eclettica. [Accanto alla] ideologia nazionalista esasperata vi sono numerosi frammenti che derivano da altrove. Per esempio dalla socialdemocrazia. L’ideologia corporativa [...] alla base della quale sta il principio della collaborazione di classe, non è un’invenzione del fascismo ma della socialdemocrazia [.] Ma si ruba anche al comunismo: i piani, ecc. [.] Io vi metto in guardia contro la tendenza a considerare l’ideologia fascista come qualcosa di saldamente costituito, finito, omogeneo”.

lunedì 29 giugno 2015

L'entusiasmo di Bombacci per l'Italia proletaria

Molti storici e giornalisti hanno illustrato in negativo, a fosche tinte, la personalità e la vicenda umana e politica di Nicola Bombacci. Per esempio, l'illustre storico inglese Frederick W. Deakin, nel secondo volume della storia della Repubblica di Salò edita dalla Einaudi, così si esprime occupandosi del ruolo da lui svolto durante i drammatici seicento giorni della Repubblica sociale italiana: " Il suo sconclusionato entusiasmo per un'Italia "proletaria", eternamente in lotta contro l'imperialismo capitalistico, trovò un'eco debole, ma positiva nella neonata repubblica. Il suo bagaglio ideologico fatto di slogan e di parole d'ordine propagandistiche, riecheggiava quello dello stesso Mussolini e con tutta la tenacia di un rinnegato che si sente andare alla deriva, bombardava il suo collega ritrovato dopo tanto tempo con memoriali e consigli. Ne possiamo trovare indubbie tracce nel documento finale trasmesso dalla segreteria di Mussolini al partito". Parole dure come pietre. Tanto più dure in quanto qui all'odio dell'antifascista si aggiunge quello dell'inglese. Da ciò, da questa naturale commistione, una condanna senza appello. Tuttavia, se proviamo a leggerle in filigrana ci accorgiamo che l'immagine dell'ex seguace di Bordiga, ne esce meno compromessa di quanto appaia ove delibata nella forma con la quale viene proposta. Tentiamo una rapida analisi del testo. "L'entusiasmo" per l'Italia "proletaria", contrapposta permanentemente "all' imperialismo capitalistico", per quanto "sconclusionato" è sincero. Se non lo fosse, il

Deakin sarebbe stato ben lieto di infliggere alla memoria del vecchio rivoluzionario di Forlì una ulteriore deturpazione. Non lo fa, e ciò vuol dire che - storico serio ancorché di parte e implacabile - non ne è persuaso. Non trova riscontri nella documentazione che gli è messa a disposizione. Del resto, la buona fede di "Nicolino" [nella foto 
Imola, settembre 1919. I delegati al Congresso socialista di Bologna si radunano nella sede del partito. Alla sinistra di Bombacci, Angelica Balabanoff] - così era familiarmente chiamato negli ambienti sovversivi - è provata dalla sempiterna povertà che afflisse la sua vita e della famiglia. Perfino nel momento in cui la sua linea fu fatta dichiaratamente propria da Mussolini, il tenore di vita non tracimò i limiti di una estrema parcatezza.

domenica 19 ottobre 2014

Manifesto futurista (Filippo Tommaso Marinetti)

Avevamo vegliato tutta la notte -i miei amici ed io- sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgore di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.
Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poiché ci sentivamo soli, in quell'ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di fronte all'esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che s'agitavano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto batter d'ali, lungo i muri della città.
Sussultammo ad un tratto, all'udire il rumore formidabile degli enormi tramvai a due piani, che passavano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori, come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e sradica d'improvviso, per trascinarli fino al mare, sulle cascate e attraverso i gorghi di un diluvio.
Poi il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l'estenuato borbottio, di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar d'ossa dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.

martedì 27 agosto 2013

Yankees go home! (Alberto B. Mariantoni)

Grazie Boys: ci avete «liberato» abbastanza…

Checché ne possa dire o pensare, la maggioranza dei miei ingenui (oppure, ipocriti o, magari, in malafede?) ed ottenebrati compatrioti europei (che, per la maggior parte, sono ancora convinti di avere vinto - o contribuito a vincere… - la Seconda guerra mondiale, al seguito delle salmerie Anglo-Americane…), mediterranei (che ancora credono, con il loro sfrontato e bizantino servilismo nei confronti degli attuali “padroni del mondo”, di salvare “capra” e “cavoli” delle loro ufficialmente libere ed autonome Nazioni e/o dei loro Stati, formalmente indipendenti e sovrani…) e vicino-orientali (che, ancora oggi, continuano a “fare a gomitate” tra di loro, sia per tentare di mettersi in “bella vista” davanti ai loro abituali oppressori a stelle e strisce che per avere una qualunque chance di farsi confermare, da questi ultimi, nell’umiliante e vomitevole ruolo di valenti e rodati “mescaleros rinnegati” dei loro stessi popoli…), la sconfitta militare che, nel 1945, si è aspramente abbattuta sulle allora potenze dell’Asse, non ha solamente contribuito - in Europa - a debellare e detronizzare il Regime fascista italiano e quello nazional-socialista tedesco. Quella singolare disfatta, purtroppo, ha ugualmente spianato la strada a due particolari e drammatici “effetti collaterali”:

Un libro di cui si può fare a meno: "MADE IN USA. Le origini americane della Repubblica Italiana"

 di Ennio Caretto e Bruno Marolo, Rizzoli 1996

Subito dalla sovracopertina si capisce che questo è un libro di cui si può fare a meno. Tratta dei maneggi segreti degli americani in Italia dal 1943 al 1948, cosa che sembrerebbe promettere bene ma: 1) gli autori Caretto e Marolo sono rispettivamente ( o erano al momento ) il corrispondente da Washington del Corriere della Sera e il capo dei corrispondenti dal Nord America dell'ANSA; 2) i medesimi annunciano di fare discorsi se non rivelazioni in base a documenti segreti degli archivi di Washington poco prima resi disponibili al pubblico; 3) l'editore è Rizzoli. Anche essere l'ultimo dei giornalisti del Corriere della Sera e l'ultimo degli addetti dell'ANSA significa essere dei collaudati elementi di quell' apparato di regime che è l'establishment mediale italiano: figurarsi il corrispondente da Washington e il capo sezione per il Nord America.

Lo stivale a stelle e strisce (Falco Accame)

Tutto il territorio italiano, da Aviano a Lampedusa, disseminato di basi americane
Tredicimila militari e quindicimila civili USA ospiti permanenti

Non è del tutto nota la quantità in America di personale impiegato nelle basi Usa e Nato in Italia, ma grosso modo si tratta di circa tredicimila militari e quindicimila civili. Vediamo dove si trovano alcune di queste basi, facendo una specie di giro d'Italia. Partiamo dalla Toscana. Tra Pisa e Livorno si trova la vastissima base di Camp Darby, un'immensa area attrezzata a depositi e magazzini presso cui opera l'ottavo gruppo di supporto Usa che garantisce il sostegno logistico a tutte le forze americane operanti a sud del Po ed ha una responsabilità sul bacino del Mediterraneo ed il Nord-Africa. A Camp Darby operano circa un migliaio di persone. Non lontano da Camp Darby, a Coltano, è installato un potente sistema di telecomunicazioni. Spostiamoci ora verso la Liguria. A La Spezia è installato il Centro antisommergibile di Saclant, che effettua studi oceanografici attinenti alla ricerca di sommergibili. Da La Spezia passiamo in Lombardia, a Ghedi, presso Brescia. Qui si trova un "munitions support squadron" per la conservazione di bombe nucleari. Da Ghedi dirigiamoci verso il Triveneto.

venerdì 23 agosto 2013

L'Italia e il grande gioco asiatico (Valerio Ricci)

Ancora un contributo dei primi anni 2000 per approfondire e riflettere sul declino che abbiamo visto negli anni.

Il precedente della guerra del golfo
Obiettivi reali e obiettivi dichiarati nella guerra moderna
L'impero marittimo americano ed il controllo dell'Hearthland
La nuova via della droga. La battaglia degli oleodotti
L'importanza di una politica di potenza italiana ed europea.