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domenica 19 ottobre 2014

La gnosi politica di Philip K. Dick. Il 'Minority Report' nascosto della realtà (Jay Kinney)

Sembra impossibile, ma sono passati quasi vent’anni dall’uscita di Bladerunner. Quell’affascinante ed influente film è stato il primo ad essere ispirato agli scritti dell’autore di fantascienza Philip K. Dick. Altri films, di vario successo lo hanno seguito, compresi Total Recall e Screamers, ma finora i più dickiani sono stati quelli che si sono imbattuti nella sua distopica e paranoica sensibilità senza basarsi direttamente su uno dei suoi libri o dei suoi racconti. The Truman Show, Essi vivono!, Pleasantville, e il notevolissimo The Matrix, sono in spirito tutti films di Dick, nonostante la sua assenza dai titoli di coda.

L’ultima uscita di Spielberg, Minority Report, ritorna direttamente ad attingere alla profonda fonte d’ispirazione di Philip Dick e, nonostante l’inevitabile conclusione spielberghiana, riesce ad evocare uno dei temi preferiti di Dick: come può uno eludere il soffocamento di un usurpante stato di polizia? In Minority Report, questo assume la forma del locale Dipartimento del Precrimine di Washington D.C., che è riuscito ad eliminare gli assassinii arrestandone ed incarcerandone i perpetratori prima che commettano i loro crimini. Questo è reso possibile dall’utilizzo delle facoltà di tre precogs (precognitivi), i quali hanno il talento involontario di vedere nell’immediato futuro e di scorgere gli assassinii in fase di attuazione. Come spiega il film, nell’anno 2054, sta per aver luogo un referendum nazionale per allargare a livello di polizia nazionale la prevenzione pre-criminale.