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domenica 6 luglio 2025

La Cina post-maoista come Fascista (James A. Gregor)

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Presentiamo qui l'ultimo paragrafo del libro dello storico James A. Gregor 
A Place in the Sun: Marxism and Fascism in China. Ci interessa questo tipo di analisi perché, continuando nel solco della distinzione fra "amici della società aperta" e "nemici della società aperta", è per noi fondamentale primo capire cosa pensano le élite liberali e, secondo, utilizzando parte della loro analisi, superare i limiti di una lettura forzatamente binaria e anti europea. Questa lettura anti europea ha creato la falsa dicotomia fascismo-comunismo, così da tenere le masse separate. Alcuni intellettuali liberali, hanno però dovuto per forza affrontare questo discorso superficiale, andando così a muovere le acque chete della sedazione forzata. 

Ovviamente essendo liberale e di visione angloamericana l'autore è terrorizzato dalla Cina comunista, non trova di meglio che accusarla di "fascismo", ma è proprio questo terrore che ci fa comodo. Perché il comunismo cinese è uguale al fascismo? Ovviamente secondo il professore statunitense vede un marxismo come qualcosa di inafferrabile e in via di sparizione. Ma noi sappiamo che il marxismo come concetto non può e non è mai stato chiaro e unico. E' la presentazione dei suoi nemici che lo ha definito meglio dei suoi estimatori, capaci di farsi guerre per anni. E' importante continuare a studiare e capire, ma liberandosi dalla propaganda e dalle limitazioni e gabbie dell'anticomunismo e dell'antifascismo, veri limiti per cambiare la società.

Tornando a Pechino: in effetti la Cina ha un sistema economico misto, è etnicamente molto compatta, ha un partito unico e una visione statale e statalista molto forte. E' una sorta di Fascismo. Come il Fascismo è una sorta di Comunismo. Di certo siamo anni luce lontani dalle visioni liberali in cui l'interesse dei privati, tutti immaginati piccoli miliardari, è la scusa per opprimere milioni, miliardi di individui e per cancellare culture millenarie. 

Ma vi lasciamo alla lettura del paragrafo, ognuno si dia da fare. 

La Cina post-maoista come Fascista


Del marxismo della Cina comunista rimane ben poco. La Cina contemporanea è un regime reattivo e sviluppista che non solo cerca la parità con le sue controparti “imperialiste” e “plutocratiche”, ma aspira a un posto al sole come “regno centrale”. Cerca non solo il suo adeguato “spazio vitale”, ma anche il suo ruolo di egemone in Asia orientale. La Cina contemporanea ha tutta l'aria di essere il tipo di sistema antiliberale, collettivistico, a dominanza partitica, elitario, militarista, plebiscitario, reattivo, nazionalista e fascista dello sviluppo con cui il ventesimo secolo ha familiarizzato. (1)

Anche prima delle trasformazioni derivanti dal riformismo rivoluzionario di Deng Xiaoping, i marxisti-leninisti dell'Unione Sovietica avevano individuato l'emergere di una “tradizione di grande potenza” in Cina, che minacciava la sicurezza di tutta l'Asia orientale e il futuro dell'intera regione del Pacifico. La Cina comunista è emersa come contendente per il posto e lo status in Asia orientale e, come tale, si rivela una potenziale minaccia per la pace e la sicurezza del nostro tempo.

Ci sono pochi dubbi sul fatto che la Cina rivoluzionaria, sotto l'egida di Sun Yat-sen, Chiang Kai-shek o Mao Zedong, soddisfacesse i requisiti per entrare nella classe dei nazionalismi reattivi e di sviluppo.(2) Inoltre, è ormai generalmente riconosciuto che il marxismo, in quanto teoria rivoluzionaria, ha svolto un ruolo scarso, se non nullo, nell'ideologia che ha governato il sistema emergente. Tutti sono ormai d'accordo sul fatto che il marxismo era minimo nel regime che ha governato la Cina continentale dal 1949 al 1976.

Il maoismo è stato identificato da molti come “totalitario” a causa dell'utopico tentativo di Mao di trasformare la nazione attraverso campagne di mobilitazione di massa che coinvolgevano le agenzie del partito e dello Stato.