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lunedì 12 giugno 2023

Clochemerle ovvero la politica dell’orinatoio (Jean-Claude Michéa)

*Clochemerle è un piccolo villaggio creato dalla fantasia dello scrittore Gabriel Chevallier, diventato sinonimo di luogo d’intrighi e di bassezze (N.d.T.).

kalessaradan Paul Bielaczyc

La fusione che Jaurès e Millerand invocavano con le loro raccomandazioni tra il movimento operaio socialista – che fino a quel momento si era tenuto in disparte rispetto alle divergenze parlamentari tradizionali [a] – e la sinistra radicale e repubblicana (è quel sistema integrato che definirà da quel momento in poi la nuova sinistra del XX secolo) entrerà definitivamente nel costume politico francese solo nel corso degli anni Trenta e per effetto della crescente minaccia del fascismo hitleriano
[b] (da questo punto di vista, dunque, è proprio l’esperienza dei Fronti popolari che consentirà di fare attecchire nell’immaginario collettivo l’idea – che oggi quasi più nessuno pensa di contestare – secondo la quale una sensibilità di sinistra include, per definizione, una dimensione «sociale», se non addirittura anticapitalista). Ciò significa, tra l’altro, che fino alla fine degli anni Venti – se si lascia da parte un istante la scena parigina e si volge lo sguardo verso la «provincia» (il vero luogo della politica, diceva Albert Thibaudet) – ciò che ancora definiva il più delle volte un «uomo di sinistra» (espressione che del resto inizia a diffondersi solo all’indomani dell’affaire Dreyfus) era non tanto la sua lotta contro la modernizzazione capitalistica del mondo quanto la sua accanita opposizione repubblicana e «radicale» alle «forze reazionarie», vale a dire alle ultimissime sopravvivenze [c] del potere della Chiesa cattolica e dell’antica aristocrazia terriera [d].

domenica 2 aprile 2023

Filippo Corridoni: l'interventista (Alceste de Ambris)

Guerra, Corridoni, sindacalismo rivoluzionario

L'INTERVENTISTA


UN FOCOLARE DI FEDE


Quando scoppiò la guerra europea, Filippo Corridoni si trovava in carcere, per una delle solite montature giudiziarie, con le quali la polizia si illudeva di «mettergli giudizio».

Corridoni era allora alla testa dell'Unione Sindacale Milanese ed io — ritornato dall'esilio l'anno precedente — facevo vita comune con lui in una modesta «pensione» posta al quarto piano di una casa di via Eustachi, nei nuovi quartieri fra Porta Venezia e Loreto. Oltre a Corridoni ed a me, s'assidevano quotidianamente al desco della «pensione» Attilio Deffenu — un piccolo sardo, morto anch'e gli eroicamente al fronte combattendo con la Brigata Sassari —Michele Bianchi, Cesare Rossi, e mio fratello Amilcare, compagno di Corridoni nella dirigenza dell'Unione Sindacale Milanese.

Era un cenacolo rivoluzionario, la «pensione» di via Eustachi, e non mancava di carattere. L'omogeneità politica di coloro che la componevano non escludeva le più profonde diversità individuali. Ma fra quegli uomini di tutte le razze e di tutti i temperamenti, che s'armonizzavano in una idealità comune, vigeva un'amicizia, così sincera e fraterna da escludere perfino — cosa estremamente rara nei cenacoli politici — le meschine gelosie, le malignità e le maldicenze reciproche.

Io, che ho avuto la fortuna di far parte di quel gruppo fino a che la guerra non venne a scioglierlo, non posso ripensare senza commozione alla «pensione» di via Eustachi. Povera «pensione», divenuta silenziosa e vuota dalla fine del maggio 1915: mentre prima era così piena di fervore, di entusiasmo operoso, di feconde discussioni, di amichevoli alterchi, di voci e di risa!

giovedì 23 marzo 2023

Filippo Corridoni: il rivoluzionario (Alceste de Ambris)


FIlippo Corridoni, Alceste de Ambris, testo

Pubblichiamo il profilo dedicato a Filippo Corridoni dal suo compagno e commilitone Alceste De Ambris e pubblicata nel 1922. In questo primo contributo De Ambris si sofferma sulla biografia e sul carattere rivoluzionario del protagonista. 

PREMESSA


I lettori comprenderanno senza sforzo perchè le pagine che presentiamo qui innanzi, lungi dall'avere la pretesa di una rigida e gelida obbiettività, risentono vivamente dell'affetto fraterno che legò il biografo a Filippo Corridoni, negli ultimi dieci anni della vita di questi; perdoneranno perciò il loro carattere spiccatamente personale.

Il biografo dubita tuttavia di poter trasmettere ai lettori la sensazione del commosso ardore con il quale ha scritto: soltanto chi ha avuto la fortuna di conoscere Filippo Corridoni e di amarlo e di esserne amato, nella intimità di una lunga amicizia, può comprendere interamente questo, che la penna è impari ad esprimere.

Perchè Filippo Corridoni non era solamente un magnifico agitatore, un condottiero di folle audace ed esperto, un soldato eroico della sua fede: egli era anche un dolce amico, un indimenticabile compagno, un irresistibile fascinatore di anime.

Ricordiamo che, essendo Egli stato a Parigi una sola volta e per pochi giorni, era riuscito a lasciare un ricordo incancellabile perfino negli uomini più freddi di quell'ambiente scettico e blasé, che ce ne parlavano ancora dopo molti mesi con affettuosa ammirazione.

Donde venisse quella sua singolare magnetica forza d'attrazione ch'Egli inconsciamente esercitava anche sugli individui meglio corazzati e più refrattari, non meno che sulle folle, ognuno che abbia intelletto d'amore potrà intendere, leggendo le pagine autobiografiche che pubblichiamo più innanzi.

Di Corridoni si può ben ripetere quello che Mazzini scriveva di Jacopo Ruffini : «Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno concetto di fede e costanza di sacrifìcio, creatura che ti somigli».

mercoledì 25 gennaio 2023

La questione sociale (Jean-Claude Michéa)

michea liberalismo modernità sinistra

Ogni volta che le regole dell’alternanza unica portano ad affidare di nuovo a un potere di sinistra l’incarico di «gestire in modo leale il capitalismo», si può stare certi che quest’ultimo non mancherà di nascondere tale gestione liberale sotto un flusso continuo di riforme definite «sociali» (matrimonio per tutti, voto agli stranieri, depenalizzazione della cannabis
[a], battaglia a favore del linguaggio di genere ecc.). Questo è, per la sinistra, un obbligo strutturale potente quanto quello che costringe costantemente il potere di destra a mascherare il suo agire in favore dei più ricchi sotto il mendace velo di una difesa dei «valori tradizionali», del buon senso o persino dell’etica del lavoro [b]. Dovrebbe quindi essere chiaro, adesso, che sotto un governo di sinistra l’obiettivo principale di ogni riforma definita «sociale» – almeno ogni volta che viene imposta dall’alto – è sempre quello di operare una manovra diversiva (fosse anche solo al fine, per esempio, di sviare l’attenzione dei cittadini dai negoziati che tale potere porta avanti parallelamente, in segreto e a porte chiuse, sul trattato transatlantico). Da questo punto di vista, serviva davvero un’ingenuità formidabile – o magari essere una star dello showbiz – per non capire immediatamente che lo psicodramma del «matrimonio per tutti» – diventato nel frattempo l’emblema per eccellenza di ogni riforma sociale – non poteva trovare, fin dall’inizio, il suo vero sfondo politico se non nel «patto di responsabilità» (quello che avrebbe dovuto creare un milione di posti di lavoro!) e nella futura riforma del codice del lavoro. Due progetti d’ispirazione bruxellese che ovviamente François Hollande aveva già in testa nel momento stesso in cui pronunciava il suo famoso discorso di Le Bourget [c].

A ogni modo questo non significa che si debba ridurre il concetto di «questione sociale» unicamente alla sua strumentalizzazione politica da parte della sinistra liberale. Infatti, dato che il sistema capitalista ha definitivamente preso la forma di un fatto sociale totale, diventa praticamente impossibile sottrarsi alla sua influenza ideologica senza dovere, anche, mettere in atto una riflessione critica sull’insieme delle questioni morali e culturali.

lunedì 6 giugno 2022

Annotazioni sulla Germania (Pierre Drieu La Rochelle)

Pierre Drieu La Rochelle

Interessante analisi dei fascismi, nello specifico quello tedesco, e del loro "destino mancato" nella storia dell'Europa. Rileggendolo all'inizio di un nuovo millennio, ci sembra particolarmente importante ritrovarne il senso e il monito: l'Europa se vuole essere, deve essere socialista. 
*

Sono stato stupito oltre ogni misura dall'incapacità politica di cui hanno dato prova i Tedeschi nel 1939, '40 e '41, dopo le loro vittorie. È stato in quel momento che, con i loro errori politici, hanno siglato le loro future sconfitte militari.

Questi errori sembrano ancora più grandi di quelli commessi dai Francesi al tempo di Napoleone; sarebbe andata così per il semplice fatto che i Tedeschi non hanno saputo imparare la lezione dell'avventura francese.

Bisogna vedere dietro l'incapacità tedesca l'incapacità "fascista" in generale? O c'è in essa qualcosa di specifico? Entrambe le spiegazioni sono buone, in media.

La massima idiota portata avanti da Hitler, era: «Per prima cosa, faccio e vinco la guerra; poi, regolerò la politica interna dell'Europa». Questa massima era contraria a tutti gli insegnamenti della storia, a tutte le regole stabilite dai politici migliori, in particolare i Tedeschi: Frédéric e Bismarck. Clausexvitz aveva detto: «La guerra è solo una parte della politica».

Ma se si accetta, per un attimo, la massima hitleriana, allora si vedrà che il dittatore tedesco ha incominciato col fare degli errori militari.

1. Perché ha aspettato sei mesi tra la campagna di Polonia e quella di Francia?

2. Perché ha perso altri dieci mesi dopo la campagna di Francia?

3. Perché durante l'inverno '40-41 si è accontentato dell'offensiva aerea sull'Inghilterra, che era un fallimento fin da settembre, al posto di colpire l'Impero inglese nel suo punto veramente accessibile, Gibilterra?

lunedì 1 novembre 2021

Liberazione nazionale: una necessità (Costanzo Preve)

Un breve articolo di diversi anni fa di Costanzo Preve: è evidente la capacità di analisi del filosofo torinese, capace di vedere ben prima di altri il futuro successo di quello che verrà chiamato "sovranismo", ma legandolo chiaramente al tema della liberazione nazionale dalla NATO, senza la quale non esiste nessun tipo di sovranità.

NO NATO, STOP NATO

In questi ultimi tempi, le problematiche innescate da un'accelerata -nei fatti spesso 'eversiva'- esplosione dei conflitti d'etno/determinazione stanno ri-calamitando da più parti un notevole interesse per la tematica nazionalitaria, sia per la natura complessa degli elementi che la caratterizzano, sia, appunto, per i variabili effetti di cui è portatrice.

Eppure a sinistra, perlomeno da parte di quelle forze non omologate e non compromesse con il sistema di dominio imperante, non emerge, né in sede di analisi né, tantomeno, come possibile 'via' strategica, la capacità di individuare le dinamiche, le direttrici e le valenze di un fenomeno che non di rado, con un compattamento ed una forza d'urto notevole, riesce ad attivare e a veicolare sul binario di un ritrovato senso di appartenenza -su base etno/culturale appunto- una serie di rivendicative, radicali istanze di giustizia sociale.

Il processo di 'semplificazione' della politica mondiale ha dato ulteriore impulso alla mondializzazione dei mercati e, quindi, ad una necessaria omogeneizzazione delle culture (1) e ha gettato le basi per una serie di conflitti 'limitati' -come quello appena concluso nel Golfo- per stabilire chi avrà un ruolo-guida all'interno del sistema capitalistico mondiale o, in subordine, come avverrà la spartizione inter-imperialistica di ruoli e zone d'influenza. Sul campo, quali 'soggetti politici' in grado di contrastare questa tendenza, vi sono i movimenti nazionalitari con tutto il loro intrinseco, caratterizzante bagaglio di aspirazioni, quali la volontà di affermazione e di determinazione del comune destino sul proprio 'spazio culturale', di auto-regolato utilizzo delle risorse, di sviluppo auto-centrato ed armonico con i propri bisogni, ecc.

La rivendicazione della propria specificità culturale, strettamente legata alla 'materialità' del controllo e dell'autogoverno dell'habitat d'appartenenza (2), rappresenta per ogni popolo la conditio sine qua non, la cruna dell'ago per ridisegnare -su piani di equità e di rispetto- relazioni sociali, modi di produzioni, nuovi assetti del territorio, ecc., in una prospettiva possibile di autentica liberazione globale.

mercoledì 21 luglio 2021

Solo una dittatura socialista può salvare lo Stato dopo il coronavirus (Alexander Dugin)

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Alla vigilia del disastro.


La situazione con la pandemia di coronavirus in Russia sta gradualmente intensificandosi e diventando davvero critica, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche dal punto di vista politico ed economico. Si sentono più spesso voci in preda al panico, si moltiplicano previsioni catastrofiche e cresce la paura della gente man mano che le conseguenze iniziano a farsi sentire e le persone gradualmente riconoscono le peculiarità della quarantena.

Si delineano sempre più scenari di catastrofe politica a causa dell'incapacità del governo russo di far fronte alle sfide poste dalla pandemia. Alcune peculiarità del comportamento delle autorità - sia supreme, governative che regionali - hanno giustamente suscitato scalpore. È chiaro che Putin ha gestito male la situazione commettendo diversi errori significativi in ​​relazione alla quarantena iniziale che potrebbe diventare fatale. Il primo ministro Mishustin, dopo aver incluso le imprese a lui vicine (come i bookmaker di Fonbett) nel sistema di sostegno statale, si è tagliato fuori dal gioco per una sciocchezza tecnica, mentre il sindaco Sobyanin, partendo come un forte leader regionale, ha commesso un errore irreparabile con i controlli epidemiologicamente ingiustificati degli abbonamenti della metropolitana, che, combinato con la famigerata proposta alla vigilia della pandemia di effettuare tagli significativi all'industria medica, ha portato all'erosione di ogni fiducia pubblica. Altri governatori e autorità regionali hanno agito con diversi gradi di efficienza, ma si sentono sempre più abbandonati dal centro federale e devono rispondere essi stessi alla popolazione imbestialita. Non è stato dichiarato alcun completo regime di emergenza, sebbene molti processi siano in corso al di fuori del normale quadro giuridico. Le autorità economiche (il cluster Nabiullina), che inizialmente hanno cercato di commentare la situazione in qualche modo sono state reticenti, poiché ogni dichiarazione d'ora in poi non può che aggravare la situazione, che è già diventata decisamente esplosiva. Il quadro generale si sta rapidamente avvicinando al momento del crollo dell'URSS, quando Gorbaciov e il Comitato centrale del PCUS persero immediatamente il controllo del paese. Putin nel suo bunker è quasi come Gorbaciov a Foros. Del resto, anche all'epoca, le autorità hanno emesso un solo squillo: "è tutto sotto controllo, sono difficoltà tecniche". Dopo poco tempo, però, il Paese non c'era più: se la risposta alla sfida della pandemia sarà la stessa di adesso, una minaccia simile diventerà abbastanza urgente per la Federazione Russa.

venerdì 28 maggio 2021

Nicola Bombacci passione e rivoluzione (Beppe Niccolai)

Nicola Bombacci, Beppe Niccolai

In questo intervento del 1988 Beppe Niccolai, gigante della sinistra nazionale italiana, ricorda Nicolino Bombacci: le sue parole sono più che attuali, ancora oggi rimangono incomprensibili agli anfibi abitanti della palude liberale. Non è così per chi sente dentro di se la voglia di cambiare questa Italia e questa Europa. 

* * *
Nicola Bombacci o se si vuole, così come amava chiamarlo Mussolini, Nicolino Bombacci.

Risuonano, nel pronunciare il suo nome, tempi lontani ma per una contrapposizione che ha la forza di un urto violento; dentro coloro che quei tempi vissero e che questi tempi vivono; quel nome pone subito un confronto che, se ci fate caso è già, d'un colpo, tutto favorevole a Nicolino Bombacci e a coloro che 70-60-50-40 anni fa vissero, dalle varie sponde politiche, la passione del fare politica.

Il confronto fra quegli uomini di allora, gli uomini del Secolo delle Rivoluzioni e gli uomini di oggi; di questa Democrazia consociativa che, al posto delle idee si nutre di affari, di tangenti che, al posto delle passioni e delle idee, si accorda in ordine al motto «io da una cosa a Te e Tu dai una cosa a me», nel migliore dei casi perché, nel peggiore, la filosofia che oggi ispira la condotta politica e civile è quella della violenza.

Il cinismo ha demistificato tutto, al punto che i rapporti politici altro non sono che puri rapporti di forza per cui la mafia, in tutti i suoi comportamenti, non ultimo quello del linguaggio (il linguaggio ermetico dei politici che è fatto per ingannare) è divenuta cardine della vita politica italiana e Torino non è meno palermitana di Palermo.

Gli uomini politici dei tempi di Bombacci e quelli di Nicolazzi.

Cosa era la politica per Nicolino Bombacci? Un mestiere per fare soldi? Una professione? Una cultura, come si dice in giro?

Nulla di tutto questo. Era passione civile. La politica, lo scriverà senza vergognarsene, non era per lui cultura, ma, semplicemente, quella cosa per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri.

E per quei guai è disposto a dare la vita.

domenica 16 maggio 2021

I primi Gilet Gialli nel febbraio 1934: destra e sinistra unite contro la partitocrazia (M. Bozzi Sentieri)

6 febbraio 1934, La Rochelle, Brasillach, Francia, Gilet Gialli

Les derniers coups de feu continuent de briller
Dans le jour indistinct où sont tombés les nôtres.
Sur onze ans de retard, serai-je donc des vôtres ?
Je pense à vous ce soir, ô morts de février.

 

“I capi si mescolino fra di loro come hanno fatto i soldati. Perché i soldati, Clérence, si sono mescolati su quella piazza. Ho visto i comunisti vicino agli uomini dell’estrema destra; li guardavano, li osservavano turbati, con uno strano desiderio dipinto sul volto. Per un pelo non si sono incontrati, in un miscuglio stridente, tutti gli ardori della Francia. Capisci, Clérence? Corri dai giovani comunisti, indica loro il nemico comune di tutti i giovani, il vecchio radicalismo corruttore” – così Drieu La Rochelle, uno degli scrittori francesi del “Romanticismo fascista”, fa dire a Gilles, protagonista del romanzo omonimo, pubblicato, nel 1939, da Gallimard e censurato dal governo della III Repubblica. E’ il 6 Febbraio 1934, a Parigi, in Place de la Concorde, per la prima volta, si sono incontrati, in una grande manifestazione di protesta contro l’emblema della partitocrazia, il Palais-Bourbon (La Camera dei deputati), e contro il governo del radical-socialista Daladier, militanti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, i Camelots du Roi, gli attivisti dell’Action Francais (il movimento monarchico-tradizionalista di Charles Maurras) ed i giovani operai della “cintura rossa”, membri delle Jeunesses Patriotes e militanti comunisti, ex combattenti e disoccupati.

venerdì 14 maggio 2021

Mussolini, Bombacci, Silvestri: tre socialisti riscrivono l'Italia

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La Repubblica Sociale Italiana sarebbe dovuta essere, ad avviso di Mussolini, una “Repubblica Socialista Italiana” e non solo nel nome, anche nei fatti.
L’ultimo Mussolini infatti, ritrova tutta la verve socialista rivoluzionaria degli anni giovanili; questo è ben visibile dalla legge del febbraio 1944 detta “della socializzazione”: la legge socialmente più avanzata della storia d’Italia grazie alla quale gli operai entrerebbero direttamente nella gestione delle aziende. La legge in questione, benché approvata, non entrerà in vigore davvero a causa dei nazisti, impegnati nella guerra e a quel punto molto più vicini ai borghesi che al Duce.

In questo scenario di ritorno al socialismo, hanno grandissima importanza le poche persone che frequentavano il Duce assiduamente: fra queste soprattutto Nicola Bombacci e Carlo Silvestri. Il primo fondatore del Partito Comunista il secondo esponente del socialismo riformista. Questi tre socialisti italiani s’incontravano spesso e nel segreto dello studio di Mussolini, passavano ore in speculazioni che purtroppo non potremo mai apprezzare.

martedì 4 maggio 2021

Giuseppe Stalin: il grande “SI” dell'esistenza (Alexander Dugin)

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"Ewig bin ich dein Ja
F. Nietszche

 

1. Stalin il despota

Stalin è una figura così imponente che qualsiasi riferimento alla sua personalità, alla sua funzione, alla sua missione storica ci pone immediatamente davanti a sfide immense. Si può parlare di Stalin dal punto di vista geopolitico – come del più grande eurasiatista in termini pratici; o dal punto di vista ideologico – come di un eminente, cruciale protagonista del socialismo mondiale; oppure dal punto di vista statale – come del fondatore del più potente impero nella storia mondiale. Spesso Stalin viene però associato all'emblematica, significativa idea della tirannia e del dispotismo. E da questo non è possibile prescindere neanche se ci interessano altri lati della sua personalità. Quali sono le radici profonde di questi tratti tirannici del grande protagonista della storia mondiale?

2. Stalin il sociologo

Stalin viene costantemente associato alle epurazioni, alle repressioni, all'espressione del terrore di Stato. Quando si tratta di spiegare la natura di questo fenomeno, ci scontriamo con spiegazioni primitive, che seguono i criteri di un pensiero banale e della ristrettezza mentale: paranoia personale, innato sadismo, crudeltà, megalomania patologica, natura disumana dell'ideologia bolscevica, e via dicendo. Sono banali bugie, e di conseguenza bisogna ricominciare tutto daccapo.

A chi servivano le purghe staliniste, dal punto di vista sociologico? Gli stessi leader dell'Unione Sovietica le hanno spiegate ogni volta in modo diverso, basandosi sull'“attualità del momento”. È evidente che si trattava di “linguaggio esopico”, e la sua particolareggiata e accurata decifrazione ci farebbe addentrare troppo nel labirinto dei dettagli storici. È evidente un fatto: le ondate permanenti di epurazioni ai vertici del potere sovietico. Non importa come di volta in volta si giustificassero, ma solo che si trattava di un fenomeno costante, evidentemente, strettamente connesso con la struttura sociologica della società sovietica nella prima metà del suo ciclo. Per spiegare il fenomeno delle “epurazioni” è più che mai utile ricorrere alla teoria del sociologo italiano Vilfredo Pareto, il quale ha formulato il principio della “circolazione delle élite”.

mercoledì 17 marzo 2021

La lotta di classe come richiesta nazionalista (Paetel, Karl Otto)

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Dal Manifesto del Nazional Bolscevismo

La lotta di classe non è un'invenzione dell'"ebreo Marx". (60)

È un dato di fatto della vita quotidiana, che riflette il contratto di lavoro tra datore di lavoro e dipendente, nonché le funzioni della stampa, dello stato e della vita culturale.

È una linea di battaglia stabilita da coloro che sono in possesso dei mezzi economici del potere, imposti a chi è "in basso", che risponde con furore. Non richiede un giudizio morale ma piuttosto una decisione dichiarata su quale parte vogliamo combattere. 

La lotta di classe non è un costrutto artificiale. Come ovunque nella vita delle cellule, la vita nuova e giovane sostituisce quella vecchia e debole; così anche nel corpo del Volk [Volkskörper] c'è la vecchia classe dirigente, che dopo aver adempiuto alla sua funzione per la comunità per un certo periodo, viene sostituita da nuove forze - di solito con la violenza.

Così la lotta di classe, indipendentemente dal fatto che questo processo si sta svolgendo in tutti i popoli, è un corso degli eventi nella vita del Volk [Volkslebens], un processo di rivalsa contro le forze di leadership all'interno di un organismo popolare. (61) [Volksorganismus].

Proprio come ogni rivoluzione precedente aveva il suo portatore sociologico - l'esempio più chiaro è la rivoluzione francese "borghese" - così vale anche per la rivoluzione in cui ci troviamo. La classe operaia, che oggi batte alle porte della storia tedesca, dovrà combattere la sua lotta di classe con gli attuali detentori delle risorse economiche e degli strumenti di potere in modo che possano essere trasferiti entrambi nelle mani dei lavoratori al momento della rivoluzione, essendo così pronta a dichiararsi nazione e a sostituire la vecchia dirigenza. (62) 

venerdì 5 marzo 2021

La Tecnologia divoratrice di uomini (Ernst Niekisch)

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Ernst Niekisch
uno dei padri nobili del nazional bolscevismo attraverso questo articolo ci spiega una delle essenze di questa ideologia: l'individualismo moderno, prodotto dell'occidente liberale e tecnologico può essere sconfitto solo con il socialismo, prodotto della Tradizione e dello spirito. 

Lo scatenamento dell'individualismo e il perfezionamento della tecnologia sono due fenomeni paralleli. Inizialmente dolcemente, timidamente, l'uomo ha sollevato - con coscienza inquieta - il velo che copriva i segreti - e non è morto. Ha scoperto cose inaspettate. Ciò che era misterioso divenne naturale e spiegabile. Non ha avuto rispetto per l'ignoto e chi mancava di questo rispetto raccolse i suoi frutti. Il successo ottenuto lo ha incoraggiato a ricominciare. La sua visione scrutatrice andava nel profondo delle cose. Ha fatto sperimentazione e ricerca. Ma ogni nuova conoscenza acquisita è un mezzo per imporre alla natura una nuova servitù. Il perfezionamento della tecnologia ha aumentato la resa generale. L'aumento del consumo, il richiamo di possibilità illimitate richiedevano un cambiamento nell'organizzazione economica. In una certa fase di sviluppo, la tecnologia corrisponde sempre a una particolare forma di struttura economica. L'individuo attraversa passaggi successivi. Il sentimento della sua superiorità e la consapevolezza della sua forza aumentano. Mette in discussione le relazioni sociali tradizionali e conclude che, a causa della sua conoscenza avanzata, non possono più essere giustificate. Si ribella, avendo finalmente vinto la causa e trasformando in questo modo le condizioni sociali. La tendenza a oltrepassare i limiti segna tutta questa evoluzione. La tecnologia si crede finalmente all'altezza di tutti i compiti. La produzione industriale spinge a una crescita insondabile. L'individuo si sente liberato. In linea di principio, non riconosce più alcun limite. Le regole, l'ordine e l'armonia dell'insieme non derivano dalle cose. Eppure, nella misura in cui rispettiamo i confini, lo facciamo unicamente da un punto di vista esterno, cioè dal punto di vista della redditività. La tecnologia si rivolge a nuovi compiti quando vale la pena investire. Ha bisogno di capitale da mettere a sua disposizione nella speranza di riscuotere, un giorno, interesse. La produzione di beni è regolata dalle prospettive di profitto. Quando c'è una possibilità di profitto, il capitale scorre. Più il capitale funziona, più il dominio dell'uomo su queste cose si allarga. In generale, l'individuo usa la sua libertà nella misura in cui gli è utile. È tanto più "libero" in quanto rappresenta il capitale, in quanto è "ricco".

domenica 28 febbraio 2021

Prussia come principio (Paetel, Karl Otto)

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Dal Manifesto del Nazional Bolscevismo

C'è una cosa che il socialismo non può ignorare: la realtà della Prussia.

Là infatti, come sia Oswald Spengler che Moeller van den Bruck hanno identificato nello "stile prussiano", c'è il tipo di socialismo di Stato che auspichiamo sorga nei territori tedeschi; esiste già in questi in forma embrionale. C'è quella scelta per il “Noi” sull’ “Io”, per l'unità nella polarità, la già manifestata (in contrasto con la concezione marxista della società) auto-esistenza creativa, fondata nel sangue e nell'acciaio - e vissuta come una volontà, non come un'opportunità speciale. 

Certo, bisogna tenere presente che c'è un altro aspetto di queste cose: non è un caso che la sintesi sia diventata “Prussianesimo e Socialismo” *, ad es. La glorificazione di Spengler del "umano carnivoro". Anche il principio prussiano è oggi in pericolo di essere utilizzato in modo improprio.

Solo la Prussia è storicamente capace, vedendosi sempre come il correlato dell'eterno tedesco; solo la Prussia, che riprende l'antica tradizione Junker, soddisfa le richieste del barone von Stein di coinvolgere il Volk nella responsabilità dello Stato. 

martedì 16 febbraio 2021

Socialismo (Paetel, Karl Otto)

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Tratto dal Manifesto Nazional Bolscevico

Ricapitoliamo:

Siamo socialisti.

Questo significa:

Al momento della rivoluzione, chiediamo:

1. Nazionalizzazione del territorio e del suolo.
Distribuzione dei latifondi. Tutta la proprietà terriera in futuro sarà il mandato della nazione.


2. Trasferimento di tutte le imprese industriali, bancarie, dei grandi magazzini, delle risorse minerarie, minerarie e dei trasporti di grandi e medie dimensioni nelle mani del Volk.


3. Economia pianificata dallo Stato con il monopolio del commercio estero.


4. Armi nelle mani di tutti: costituzione di una milizia popolare [Volksheeres].

lunedì 8 febbraio 2021

Consigli di Stato o Stato corporativo? (Paetel, Karl Otto)

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Tratto dal Manifesto Nazional Bolscevico

La questione fondamentale riguardo l'economia nel socialismo nazional-rivoluzionario può essere solo:

Tutto il potere nelle mani della nazione. Insieme c'è la richiesta parallela e concreta della struttura statale: lo stato è la nazione sovrana, i suoi organi legislativi ed esecutivi sono i mandatari del Volk.

Il che significa di conseguenza: Consigli di Stato.

Il principio di autogoverno espresso al suo interno non è in alcun modo "razzialmente straniero" ["Volksfremd"] o tipicamente russo, piuttosto è la vecchia "democrazia germanica".

lunedì 28 dicembre 2020

Libertà o felicità? (Paetel, Karl Otto)

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Dal Manifesto del Nazional Bolscevismo

Riguardo la questione se le decisioni debbano essere orientate dall'individuo o dal collettivo, un'altra delle domande del dottor Hiller troverà risposta. Hiller nel suo lavoro sul nazionalismo social-rivoluzionario cita la frase (che, per inciso, non proviene da Ernst Jünger, ma è un mio commento *):

"Siamo dalla parte del proletariato insurrezionale per il bene della nazione, non per il bene di poche idee di felicità umanitaria". Poi chiede:


"Questi portatori di miseria, questi bruti schietti, questi mostri che non nascondono di essere mostri, la loro nazione ideale richiede che i suoi membri siano infelici?"

No, dottor Hiller, no! Tuttavia: nel discorso di Saint-Just † contro Danton, ad esempio, c'è un passaggio che mostra cosa intendiamo:

L'amore per la Patria è una cosa grande e terribile. È senza pietà, senza paura, senza rispetto per l'individuo quando si tratta del bene pubblico. Questo amore ha portato Regolo a Cartagine e Marat al Pantheon. "

Siamo socialisti. Sosteniamo la rivoluzione, la lotta di classe, la socializzazione dei mezzi di produzione, la nazionalizzazione della terra e del suolo, una struttura statale sul principio dell'autogestione.

venerdì 9 ottobre 2020

Mussolini tra Marx e Nietzsche (Mario Bernardi Guardi)

Marx, Nietzche, Mussolini, marxismo, fascismo

Rilettura di  
"Il giovane Mussolini. Marx e Nietzsche in Mussolini socialista" di Ernst Nolte


Mussolini tra Marx e Nietzsche

«... io odio il buon senso. E lo odio in nome della vita e del mio invincibile gusto per l'avventura... I cavalieri dell'alto medioevo che andavano cercando duelli e tornei; i santi che si ritiravano a macerarsi la carne nel deserto; i guerrieri, gli alchimisti, gli astrologi, gli stregoni e gli eretici e i fascinatori di popoli da Rolando di Roncisvalle a Pietro l'Eremita, da San Francesco d'Assisi a Ruystrock l'Ammirabile, dovettero lottare sino alla disperazione contro il buon senso che li consigliava al riposo, alla sosta, alla transazione, alla viltà... La società borghese ha creato l'uomo macchina, l'uomo funzionario, l'uomo orologio, l'uomo regola. Io sogno invece l'uomo eccezione... Voglio andare alla caccia del buon senso; lo voglio uccidere... Assumerà forme e maschere incessantemente diverse; sarà nero e rosso, conservatore e rivoluzionario, spavaldo e pusillanime, uomo e donna. Ma io... lo stenderò al suolo. Poi getterò il cadavere alle moltitudini e dirò: Cittadini, ho ucciso il vostro peggiore nemico. Intrecciamo, in segno di gioia, una matchiche infernale».
L'autore di questa prosa visionaria, attraversata da ebbrezze zarathustriane, è Benito Mussolini. Siamo nel 1913 e l'antico agitatore sovversivo, che per anni ha coniugato passione politica e fame, è diventato uno degli uomini più rappresentativi del partito socialista, una penna polemica tra le più note e amate, l'avversario più feroce di riformisti e massoni: e "l'Avanti!", sotto la sua guida, sta conoscendo una straordinaria espansione.
Ma nell'aprile del 1913, l'articolo «Caccia al "buon senso"» non compare sull'organo ufficiale dei socialisti ma sul settimanale "La folla", diretto da Paolo Valera. E Mussolini lo firma con il vecchio pseudonimo "L'homme qui cherche".
L'uomo politico più emblematico del secolo ventesimo è infatti un cercatore, un saggiatore di territori inesplorati, un avventuriero dello spirito che accoglie in sé le inquietudini del suo tempo, quasi attendendo la grande occasione per farle esplodere contro il sistema.
Intendiamoci: questo Mussolini è socialista e marxista, e null'altro per ora potrebbe essere con quello che si porta dietro e dentro per origini familiari, letture, esperienze di vita.

lunedì 5 ottobre 2020

L'errore del fascismo (Karl Otto Paetel)

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La disastrosa e mal interpretata missione storica di ciò che giustamente avrebbe potuto essere chiamato “nazionalsocialismo” * può già essere vista nei primi mesi di lavoro del partito hitleriano nel 1919, in cui i risentimenti anti-statalisti contro Berlino (che sono praticamente un filosofia di vita al di là della “Main line” †, dove si preferisce guardare a Roma piuttosto che alla terra del “Prussian Gau”) sono stati sottolineati da un pronunciato errore storico, errore che ha definitivamente respinto il carattere della "rivolta germanica" contro Parigi.

Nel momento in cui solo coloro che erano sotto il giogo di Versailles erano in grado di fare la storia, lo slogan della ribellione contro Versailles fu integrato dallo slogan di politica interna "Contro il marxismo", evitando la volontà di schierarsi, in nome del partito, dalla parte degli indigenti, i senzatetto, i senza patria, al fine di creare per loro una patria (17) attraverso un cambiamento radicale nella vita sociale ed economica. Dopo aver realizzato che la richiesta del momento era "Tramite il socialismo verso la nazione", il calcolo della borghesia proprietaria fascista divenne: "Batti il marxismo - ed elimini la distruttiva stratificazione di classe!"

sabato 3 ottobre 2020

Beppe Niccolai e Berto Ricci: fascio e martello (Mario Bernardi Guardi)

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«Non è importante la vita. Importante è ciò che si fa della vita»: la frase è di quelle che suggestionano e che sembrano fatte apposta per dare alimento alla rabbia dei duri e puri. E' di Beppe Niccolai, pisano, deputato missino per due legislature, animatore di una opposizione interna che, se non piaceva a Fini, era considerata con una certa diffidenza anche da Rauti: il fatto è che Niccolai voleva ripercorrere da cima a fondo la storia del partito dal '46 in poi, voleva ridiscuterne tutte le scelte politiche -da quella della Destra nazionale, presentabile nei salotti buoni dell'anticomunismo moderato, a quella di certo estremismo barricadiero, talora allevato in vitro o, quanto meno, fatto crescere dai servizi segreti-, voleva alzare la bandiera di un fascismo nazional-popolare o, se si preferisce, di un socialismo tricolore capace di ricucire lo strappo del '14. E cioè la lacerante separazione di Mussolini dai compagni, nel nome dell'Italia e dell'Intervento: due miti d'azione che per il futuro Duce dovevano essere strappati di bocca al nazionalismo reazionario.

Niccolai credeva a Sansepolcro e a Salò, e aveva preso l'abitudine di chiudere i suoi discorsi con l'immagine di Nicola (anzi, di Nicolino) Bombacci che, da comunista fuori dai ranghi, se ne va a morire al Nord sotto le insegne di Mussolini. Per Niccolai, l'anima del fascismo non era di Destra;